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' così che l’insieme degli esseri raggiunge la sua perfezione. Il cielo e la terra e ogni sostanza situata fra loro furono compiuti; ciascuna cosa accolse la bellezza che le è propria: il cielo, lo splendore degli astri; il mare e l’aria, gli animali che vi nuotano e vi volano; la terra, la diversità delle piante e degli animali, di tutti quegli esseri, insomma, che ricevono insieme la loro vitalità dalla volontà divina e che la terra mise al mondo nel medesimo istante. La terra, che aveva fatto germogliare nello stesso tempo fiori e frutti, si riempiva di splendore. I prati si ricoprivano di tutto quanto vi cresce. Le rocce e le cime delle montagne, i versanti delle colline e le pianure, tutte le valli si ornavano di erba fresca e della magnifica varietà degli alberi: quest’ultimi spuntavano appena dal suolo, che già avevano raggiunto la loro perfetta bellezza. Naturalmente, tutte le cose erano nella gioia. Gli animali dei campi, condotti alla vita grazie al comando di Dio, saltavano nei boschi a frotte, divisi a seconda delle diverse razze. Ovunque le ombre boscose riecheggiavano del canto armonioso degli uccelli. Si può anche immaginare lo spettacolo che si offriva agli sguardi di fronte a un mare ancora calmo e tranquillo in tutte le sue onde. I porti e i rifugi che si erano spontaneamente scavati lungo le coste secondo il volere divino, univano il mare al continente. I placidi movimenti delle onde rispondevano a quelle vicine, facendo lievemente increspare la superficie dei flutti sotto l’effetto di dolci e benefiche aurette. Tutta la ricchezza della creazione, sulla terra e sul mare, era pronta; ma colui al quale essa è donata, non ancora era là. Quel grande e prezioso essere che è l’uomo non aveva ancora trovato posto nella creazione. Non era infatti giusto che il capo facesse la sua apparizione prima dei suoi sudditi; soltanto dopo la preparazione del suo regno, allorché il Creatore dell’universo aveva, per così dire, allestito il trono di colui che doveva regnare, doveva logicamente essere rivelato il re. Ecco qui la terra, le isole, il mare e, al di sopra di questi, a guisa di un tetto, la volta del cielo. Ricchezze d’ogni specie erano state riposte in questi palazzi: per «ricchezze» intendo riferirmi a tutta la creazione, a tutto ciò che la terra produce e fa germogliare, a tutto il mondo sensibile, vivente e animato, così come anche (se si deve contare fra queste ricchezze quelle sostanze che la bellezza rende preziose agli occhi degli uomini, come l’oro, l’argento e queste pietre tanto ambite) a tutti quei beni che Dio pone in abbondanza nel seno della terra come in cantine reali. Unicamente allora Iddio fa apparire l’uomo in questo mondo, affinché egli sia, delle meraviglie dell’universo, il contemplatore e la guida. Il Signore vuole che il loro godimento, infatti, doni all’uomo l’intelligenza di colui che gliele ha fornite, in maniera che la grandiosa bellezza di ciò che egli vede lo ponga sulle tracce della potenza ineffabile e inesprimibile del Creatore. Ecco perché l’uomo è condotto per ultimo nella creazione. Non che costui venga relegato con disprezzo all’ultimo posto, ma perché, fin dalla sua nascita, comprendesse di essere il sovrano di quel suo regno. Un buon padrone di casa, d’altronde, non introduce il suo invitato che dopo i preparativi del pranzo, allorché egli abbia messo tutto a posto come si deve e adeguatamente decorato la casa, il divano e la tavola. Soltanto allora, pronta la cena, fa sedere il suo convitato. Allo stesso modo, colui il quale, nella sua immensa ricchezza, è l’anfitrione della nostra natura adorna dapprima la dimora di bellezze d’ogni genere, allestendo questo grande e vario festino. A questo punto egli introduce l’uomo per rivelargli non il possesso di beni che questi non ancora detiene, bensì il godimento di quanto a lui si offre. Ecco perché, nel creare la nostra natura, Iddio getta un duplice fondamento all’unione del divino con il terrestre, affinché, attraverso l’uno e l’altro carattere, l’uomo godesse doppiamente sia di Dio, grazie alla sua natura divina, sia dei valori terreni, in virtù di quella sua sensibilità che appartiene alla loro stessa dimensione". Gregorio di Nissa, La formazione dell’uomo, 1-2
Gregorio di Nissa Nato a Cesarea c.335 – Nissa 394. Padre della Chiesa, mistico e teologo. Gregorio, fratello minore di S.Basilio e di S.Macrina, era conoscitore in grado eminente dell’arte della retorica, ma anche delle scienze naturali, dell’astronomia e della medicina. Si dedicò alla professione di retore, fino a quando non fu indotto dal fratello ad accettare, nel 371, la sede vescovile di Nissa in Cappadocia (nell’attuale Turchia). Gregorio era dotato di un carattere naturalmente meditativo e di grandi capacità speculative, che ne resero il pensiero più profondo di quello degli altri padri cappadoci. Come retore fu molto apprezzato anche alla corte imperiale di Costantinopoli.
