Un pensiero

Raggi

Briciole

Brandelli

Granelli

Miniera

Ritagli

Fractio... nati

Punti saldi

 

Fractio... panis

 

 Chi spezza il pane 
per noi...?

Se l'anima non si libera attraverso la croce, non potrà esser liberata.

È la tremenda operazione chirurgica che il Padre stesso compie sulle carni del figlio pur di salvarlo. Ed è dogma di fede che senza croce "non fit remissio".

È un mistero ma è così. Il dolore purifica l'amore; lo rende vero, autentico, puro; e, in più, elimina ciò che non è amore.

Distacca l'amore dal gusto che come maschera lo falsa; lo rende gratuito.

Quando il diluvio del dolore è passato sull'anima, ciò che resta di vivo può considerarsi autentico. È certo che non resta molto. Sovente è ridotto ad un arbusto esile, esile; ma su di esso la colomba dello spirito può posarsi per portare i suoi doni; è ridotto a un "sì" mormorato tra le lacrime e le angosce, ma ad esso fa eco il "sì" onnipotente di Gesù agonizzante; è ridotto a un bimbo che ha cessato di fare polemiche con Dio e con gli uomini, ma al quale soccorre l'abbraccio del Padre.

In questo stato, l'uomo è capace di amore gratuito; anzi non può più sopportarne d'altro timbro: prova nausea dinanzi al sentimentalismo, ha ribrezzo delle cose amate per calcolo. È entrato finalmente nella logica di Dio, spesso illogica all'uomo di questa terra.

Ecco la logica della più famosa parabola sulla gratuità dell'amore.

Sentiamola:

 

Il Regno dei Cieli infatti è simile a un padre di famiglia il quale uscì di primo mattino per assoldare lavoratori per la sua vigna.

Accordatosi coi lavoratori per un denaro al giorno, li mandò nella sua vigna.

E uscito verso la terza ora, vide altri che stavano in ozio sulla piazza  e disse loro: "Andate anche voi nella mia vigna ed io vi darò ciò che è giusto. E quelli vi andarono.

Uscito ancora verso la sesta e la nona ora, fece altrettanto. Uscito poi verso l'undicesima ora, ne trovò altri che se ne stavano là; e dice loro: "Perché ve ne state qui tutta la giornata in ozio?".

Gli dicono: "Perché nessuno ci ha assoldati".

Dice loro: "Andate anche voi alla vigna".

Fattasi sera, il padrone della vigna dice al fattore: "Chiama i lavoratori e paga loro il salario a cominciare dagli ultimi fino ai primi.

Vennero quelli dell'undicesima ora e presero un danaro ciascuno.

Quando vennero i primi, credettero di prendere di più; ma anch'essi ricevettero un danaro ciascuno. Mentre lo prendevano, mormoravano contro il padre di famiglia, dicendo: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto; e tu li hai trattati come noi che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo".

Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: "Amico, non ti fo torto. Non hai pattuito con me per un denaro?  Prendi quel che ti spetta e vattene. Voglio dare a quest'ultimo come a te.

"O non mi è permesso di fare quel che voglio della mia roba? Non posso fare delle mie cose quello che voglio?

"Oppure il tuo occhio è maligno perché io sono buono?" (Mt 20, 1ss).

Capire questa parabola, per noi che abbiamo "l'occhio maligno", non è facile. Fortunato colui che la capisce qualche giorno prima di morire. Significa che il suo occhio vede ora giusto e quindi può entrare nel regno della gratuità, che è il regno del vero amore.

 

da “Lettere dal deserto” di Fratel Carlo Carretto

 


Passare attraverso il deserto

    Bisogna passare attraverso il deserto e dimorarvi, per ricevere la grazia di Dio; è la che ci si svuota, che si scaccia da noi tutto ciò che non è Dio e che si svuota completamente questa piccola casa della nostra anima per lasciare tutto il posto a Dio solo… Gli ebrei passarono per il deserto; Mosé vi visse prima di ricevere la sua missione; san Paolo, uscito da Damasco, andò a passare tre anni in Arabia; anche san Girolamo e san Giovanni Crisostomo si prepararono nel deserto… E’ indispensabile. E’ un tempo di grazia. E’ un periodo attraverso il quale ogni anima che vuole portare frutti deve necessariamente passare. Le sono necessari questo silenzio, questo raccoglimento, questo oblio di tutto il creato in mezzo ai quali Dio pone in essa il suo regno e forma in essa lo spirito interiore…, la vita intima con Dio…, la conversazione dell’anima con Dio nella fede, nella speranza e nella carità…

Più tardi, l’anima produrrà frutti esattamente nella misura in cui si sarà formato in essa l’uomo interiore.

Charles de Foucauld

 

 

 

Uomo della Parola

 

“…. per essere autentica guida della comunità, vero amministratore dei misteri di Dio, il sacerdote è chiamato ad essere anche uomo della parola di Dio, generoso ed infaticabile evangelizzatore. Oggi se ne vede ancor più l'urgenza di fronte ai compiti immensi della «nuova evangelizzazione».

Dopo tanti anni di ministero della Parola, che specie da Papa mi hanno visto pellegrino in tutti gli angoli del mondo, non posso fare a meno di dedicare ancora qualche considerazione a questa dimensione della vita sacerdotale. Una dimensione esigente, giacché gli uomini di oggi si aspettano dal sacerdote, prima che la parola «annunciata», la parola «vissuta». Il presbitero deve «vivere della Parola». Al tempo stesso, però, egli si sforzerà di essere anche preparato intellettualmente per conoscerla a fondo ed annunciarla efficacemente.

Nella nostra epoca caratterizzata da un alto grado di specializzazione in quasi tutti i settori della vita, la formazione intellettuale è quanto mai importante. Essa rende possibile intraprendere un dialogo intenso e creativo con il pensiero contemporaneo. Gli studi umanistici e filosofici e la conoscenza della teologia sono le strade per giungere a tale formazione intellettuale, che dovrà poi essere approfondita per tutta la vita. Lo studio, per essere autenticamente formativo, ha bisogno di essere costantemente affiancato dalla preghiera, dalla meditazione, dall'implorazione dei doni dello Spirito Santo: la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. San Tommaso d'Aquino spiega in che modo, con i doni dello Spirito Santo, tutto l'organismo spirituale dell'uomo venga sensibilizzato alla luce di Dio, alla luce della conoscenza e anche all'ispirazione dell'amore. La preghiera per i doni dello Spirito Santo mi ha accompagnato fin dalla giovinezza e le sono tuttora fedele”.

Giovanni Paolo II

 

 

 

 

In cammino verso la "preghiera"

 

 

Son venuto nel deserto per pregare, per imparare a pregare.

È stato il grande dono che mi ha fatto il Sahara, dono che vorrei trasmettere a tutti coloro che amo, dono incommensurabile, dono che riassume ogni altro dono, il "sine qua non" della vita, il tesoro sepolto nel campo, la perla preziosa scoperta sul mercato.

La preghiera è il sunto del nostro rapporto con Dio.

Potremmo dire che noi siamo ciò che preghiamo.

Il grado della nostra fede è il grado della nostra preghiera; la forza della nostra speranza è la forza della nostra preghiera; il calore della nostra carità è il calore della nostra preghiera. Né più né meno.

La nostra preghiera ha avuto un principio perché noi abbiamo avuto un principio; ma non avrà fine, e ci accompagnerà nell'eterno, e sarà il respiro della nostra contemplazione estatica di Dio, e il canto della nostra felicità eterna, quando saremo "saziati al torrente delle delizie di Dio" (Sal 35.

La storia della nostra vita terreno-celeste sarà la storia della nostra preghiera. È, quindi, e innanzi tutto una storia personale.

Come non c'è fiore uguale ad altro fiore, una stella uguale ad un'altra stella, così non c'è uomo uguale ad un altro uomo. Ed essendo la preghiera il rapporto di questo uomo con Dio, tale rapporto è diverso per ciascun uomo. Non c'è quindi una preghiera uguale ad un'altra preghiera.

È una parola che varia sempre, fosse anche ripetuta all'infinito con le stesse sillabe e con lo stesso tono di voce.

Ciò che varia è lo spirito del Signore che l'anima; e questo non si ripete mai, è sempre nuovo.

S. Bernardetta Soubirous, che non sapeva dire se non "Ave Maria"; o il mistico che non può più ripetere se non un monosillabo "Dio", hanno la preghiera più varia e personale che immaginar si possa; perché, sotto il velo di quell'unica parola, passa solo e tutto lo spirito di Gesù che è lo spirito del Padre.

Per capire bene la preghiera, è necessario capire che si parla con Dio.

Ci sono quindi due poli: l'uno piccolo piccolo, debole debole: la mia anima; uno immenso e onnipotente: Dio!

Ma qui sta la prima grandezza e la prima sorpresa: che Lui, così grande, abbia voluto parlare con me, così piccolo; Lui, Creatore, con me creatura.

Non sono stato io che ho voluto la preghiera; è Lui che l'ha voluta. Non sono stato io che l'ho cercato; è stato Lui che mi ha cercato per primo. Vano sarebbe stato il mio cercare Lui se prima di tutti i tempi non fosse stato Lui a cercare me.

La speranza su cui poggia la mia preghiera sta nel fatto che è Lui che vuole la mia preghiera. E se vado all'appuntamento è perché Lui c'è già ad attendermi.

Se Lui fosse rimasto nel suo silenzio e nel suo isolamento, io non avrei potuto rompere il mio. Nessuno s'è mai messo lungamente a parlare con un muro, un albero, una stella. Se l'ha fatto, ha smesso ben presto, non ottenendo risposta.

Con Dio, è tutta la vita che parlo; e non ho che incominciato!

