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Squarci di cielo
XXIII DOMENICA T. O.
Sap 9,13-18; Sal 89;Fm 9b-10.12-17; Lc 14, 25-33 III sett. In quel tempo, siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo “.
“…non può essere mio discepolo”
Saldi di fine stagione
Sappiamo bene che ogni cosa ha un prezzo e che questo è proporzionato al valore, all’importanza, alla preziosità, alla rarità, all’impegno, al lavoro e alla genialità che è richiesta per realizzarla. La cultura ha un prezzo, lo sport ne ha uno, l’educazione, l’arte… perfino la vita stessa. La nostra storia è segnata da una gara continua al risparmio e riteniamo scaltri e furbi coloro che sanno mercanteggiare, ossia coloro che ottengono una cosa pagandola di meno. Per questo affolliamo i negozi al tempo dei saldi. Abitualmente, invece, dondoliamo in un tira e molla che snerva il venditore a beneficio dell’acquirente. E chi non è arrossito di fronte all’arte di una mamma al mercato! Anche la vita spirituale ha un prezzo, a volte molto alto, e tutto lo sforzo della vita cristiana non è altro che il costo della propria crescita. L’unica differenza è che in questa il risparmio non è certo segno di guadagno, ma è a proprio danno. Un amore al contagocce è un amore fallito. Gesù offre la sua proposta di vita ad un prezzo sbalorditivo che questa volta rasenta l’assurdo. L’assurdo non sta nella esosità, ma in ciò che chiede: dal seguace esige un prezzo da malfattore. Sono d’accordo sul valore della sua proposta, ma non capisco la richiesta di una valuta contraria. E’ come se chiedesse di non pagare in virtù, ma in cattiveria. Lui che ha sempre predicato la carità, l’amore, ora vuole che sul piatto della bilancia si accumuli l’odio per il padre, la madre, i fratelli e la stessa vita. Mi sembra di essere improvvisamente capitato in una setta o in una banda di briganti dove la prova di ingresso consiste in un gesto di coraggio che calpesta gli affetti più cari e l’amore di sé. Rimango perplesso anche perché noto che ciò é decisamente in contrasto con gli insegnamenti precedenti: onora tuo padre e tua madre… E’ più importante l’espressione di affetto che l’offerta rituale, ama il prossimo come te stesso e addirittura ama i nemici… Stento a credere ad una proposta così scandalosa né posso pensare che, temendo il nostro abile mercanteggiare, abbia lievitato di tanto il prezzo da portarlo allo sballo totale. E difatti, solo continuando a leggere i versetti successivi, scopro la verità che si cela in queste espressioni così forti: la radicalità della sequela. Il vero discepolo si caratterizza non dalla abilità nel mercanteggiare, ma dalla capacità di impegnare tutto se stesso, da un amore tanto forte a Lui che non esclude le altre realtà e le persone, ma neppure si lascia condizionare da esse. Allora l’espressione non è invito all’odio, indica soltanto che di fronte alla bellezza del Regno anche i sentimenti più importanti e significativi della vita impallidiscono alla nostra attenzione e ricevono un amore minore. Ma cosa significa un amore minore verso il padre, la madre, i fratelli? Come si fa a valutarne la minorità? L’unico elemento che abbiamo è costatare quale amore determina le nostre scelte. Il “portare la croce dietro di Lui” consiste proprio nel fare le scelte giuste, senz’altro più costose perché più sofferte, ma più sagge e prudenti. E’ pur sempre un prezzo molto alto espresso nella vendita degli averi, cioè nel posporre i sentimenti più naturali e più legittimi all’amore verso di Lui. E l’essere discepolo è un continuo mettersi al tavolino per vedere se ci sono altre risorse personali da impegnare onde assicurarsi la vittoria sul campo di battaglia o il completamento della costruzione della torre programmata. I depositi, le scorte, le riserve, gli angoli protetti e i salvadanai gelosamente custoditi che potrebbero essere il segno della nostra prudenza, questa volta sono il segno di un amore non totale che non caratterizza e qualifica i discepoli. E il mercanteggiare, il giocare al risparmio brucerebbe un’occasione unica e ci lascerebbe delusi, perché in amore il risparmio è ‘perdenza’ e la furbizia è tradimento.
Don Ricciotti XXII DOMENICA T.O. Sir 3,17-20.28-29; Sal 67; Ebn 12,18-19.22-24a; Lc 14, 1. 7-14 II sett. Avvenne un sabato che Gesù era entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare e la gente stava ad osservarlo. Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola: “Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: Cedigli il posto! Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece quando sei invitato, và a metterti all'ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Disse poi a colui che l'aveva invitato: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch'essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti “.