3. San Girolamo
da il "Commento a Isaia" 6,1-7
uello che Dio ha creato è in sé compiuto, per la sua sapienza e la sua intelligenza. È falsa l’opinione di alcuni filosofi, che tutto sia cominciato per caso, senza provvidenza alcuna: tutto ciò che è casuale non manifesta né ordine, né piano. Ciò invece che si richiama necessariamente all’arte costruttrice rivelantesi in tutte le cose, dà chiara testimonianza, se ben lo si considera, della sapienza di quell’artefice che agiva non solo quando produceva il mondo, ma anche quando nel suo intimo ne preparava il piano. Per questo da tutto il creato risplende a noi la sapienza di Dio. Nulla di ciò che è stato creato, è stato fatto senza motivo e senza fine utile; il fine utile, poi, ha in se stesso la sua bellezza, e la bellezza viene esaltata dal fine utile. L’unica materia degli elementi assume diverse forme, per illustrare in mille modi la preveggenza divina. Anche il salmista aveva davanti agli occhi questa verità quando, iniziando la lode a Dio, diceva: Magnifiche sono le tue opere, e io le conosco molto (Sal 138,14), e il profeta con lui concorda dicendo: Io ho considerato le tue opere e mi sono spaventato (Ab 3,2: LXX). Anche la frase della Scrittura: Ecco: tutto era molto buono (Gen 1,31) ci spinge ad ammettere che il creato non deve la sua origine al caso, perché tutto è stato fatto secondo il sapiente piano di Dio; per questo si rivelano ovunque magnificenza, bellezza e stupenda armonia, nonostante la diversità di tutte le creature. Un santo profeta dice: I cieli narrano la gloria di Dio (Sal 18,2): non certo che i cieli muovano bocca, lingua e trachea per parlare, ma con la loro armonia e con il loro eterno servizio annunciano la volontà del Creatore. Riflettendo, infatti, dalla grandezza e dalla bellezza delle cose create noi possiamo riconoscerne l’autore: il Dio invisibile si manifesta, fin dalla creazione del mondo, nelle cose create. Noi, dunque, non possiamo sapere ciò che Dio è; ma che egli esiste, noi lo sappiamo - non per le nostre forze ma per la sua misericordia - considerando nelle sue opere la sapienza del creatore. Di fronte a una nave o a un edificio, non pensiamo noi forse al costruttore o all’architetto, dato che dalle opere noi deduciamo la corrispondente perizia costruttrice? Davanti a tutte le cose realizzabili solo ad opera della ragione, noi ci appelliamo a una mente, anche se non la vediamo. Così Dio è conosciuto nel suo creato e, in un certo senso, esce dalla sua invisibilità. Né i cieli, infatti, né i serafini o tutte le altre creature possono coprire Dio o renderlo invisibile. Egli è in tutte le cose e in tutti i luoghi; è al di sopra di tutte le cose e compenetra tutto il mondo visibile e invisibile; egli regge e contiene tutto; egli non passa da luogo in luogo, ma comprende tutto nello stesso modo con la sua mente. In questa vi è la spiegazione perché la massa della terra, rassodata dalla sua volontà, si scuota di nuovo al suo cenno, tanto da riempire d’angoscia i cuori mortali, bisognosi di correzione. In essa vi è la spiegazione perché il mare si dilati quando le acque rompono i loro vincoli, e poi i flutti si infrangano nella risacca e si fermino, quando giungono ai confini da lui stabiliti. E anche perché l’anno si divida in quattro stagioni, perché nel susseguirsi di questi periodi, in seguito ai mutamenti climatici, i semi crescano, i germogli si nutrano giungendo a maturità sotto il raggio del sole. Dio illumina con la sua luce anche le creature intelligenti e invisibili, perché esse restino sempre nel suo amore e non inclinino mai verso i beni terreni."
San Girolamo o Gerolamo (Eusebius Hieronymus Sophronius) nacque verso il 340 a Stridone, in Dalmazia ai confini con la Pannonia (Ungheria). E’ considerato uno dei quattro padri della Chiesa occidentale. I suoi genitori lo mandarono a completare gli studi a Roma. Abilissimo retore ed erudito nelle lettere e nella filosofia, come dimostrano i suoi numerosi scritti, si fece battezzare poco prima del 366 da Papa Liberio all'età di circa 20 anni e decise, poi, di farsi monaco dopo un soggiorno a Treviri che l'aveva messo in contatto con dei monaci. Decide a un certo punto di ritirarsi in un deserto della Siria, dove si dà ad una vita di mortificazione estremamente dura e allo studio dei libri sacri. Divenuto eremita e recatosi nel deserto siriano, studiò l’ebraico per poter leggere le Sacre Scritture in lingua originale. E' ordinato sacerdote ad Antiochia. A lui si deve la traduzione e l’edizione latina definitiva della Bibbia detta "Vulgata". Dal 382 al 385 fu a Roma come segretario di papa Damaso. Si dedicò con efficacia alla lotta contro gli eretici. Fondò dei monasteri e per questo è detto abate. Morì nel 419 o 420. Il suo corpo riposa a Santa Maria Maggiore.
l Creatore di tutti gli esseri ragionevoli è eccelso al di sopra di ogni ragione. L’uomo non lo può scrutare e neppure l’angelo può comprenderlo. La creatura non è in grado, con la sua perspicacia, di parlare del suo Creatore: anzi non può neppur dire come essa stessa è stata formata. Se dunque non riesce a comprendere la propria origine, come potrebbe essere in grado di comprendere il suo Creatore? La ragione non può raggiungere l’altezza del suo fattore: molto al di sotto di quella altezza resta la ricerca di ogni inquirente. Costoro si sforzano di trovare analogie per colui che si identifica solo con l’uno. Tutti essi vengono meno nella propria conoscenza, egli solo conosce se stesso. La sua origine non è uguale a quella degli esseri creati, tanto che questi lo possano indagare come un loro simile. La sua stirpe non è uguale a quella degli esseri formati dalla terra, tanto che l’uomo lo possa dichiarare della sua essenza. Anche con le stesse sentinelle angeliche non è in qualche modo apparentato, tanto che esse lo possano esaminare come uno di loro. Non è compagno dei cherubini, perché essi lo sorreggono come loro Signore. Non aleggia tra i serafini, perché la sua sede è alla destra (del Padre). Non appartiene agli angeli ministranti, perché essi servono lui, come suo Padre. Tutte le potenze celesti ricevono da lui ordini e non possono guardare il Padre prescindendo dall’impero del Primogenito: senza di lui alla loro creazione non sarebbero neppur stati fatti. L’occhio è in grado di ricevere la luce, e perciò tutto il corpo ne viene illuminato. L’orecchio è idoneo al suono, e perciò tutte le membra ne percepiscono il tono. La bocca gusta i cibi, e con essa, e per mezzo di essa, tutto il corpo se ne nutre. Così le sentinelle angeliche guardano il Padre per mezzo del Figlio, che proviene dal suo grembo. Per mezzo di lui odono la sua voce, e da lui ricevono i suoi doni. Ma non vi è nessun altro intermediario per aiutarli o abituarli a ciò. I sensi hanno bisogno l’uno dell’altro, e dipendono l’uno dall’altro. Anche le creature dipendono le une dalle altre, perché formano quasi un solo corpo. Anche gli esseri più alti ricevono ordini dai loro simili, perché comandano e passano gli ordini secondo il loro grado gerarchico. Ma tutti, quelli di cui ho parlato, come quelli che non ho ricordato, ricevono gli ordini dell’unico Primogenito. Da lui dipendono tutte le creature, ed egli è unito al Padre. Come pretendi dunque di comprendere l’Unigenito, che è unito alla divina paternità? Se tu potessi comprendere il Padre, troveresti in lui e presso di lui anche il Figlio. Questi è nella sua bocca, quando il Padre comanda, ed è nel