C'è un'altra cosa che va detta parlando della preghiera: non viene dalla terra, ma dal Cielo.

Il grido che mi gonfia il petto e che mi fa esclamare: "Dio, ti amo"; lo sforzo che fa ripetere a Faraggì, il musulmano cieco, quando cammina sulla pista vicino a me: "Com'è grande Iddio!"; il pianto di Davide: "Miserere"; l'esaltazione di Maria: "Magnificat"; la lacrima che spunta sulle ciglia di chi si confessa: "Gesù perdonami"; l'improvviso arrestarsi estatico dello scienziato dinanzi alle meraviglie dell'universo, sono opere dello Spirito Santo.

È lo Spirito del Signore che riempie il mondo e che ci fa gridare: "Padre!"; che immette in noi la corrente della preghiera.

A noi il compito di prestare leste le labbra e riconoscente il cuore al passaggio della corrente divina; e di ripetere, ripetere ciò che lo Spirito di Gesù ci ha suggerito e ci dà forza di dire.

È certo che possiamo resisterGli - come per l'amore -; possiamo dire di no, possiamo disperdere nel pozzo nero della nostra anima la corrente che passa, possiamo chiudere le labbra, possiamo tacere. Ed è ciò che facciamo il più delle volte; perché, se fossimo solleciti al richiamo, saremmo in continua preghiera.

Per essere precisi, dobbiamo aggiungere che c'è anche una preghiera diremo "nostra", cioè nata sulla terra, nel cuore dell'uomo. Ma questa preghiera non è gran cosa: sovente è un po' di pettegolezzo spirituale; un domandare cose che non servono al nostro vero bene e che ci farebbero del male se ci fossero concesse; un riempire la bocca di parole pie per paura della solitudine o del dolore, da cui Gesù ci aveva già tenuto in guardia. "Quando pregate... non fate come i pagani..."(Mt 6, 7).

Se vogliamo un paragone sul valore di questa preghiera (diremo "non ispirata") rispetto all'altra, la vera, quella dettata in noi dallo Spirito del Signore, diremmo che tra le due s'interpone la stessa distanza che passa tra ciò che di Dio ci han detto i filosofi e ciò che di Lui ci han detto la Bibbia e la Chiesa. I Filosofi, dopo prestigiose elucubrazioni e infinite dissenzioni, son riusciti a malapena a mettersi d'accordo sull'esistenza di Dio. La Chiesa ha di Dio una conoscenza personale vivente, calda, appassionata, anche se oscura e racchiusa nel buio della fede.

In ogni caso, di questa preghiera non c'è gusto d'interessarsi: ben la conosciamo. Quante volte ci siamo ritrovati con la bocca piena di essa, lontani dallo Spirito di Dio! Quante volte ci siamo rifugiati in essa proprio per sfuggire allo Spirito di Dio, alla Sua Volontà!

Siamo andati in coro a recitare il breviario, mentre il nostro dovere era d'andare in parlatorio a ricevere qualche povero noioso e puzzolente; abbiamo detto il rosario mentre andavamo ad un appuntamento pericoloso per la nostra anima; abbiamo acceso una candela per diventare ricchi; abbiamo piegato la nostra testa in adorazione mentre il nostro cuore era pieno d'amore impuro.

Questa preghiera non viene dal Cielo, ma dalla terra; e sulla terra rimane, ricca solo della sua inutilità e del suo inganno.

Di essa il Profeta dirà: "Metterò le nubi per fermarla" (Lam 3, 43). Ma credo che non ci sia nemmeno bisogno delle nubi, perché essa non si alza di un palmo, al di sopra della nostra cieca cocciutaggine.

Sì, cieca cocciutaggine che può durare anni, decenni; che crea in noi un'ambiguità farisaica, che ci vede all'altare di giorno e con l'amante di notte, ricchi di danaro e col rosario in mano, ripiegati sul nostro egoismo e con la mente piena di belle idee per riformare la Chiesa.

Non ci son lacrime a sufficienza per piangere questi nostri misfatti, questa nostra falsa testimonianza a Gesù, Verità e Amore, questo velare la potenza folgorante del Vangelo sotto la cortina fumosa d'una religiosità che non cerca e non compie la volontà di Dio.

Perché qui sta il punto: la vera preghiera comincia quando si cerca la volontà di Dio.

In fondo, le cose sono semplici, estremamente semplici: basta ascoltare ciò che ci ha detto Gesù, basta prendere il Vangelo e mettere in pratica ciò che Egli ci ha detto.

Insomma, si tratta di volontà, non di parole.

L'ispirazione divina cerca in noi la buona volontà. Lo spirito di Gesù si posa là dove la volontà lo desidera, perché è l'Amore; e per fare l'amore bisogna essere in due.

Quando io mi chino al suo Amore, Egli non tarda a venire; anzi, è già venuto, perché mi ama ben di più di quanto io, povera creatura, possa amare Lui.

E l'amore si dimostra a fatti, come per il figliuol prodigo: l'alzarsi è un fatto, l'abbandonare i porci è un fatto.

Bisogna che l'anima dica seriamente: "Ora torno al Padre" (Lc 15, 18).

 

Fratel Carlo Carretto

 

 

Lettera a un giovane parroco

di Mons. Francesco Lambiasi

 

 

Questa lettera è stata presentata al Convegno degli Uffici Catechistici Diocesani nel giugno 2005 ad Acireale (Catania). È una specie di decalogo per un giovane prete che incomincia la sua avventura di parroco. Riguarda i catechisti solo indirettamente. Ma è un testo ricco di suggestioni e di stimoli per chiunque sia chiamato ad evangelizzare.

 

Carissimo fratello Timoteo,

da circa un mese sei parroco in Santa Maria del terzo Millennio. Come non ricordare la solenne e commovente «presa di possesso»? L’unica pecca che stava per guastare la festa fu proprio quella bruttissima espressione - «presa di possesso» - che il cancelliere vescovile voleva implacabilmente inserire nel verbale da conservare nell’archivio diocesano e in quello parrocchiale. Ti ho letto nel lampo degli occhi che stavi per scattare - per dire con la vostra brutalità giovanile che non ti sentivi affatto un vassallo in atto di prendere possesso del suo ambito feudo. Intervenni io, un po’ a gamba tesa, e spiegai alla tanta gente in festa che tu, la parrocchia, non l’avresti mai e poi mai vista come un «tuo» possesso, ma solo come un dono immeritato e preziosissimo, e a quel punto mi permisi un’autocitazione, presa dalla mia seconda lettera ai cristiani di Corinto: «Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia».

 

Mi telefonasti la sera dopo, e mi dicesti: «Che bella parrocchia! E c’è anche la luna!». Da allora non ti ho più visto né sentito, ma dato che siamo al primo... «trigesimo» di quel felice inizio, ho pensato bene di scriverti questa breve lettera, perché vorrei che la tua gioia di essere parroco crescesse di giorno in giorno.


Sì, lo so: questo miracolo della beatitudine è purtroppo un po’ raro tra noi pastori, ma non è improbabile e niente affatto impossibile. Ed è proprio di questo che vorrei parlarti. Stai sereno, non ti rifilo un trattato di ascetica e mistica sulla carità pastorale. Ti vorrei parlare solo di una condizione assolutamente irrinunciabile - sine qua non, si diceva ai miei tempi - perché il miracolo si avveri. Sarai un parroco felice nella misura in cui sarai un vero missionario. Non si scappa: o missionari o... dimissionari.

È una conversione profonda, che bisogna rinnovare ogni giorno. Ogni mattina, prima di mettere i piedi fuori dal letto, beato te se dirai: «Grazie, Signore, per avermi creato, fatto cristiano, e parroco-missionario». Scrivi sullo specchio in sagrestia, o almeno in quello del bagno: «Non sono un professionista del sacro, né un insegnante della fede: sono un annunciatore del vangelo». Quando ero a Corinto io avevo scritto sulla porta della stanzetta nella casa di Aquila e Priscilla: «Non sono stato mandato qui a battezzare, ma ad evangelizzare».

Ricordi la grammatica di base del missionario, che ti ho insegnato quando prima di essere tuo vescovo, ti ho fatto da rettore in seminario? È una grammatica costruita su un quadrilatero di certezze che devono rimanere solide più delle fondamenta della tua splendida chiesetta romanica:

• La parola di Dio è come l’acqua e la neve, se cade...


•   La Parola non è lontana, ma molto vicina al cuore, anzi è dentro. Basta trovare il modo per far scattare il contatto...

 

• «Come agnelli tra i lupi»: non è per farci sbranare, ma per far accogliere il messaggio: quanto più siamo deboli umanamente...

 

• A noi tocca il compito di annunciare. È il Signore che vigila sulla sua parola perché si realizzi....

 

Stai attento, Timoteo: devi essere severo nel vigilare che questo spirito missionario del vangelo non venga aggredito da virus micidiali, quali l’io-latria del prete che pensa: «Come me non c’è nessuno: prima di me e dopo di me, non ci sarà nessuno uguale a me!». Perciò niente cose alla «W il parroco!». Un altro virus che fa strage in casa nostra è quello dello stress da pastorale: correre, competere, confliggere e alla fine... l’eterno riposo! Ma non c’è da scherzare neanche con la Depressio Clericalis (si chiama così anche quando infetta i laici): la si vede come un messaggio scritto sulla maglietta in quei «nostri» che vanno in giro con l’aria fritta di chi sembra dire: «Fateme ’na flebo». Ti ripeto: devi essere severo. E se lo sarai con te, potrai vigilare anche sullo spirito missionario dei «vicini». Per esempio i gruppi - dal coro a quello liturgico, a quello catechistico e caritativo, dall’azione cattolica ai carismatici - non devono essere luoghi di potere o gradini per emergere (è un pericolo sempre in agguato), ma sviluppare il servizio al vangelo. Allora la tua - la vostra - parrocchia non sarà una scuola in cui si spiega il cristianesimo o, peggio ancora, un ufficio di controllo della fede dei parrocchiani, ma riuscirete a far circolare la parola di Dio per le strade, in modo che la gente la incontri.