“…chi si umilia sarà esaltato…”.
Strabismo
E noi, furbi, crediamo di aver risolto il problema con i segnaposti. Abbiamo evitato l’arrembaggio, ma non abbiamo sconfitto l’arrivismo e l’orgoglio nel cuore degli invitati. Quando il nutrito numero dei partecipanti alla festa entra nella sala nuziale, il panico assale per i primi momenti il cuore di tutti. Quale sarà il mio posto? Sì, perché da questo dipende la considerazione che ha di noi chi ci ha invitato, da questo dipende soprattutto la ricaduta di onore che riceveremo da tutti gli altri ospiti. Le piccole miserie quotidiane sono lo spunto per i grandi insegnamenti della vita del cristiano… Il piccolo uomo guarda dall’alto e Dio dal basso. L’arrivismo, l’orgoglio, l’autosufficienza sono la regola della mensa familiare, l’umiltà e la semplicità quella della mensa del Regno. L’occhio di simpatia dell’uomo è rivolto al più importante, quello di Dio all’ultimo, e se vogliamo salvare l’uno e l’altro corriamo il rischio di diventare strabici. Come far convergere le due posizioni? Per fortuna a noi è affidato soltanto lo sguardo su chi invitiamo, mentre non siamo responsabili del suo stato d’animo, di ciò che gli gira per la testa, dell’occasione che cerca per guadagnare stima, importanza, considerazione. A noi il compito di sorvegliare la porta o di spalancarla e difatti, se proviamo a girare nella sala, i volti che incontriamo sono quelli ben noti degli amici. Ve li presento: questi li abbiamo incontrati all’ultimo matrimonio e siamo stati molto bene insieme, questi altri sono addirittura i compagni di scuola, c’è parte della parentela, pochi del condominio, perfino la coppia conosciuta in crociera, venuta per l’occasione dalla Spagna. E’ meglio coltivarsi l’amicizia, non si sa mai un domani una visita alla splendida Madrid: è stato sempre un sogno. Tutti in ghingheri a complimentarsi con la cerimonia, con il locale, con le portate, e a chiedere se il regalo è stato di gradimento. E’ davvero una bella festa, non manca nessuno! O meglio alcuni mancano ma è meglio non considerarli. Sono quelli che non si sono fatti sentire al loro venticinquesimo di matrimonio, quelli che non lo meritano, quelli che non potrebbero ricambiare… A pensarci bene sono parecchi, ma mai come in questa circostanza vale il detto ‘pochi ma buoni’. Veramente avremmo potuto invitare tanti per i quali sarebbe stata una vera festa, ma è meglio essere prudenti. E Gesù dice: Benedetta prudenza che fa scegliere sempre le amicizie e gli amori facili ed esclude i veri invitati, quelli che non hanno titolo per entrare, non hanno regalo da mostrare, non hanno meriti di cui vestirsi, non hanno voci per unirsi al coro, hanno solo lacrime da nascondere e avrebbero volentieri offerto un sorriso per la circostanza! Per questi non c’è posto alla nostra festa, ma ce n’è uno riservato alla mensa del Regno. E in attesa di entrare per primi alla mensa del Regno, rischiano di morire di fame, mentre noi festeggiamo e brindiamo con gli amici di sempre. Don Ricciotti XXI DOMENICA T.O. Is 66,18b-21; Sal 116; Eb 12,5-7.11-13; Lc 13,22-30 I sett.
In quel tempo, Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Rispose: “Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d'iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi “.