suo braccio quando il Padre opera. Attraverso il Figlio egli dunque opera e attraverso il Figlio egli comanda. Solo essi due si conoscono a vicenda. Il Figlio è nel seno del Padre, quando il Padre ama, ed è alla sua destra, quando egli splende sul trono. Il Padre lo guarda e lo ama. Lo splendore del Padre è troppo grande per i suoi servi. Le guardie angeliche non sono in grado di fissarlo. Te ne può persuadere Mosè, che ne fu illuminato. Se infatti il popolo non poteva fissare Mosè, semplice uomo (cf. Es 34,29-30), chi può contemplare l’essenza di Dio? Solo l’Uno, che da lui procede, può fissarlo. Supermagnifico è lo splendore del Padre. Solo l’Uno guarda l’Uno, solo l’Uno può fissare l’Uno e attraverso l’Uno possono vederlo tutte le creature. Per la sua bontà egli perdona, e per la sua giustizia punisce; per se stesso perdona e per se stesso punisce: egli è la misura della sua ricompensa. La fa col suo sdegno, quando si adira, e con la sua clemenza, quando perdona. Per la sua natura rivela e per la sua conoscenza istruisce. Per se stesso istruisce, e per se stesso arricchisce. La sua sapienza è presso le sue creature. Per se stesso sovviene ai bisognosi con i beni del suo forziere. Per se stesso dà la corona a chi combatte per lui, dopo la risurrezione. È pienamente nascosto in sé, chi potrebbe scandagliarlo? Gli angeli lo adorano in silenzio, i serafini cantano alto il loro «Santo», i cherubini lo sostengono con timore, le ruote girano nel bagliore di luce. Tutti adorano da lontano, per il tramite del Figlio visibile, il Padre nascosto. Se si trattasse di un’altra natura e il Figlio potesse scandagliarla, non potrebbe conoscerla pienamente da se stesso, perché si conosce solo ciò che è proprio. E se questa natura, quantunque da lui distinta, potesse comprenderlo, sarebbe o a lui uguale, o con lui generata. E se vi fosse un’ulteriore natura, che sola potesse conoscerlo, ciò potrebbe avvenire da lontano, se quella gli fosse estranea, o da vicino, se avesse con lui la stessa origine. Se questa natura dunque fosse uguale a lui, essa sarebbe l’Uno, e solo porterebbe diverso il nome; ma se non fosse uguale a lui, la creazione allora sarebbe troppo debole, i serafini e le guardie angeliche insufficienti. E l’altra natura, se mai ci fosse, sarebbe a lui estranea e più lontana. O piccolo uomo formato dalla polvere, a quale altezza miri? Non solo quanto il cielo, è eccelso al di sopra di te il Signore del cielo. L’altezza del cielo è misurabile, ma il suo creatore non lo è affatto. Ogni cosa creata è misurabile, ma il suo creatore non lo è affatto. Una cosa creata può presentar delle dimensioni maggiori a tutte le altre creature; ma il Creatore si distanzia da tutte le sue creature per un’altezza inaccessibile. Le creature sono compagne tra di loro, anche se immensamente distanti l’una dall’altra; ma il Creatore è per sua natura al di sopra di tutte le sue creature. Solo l’Uno è a lui vicino: per mezzo suo egli tutto ha creato. Nessun servo gli è vicino, mentre suo Figlio gli è vicinissimo. Nessun pari gli siede a lato, solo il suo Unigenito gli è alla destra". La fede, 1,1-5
Efrem Siro (Nisibe 306/307 - Edessa 372), padre,
dottore della Chiesa e santo.
Con la sua lettera enciclica Principi apostolorum del 5 ottobre 1920, papa Benedetto XV proclamava Dottore della chiesa un antico padre della remota Mesopotamia, Efrem il Siro, che le tradizioni greca e siriaca celebrano, appunto, come «arpa dello Spirito santo». La ricorrenza quest'anno del XVII centenario della nascita di Efrem, celebrata da ben tre convegni internazionali (in Siria, Francia e India), unitamente alla pubblicazione in lingua italiana di alcune collezioni dei suoi splendidi inni presso la casa editrice Paoline, a cura dell'apprezzato siriacista italiano Ignazio De Francesco della Comunità di Monte Sole, ci offrono poi l'occasione di conoscere ancora meglio questo genio del pensiero cristiano. Efrem nacque a Nisibe (oggi Nusaybin), nel sud dell'attuale Turchia, intorno al 306 e fu discepolo del vescovo della città Giacomo, uno dei padri del concilio di Nicea. La tradizione vuole che sia stato quest'ultimo a ispirare a Efrem la fondazione della scuola teologica di Nisibe, la cui fama giunse ben presto fino in Occidente. Le vicende politiche della seconda metà del IV secolo, costrinsero però il Nisibeno ad abbandonare la sua città e a riparare a Edessa dove continuò la sua attività di teologo e maestro, e dove morì il 9 giugno 373. Efrem fu anche diacono e «figlio del patto», vivendo cioè secondo una forma vitae oggi detta «pre-monastica» di consacrazione al Signore nel celibato e al servizio della comunità cristiana locale. Ed è proprio per i cristiani della sua comunità che scrisse le centinaia di composizioni, soprattutto poetiche, che ne hanno fatto uno dei più grandi Padri dell' Oriente. In una comunità divisa e attraversata da vari venti di dottrina, Efrem scorge nella liturgia il luogo privilegiato della trasmissione della fede ortodossa, e compone i suoi inni con lo scopo primario di imprimere l'essenziale del mistero creduto, e quindi celebrato, nella mente e nel cuore di quanti a quei misteri si accostavano, uomini e donne: Giacomo di Sarug ricorda come Efrem sia stato il primo a comporre inni liturgici appositamente per il canto femminile. L'opera di Efrem fu ben presto tradotta in greco (Girolamo ricorda che le prime versioni in questa lingua furono realizzate mentre Efrem era ancora in vita); e quindi in latino e in tutte le lingue dell'Oriente cristiano. Efrem è dunque innanzitutto un genio poetico, che preferì cantare e pregare la propria fede piuttosto che descriverla e definirla. La poesia per il Nisibeno resta la via privilegiata per esprimere il mistero di Dio. Per lui la teologia non è speculazione filosofica bensì opera creativa, poetica appunto: così, simbolo e paradosso sono gli strumenti più efficaci per tentare di narrare qualcosa di Dio. Nessun concetto può violare Dio, perché il concetto delimita, definisce, mentre Dio resta sempre al di là di tutto e al cuore di tutto: radicalmente altro e profondamente intimo. Il teologo, allora, non ha da scrutare, ma piuttosto da piegarsi, da «tuffarsi nudo», dice Efrem, nel mare di Dio. Ha da piegarsi a intuire l'inenarrabile ovunque presente. Ha da imparare a suonare le tre arpe di cui Dio fece dono agli uomini: «L'arpa di Mosè, l'arpa di nostro Signore e quella della natura». La fede guiderà il credente in questa conoscenza, in questa ricerca di senso nascosto nella Scrittura come nella creazione. Anche la Scrittura infatti ha bisogno di essere scavata, raccomanda Efrem: «C'è chi si accontenta di appendersi alle frange dalla verità e queste, con la loro resistenza, gli impediscono di cadere. Ma tu non fermarti al bagliore esteriore delle parole che, con la loro scorza esterna, nascondono il vero senso del racconto: applicati a scrutare il loro senso profondo e a conoscere ciò di cui esse parlano in verità!». Chiave per entrare in questi meandri della Parola è poi, oltre alla fede, la croce: il mistero della morte e resurrezione di Cristo è per Efrem il criterio ermeneutico per eccellenza. Intuizione straordinaria, dunque, quella di papa Benedetto XV nel riconoscere in Efrem un grande teologo e dottore della Chiesa: un teologo poeta! Un teologo che tentò di narrare Dio per altre vie e con altre parole. Vie e parole che ancora oggi ci stupiscono e nutrono la nostra fede (Enzo Bianchi).