 

E con gli altri? Quelli che si servono della parrocchia per continuare abitudini e consuetudini sociali; quelli che la ignorano: cosa puoi esigere se non hanno le motivazioni? Allora ringrazia Dio tutte le volte che capitano a messa. Tutte le volte che ti portano i figli al catechismo. Tutte le volte che ti chiedono i sacramenti, per sé o per i figli, o il funerale per il caro estinto. Tutte le volte che ti chiedono la messa per i defunti. Anche se per le loro motivazioni non proprio di fede. Tutte le volte! Non è una disgrazia. È un dono di Dio che vengano, quando saresti tu che dovresti andare a cercarli.
Accogliendoli così come sono, non farai finta che abbiano le tue motivazioni. Quindi non li rimproveri e non li ricatti, non imponi loro dei compiti come se avessero le tue motivazioni, non parli loro e non fai prediche come se avessero la fede. Ti comporti da missionario: entri nella loro situazione, cerchi di capire le loro domande e i loro interessi, parli la loro lingua, proponi con libertà e  chiarezza il messaggio, non imponi loro dei fardelli che nemmeno tu riesci a portare.


Per finire, permettimi di ricordarti alcune regole che ti potranno servire per misurare il tuo spirito missionario.

1. Non maledire i tempi correnti: sta per finire il cristianesimo dell’abitudine e sta rinascendo il cristianesimo per scelta, per innamoramento.

2. Non anteporre nulla all’annuncio di Gesù Cristo, morto e risorto. Afferra ogni situazione, ogni problema, ogni interesse e riportalo lì, al centro di tutta la fede.
3. Annuncia il cristianesimo delle beatitudini e non vergognarti mai del vangelo della croce: Cristo non toglie nulla e dà tutto!

4. Il vangelo è da proporre, non da imporre. Non imporlo mai a nessuno, neanche ai bambini, soprattutto ai bambini: gli resterebbe un ricordo negativo per tutta la vita.

5. Non amareggiarti per l’indifferenza dei «lontani» e non invocare mai il fuoco dal cielo perché li consumi, ma fa’ festa anche per uno solo di loro che si converte.
6. Ricorda: il kerygma non è come un chewing-gum che più si mastica e più perde sapore. Il messaggio cristiano non è da ripetere, è da reinterpretare nella mentalità e nella lingua della gente.

7. Sogna una parrocchia che sia segno e luogo di salvezza, non club di perfetti.
8. Non credere di comunicare il vangelo da solo! Almeno in 2, meglio in 12, molto meglio in 72! Creare un gruppo di parrocchiani veri per evangelizzare i presunti tali.

9. Ricordati che i laici non vanno usati come ausiliari utili, ma vanno aiutati a diventare collaboratori corresponsabili.

10. Non ridurti mai a vigile del traffico intraparrocchiale: tu non sei il coordinatore delle attività o il superanimatore di gruppi, ma sei una vera guida, sei il primo evangelizzatore.

Ti auguro di credere nella presenza forte e dolce dello Spirito Santo e ti raccomando di ravvivare il dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani.
Caro Timoteo, ti ripeto quanto ti scrissi nella mia prima Lettera: custodisci con cura tutto quanto ti è stato affidato. Evita le chiacchiere contrarie alla fede.
La grazia sia con te e con tutti i fedeli della tua comunità, anche con quelli che ancora non sei riuscito mai ad incontrare!

Paolo

 

 

 

L'umiltà apre la via 
alla santità

  

Nessuno diventa santo se non è umile.

Dall’inverno alla primavera. L’anno ti fa meditare sulla vita e sulla morte. Si nasce bianchi come la neve, e sotto la neve diventiamo polvere.

L’uomo appare al mondo con la veste bianca, spunta sulla terra come una gialla primula, ed ogni giorno è invidiato per la sua bellezza e tenerezza, fiorellino di prato tra l’erba verde.

Cresce il suo stelo, e gli uccelli lo guardano come si guarda un amico, e attendono le briciole del suo pane, guadagnato col sudore della sua fronte.

La primula muore nel tempo che cammina ed appaiono sullo stelo di una rosa le sue spine.

I suoi boccioli attirano lo sguardo della colomba e, al canto dell’usignolo, essa muove i suoi petali come un segno di amicizia: è la giovinezza che s’avanza come un bocciolo in fiore. Ancora tenere sono le sue foglie e sfumati i suoi colori, il suo profumo attira lo sguardo di Dio su di lei.

Essa è ormai pronta alla maturazione. I suoi germogli destano sorpresa e fanno rimanere in attesa di quel che sarà e che farà, mentre la sua primavera, tra le braccia beate del Creatore, è rimasta per essa solo un ricordo.

L’estate è in arrivo con i suoi frutti, con le sue vie di intrapresa, con le sue conquiste, con le sue gioie e le sue sorprese: quei malanni che attaccano anche il corpo più forte al vento e alla grandine.

Arriva poi l’autunno, la stagione dei ripensamenti: i fiori cadono, cadono le foglie… la natura diventa arida, secca.

C’è da meditare sull’anno che muore e che non torna più, su quando le povere spoglie mortali, sotto la neve, ritorneranno bianche come il primo giorno della loro vita.

Il peccato le ha sporcate, le ha rese indegne del Creatore, ma i movimenti della natura le hanno purificate con quel che era, che è e che sarà nei disegni di Dio.

Camminiamo insieme verso la primavera felice e serena, senza odio e vendette, senza tristezza e preoccupazioni, placidi e tranquilli nelle braccia del Signore.

Egli è l’Autore della grazia e la grazia è la vita della pace. Pace interiore è espressione della bontà, della carità, della generosità.

L’uomo egoista che ama solo se stesso non possiede la serenità di spirito, invece l’uomo che ama i suoi fratelli e dona ogni giorno per essi il frutto del suo lavoro è l’uomo pacifico, più ricco dei ricchi. Il suo riposo è un vero riposo.

Dobbiamo vivere in grazia di Dio e crescere nello stato di grazia.

Preghiamo il Signore che ci aiuti a scacciare il serpente che rode il superbo e l’orgoglioso, perché nostro fratello, ed anch’egli ha bisogno di conversione e di pace.

La superbia è la radice di ogni peccato.

Cerchiamo di vivere nell’umiltà tutti i giorni della nostra vita; così facendo vivremo anche il giorno della nostra morte.

L’abitudine porta a continuare la via intrapresa. Se questa porta al bene, senza fatica ricostruiremo un avvenire pieno di felicità.

Fratello, ricordati «che sei polvere ed in polvere ritornerai» (dalla Liturgia), con tutti i tuoi progetti buoni o cattivi.

Non farti sangue marcio, ma alimentati con il Corpo e con il Sangue di Cristo, in modo da purificarlo ogni giorno col tuo spirito di abbandono e di carità.

A chi ti tende la mano dona il tuo cuore, la tua parola buona, il tuo aiuto, la tua carità, il tuo consiglio, e fidati di Dio, poiché chi si è fidato di Lui non è mai rimasto deluso.

Lavora con Lui alla scuola dei Santi, e non lavorare con satana alla scuola dei demoni, poiché lo spirito della luce è più potente di quello delle tenebre.

Nella luce si opera il bene, mentre nelle tenebre si soffoca anche quello che si è operato.

Ecco sull’altura una chiesetta solitaria, che sembra dirti: «Vieni a trovarmi… qui c’è il Re dei re, il Padre dei poveri e dei ricchi, il Consigliere eterno, il vero Amore, la Trinitaria Unione.

Qui troverai il pane per sfamarti, la speranza per arrivare dove Lui ti chiama, la carità verso i fratelli e la fede per riconoscerLo Dio e Padrone tuo e di tutte le cose.

Egli è il conforto dei tribolati, la via degli erranti, la salvezza dei naufraghi, il sostegno dei malati, il gaudio della vita».

 

 


 

MAESTRO DI VITA

 

Figlio di Dio e maestro di anime,

tu sei l’eletto, scelto a guidare un gregge per l’eternità.

La tua missione richiede rettitudine di vita, saggezza di costumi, santità di opere buone.

Ricordati, Sacerdote, che non sei tale per ciò che fai,

ma per quello che sei.

Le opere senza la fede sono un nulla per Dio,

perché le opere buone non sono proprietà dell’uomo,

anche se l’uomo è uno strumento per compierle.

Se sei santo riceverai merito al bene che fai;

ma se operi il bene fuori dallo stato di grazia,

quel bene non sarà duraturo.

Dio ti ha creato libero di operare sia il bene che il male,

ma se vuoi possedere la pace del cuore

ed essere erede del Suo regno, devi vivere bene.

Cristo, Uomo-Dio, in tutti i quadri della Sua vita

ci è specchio di perfetta umiltà.

Lui ha accolto dal Padre e ha rivelato ai fratelli

con semplicità di cuore.

Il Vangelo, attraverso le sue espressioni,

ci presenta la Sua maestosa Figura con parole profonde,

ma facili a capirsi.

Cristo non è l’uomo delle chiacchiere, delle parole inutili,

del risentimento, dell’orgoglio, dell’alterigia, della superbia.

Egli ha dimostrato di essere l’amico dei piccoli, dei poveri,

dei peccatori, e sulle orme del Suo cammino

ha lasciato il sorriso di una vita abbandonata

alla Volontà del Padre.