“Sforzatevi di entrare per la porta stretta”
I conquistatori Quelli di casa sono sempre gli ultimi a stimare le cose che hanno. Sono i criticoni, gli scontenti, i superficiali, quelli che arrogano diritti di appartenenza e niente doveri. Sono i padroni della situazione, gli esperti del come vanno le cose, i risparmiatori di sforzi, i conoscitori di piccoli trucchi di evasione. E’ una sicurezza pericolosa che ci rende schiavi della nostra padronanza. E da questa logica vuol mettere in guardia Gesù. Una logica di disimpegno, di abitudine, di sintesi, di risparmio, di comodità che contrasta con quella della conquista, dello sforzo, dell’entusiasmo. “Sforzatevi di entrare per la porta stretta” significa: fino a quando conti di risparmiarti, di esonerarti, di evadere, anche se ti sembra di essere a casa tua nella chiesa, tu sarai forestiero. Ciò che caratterizza un cristiano non è la posizione raggiunta, ma lo spirito di nuova conquista che lo anima. Per cui potrai aver già raggiunto un grado elevato di santità, ma, se ti fermi e ti manca la spinta ad andare avanti, hai perso tutto. I Santi dicevano che chi si ferma è tornato indietro. “Verranno da Oriente”, verranno cioè stranieri e forestieri che apprezzeranno le cose che tu hai, le conquisteranno, le vivranno con entusiasmo e gioiranno di quello che tu hai sempre posseduto, ma che non hai più stimato a sufficienza. Bella fregatura! Verrebbe da dire “difendiamoci dai conquistatori forestieri”, e noi spesso così intendiamo risolvere il problema, non permettendo ad altri di godere di quello che noi non riusciamo più ad apprezzare. Ma non è assolutamente questo l’invito di Gesù, anche perché il Regno è talmente vasto che non consente limite di proprietà. La giusta interpretazione è un’altra: conquista giorno per giorno quello che sai di avere, perché se manca la gioia della conquista, anche se possiedi, non godi. E i forestieri? Che ben vengano e vengano numerosi, attratti dal fascino della tua gioia, e vengano ancor più numerosi, se ti aiuteranno a scoprire quello che possiedi. Don Ricciotti ASSUNZIONE DELLA VERGINE MARIA Ap 11,19a; 12,1-6a.10ad; Sal 44; 1Cor 15,20-26a; Lc 1, 39-56 P In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».
Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.
“Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente”
Grazie a te
Elisabetta accoglie la Madre del Signore scelta tra le donne per dar benedizione.
Eletta ad esser l’Arca che porta in grembo il Santo, Colui che salva il mondo e prima d’ogni altro lei.
Gli occhi Dio rivolge all’umile e alla povera sola capace a reggere l’Unico suo grande Amore.
Figlio di Dio l’Eterno e figlio di tua carne di Lui la forza e il cuore di te docilità interiore.
Cielo e terra si fondono in nuova creazione che mescola alla polvere i segni della gloria.
E tu, fornace ardente, che accogli il misto nuovo, sei prima ad elevare l’umanità alle stelle. Per te, Miryam…
Cosa credi di aver scritto, Luca? Hai scritto gli avvenimenti, ma manca il meglio, mancano i sentimenti, appena intuiti, ma che rimarranno custoditi per sempre nel cuore di Miryam. Quante cose custodiscono le mamme che nessun diario mai potrà rivelare! Quanti dialoghi segreti con l’Autore della vita, quanti sentimenti trasmessi alla propria creatura, quanti avvenimenti inspiegabili accumulati nello scrigno del cuore con la speranza che un giorno saranno chiariti, quanti perché e quanta fiducia nel progettare il futuro… ma quanta difficoltà nel mettersi in sintonia col Dio silenzioso e sconvolgente, amoroso ed esigente, fiducioso e paziente. Non credere che solo l’infanzia sia stata trepidazione. Quando dall’uscio di casa Miryam ha visto allontanarsi il figlio suo, altra ansietà ha colpito il suo cuore di madre, che scrutava ogni giorno negli occhi della gente l’accettazione o il rifiuto. All’inizio era contenta delle folle che gli correvano dietro, dei dodici inseparabili amici, dell’entusiasmo che riscuotevano le Sue parole, dei suoi gesti che lasciavano senza fiato… quanta gente bussava all’uscio di Nazaret per benedire e ringraziare il seno che aveva dato il latte a quel figlio che con un tocco amorevole delle sue mani aveva ridonato vigore alle membra corrose dalla malattia. Quanti occhi, riaperti miracolosamente alla luce, hanno voluto imprimere nella mente, tra i primi volti, quello della mamma del loro benefattore nell’ansiosa ricerca della matrice della sua dolcezza ... e anche lei, qualche volta, nelle difficoltà o nei disagi dei vicini, indirizzava fiduciosa a colui che non lasciava mai inesaudite le richieste… Ma poi le nuvole si addensarono sempre più nere e minacciose… la gente si fermava a parlottare all’angolo della stradina di Nazaret e, solo con sguardi furtivi, indicava ai forestieri la casa del Nazareno. Miryam con il suo corpo era lì a compassare quel piccolo vano, mentre il suo cuore misurava le ingratitudini degli uomini e maternamente incoraggiava, accarezzava e sosteneva il Figlio di Dio nell’affrontare coraggiosamente e con fiducia la tempesta che il maligno scatenava su di Lui, sul suo seme… …finché un giorno… …il sangue… … il suo sangue ha colorato il mondo… e Miryam non l’ha tamponato, non lo ha raccolto, non l’ha lavato… era anche il suo… Ha invece continuato a spargerlo su chiunque volesse rinnovare la propria vita, su chi avesse bisogno di coprire il proprio grigiore, su chi avesse bisogno di riempire le proprie vene secche e sclerotiche con quello vermiglio e pieno di vita del Figlio suo. Neanche la morte riesce a separare una madre dal figlio… e quel suo figlio ha continuato a vivere dentro di lei e attraverso lei. Sono finite le preoccupazioni per Uno, sono iniziate quelle per tanti… è proprio vero che il cuore di una madre non si ferma mai! Le vostre madri riposano nelle tombe e lì trovano sollievo e quiete… il cuore di Miryam ha cominciato a battere nel grembo di Anna e…continua a battere nel grembo eterno di Dio… … per te!