econdo me, umile non è colui che parla con misura di Dio: colui che sa dire alcune cose, trattenersi su altre, ammettere la sua ignoranza su certi temi; colui che cede la parola a chi ne ha il compito, che ammette che ci sia qualcuno più ispirato di lui dallo Spirito Santo e più progredito nella contemplazione. È vergognoso rifiutare un modo di vestire e un tenore di vita più elevato e assumerne uno più semplice, fare mostra di umiltà e di consapevolezza della propria debolezza con calli alle ginocchia, lacrime a fiotti,e, ancora, digiuni, veglie, sonni fatti a terra, fatiche a tutti i tipi di pena, ed essere poi dei tiranni autoritari quando si parla di Dio, non cedere il posto assolutamente a nessuno, essere superbo più di un dottore della legge. In questo campo l'umiltà comporta, insieme, con la gloria anche la sicurezza. [...] Io non ti esorto a tacere, uomo sapientissimo, ma a non comportarti in modo rissoso; non ti invito a nascondere la verità, ma a non insegnarla in contrasto con la legge. "Se hai una parola di intelligenza, rispondi" - dice la Scrittura - "e nessuno te lo impedirà; altrimenti metti un laccio alle tue labbra". Quanto meglio questo testo si adatta a quelli che sono pronti a insegnare! Infatti, se è il momento giusto, allora insegna, se no, frena la lingua e apri le orecchie. Occupati delle cose divine, ma rimanendo entro i limiti. Pronuncia le parole dello Spirito e, se è possibile, niente altro; pronunciale più spesso di quanto prendi fiato - infatti, è bello e divino essere sempre spronati a Dio ricordandosi delle cose divine -, ma pensando alle cose che ti sono state prescritte. Non ti occupare eccessivamente della natura del Padre, dell'esistenza dell'Unigenito, della gloria e della potenza dello Spirito, della divinità e dello splendore delle tre Persone, della natura indivisibile, della confessione, della gloria e della speranza dei fedeli. Tienti stretto alle parole con le quali sei stato nutrito: il discorso sia dei più saggi. [...] La tua prontezza arrivi fino alla confessione di fede, se mai ti viene richiesta; per ciò che è al di là di essa, sii più timido.
GREGORIO DI NAZIANZO (Padre e dottore della Chiesa, santo), nacque ad Arianzo presso Nazianzo (Cappadocia) verso il 328 e morì nella stessa città nel 390. Condiscepolo di san Basilio nella scuola di Cesarea di Palestina e poi di Atene coltivò con ardore lo studio delle lettere e della filosofia. Dopo un periodo di vita monastica fu indotto dall'amico Basilio ad accettare il governo della diocesi di Sasima, a cui però rinunciò quasi subito per ritirarsi nuovamente a far vita eremitica. Cedendo alle pressioni dei cattolici di Costantinopoli accettò il governo di quella diocesi, completamente devastata dagli ariani, favoriti dall'imperatore Valente. Durante il Concilio ecumenico del 381, celebrato in quella stessa città, rinunciò alla sede patriarcale a causa di dissensi interni. G. è stato fregiato del titolo di «teologo» per eccellenza, dopo le Orationes theologicae tenute a Costantinopoli alla vigilia del Concilio. È uno dei tre famosi Padri cappadoci (insieme a san Basilio e a Gregorio Nisseno). Oltre che profondo teologo egli fu un eccellente letterato, un brillante scrittore e un avvincente oratore.
L'apporto maggiore di Gregorio in campo dottrinale riguarda l'approfondimento del mistero della terza persona della Trinità, lo Spirito Santo. Egli non esita a confessare che la sua dottrina sullo Spirito Santo è più chiara di quella della Scrittura: «L'Antico Testamento proclamava manifestamente il Padre, più oscuramente il Figlio. Il Nuovo Testamento ha manifestato il Figlio e ha fatto intravedere la divinità dello Spirito. Ora lo Spirito ha diritto di cittadinanza tra noi e ci concede una visione più chiara di se stesso» (Discorsi 31, 26). Qui Gregorio si spinge consapevolmente più avanti dei Padri precedenti; egli tiene a proclamare lo Spirito Santo Dio e consustanziale, proprio come il Figlio. Per spiegare la differenza che intercorre tra la generazione del Figlio e il modo di esistenza dello Spirito Santo Gregorio introduce il termine processione (ekporeusis): fu una proposta geniale che renderà grandi servizi alla teologia trinitaria. dal "Commento alla I Lettera di San Giovanni"
…..5. Vedete dunque che agire contro l'amore, significa agire contro Dio. Nessuno dica: Io pecco soltanto contro un uomo quando non amo il fratello. Sentitelo! Peccare contro un uomo dunque è cosa da poco, purché non si pecchi contro Dio! Ma come fai a dire che non pecchi contro Dio, quando pecchi contro l'amore? "Dio è amore". Siamo forse noi a dirlo? Se fossimo noi a dire: "Dio è amore", forse qualcuno di voi si scandalizzerebbe e direbbe: che dice mai? Che vuol dire, affermando che "Dio è amore"? Dio ci ha dato il suo amore, ci ha donato il suo amore. "L'amore viene da Dio: Dio è amore". Eccovi, fratelli, nelle vostre mani le Scritture di Dio: questa Epistola è una di quelle canoniche; si legge in tutte le chiese, è ammessa sull'autorità del mondo intero, essa stessa ha edificato il mondo. Senti ciò che ti vien detto da parte dello Spirito di Dio: "Dio è amore". Ormai, se ne hai il coraggio, agisci pure contro Dio, rifiuta di amare il fratello.