Sacerdote, china il tuo capo e obbedisci volentieri,

senza contestazione

e senza la pretesa di voler fare quel che piace a te.

Dio ti ha chiamato ad esserGli servo fedele.

Non pretendere il posto di padrone,

perché solo a chi sceglierà l’ultimo posto sarà dato il primo.

Nel silenzio delle tue opere ammaestrerai

il popolo che Dio ti ha affidato.

Il popolo legge nella tua vita e studia di imitarti.

Per un Sacerdote il silenzio è una grande virtù di prudenza.

Agire nel rumore può significare

il voler dimostrare che si è qualcuno,

mentre il parlare piano è delle persone equilibrate

che dimostrano di donare ciò che da Dio hanno ricevuto.

Coraggio fratello! Lavora e prega senza agitarti;

tutto il resto lo farà il Signore.

Madre Provvidenza

 


 

Il Sacerdote deve avere carità

 

S acerdote di Dio, prezioso sarai ai tuoi fratelli  se ricco di carità.

La carità porta all’umiltà, all’eroismo, alla gioia.

Il Sacerdote che prega, accetta, si dona, espande tra i fratelli il profumo della sua ricchezza interiore:

la carità.

Il Sacerdote di preghiera è sempre anche il Sacerdote di sacrificio.

Nel sacrificio non c’è contestazione, ma filiale abbandono alla Volontà di Dio,

che sempre si manifesta attraverso la voce del Superiore

che può essere o il Vescovo, o il Responsabile della comunità se sei un Religioso.

Ogni giorno tu sali l’altare e rinnovi la Passione e la Morte di Cristo:

«Questo è il Mio Corpo, questo è il Mio Sangue; fate questo in memoria di Me» (dalla Liturgia).

Ma quale memoria migliore, se non il tuo esempio di vita, come quello di Cristo?

Le parole volano, ma il Sacrificio di Cristo si rinnova per continuare nella tua giornata il sì della croce, che è l’anima dei Santi, la potenza dei Martiri,

lo scudo di salvezza per chi vuol seguire Colui che è la Via, la Verità e la Vita.

Svegliati, Ministro di Cristo,

perché le anime che Dio ha messo nelle tue mani non finiscano in quelle di satana. L’astuzia dei ministri delle tenebre sta dilagando, e solo chi è ben afferrato a Cristo riesce a scoprirla. Quest’arte sa camuffarsi molto bene,

e talvolta si manifesta come opera buona perché tu non ti debba curare di essa.

Apri gli occhi e non dormire, perché se la grazia di Dio non avrà preso pieno possesso di te, anche tu potresti trovarti legato alle catene delle sue malefiche potenze,

e potresti facilmente dimenticarti di essere Ministro di Dio.

Questa astuzia si infiltra negli spiriti deboli, trasportandoli col sentimento

e la fantasia, e intanto il tempo passa e la resa dei conti si avvicina.

Se le anime dei tuoi figli vanno all’inferno perché tu, per mancanza di vita interiore, di spirito di sacrificio, di umiltà, te ne sei curato troppo poco di loro,

come potrai avere la pace del cuore?

È vero, la messe è molta e gli operai sono pochi, ma se quei pochi,

invece di curar la messe cercano un quieto vivere,

preoccupandosi della propria salute, degli interessi materiali

invece di parlar chiaro alle anime, quelle si perdono.

Non è il numero dei Sacerdoti che converte, ma è la qualità,

cioè il grado di santità che uno possiede.

Quando Gesù camminava per le strade tutti Lo seguivano.

Così dicesi anche dei Santi, perché la santità appare sul volto,

e mette in condizione le anime di chieder consigli e guarigioni.

La preghiera del Santo è la preghiera di Cristo in terra e perciò potente.

Noi camminiamo sulle orme di chi ha camminato prima di noi, coi loro fardelli e problemi, ma con l’anima in elevato stato di grazia.

Chiedi perciò al Signore la grazia di diventare Santo,

e le anime a te affidate ti seguiranno come le pecore seguono il Pastore,

senza fatica e senza timore.

 

Madre Provvidenza

 


 

IL SACERDOTE E LA MADONNA

di Jean Galot

 

Madre del Cristo sacerdote

Il posto di Maria nella vita del sacerdote risulta, prima di tutto, dal legame stabilito nel piano divino fra la Vergine di Nazaret e il sacerdozio di Cristo. Dando il suo consenso al messaggio dell'angelo che le proponeva di diventare la madre del Messia, Maria ha cooperato al compimento del mistero dell'incarnazione. Ora, in virtù dell'incarnazione, il Figlio di Dio è diventato sacerdote, totalmente consacrato fin dal primo momento della sua vita umana, per essere totalmente dedicato alla sua missione redentrice. Gesù si è chiamato " Colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo" (Gv 10,36).

Ella non è personalmente impegnata nella via del sacerdozio, che è proprietà di suo Figlio, ma è stata incaricata di cooperare alla venuta di questo sacerdozio nel mondo e, in seguito, di preparare Gesù alla sua missione sacerdotale.

Madre dei sacerdoti

Il ruolo di Maria non si limita alla sua unione con il sacerdozio del Salvatore; esso si estende a tutto lo sviluppo del sacerdozio nella vita della Chiesa. E’ la verità che Gesù stesso ha voluto far capire quando consumava sulla croce il sacrificio della sua missione sacerdotale. Egli si è rivolto a Maria per affidarle il discepolo prediletto:" Donna, ecco tuo figlio! " (Gv 19,26). Con ciò assegnava a sua madre una nuova maternità nei riguardi di tutti coloro che sarebbero diventati suoi discepoli. In modo più speciale, questa nuova maternità doveva esercitarsi nei riguardi dei sacerdoti, perché intenzionalmente Gesù aveva scelto come figlio di Maria un sacerdote, un discepolo che il giorno prima aveva ricevuto la missione di celebrare l'eucaristia.

Inoltre, Gesù chiedeva a questo sacerdote di considerare e trattare Maria come sua propria madre:"Ecco tua madre" (Gv 19,27). Lo invitava ad amare Maria come egli stesso l'aveva amata. E ciò che il discepolo si è affrettato a fare:"Da quell'ora il discepolo la prese nella sua casa" (Gv 19,27).

Riflettendo sulla portata delle parole di Gesù, possiamo cogliere l'intenzione del Maestro di affidare più particolarmente al sacerdote la missione di amare Maria e di farla amare. In virtù della missione sacerdotale che esercita nel nome di Cristo, il sacerdote assume una responsabilità nello sviluppo del culto mariano. Spetta a lui promuovere la devozione a Maria nell'ambiente in cui vive, nella comunità cristiana affidata alle sue cure pastorali.

Missione materna di Maria

La missione materna di Maria è destinata a influire su tutto lo sviluppo del sacerdozio, su tutta la vita spirituale del sacerdote e su tutto il compimento del ministero sacerdotale.

Maria e le vocazioni sacerdotali

Non possiamo trascurare il ruolo di Maria nella nascita e nella maturazione delle vocazioni sacerdotali.

Nelle diocesi in cui la mancanza di vocazioni si fa duramente sentire si può auspicare un ricorso più intenso alla mediazione materna di Maria, perché favorisca la nascita di vocazioni!

Inoltre, per la maturazione delle vocazioni, occorre che i giovani che desiderano rispondere alla chiamata di Cristo abbiano cura di affidare a Maria il tesoro spirituale che hanno ricevuto. Nei seminari, la devozione a Maria deve essere tenuta in grande considerazione, in modo da ottenere la sua protezione per quelle vocazioni che possono essere minacciate. I seminaristi devono essere convinti che il sacerdozio a cui sono destinati non può essere pienamente assunto e vissuto senza la cooperazione di Maria, perché questa cooperazione è stata richiesta per il sacerdozio stesso di Cristo.

Maria e la vita consacrata del sacerdote

Una convinzione analoga deve animare ogni vita sacerdotale. Il sacerdote ha particolarmente bisogno dell'aiuto di Maria per vivere la sua consacrazione totale. Maria è il primo modello di coloro che dedicano a Cristo tutto il loro cuore e tutte le loro forze.

Per il sacerdote, questo dono del cuore si esprime nel celibato. Non possiamo dimenticare che la verginità di Maria ha preceduto il celibato di Cristo. Lo Spirito Santo aveva ispirato alla giovane di Nazareth la volontà di rimanere vergine e di preparare così il primo celibato sacerdotale, quello di Cristo. Quindi, il sacerdote è invitato a rivolgersi alla Vergine per chiedere il suo aiuto nella via del dono totale del cuore a Cristo e al suo regno.

Maria e la preghiera del sacerdote

Il sacerdote chiederà a Maria anche uno stimolo alla sua vita di preghiera. Il fatto, citato negli Atti degli Apostoli (1,13), che la Madre di Gesù era presente nella prima assemblea cristiana, con gli apostoli, e perseverava con loro nella preghiera, porta una luce su tutto il futuro. Maria sostiene nei sacerdoti la perseveranza nella preghiera, così necessaria alla loro vita e alla loro missione sacerdotale.

Maria e l'azione sacerdotale

La relazione del sacerdote con Maria è particolarmente importante per la sua attività apostolica. L'episodio evangelico della visitazione mostra come Maria comunica, alla sua parente Elisabetta, la ricchezza spirituale che le è stata data dall'alto. Più specificamente, pone in evidenza l'azione dello Spirito Santo che riempie di gioia Elisabetta, nel momento in cui Maria entra nella sua casa. Lo Spirito Santo si compiace di agire dove Maria è presente.

Anche il sacerdote deve aver cura di ricorrere a Maria nella sua azione sacerdotale, affinché lo Spirito Santo possa operare più abbondantemente. Lo Spirito, che ha realizzato il mistero dell'incarnazione con il concorso di Maria, continua a richiedere questo concorso per la diffusione della vita di Cristo nel mondo.