6. Come conciliare le due espressioni appena ricordate: "L'amore viene da Dio", e "Dio è amore"? Dio è Padre e Figlio e Spirito Santo: il Figlio è Dio da Dio e lo Spirito Santo è Dio da Dio; questi tre sono un solo Dio, non tre dei. Se il Figlio è Dio, se lo Spirito Santo è Dio, e se ad amare è solo colui nel quale abita lo Spirito Santo, allora veramente l'amore è Dio; Dio però perché procede da Dio. L'Epistola ha le due espressioni: "L'amore viene da Dio" e "Dio è amore". La Scrittura solo del Padre non afferma che viene da Dio. Quando ti incontri nelle parole "da Dio", o s'intende parlare del Figlio o dello Spirito Santo. Dice l'apostolo Paolo: "L'amore di Dio è diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rom. 5, 5); e da qui comprendiamo che l'amore è lo Spirito Santo. E' esso, infatti, quello Spirito Santo che i cattivi non possono ricevere; è esso la fonte di cui la Scrittura dice: "Abbi una sorgente d'acqua in tua esclusiva proprietà e nessun estraneo la usi con te" (Prov. 5, 16-17). Tutti quelli che non amano Dio sono estranei, anticristi. E anche se entrano nelle basiliche, non possono annoverarsi tra i figli di Dio; non appartiene loro questa fonte di vita. Anche il malvagio può avere il battesimo; può avere anche il dono della profezia. Sappiamo che il re Saul aveva il dono della profezia; egli perseguitava il santo David e tuttavia fu ripieno dello spirito di profezia e incominciò a profetare. Anche il malvagio può ricevere il sacramento del corpo e del sangue del Signore: di costoro infatti è detto: "Chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna" (1 Cor. 11, 29). Anche il malvagio può portare il nome di Cristo, dirsi cioè cristiano ed essere malvagio; di costoro è detto: "Disonoravano il nome del loro Dio" (Ez. 36, 20). Anche il malvagio dunque può avere parte in tutti questi sacramenti; ma avere la carità, ed essere malvagio, questo non è possibile. E' questo il "dono proprio", questa la "fonte riservata". Lo Spirito di Dio vi esorta a bere di questa fonte; lo Spirito di Dio vi esorta a bere di se stesso.
Sant'Agostino d'Ippona Nato in una cittadina dell'Africa romana (nell'attuale Algeria), da padre pagano e madre cristiana, Agostino visse nel periodo in cui il cristianesimo, da religione lecita, si avviava a diventare religione ufficiale. Docente di retorica prima a Tageste e poi a Cartagine, entrò in contatto con la religione manichea, a cui aderì diversi anni. Visse poi a Roma e a Milano, dove ottenne la cattedra municipale di retorica. Fu durante il soggiorno milanese che Agostino abbandonò la filosofia pagana - ispirata da manicheismo, scetticismo filosofico e pensiero neoplatonico - per aderire al cristianesimo. In questo senso, fondamentale fu l'incontro col vescovo di Milano, Ambrogio, e la lettura dei testi platonici e dei testi paolini. Nel 387 ricevette il battesimo da Ambrogio. In questo periodo ebbe inizio la sua attività filosofica e teologica, che continuò, dopo l'ordinazione sacerdotale, soprattutto attraverso la stesura di opere destinate a combattere le eresie. A tali opere si dedicò con particolare vigore dopo la sua nomina a vescovo di Ippona, città, (nell'attuale Algeria) dove visse fino alla morte. Esponente principale della patristica, Agostino rappresenta il momento filosoficamente più alto del processo di costruzione del complesso edificio dottrinale della Chiesa cattolica. Egli ha segnato il corso della riflessione dell'Occidente attraverso la sua concezione dei rapporti tra fede e ragione espressa dalle due massime "crede ut intellegas" (credi per comprendere) e "intellige ut credas" (comprendi per credere). La Scrittura e la Rivelazione possono, infatti, dare indicazioni e norme relative alla fede, ma non la "comprensione" razionale della fede. Le verità dello spirito possono venire colte solo nella dimensione dell'anima e della sua capacità di credere, ma solo il lavoro dell'intelletto può far passare la fede dal piano della rappresentazioni povere a quello del pieno coglimento della verità. Per Agostino, quindi, fede e ragione non sono in conflitto, in quanto entrambe sono guidate dal bisogno dell'anima umana di raggiungere la verità. Partendo dal pensiero scettico per poi polemizzare duramente con esso, Agostino fonda proprio sul dubbio l'esperienza della verità: l'uomo, comprendendo la propria limitatezza, è preda del dubbio, ma il dubbio stesso dimostra l'esistenza di un'idea di verità entro ciascuno di noi. Agostino ha così impresso al pensiero filosofico una svolta in direzione dell'interiorità nella ricerca della verità. Posta l'esistenza della verità e affermata la sua coincidenza con Dio (se c'è una verità, c'è la Verità), Agostino invita a coglierla nel profondo di noi stessi come presenza della luce divina ("la verità abita nell'interiorità dell'uomo"). L'uomo in questo modo scopre se stesso come partecipe del logos; la conoscenza della verità è quindi indissolubilmente legata ad un rinnovamento spirituale e alla felicità infinita. Inoltre, individuando una corrispondenza tra la trinità teologica e la trinità dell'anima Agostino mostra come la conoscenza dell'Assoluto sia possibile solo esplorando la propria identità interiore, perché solo quando lo spirito conosce se stesso si "ricorda" di Dio. Per Agostino, quindi, il mistero dell'uomo e di Dio si illuminano a vicenda. La filosofia agostiniana può essere considerata la prima "filosofia della storia" del pensiero occidentale: nella Città di Dio, vera summa del suo pensiero, per confutare gli scrittori pagani che attribuivano al cristianesimo la responsabilità della rovina di Roma, Agostino arriva a delineare una visione teologica della storia analizzando tutta la storia dell'umanità attraverso la fonte biblica e la storiografia profana. Le vicende umane sono rette dalla contrapposizione di due città, la città dell'uomo, ossia la città terrena, governata dal male e dal desiderio di dominio sugli altri e quella di Dio, ossia la città divina, guidata dall'amore di Dio. Il corso delle vicende storiche vede però le due città intrecciate tra loro: in ogni istituzione, come in ogni uomo è presente una parte di entrambe. La loro separazione netta avverrà solo col giudizio universale, quando i giusti saranno separati dai malvagi. In polemica con la visione ciclica del tempo degli antichi, la storia, per Agostino, ha un significato ed è scandita da eventi che ne rappresentano dei momenti cruciali e irripetibili.