Fra le qualità che egli chiederà a Maria nella sua attività sacerdotale, possiamo sottolineare specialmente il dinamismo, la carità misericordiosa, la perseveranza. Colei che si è impegnata a fondo nell'opera di Gesù aiuta il sacerdote a lanciarsi con dinamismo in tutti i compiti pastorali. Colei che ha il cuore misericordioso di una madre desidera comunicare al sacerdote la sua bontà piena di pietà per le debolezze umane. Colei che ha adempiuto integralmente la sua missione sostiene la perseveranza del sacerdote che, talvolta, incontra ostacoli temibili. Maria lo aiuta a superare la tentazione dello scoraggiamento e a conservare la speranza attraverso tutte le prove.

Atteggiamento del sacerdote nei riguardi di Maria

Il sacerdote può ricevere molto dal suo contatto con Maria. Non può nemmeno trascurare la risposta alla parola di Gesù che rimane sempre attuale per lui:"Ecco tua madre". Sull'esempio del discepolo prediletto, egli deve prendere Maria con sé, cioè farle un posto nel suo cuore e nella sua esistenza. Pregandola e offrendole un affetto filiale, egli potrà realizzare maggiormente l'ideale del sacerdozio, essere un sacerdote che assomiglia sempre di più all'unico sommo sacerdote, nato dalla Vergine Maria.

 


 

 Sorridente e buono


 

Chiesi un giorno ad un bambino: 

«Come ti piace il Sacerdote?». 

«Mi piace sorridente e buono".

«Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3).

«…… i loro Angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre Mio che è nei cieli» (Mt 18,10).

Il verbum Dei è il Cristo incarnato, e il verbum Christi è l’innocente per mezzo del quale giunge a ciascuno di noi la parola del Maestro Divino, espressa in modi e similitudini diverse, ma sempre sincera, semplice, leale, profonda, infinita.

Bisogna ritornar bambini per essere come loro, sorridenti e buoni.

Magnifica la risposta: prima sorridente, e poi buono. Non esiste bontà senza sorriso.

Il sorriso è la comunicazione della grazia, è lo specchio della vita, è l’incoraggiamento a ben vivere, a ben soffrire, a ben accettare, a ben morire.

È il pensiero di un’eternità beata, è la certezza di non essere soli, è la comunione, comunicata con il mezzo più spontaneo, più facile, più sicuro, più redditizio.

Sacerdote, sorridi e sarai buono. Se non riesci a sorridere è perché non sei buono, è perché hai ancora molto cammino da fare prima di arrivare alla bontà; è perché sei complicato, agitato, triste, radicalmente scontento, insoddisfatto.

Serietà non significa contrarietà al sorriso. Non è necessario che sia la bocca a sorridere, ma gli occhi di un Sacerdote in grazia non possono non sorridere.

È ad essi che il bimbo guarda, e osserva il modo con cui lo guarda, quasi cercando di scrutare il suo pensiero, il suo modo di agire e di vivere; nei suoi atteggiamenti lo studia, e decide se ascoltarlo o lasciarlo perdere.

La scienza di Cristo arriva all’uomo il più delle volte attraverso i canali della piccolissima via: l’innocenza. Se i bimbi non ti cercano, rifletti: fai un profondo esame di coscienza e convertiti, se vuoi guadagnarti il regno dei cieli.

«Lasciate che i bambini vengano a Me» (Mc 10,14). «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini  in nome Mio, accoglie Me» (Mt 18,5).

Ed ecco un fanciullo cosa dice: «Ho salutato un Prete, s’è girato dall’altra parte e non si è fermato». Continuò il fanciullo: «Va bene che lui è Prete, ma anch’io sono stato battezzato!».

Sacerdote tu sei, e devi essere tale. La dote che hai ricevuto è sacra, e proprio per questo devi accogliere ciò che esce dalla bocca di Dio.

«Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in Me, sarebbe  meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare» (Mt 18,6).

I piccoli si scandalizzano facilmente. Sorridi e camminerai sicuro tra i fiori e le fiere. Anche le fiere si ammansiscono al sorriso di un uomo in grazia.

Gesù parlava ai piccoli, anche se grande Egli era, anche se Maestro era chiamato. I grandi allora chi sono? Sono coloro che sanno farsi piccoli come i piccoli.

 Madre Provvidenza 


 

Sacerdos Alter Christus

Sacerdote,

quale privilegio hai ottenuto dal Signore per essere stato scelto tra i Suoi eletti, innalzato sull’altare quale maestro dei tuoi fratelli.

Perché tutto questo? Perché così dal Padre è stato stabilito, dall’eterno come per Gesù, l’Emmanuele.

Tu sei un altro Cristo per le potenze che ti sono state affidate a beneficio dei fratelli. Tu devi essere, perciò, il continuatore dell’opera del Signore in questo esilio, per continuar ad esserlo nei Cieli col Giudice eterno, Cristo nostro fratello maggiore. Non hai altro che da copiare questo Modello di vita in tutte le sfumature del Suo Amore. Questo è il mio Corpo, questo è il mio Sangue, fate questo in memoria di Me (cfr. Mt 26, 26-27).

Il Divin Sacrificio dev’essere, perciò, non solo il rinnovamento della Passione di Cristo, ma anche una tua quotidiana immolazione in un rinnovamento totale, in una purificazione concreta, in uno spogliamento radicale per poter essere veramente una cosa sola con quel Corpo e quel Sangue che innalzi nelle tue mani e che si umilia fino ad immedesimarsi in te.  

Sacerdote carissimo, la tua prima missione deve essere quella dell'annientamento di te stesso, cambiando le tue debolezze in tante virtù, le stesse del Maestro Divino. Come puoi presentarti col Suo Nome se hai poco o nulla di Lui? Non puoi camuffarti cercando di apparire con belle prediche, forti paroloni, senza il midollo interiore. I paroloni faranno bella figura, ma entreranno da un orecchio e usciranno dall’altro.

Oggi si parla molto della necessità di un buon numero di lauree: la cultura è messa dal Sacerdote al primo posto, invece la santità, da molti, è messa agli ultimi posti. Che sforzo fai, ogni giorno, per migliorare il tuo spirito? Per essere un altro Cristo? Ti soffermi ogni tanto a guardar dentro di te per strappare quella zizzania che rovina il buon grano del tuo spirito?

Ti lamenti perché la gente non ti segue, oppure ti scoraggi perché hai troppo da fare, e sei  contestato nel tuo sforzo giornaliero? È puro il tuo modo di agire? È semplice il tuo rapporto con i fratelli? Cerchi di  occupare il primo posto o ti accontenti anche dell’ultimo? Vai alla ricerca di onori e gloria, stima ed apprezzamento, oppure vai alla ricerca di anime?

Ti agiti quando ti accorgi che combini poco o nulla? Perché, invece, non occupi più tempo nella preghiera e nella direzione spirituale? Non potrai essere un buon maestro, se non saprai essere prima un bravo discepolo. Convinciti che hai bisogno di una Guida per guidare, di un Sacerdote ricco di virtù, di esperienza, più avanti in età, uomo di preghiera e di buon esempio di vita, nelle cui mani ti devi sottomettere all’obbedienza con gioia piena.

Occupati di approfondire la tua vita interiore, i tuoi rapporti con il Cristo che devi rappresentare. Impara a parlare con Lui come parleresti con te stesso, ad ascoltare i Suoi consigli e a sottometterti a chi ti dirige, perché talvolta l’azione del diavolo cerca di intorbidir le acque in un cammino spirituale, e a farti vedere di Dio ciò che è di te stesso o dello spirito delle tenebre.

Non perdere tempo. Se vuoi santificarti cerca di fare anche della tua notte un giorno. Innanzitutto, quando ti svegli, benedici quanti si trovano in agonia, nel peccato grave, o durante un omicidio o un suicidio. Benedici quei Sacerdoti che, tentati dal diavolo, stanno tradendo il Sacramento dell’Ordine per buttarsi nella polvere della corruzione eterna.

Sii forte, fratello carissimo, e non dimenticare che Cristo sull’albero della croce ha donato ai Suoi Apostoli Sua Madre, la Vergine SS.ma. Allarga a Lei le tue braccia nelle notti insonni e stringila al tuo cuore.

Solo Lei ha il potere e il dono di consolarti, di darti quell’affetto che ti manca, soprattutto in certi momenti difficili, quando il diavolo, geloso della tua fortezza, vuol distruggere la serenità e la pace del tuo spirito.

 

 

Nel cammino di ogni giorno non dimenticare il compagno che Dio ti ha messo a fianco il giorno della tua venuta al mondo: l’Angelo Custode. Impara a interrogarlo, ad aprirgli il tuo cuore quando, stanco  per la fatica, non trovi un aiuto, una luce che meglio ti indirizzi il cammino. Così agendo non ti sentirai più solo.

Lavato dal Sacramento della Penitenza il più possibile, camminerai come sospeso tra terra e Cielo, iniziando a conoscere la dolcezza di quel Paradiso che un giorno comincerai ad abitare per tutta l’eternità.

E ricordati che non sei solo. Se la grazia di Dio è dentro di te: Non andar a cercare conforto o affetto fuori dalla giusta via, perché si comincia col poco e si finisce col molto. Quando poi ti trovi legato alle catene, è difficile tornare indietro. L’anima dell’uomo intelligente non si lascia soggiogare dal suo corpo mortale, molto più quella di un Prete.