Dal trattato
he cosa hai visto nel battistero? L'acqua certamente, ma non essa sola: là c'erano i leviti che servivano e il sommo sacerdote che interrogava e consacrava. Prima di ogni altra cosa l'Apostolo ti ha insegnato che non dobbiamo "fissare lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili" (2 Cor 4, 18). E altrove tu leggi che "dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" (Rm 1, 20) é riconosciuta attraverso le sue opere. Per questo il Signore stesso dice: "Anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere" (Gv 10, 38). Credi dunque che là vi é la presenza della divinità. Crederesti, infatti, alla sua azione e non crederesti alla sua presenza? Come potrebbe seguirne l'azione, se prima non precedesse la presenza? Considera, del resto, come questo mistero é antico e prefigurato fin dall'origine stessa del mondo. In principio, quando Dio fece il cielo e la terra "lo Spirito", dice il testo, "aleggiava sulle acque" (Gn 1, 2). Forse non agiva quello che aleggiava? Riconosci che era in azione quando si costruiva il mondo, mentre il profeta ti dice: "Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera" (Sal 32, 6). Sulla testimonianza profetica sono appoggiate ambedue le cose: che aleggiava e che operava. Che aleggiasse lo dice Mosé, che operasse lo attesta Davide. Ecco un'altra testimonianza. Ogni uomo era corrotto a causa dei suoi peccati. E soggiunge: "Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli é carne" (Gn 6, 3). Con ciò Dio dimostra che con l'immondezza della carne e con la macchia di una colpa assai grave la grazia spirituale si allontana. Così Dio, volendo ristabilire quello che aveva dato, fece venire il diluvio e ingiunse a Noé, giusto, di salire nell'arca. Cessando il diluvio prima mandò fuori il corvo, in un secondo tempo fece uscire la colomba, la quale, a quanto si legge, ritornò con un ramo d'olivo. Tu vedi l'acqua, tu vedi l'arca, tu osservi la colomba, e dubiti del mistero? L'acqua é quella nella quale viene immersa la carne perché sia lavato ogni suo peccato. In essa é sepolta ogni vergogna. Il legno é quello al quale fu affisso il Signore Gesù quando pativa per noi. La colomba é quella nella cui figura discese lo Spirito Santo, come hai imparato nel Nuovo Testamento: lo Spirito Santo che ti ispira pace nell'anima e tranquillità alla mente. (Nn. 8-11; SC 25 bis, 158-160)
S. Ambrogio, Vescovo Ambrogio non era nato a Milano, ma a Treviri, nella Gallia, verso 339. Era figlio di un funzionario romano in servizio oltralpe quale prefetto del pretorio per le Gallie, e dopo la morte del padre Ambrogio con la madre e i fratelli Marcellina e Satiro, rientrò a Roma. Marcellina si consacrò a Dio prendendo il velo delle vergini; Satiro, che per un certo tempo ricoperse un'alta carica statale, morì nel 378. Amnbrogio studiò diritto e retorica, e iniziò la sua carriera giuridica a Sirmio. Divenne amministratore della Liguria e dell'Emilia, con sede a Milano, dove si trovava nel 374 quando il vescovo Aussenzio, ariano, morì e scoppiarono in città tumulti tra cattolici e ariani per la nomina del successore. Per evitare ulteriori disordini, in qualità di governatore, egli radunò i fedeli, parlando con senno e fermezza. Proprio in seguito a questi discorsi dall’assemblea si alzò un grido: ‘’Ambrogio Vescovo!’’. Ambrogio sorpreso e anche spaventato, proclamò di non essere neppure battezzato, che era solo un catecumeno e la sua indegnità; si professò peccatore, tentò perfino di fuggire. Tutto fu inutile. Ricevette così il Battesimo, e otto giorni dopo, la consacrazione episcopale il 7 dicembre di quell’anno. Scrupolosissimo nell’adempimento del suo ufficio, si diede perciò alla lettura dei Libri sacri e allo studio i Padri della Chiesa e i Dottori, sotto la direzione di Simpliciano, che diventerà poi suo successore. Distribuì tra i poveri il suo non indifferente patrimonio, ed improntò la sua vita ad una rigorosa ascesi, esercitando la carità verso tutti come grande pastore e dottore del suo popolo. Lottò strenuamente ed inflessibilmente per il riconoscimento esclusivo della Chiesa di fronte al paganesimo, all'arianesimo e alle altre eresie; come anche per la sua libertà e autonomia rispetto al potere politico, sostenne infatti strenuamente dinanzi all’Imperatore non solo i diritti della Chiesa, ma l’autorità dei suoi pastori, e difese con gli scritti e con l'azione la dottrina della vera fede contro gli Ariani. Morì il sabato santo 4 aprile del 397.
Sermone 73,4
nche quando la sera chiude la giornata, dobbiamo dar lode a Dio col salterio e cantare la sua gloria con dolci melodie, per meritare il riposo come vincitori al termine del certame dei nostri lavori, e l’oblio del sonno sia il premio della nostra fatica.
Non vediamo forse gli uccellini che, quando l’aurora porta la luce al giorno, nelle stanzette dei loro nidi cantano svariate melodie? E lo fanno con diligenza prima di uscire, per lodare con dolcezza di suoni il loro creatore, non potendolo lodare con parole: ciascuno di loro, non potendo far discorsi, rende il suo omaggio con melodie, sì che par ringrazi più devotamente chi più dolcemente canta.
Lo stesso fanno al termine del giorno. Che è dunque questo coro di gorgheggi disposto con inesausta diligenza in certe ore del giorno, che è se non una illimitata azione di grazie? L’innocente uccellino non potendo parlare, accarezza con la soavità del canto il suo pastore.
Massimo di Torino
San Massimo (venerato nell'Occidente cristiano come Padre della Chiesa) è il primo vescovo di Torino di cui si conosca il nome. Le notizie sulla sua vita sono scarse e incerte. Una fonte storica primaria è il Catalogo degli uomini illustri del presbitero Gennadio, che menziona che Massimo morì (moruit) attorno al 423. Altre fonti menzionano la presenza di un "Maximus episcopus Taurinensis", firmatario a due concili locali (a Milano nel 451 e a Roma nel 465). Alcuni storici hanno dedotto l'esistenza di due vescovi di Torino dallo stesso nome. Altri tendono a vedere un errore nella testimonianza di Gennadio, e ritengono di leggere nel testo originale che Massimo fiorì (floruit) attorno al 423. Accettando le parole di Gennadio e la datazione anteriore, si può supporre che Massimo (o in ogni caso il primo vescovo con questo nome) abbia convocato il Concilio di Torino nell'anno 398. A San Massimo è attribuita una notevole produzione letteraria di omelie (la prima edizione critica fu stesa a Roma nel 1784): alcune di queste omelie sono di dubbia attribuzione, ma si considera come sicuramente suo più di un centinaio di omelie e sermoni. Questi scritti sono di stile efficace e avvincente, e di grande interesse dal punto di vista storico (per il quadro di vita dell'Italia settentrionale nel sec. V) e teologico (per gli spunti dottrinali di ecclesiologia, cristologia, venerazione di santi e reliquie, prassi battesimale e così via). Le omelie rivelano la profonda dedizione di questo pastore per il bene del suo popolo. Il culto di San Massimo è sempre stato vivo a Torino (anche se non sempre con alta intensità), e la sua memoria è legata alle più antiche chiese e luoghi di culto della città. Secondo la tradizione locale le sue reliquie furono nascoste, per sottrarle alle invasioni barbariche (o forse per proteggerle dagli iconoclasti, attivi a Torino agli inizi del IX secolo); alcuni piccoli frammenti di reliquie a lui attribuite sono stati scoperti nel XVII secolo. La festa di San Massimo è il 25 Giugno (7 Luglio del calendario civile), giorno successivo alla Natività di San Giovanni Battista, per cui San Massimo aveva una particolare venerazione, e che elesse santo patrono di Torino.