Che bello esser Sacerdote! Che bello salvare le anime, ma attenzione... perché qualcuno vuol salvarne troppe, ma senza l’ossigeno. Così facendo, rischia di perdere la propria. La via più sicura al Paradiso è l’obbedienza. L’obbedienza è maestra di virtù, è la strada che conserva il cuore sereno e ti assicura di trovarti nella volontà di Dio. La povertà, cioè il distacco dalle vanità e dal sovrappiù di ciò che serve, rende il sacerdote umile strumento nelle mani di Dio. La castità attira su di Lui lo sguardo di compiacenza della Vergine Immacolata, di Cristo suo modello di vita, e del gregge che gli è stato affidato e al quale dedica la sua vita.

Attenzione alle ricerche d’affetto, sia in campo femminile che maschile, alle curiosità, perché questo modo d’agire ha fatto fallire molti Sacerdoti. Se hai un po’ di tempo libero occupalo nell’ordinare la tua casa, come certamente Gesù faceva con Sua Mamma e con S. Giuseppe.

Il Sacerdote deve servire, più che essere servito. L’ordine esteriore è sinonimo dell’ordine interiore. Visita i malati e sii per essi il loro Angelo consolatore. Così pure, se ti è possibile, visita i carcerati, gli anziani bisognosi di conforto e di coraggio. Sii semplice con i pargoli e insegna loro a pregare con spontaneità. Stai lontano dal fuoco, dove la carne ti attira. Pensa all’altare dove sei innalzato vestito di bianco perché chi non ha mani pure e mondo il cuore non può salire il monte del Signore (cfr. Sal 23).

Il peccatore ammonisci con tenerezza, comprensione e speranza, cercando di portarlo al pentimento delle sue colpe, senza voler entrare a conoscere troppo in profondità la sua vita, perché questo metodo ha fatto fallire molti penitenti e tanti preti:«Da quello non vado più a confessarmi, perché ...».

Gesù ha il cuore grande, e sicuramente allarga sempre le braccia dinanzi  ad uno che si pente del suo peccato. Scelse la Maddalena ad annunciare agli Apostoli la Sua Risurrezione. Cristo comprende la debolezza dell’uomo pentito: perché non devi comprenderla tu, peccatore come lui o più di lui? Eppure tanti non si confessano più perché non hanno trovato nel Confessore quell’aiuto che avrebbero trovato dal Signore.

Stai vicino ai giovani, ed incoraggiali a ben vivere, facendo capire che la morte potrebbe arrivare all’improvviso, come un ladro, e bisogna sempre esser preparati.

Convinci gli Sposi che la soddisfazione consiste nel dare alla luce nuove creature per la gloria di Dio e per la felicità della propria famiglia. I genitori che hanno paura di morir di fame per dover mantenere un figlio in più, certamente rimarranno senza Provvidenza quando ne avranno bisogno. Le famiglie numerose, il più delle volte, hanno anche vocazioni religiose che sono la consolazione dei genitori.

Caro Sacerdote, prega perché il buon Dio mandi tante vocazioni al Sacerdozio e alla vita consacrata nella tua comunità parrocchiale o nella tua Congregazione. Se le mette nelle tue mani trattale con molta delicatezza per non essere di ostacolo all’opera di Dio su ciascuna di esse. Quante cose ti vorrei dire! Ma mi sento indegna, anche se il Signore fin dalla mia prima giovinezza mi ha chiamato a pregare e ad immolarmi per la santificazione di tutti i Sacerdoti del mondo, e ha messo nelle mie mani tanti di questi Suoi figli perché fossi per loro, più che una maestra, una madre.

  Madre Provvidenza


 

Il Sacerdote

 

Il Sacerdote è uomo, ma è da più degli Angeli.

E’ figlio di uomini, ma ha il potere di rendere

figli di Dio.

E’ un servo, ma Dio gli obbedisce e davanti a lui

i potenti si inginocchiano.

E’ povero, ma può ricolmare di ricchezze infinite.

E’ debole, ma rende forti con il Pane della vita.

E’ mortale, ma dona l’immortalità.

E’ fratello di tutti e deve restare estraneo a tutti.

Vive solo, senza formarsi una famiglia.

Sorride alla vita che nasce e benedice la morte che viene.

Deve consacrare l’amore e non conoscerlo, perché il

suo cuore è di Dio e, quindi, di tutti i fratelli

e non di una creatura soltanto.

 

Quando confessa, il Sacerdote è chiuso nel buio

di un confessionale – ma quanta luce in quello che dice:

“ Io ti perdono “ … e torna a fiorire la speranza

nel cuore disperato.

 

                                                                                      ( Padre Leonardo Triggiani )

                                                                                        Sacerdote cappuccino

 


Il Prete

 

(anonimo medioevale)

 

 

 

Un prete deve essere contemporaneamente piccolo e grande,

 nobile di spirito come di sangue reale,

semplice e naturale come ceppo di contadino,

una sorgente di santificazione,

un peccatore che Dio ha perdonato,

un servitore per i timidi e i deboli,

che non s'abbassa davanti ai potenti, ma si curva davanti ai poveri, discepolo del suo Signore,

capo del suo gregge,

un mendicante dalle mani largamente aperte,

una madre per confortare i malati,

con la saggezza dell'età e la fiducia d'un bambino,

teso verso l'alto, i piedi a terra,

fatto per la gioia, esperto del soffrire,

lontano da ogni invidia, lungimirante,

che parla con franchezza,

un amico della pace,

un nemico dell'inerzia,

fedele per sempre.

 


 

IL LINGUAGGIO DEI SEGNI

Padre Theodossios Maria della Croce

 

I

l tempo passa, l'Eternità rimane; ecco il permanente prisma attraverso il quale si debbono vedere e filtrare le cose, tutte le cose, tutti i pensieri, tutti i sentimenti, tutti i ricordi, tutte le generosità e tutte le miserie, tutti i momenti di splendore dell'infanzia e tutti i ripiegamenti su se stessa dell'anima colpita. Quel che permane è l'Eternità, eterno è soltanto l'amore.

Paesaggi solinghi, prati e giardini dall'infinita tenerezza, azzurri mari sotto l'azzurro cielo d'estate, fiori delicati offerti piamente da anime delicate, elevatissime montagne e pacifici rivi, finestre aperte su verdi distese, profumi di timo e d'incenso e di cera pura, croci bianche piantate su desertiche colline, lontani rumori della sera nelle piane e fertili campagne, voci amiche vibranti di eterna fedeltà che attraversano l'ora profumata del crepuscolo, infermità e piaghe profonde offerte con dolcezza e senza ribellione, offerte per la libertà e la gioia di anime sconosciute, presenze che popolano tutte le solitudini e solitudini di amore infinito che trascendono ogni presenza, sbagli dall'origine santa, riuscite senza merito che riempiono l'anima di segreta tristezza nelle ore di lode e di ovazione, brividi di solitudine e di vuoto cosmici dinanzi all'immagine dell'infinito universo, mobile e senza amore; brividi e calde lacrime di riconoscenza dinanzi alla piccola discreta vibrazione dell'infinito amore del Creatore, sussurri di dolce saggezza in seno ad amicizie stabilite da Dio nell'eternità, empiono la mia anima quando penso a ciascuno di voi mentre penosamente ci avviciniamo al mistero delle festività di dolore e di resurrezione.

Ormai per milioni di uomini la nostalgia della bellezza e dell'amore eterno non fa parte del "reale". Tutto un linguaggio, linguaggio umano, sensibile, tutte le sfumature e le delicatezze, nel significato delle parole dispaiono nella coscienza e nella sensibilità di milioni e milioni di uomini. Mentre lo scopo della creazione ed il mezzo per raggiungerlo come individui, come popoli e come razze, restano immutabili. Così, ogni anima fedele ed amante è portata, in mezzo ad ogni tribolazione, a percepire e a vivere, per quanto le è possibile e permesso, dietro ogni cosa il Suo segno, il suo linguaggio intimo di creatura creata innocente prima di ogni alterazione, per sentire dietro ogni cosa l'amore eterno di Dio e della Sua creazione in lui.

Sulle foglie degli alberi, trasparenti ed auree di sole, si legge il messaggio del Verbo: la speranza. Si legge un appello, un sogno ed una promessa. Tutta la creazione contiene il segno infinitamente variabile ed assolutamente unico della finalità della creazione. Al fondo dell'orizzonte riluce l'orizzonte interiore. E sull'orizzonte interiore riluce il volto dell'Amore eterno, il volto umano e divino; volto del molteplice Infinito e dell'Uno Infinito, poiché è il volto del Creatore e del Figlio unico del Creatore e dello Spirito tre volte Santo del Creatore.

I più piccoli fiori dei campi, l'intimo degli occhi amici, i pianeti e le galassie, i barlumi della lampada ad olio davanti ad una icona, le tombe dei bambini piccoli e i cimiteri dei secoli, tutte le acque pure e i profumi soavi dei campi e delle foreste, il vento salato dell'oceano contengono un canto segreto, un canto dolce, discreto e infinito, il canto del Signore.

I fiori e gli alberi e le pietre preziose, come gli umili sassi, le acque, le distese e le montagne, ogni cosa è una bella lettera e una parola del linguaggio nascosto della vita eterna. Per questo la Sacra Scrittura e tutti gli scritti sacri dei servitori di Dio sono pieni di paragoni e di riferimenti alla natura. I fiori esprimono una pienezza spirituale che sale dal fondo della creazione iniziale della terra d'origine. Le pietre preziose esprimono la fissità delle virtù conquistate, e ogni elemento contiene qualità immutabili accanto a elementi corrosivi. Ed ecco che San Paolo scrive: "Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da Lui compiute, come la Sua eterna potenza e divinità" (Rom. 1, 20).