mentre cenavano, prendendo in mano il pane, lo spezzò. Per quale motivo ha celebrato questo mistero precisamente nel tempo della Pasqua? Affinché tu scopra in ogni luogo che Lui era il Legislatore dell’Antico Testamento, e che quanto è in esso contenuto è stato scritto per raffigurare questa realtà. Ed è per questo motivo che Egli ha collocato la verità al posto della figura. La sera, per suo conto, significava la pienezza dei tempi, e che gli avvenimenti erano vicini ormai al loro termine. Egli, inoltre, rende grazie, insegnandoci così come si deve celebrare questo mistero, dimostrandoci che Egli non cammina verso la Passione involontariamente, insegnandoci a portar avanti con gratitudine tutte le nostre sofferenze e proponendoci tante buone speranze. Poiché se la figura è stata un frutto di libertà da una cosí grande schiavitú, quanto piú lo sarà la verità che darà libertà a tutta la terra e verrà data per il bene della nostra natura! Ed è per questo motivo che Egli non ci ha donato il mistero fino a questo momento, ma soltanto quando le istituzioni legali dovevano cessare. Egli distrugge infine la principale di tutte le sue feste, trasportando [i suoi] ad un’altra mensa terribile, ed esclama: Prendete, mangiate: questo è il mio corpo, il quale viene spezzato per molti (1Cor 11,24). E come mai, all’udire questo, non ne furono turbati? Perché già in anticipo Egli aveva loro predetto su tale argomento molte e grandi cose. Per cui non le ribadisce ora, perché essi avevano già inteso parlare abbastanza sull’argomento, ma riporta la causa della sua passione, che era la remissione dei peccati. Egli chiama poi il suo sangue del Nuovo Testamento, vale a dire, della promessa, dell’annuncio della nuova legge. Infatti, ciò era stato promesso dai tempi antichi e viene confermato dal Testamento della legge nuova. E così come l’Antico Testamento usava pecore e vitelli, il Nuovo ha il sangue del Signore. Per questo stesso motivo fa capire che va verso la morte: per questo fa menzione di Testamento; e fa menzione dell’Antico, perché anch’esso si era iniziato col sangue. E ancora una volta accenna alla causa della sua morte. Il quale [il sangue] sarà effuso per molti per la remissione dei peccati; ed aggiunge: Fate questo in memoria di me. Vedete come si sta distaccando ed allontanando dalle usanze giudaiche? Così come quello anteriore - dice ad essi - lo facevate in memoria delle meraviglie di Egitto, ora fate questo in memoria di me. Quel sangue era stato effuso a salvezza dei primogeniti: questo invece in perdono dei peccati di tutto il mondo. Perché questo è il mio sangue - egli dice - che sarà versato in remissione dei peccati. E parlava in questo modo, dichiarando così che la passione e la croce sono un mistero, ed esortando in tale maniera allo stesso tempo i discepoli. E cosí come Mosè ha detto: Questo [sia] per voi ricordo sempiterno (Es 3,15), così pure Egli dice: In memoria di me (Lc 22,19) finché io verrò. Per questo motivo dice ancora: Ho desiderato ardentemente di mangiare questo agnello pasquale (Lc 22,15); e cioè, consegnarvi delle cose nuove e donarvi la pasqua, con la quale devo rendervi spirituali.
Di esso [del
sangue] ne bevve anche Lui. Infatti, affinché quelli, nell’udire ciò, non
dicessero: «Come mai? Beviamo sangue e mangiamo carne?» e ne fossero turbati
(poiché in realtà, quando Egli parlò di questo argomento, molti solo all’udire
tali parole, ne furono scandalizzati), Egli - perché non venissero turbati anche
ora - è stato il primo a farlo, invogliandoli tranquillamente alla
partecipazione dei misteri. Per tal motivo bevve Egli stesso il suo proprio
sangue. Ma come? dirai. E bisognerà fare anche quello di prima (quello
dell’antica legge)? Niente affatto. Perché Egli ha detto: Fate questo,
precisamente per allontanarci da quello. Infatti, se questo opera la remissione
dei peccati - come in realtà avviene -, quello è ormai inutile. Cosí, dunque,
come succedeva tra i Giudei, vincola ora al mistero il ricordo del beneficio,
chiudendo in tal modo la bocca agli eretici. Perché quando essi dicono: «Da che
cosa si deduce che Cristo è stato immolato?», oltre ad altre ragioni, chiudiamo
le loro labbra per mezzo dei misteri. Poiché se Cristo non fosse morto, di che
cosa sarebbero simbolo i misteri che noi celebriamo?"
San giovanni Crisostomo Nacque ad Antiochia verso il 350. Dopo la morte della madre, vedova, che lo aveva educato cristianamente, si ritirò per sei anni nel deserto a condurre vita ascetica. Divenuto sacerdote, si dedicò alla predicazione, suscitando conversioni grazie anche al suo fervore e alle capacità oratorie. Eletto vescovo di Costantinopoli, si preoccupò di porre fine allo scisma di Antiochia e intraprese una riforma del clero. Si preoccupò di rafforzare la fede nei fedeli e si occupò dei più bisognosi. Osteggiato dai potenti e dallo stesso clero per la sua integrità e rigore morale, fu esiliato in Armenia. Morì a Comana, nel Ponto, nel 407. Tra i Padri greci è colui che ha lasciato l'eredità più vasta e le sue Omelie sono tutt’oggi attuali e di grande insegnamento.