L'anima di buona volontà, quando è entrata definitivamente nella via dell'umiltà fondamentale, comincia a essere riconoscente per la più piccola rotella che l'uomo può fabbricare, per la più piccola medicina, per l'acqua dei fiumi e della pioggia, per la lana degli abiti, per la legge del suono che permette lo strumento musicale, per il metallo che permette lo strumento del medico e l'ago calamitato; è riconoscente per le leggi che conosce del mondo naturale, per la percezione dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande, nei rapporti con la natura finita, per i colori, per i fiori, per il firmamento. E' riconoscente perché, grazie all'apertura dell'umiltà fondamentale e della morte, capisce il linguaggio di tutto l'universo visibile e di tutte le leggi della natura, che non parlano d'altro che di questa vita d'ordine e di pace e di amore eterno del Regno.

Per comprendere e penetrare ciò che vuol dire "la bontà delle cose", cioè quello che le cose esprimono e il loro segno, i libri servono a poco quando l'uomo è appesantito sul suo "io"; è necessario che egli sia libero ed è liberato dal suo io quando entra nella gloria dell'amore, quando si interessa ai suoi fratelli, quando si interessa, per esempio, a scrivere una lettera tenera alla mamma che ama; allora l'uomo è libero, è allegro e sorridente.

E' assolutamente impossibile cogliere il mistero di un paesaggio, cogliere il mistero degli animali, il mistero del rapporto degli uomini con gli animali, se ogni giorno non armonizziamo il nostro sapere con la conoscenza intima vissuta, se non siamo continuamente mossi dal desiderio di essere uniti alla Verità eterna.

Le cose esprimono un'immensa bontà, quando manifestano all'uomo il messaggio dell'amore di Dio. E gli esseri umani stessi contengono un grande segreto sacro e possono contenere un'immensa bontà, un amore che è una partecipazione all'amore di Dio.

Quando si comunica con la Creazione, vi è una grande nostalgia perché dietro ogni espressione è consegnata, è celata ovunque, la grande bontà di Dio. Vi è celata anche la morte perché l'uomo non può più comunicare soltanto con la bontà delle cose, e se vuole separarsi egoisticamente dal male della morte, amando se stesso, allora egli si separa in se stesso e abbandona l'opera della Creazione.

E' ciò che vuole il diavolo che odia la Creazione, che odia l'uomo. La forma con cui più si manifesta il peccato e il disordine iniziale è la chiusura alla penetrazione del mistero della Creazione, il chiudersi all'amore delle opere di Dio. Quando la natura non è dominata dall'amore eterno dell'uomo, la bontà delle cose si perde.

Per essere costantemente con Dio, è necessario amarlo pienamente, amare ciò che ha voluto fare: ha voluto salvare il mondo, cioè ha voluto che l'uomo possa comunicare con la bontà delle cose, con la bontà della Creazione, con Lui. Così devo essere pieno di disponibilità per comprendere la bontà delle cose: la bontà della fiamma d'olio, la bontà del colore verde di un campo, la bontà di un sorriso, la bontà di un sopracciglio, la bontà di una pietra, la bontà del calore in una camera quando rientro dopo il freddo, la bontà misteriosa che emana dalla foresta, bontà della terra, delle foglie, delle cortecce; la vibrazione di bontà che emana da un uomo, dal suo spirito, dal suo cuore, dai suoi capelli, dalle sue orecchie, dalle sue ossa.

E come mai ci sono tanti crimini? Assenza d'amore. Tante volgarità? Assenza d'amore. Là dove non c'è amore tutto è sporco, dove c'è l'amore tutto diviene santo, perché qualunque sia l'amore dell'uomo, anche il più ordinario, esso è una partecipazione all'amore di Dio, e Cristo è venuto per santificarlo.

Tutto ciò che è senza amore conduce alla morte, anche se è fatto in nome di Dio. Per questo San Paolo ha detto, e lo ripeterò fino alla fine della mia vita:”Posso possedere tutta la sapienza e conoscere tutte le lingue, posso dare il mio corpo in olocausto, se non ho la carità sono un cembalo squillante”.

Quando siete stati in contatto con la bontà delle cose, quando, cioè, il contatto con il mondo esterno ha elevato la vostra anima e vi ha riempiti di gioia d'amore sacro, eravate liberi, senza problemi; quando ci si appesantisce si entra nelle tenebre.

Non crediate che la bontà consista nel non volere il male. La bontà non è di non volere il male, è un'attività continua, come una luce continua. E quando l'altro, vicino a noi, è debole e appesantito su se stesso o insoddisfatto di sé, o meditativo o un po' cupo, dobbiamo essere luce per dissolvere le sue tenebre.

Credetemi, la conoscenza è un cammino senza fine, è un cammino per conoscere Dio. Si avanza, si avanza.… Ciò che è definito è la via, e la via è unica: amare, volere il bene, avere una pazienza senza fine, non disperare mai.

L'uomo di verità scopre la firma del Creatore impressa nell'intimità di ogni cosa, ed entra nel cammino che conduce fuori dalla storia. Scopre che Cristo è entrato nella storia per liberare l'uomo dalla Grande Illusione. Così, ai piedi della Croce, inizia il cammino della liberazione, in cui l'uomo scopre a poco a poco il linguaggio mistico di tutte le cose visibili. E allora viene il giorno in cui l'universo tace e la storia tace. L'Illusione si dissolve. La falsa immagine dell'universo è rovesciata. E l'anima conosce e vive, perché conosce il reale Eterno, l'Ineffabile.

 

Padre Theodossios Maria della Croce (1909-1989), nato in Grecia, vissuto a Parigi dove svolse una intensa attività nel campo della cultura e dell'arte, in seguito convertito al cattolicesimo e diventato sacerdote, fondò la Fraternità della Santissima Vergine Maria ad Atene e poi a Roma. La sede principale della sua opera si trova a Bagnoregio, patria di San Bonaventura, dove il Fondatore è morto ed è sepolto nella chiesa della SS.ma Annunziata.

 


 
Il sacerdote
(Clemente Rébora)
"Il sacerdote è come vetta pura
Che dà l'altezza al monte dei Cristiani:
Più presso è al ciel, ma in solitudin dura.
"Il sacerdote è come una radice
Che stilla e spreme la linfa nascosta
Perché dia frutto la pianta felice.
"Il sacerdote è come ombra al sole
Che segna e segue il moto della luce,
Luce che è Cristo in opere e parole.
"Il sacerdote è come Cristo a Cena:
Ringrazia Iddio, benedice e porge
La vita eterna; e si addossa ogni pena
"Il sacerdote cosa possa o sia,
Non sa; come ardirebbe far di Dio
Cibo alle anime? Oh Santa Eucaristia!
"Il sacerdote splende nella Messa:
Offrendo al Padre il Figlio del perdono
Con Lui s'immola, e in Lui, dono e promessa".
 
Conservami un cuore

(p. de Grandmaison)
Santa Maria, Madre di Dio,
conservami un cuore di fanciullo,
puro e limpido come sorgente.
Ottienimi un cuore semplice,
che non si ripieghi sulle proprie tristezze;
un cuore generoso nel donarsi,
pieno di tenera compassione;
un cuore fedele e aperto,
che non dimentichi alcun bene,
e non serbi rancore di alcun male.
Creami un cuore dolce e umile,
che ami senza esigere d'essere riamato,
felice di sparire in altri cuori
sacrificandosi davanti al tuo Figlio divino.
Un cuore grande e indomabile,
che nessuna ingratitudine possa chiuderlo
e nessuna indifferenza stancare.
Un cuore tormentato
dalla gloria di Gesù Cristo,
con piaga che non rimargini se non in cielo.

 



CHI AMARE ?

 

di Padre Alberto Hurtado

        

CHI AMARE? Tutti i miei fratelli dell'umanità. Soffrire con i loro fracassi, con le loro miserie, con l'oppressione di cui sono vittime. Rallegrarmi delle loro allegrie. Cominciare per trarre di nuovo al mio spirito tutti quelli che ho trovato nel mio cammino: quelli da cui ho ricevuto la vita, coloro che mi hanno dato la luce e il pane. Quelli con i quali ho condiviso tetto e pane. Coloro che ho conosciuto nel mio rione, nel mio collegio, nell'Università, nel quartiere, nei miei anni di studio, nel mio apostolato… Quelli con cui ho combattuto, quelli cui ho causato dolore, amarezze, danno… Tutti quelli che ho soccorso, aiutato, liberato da qualche problema… quelli che mi hanno contraddetto, mi hanno disprezzato, mi hanno fatto danno. Quelli che ho visto nelle baracche, nelle capanne, sotto i ponti. Tutti quelli di cui ho potuto indovinare la disgrazia, le inquietudini. Tutti quei bambini pallidi, di facce sprofondate… Quei tisici dell'ospedale San Giuseppe, i lebbrosi di Fontilles… Tutti i giovani che ho trovato in un circolo di studi… Quelli che mi hanno insegnato con i libri che hanno scritto, con la parola che mi hanno diretto. Tutti quelli della mia città, di altri paesi, quelli che ho trovato in Europa, in America… Tutti quelli del mondo: sono miei fratelli.

Rinchiuderli nel mio cuore, tutti in una sola volta. Ognuno nel suo posto, perché, naturalmente, vi sono posti differenti nel cuore dell' uomo. Essere pienamente cosciente del mio immenso tesoro, e con una offerta vigorosa e generosa, offrirli a Dio. Fare nel Cristo l'unità dei miei amori. Tutto questo in me come un'offerta, come un dono che scoppia nel petto; un movimento del Cristo nel mio interiore che sveglia e ravviva la mia carità; un movimento dell'umanità, per me, verso il Cristo.


 

Questo è essere sacerdote.

La mia anima giammai si era sentita più ricca, giammai era stata trascinata da un vento così forte, e che partiva dalla parte più profonda di se stessa; giammai aveva riunito in se stessa tanti valori per elevarsi con essi verso il Padre.