PRIMA PARTE
Contiene consigli ed esercizi necessari per condurre l’anima dal primo desiderio della vita devota fina alla ferma risoluzione di abbracciarla. Capitolo I
DESCRIZIONE DELLA VERA DEVOZIONE Mia cara Filotea, tu vorresti giungere alla devozione perché sai bene, come cristiana, quanto questa virtù sia accetta a Dio: ma, siccome i piccoli errori commessi all’inizio di qualsiasi impresa, ingigantiscono con il tempo e risultano, alla fine, irreparabili o quasi, è necessario, prima di tutto, che tu sappia che cos’è la virtù della devozione. Di vera ce n’è una sola, ma di false e vane ce ne sono tante; e se non sai distinguere la vera, puoi cadere in errore e perdere tempo correndo dietro a qualche devozione assurda e superstiziosa. Arelio dava a tutti i volti che dipingeva le sembianze e l’espressione delle donne che amava; ognuno si crea la devozione secondo le proprie tendenze e la propria immaginazione. Chi si consacra al digiuno, penserà di essere devoto perché non mangia, mentre ha il cuore pieno di rancore; e mentre non se la sente di bagnare la lingua nel vino e neppure nell’acqua, per amore della sobrietà, non avrà alcuno scrupolo nel tuffarla nel sangue del prossimo con la maldicenza e la calunnia. Un altro penserà di essere devoto perché biascica tutto il giorno una filza interminabile di preghiere; e non darà peso alle parole cattive, arroganti e ingiuriose che la sua lingua rifilerà, per il resto della giornata, a domestici e vicini. Qualche altro metterà mano volentieri al portafoglio per fare l’elemosina ai poveri, ma non riuscirà a cavare un briciolo di dolcezza dal cuore per perdonare i nemici; ci sarà poi l’altro che perdonerà i nemici, ma di pagare i debiti non gli passerà neanche per la testa; ci vorrà il tribunale. Tutta questa brava gente, dall’opinione comune è considerata devota, ma non lo è per niente. Ricordi l’episodio degli sgherri di Saul che cercano Davide? Micol li trae in inganno mettendo nel letto un fantoccio con gli abiti di Davide, e fa loro credere che Davide è ammalato. Così molti si coprono di alcune azioni esteriori, proprie della santa devozione e la gente crede che si tratti di persone veramente devote e spirituali; ma se vai a guardar bene, scopri che sono soltanto fantocci e fantasmi di devozione. La vera e viva devozione, Filotea, esige l’amore di Dio, anzi non è altro che un vero amore di Dio; non un amore genericamente inteso. Infatti l’amore di Dio si chiama grazia in quanto abbellisce l’anima, perché ci rende accetti alla divina Maestà; si chiama carità, in quanto ci dà la forza di agire bene; quando poi è giunto ad un tale livello di perfezione, per cui, non soltanto ci dà la forza di agire bene, ma ci spinge ad operare con cura, spesso e con prontezza, allora si chiama devozione. Gli struzzi non possono volare, le galline svolazzano di rado, goffamente e rasoterra; le aquile, le rondini e i colombi volano spesso, con eleganza e in alto. Similmente i peccatori non riescono a volare verso Dio, ma si spostano esclusivamente sulla terra e per la terra; le persone dabbene, che non possiedono ancora la devozione, volano verso Dio per mezzo delle buone azioni, ma di rado, con lentezza e pesantemente; le persone devote volano in Dio con frequenza, prontezza e salgono in alto. A dirlo in breve, la devozione è una sorta di agilità e vivacità spirituale per mezzo della quale la carità agisce in noi o, se vogliamo, noi agiamo per mezzo suo, con prontezza e affetto. Ora, com’è compito della carità farci praticare tutti i Comandamenti di Dio senza eccezioni e nella loro totalità, spetta alla devozione aggiungervi la prontezza e la diligenza. Ecco perché chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio non può essere giudicato né buono né devoto. Per essere buoni ci vuole la carità e per essere devoti, oltre alla carità, bisogna avere grande vivacità e prontezza nel compiere gli atti. Siccome la devozione si trova in grado di carità eccellente, non soltanto ci rende pronti, attivi e diligenti nell’osservare tutti i Comandamenti di Dio; ma ci spinge inoltre a fare con prontezza e affetto tutte le buone opere che ci sono possibili, anche se non cadono sotto il precetto, ma sono soltanto consigliate o indicate. Come un uomo guarito di recente da una malattia, cammina quel tanto che gli è necessario, piano piano e trascinandosi un po’, così il peccatore, guarito dal suo peccato, cammina quel tanto che Dio gli comanda, trascinandosi adagio adagio fino a che non giunga alla devozione. Allora, da uomo completamente sano, non soltanto cammina, ma corre e salta nella via dei Comandamenti di Dio e, inoltre, prende di corsa i sentieri dei consigli e delle ispirazioni celesti. In conclusione, si può dire che la carità e la devozione differiscono tra loro come il fuoco dalla fiamma; la carità è un fuoco spirituale, che quando brucia con una forte fiamma si chiama devozione: la devozione aggiunge al fuoco della carità solo la fiamma che rende la carità pronta, attiva e diligente, non soltanto nell’osservanza dei Comandamenti di Dio, ma anche nell’esercizio dei consigli e delle ispirazioni del cielo. François - S. FRANCESCO DI SALES nacque nel castello di Thorens, in Savoia (Francia), da una famiglia di antica nobiltà, e morì a Lione il 28 dicembre 1622. Primogenito di Francesco signore di Boisy e di Francesca di Sionnaz, ricevette un'accurata educazione, coronata dagli studi universitari di giurisprudenza a Parigi e a Padova. Ma proprio nel corso della sua frequentazione accademica divennero preminenti i suoi interessi teologici, fino alla scelta della vocazione sacerdotale. Si offerse subito al vescovo di Ginevra per una missione difficile e delicata, nella città eletta da Calvino a modello esemplare del suo esperimento di Riforma. Francesco si fece semplice con i semplici, pronto a discutere di teologia con i protestanti, desideroso di introdurre alla "vita devota" le anime disposte a donarsi totalmente a Cristo, preoccupandosi di rendere la vita spirituale alla portata dei laici. Divenne a sua volta vescovo di Ginevra, ma fu costretto a risiedere nella sua Annecy, nell'impossibilità di raggiungere la sua sede episcopale monopolizzata dai riformati. Nel corso della sua missione di predicatore, conobbe a Digione Giovanna Francesca Frèmiot de Chantal, e dalla devota corrispondenza con la nobil donna doveva scaturire la fondazione dell'Ordine della Visitazione. Francesco, apprezzato direttore di spirito, aveva elaborato una sua via per attrarre le anime a Dio, mediante una benignità e una dolcezza, che giungeva anche all'ascetismo, fidando nelle forze della volontà umana sorretta dalla grazia divina. Dichiarato santo nel 1665, fu proclamato dottore della Chiesa nel 1877 e patrono dei giornalisti cattolici nel 1923.
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