 


Spinto dalla giustizia e animato per l'amore.

Combattere, non tanto gli effetti, quanto le sue cause. Che guadagniamo gemendo e lamentandoci? Lottare contro il male corpo a corpo. Meditare e ritornare a meditare il Vangelo del cammino di Gerico (Cfr. Lc 10,30-32). L' agonizzante del cammino è il disgraziato che trovo ogni giorno, ma è pure il proletariato oppresso, il ricco materializzato, l'uomo senza grandezza, il poderoso senza orizzonte, tutta l'umanità del nostro tempo, in tutti i suoi settori.

Prendere in primo luogo la miseria del popolo. È la meno meritata, la più tenace, quella che più opprime, la più fatale. E il popolo non ha nessuno che lo preservi, per toglierlo dal suo stato. …. chi si consacra tutto intero ad intaccare le cause profonde dei suoi mali? Di qui l'inefficacia della filantropia, della sola assistenza, che è un impiastro sulla ferita, ma non il rimedio profondo. La miseria del popolo è del corpo e dell'anima allo stesso tempo.

La prima cosa, amarli:

amare il bene che si trova in loro, la loro semplicità, la loro rudezza, la loro audacia, la loro forza, la loro franchezza, le loro qualità per lottare, le loro qualità umane, la loro allegria, la missione che realizzano davanti alle loro famiglie… amarli fino a non poter sopportare le loro disgrazie… Prevenire le cause dei loro disastri, allontanare dai loro focolari l'alcolismo, la tubercolosi. La mia missione non può esser soltanto consolarli con belle parole e lasciarli nella loro miseria, mentre io pranzo tranquillamente, e mentre nulla mi manca. Il loro dolore deve fami male: la mancanza d'igiene delle loro case, la loro alimentazione deficiente, la mancanza di educazione dei loro figli, la tragedia delle loro figlie: che tutto quello che li impiccolisce, che laceri pure me.

Amarli per farli vivere,

affinché la vita umana si sviluppi in loro, affinché si apra la loro intelligenza e non rimangano arretrati. Che gli errori ancorati nel loro cuore mi tormentino continuamente. Che le bugie o le illusioni con le quali li inebriano, mi tormentino; che i giornali materialisti con cui li illustrano, mi irritino; che i loro pregiudizi mi stimolino a mostrar loro la verità.

E questo non è altro che la traduzione della parola "amore".

Li ho messi nel mio cuore perché vivano come uomini della luce, e la luce non è che il Cristo, vera luce che illumina ogni uomo che viene a questo mondo (Gv 1,9). Tutta la luce della ragione naturale è luce del Cristo; tutta conoscenza, tutta scienza umana.

Cristo è la scienza suprema.

Ma Cristo porta loro un'altra luce, una luce che orienta le loro vite verso l'essenziale, che offre loro una risposta alle loro domande più angustianti. Perché vivere? A che destino furono chiamati? Sappiamo che vi è una grande chiamata di Dio sopra ognuno di loro, per farli felici nella visione di Lui stesso faccia a faccia (1Cor 13,12). Sappiamo che furono chiamati ad ampliare lo sguardo fino a saziarsi dello stesso Dio. E questa chiamata è per ognuno di loro, per i più miserabili, per i più ignoranti, per i più abbandonati, per i più malvagi tra di loro. La luce del Cristo brilla fra le tenebre per tutti loro (Cfr. Gv 1,5). Hanno bisogno di questa luce. Senza questa luce saranno profondamente disgraziati.

Amarli appassionatamente nel Cristo,

affinché la somiglianza divina progredisca in loro, affinché si rettifichi nel loro interiore, affinché abbiano orrore di distruggersi o di diminuire, affinché abbiano rispetto della propria grandezza e della grandezza di ogni creatura umana, affinché rispettino il diritto e la verità, affinché ogni essere spirituale si sviluppi in Dio, affinché trovino nel Cristo la coronazione della loro attività e del loro amore, affinché le sofferenze del Cristo siano loro utili, affinché le loro sofferenze completino le sofferenze del Cristo (Cfr. Col 1,24).

Se li amiamo, sapremo quello che dovremo fare per loro. Risponderanno essi? Sì, in parte.

Dio vuole che soprattutto m'impegni, e nulla si perda di quello che si fa nell'amore.

 

Riflessione personale scritta nel 1947 da Padre Alberto Hurtado Cruchaga

(1901-1952) , Sacerdote Gesuita cileno beatificato nel 1994.

 


Testimonianza

Ci vanno stretti i panni delle pecore. Vorremmo tutti esser pastori. O, almeno, dir loro come fare, ammaestrarli, istruirli, pilotarli. Parliamo della Chiesa, ma accade dappertutto. Se è difficile esser cristiani, lo è due volte esser preti, cioè pastori e guide.
Riconosciamolo: ai laici tocca un mea culpa. Invece di pregare che il padrone della messe mandi operai nel campo, perdiamo tempo a volere il prete ideale. E siccome in nessuno troveremo tutte le virtù, anzi la perfezione assoluta, ecco scatenarsi l'olimpiade pettegola. Arriva un nuovo parroco? È subito gara per scoprirne i difetti, cercarne i limiti, metterne in discussione l'operato. E soprattutto per dettargli i comportamenti. Dirgli noi come fare il parroco, a chi dar retta e a chi no, come fare le omelie e non di rado che cosa dire. Vogliamo essere suggeritori, vicari dello Spirito Santo.
E naturalmente pretendiamo in essi la perfezione che sappiamo impossibile in noi stessi: "Io non ce la faccio, ho i miei limiti, è umano. Ma lui: lui è prete, lui dev'essere perfetto, su misura per i nostri problemi. Dev'essere allegro con chi è nella gioia, addolorato con chi soffre, deve capire, compatire, amare tutti e sempre, senza tentennamenti. Se non è perfetto, che prete è?". Gesù si è accontentato degli Apostoli com'erano. Ma noi no.
Non sarà allora colpa nostra se le vocazioni scarseggiano? Se preti giovani vanno in tilt e non ce la fanno più a tirar la carretta? Se tanti non se la sentono di fare il parroco?
"Un solo gregge e un solo pastore". Già, e le nostre divisioni? Se il parroco è amico di quelli, non è più amico nostro. Se dà ragione a un gruppo, l'altro si ribella. Se sta coi giovani, protestano gli anziani. Invece di sentirlo padre di tutti, siamo tentati di usarlo per i nostri litigi, vogliamo che prenda posizione. Che sia contro qualcosa o qualcuno.
Se il prete non ci piace siamo capaci di cambiar parrocchia, di correre a cercarne uno su misura, che ci dica le cose che vogliamo sentire, la pensi come noi, soddisfi il nostro orgoglio. Quando appena uno sbaglia e se ne va: "Ecco, l'avevo detto". Se avessimo come parroco Pietro il Pescatore in persona, quante gliene diremmo nei consigli e nei gruppetti: troppo focoso, poi troppo debole, poi incerto, ma come si fa? Salvo poi piangere ai funerali. Il prete migliore è il prete morto.
Dimentichiamo Gesù e la sua lezione di catechismo sul buon pastore: lo riconoscerete perché è lì, nel prete che ascoltiamo ogni domenica (abbia o non abbia grandi doti di oratore), in quello che passa la vita con i vecchi della casa di riposo, nell'altro che si fa sessanta chilometri nella notte per venirci a spiegare le Scritture. Non siamo rimasti senza buoni pastori. Il fatto è che non sappiamo, non capiamo. "Pecore matte". Ci siamo montati la testa. I pastori li vogliamo da un lato semidei, dall'altro accomodanti e accomodabili. E cadiamo nelle grinfie dei mercenari.
 
VITA DA PARROCO
Il "parroco" sbaglia sempre...
"beato chi non si scandalizza di me" (Mt 11,6).
Se il parroco ha un volto gioviale è un ingenuo.
Se è pensoso è un eterno insoddisfatto.
Se è bello: "perché non si è sposato?".
Se è brutto: "nessuno l'ha voluto!".
Se va all'osteria è un beone.
Se sta in casa è un asceta sdegnoso.
Se va in "borghese" è un uomo di mondo.
Se veste con la "tonaca" è un conservatore.
Se parla con i ricchi è un capitalista.
Se sta con i poveri è un comunista.
Se è grasso non si lascia mancar niente.
Se è magro è un avaro.
Se cita il Concilio è un prete moderno.
Se parla di catechismo è un "tridentino"!
Se fa una predica lunga più di 10 minuti: è un parolaio.
Se fa una predica corta: non sa cosa dire.
Se alla predica alza la voce, grida e si arrabbia con tutti.
Se parla normale non si capisce niente.
Se possiede una macchina è mondano.
Se non ne possiede non segue il tempo.
Se visita i parrocchiani, gironzola e ficca il naso nelle loro cose.
Se sta in canonica, ama il distacco
e non va mai a visitare i suoi parrocchiani.
Se chiede delle offerte è avido di denaro.
Se non organizza delle feste la parrocchia è morta.
Se trattiene i penitenti a lungo in confessionale
dà scandalo o è interminabile.
Se nel confessionale è svelto non ascolta i penitenti.
Se incomincia puntualmente la Messa il suo orologio è avanti.
Se incomincia un tantino più tardi,
fa perdere il tempo a tutti.
Se fa restaurare la Chiesa fa spreco di denaro.
Se non lo fa lascia andare tutto alla malora.
Se parla con una donna si pensa subito di costruire un romanzo rosa.
Se vuol bene alla gente è perché non la conosce...
Se è giovane è senza esperienza.
Se è vecchio è ora che se ne vada in pensione.
E... se va altrove, in missione o se muore:
chi lo potrà sostituire...?

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