dallo spettacolo teatrale “I COLORI DI MIRYAM” Don Ricciotti XIX DOMENICA T.O. Sap 18,6-9;Sal 32: Eb 11,1-2.8-19; Lc 12, 32-48 III sett. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “ Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell'uomo verrà nell'ora che non pensate”. Allora Pietro disse: “Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?”. Il Signore rispose: “Qual è dunque l'amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l'aspetta e in un'ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più “.
“Siate pronti…”
Le code dell’Esodo Sopraggiunge forte il desiderio di fermarsi mentre si sale su per la montagna, quando il respiro si fa affannoso, il sole picchia sulla testa e i muscoli, tesi nello sforzo, cominciano a dolorare. “Che si fa?” Se cedi alla tentazione di fermarti rischi di non avviarti più e il ritorno segnerebbe la sconfitta. La vetta è sempre lì a due passi, sembra ormai vicina anche se la stessa sensazione l’avverti da tempo, un ultimo sforzo è richiesto alla tua volontà. Non si arriva mai! Eppure guardi dietro e t’accorgi che ne hai fatto di strada. “Fermati, ti prego! Dai, vai avanti!” Sei nel mezzo di una contesa atroce tra l’invito a tornare a valle e il richiamo della vetta. Due forze contrastanti si contendono la tua persona, una che ti vuole indietro e ti invita alla comodità e al risparmio, l’altra che ti spinge ad andare avanti attirato dall’ebbrezza della conquista, anche se faticosa. Ma se il tuo cuore è a valle ti fermerai di certo! Forse se fossi inseguito da un animale arriveresti in cima velocemente. E’ sempre più potente la paura di uno scialbo desiderio. “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto darvi il Regno”. Ma che me ne faccio di un Regno che richiede sforzo, quando ho a portata di mano un niente gratuito? Se c’è di mezzo l’impegno siamo capaci di barattare anche le realtà più preziose. Eppure non è così con le cose materiali, per queste il rischio è il nostro forte e il coraggio non ci manca. Lo cantiamo in tutte le lingue che siamo un popolo in cammino, siamo pur sempre in cammino, anche quando da tempo ci ospita una stazione di servizio. Ci consideriamo sulla strada e perfino in cammino, anche quando abbiamo fatto di una piazzola di sosta la nostra residenza definitiva. Questo è il comportamento di tanti cristiani fermi e in panne ai bordi della strada. Il vero Esodo della cristianità è come quello estivo caratterizzato da un numero considerevole di macchine, stipate fino all’inverosimile, in coda anziché in movimento. L’esortazione ad essere pronti non è un invito a caricare la macchina, a riscaldare il motore, a fare il pieno di carburante, ma ad intraprendere un cammino liberandosi via via di tutti i fardelli che ne potrebbero compromettere la marcia spedita, a far girare il contachilometri che segna l’allontanamento dalle realtà quotidiane e che d’altra parte avvicina la meta. E’ lasciare alle spalle un orizzonte troppo familiare per aprirsi ad uno nuovo, sconosciuto e più bello che non ti farà rimpiangere il caro pollaio. Una meta che quanto più è desiderata e amata tanto più sollecita ad andare veloci. L’indugio è segno del poco amore e l’avviarsi con tutte le mercanzie solite è ancora una volta lo stimare importanti le cose di sempre. Quanto è difficile liberarsi da tutto ciò che abbiamo accumulato lentamente per tesaurizzare in altro modo. Neppure il rischio di essere derubati ci convince a liberarcene, né quello del deterioramento. Ci viene consigliato un capitale sicuro dai cali di borsa, dalla svalutazione galoppante, da furti ed estorsioni, una valuta in crescendo, un cambio conveniente, ma siccome non ha il suono familiare del metallo e la filigrana delle banconote o la lucentezza e la sorpresa della novità tecnologica, ci lascia indifferenti. Anzi vorremmo un Regno dove poter godere anche di tutte le nostre cose, perché se non ci sono queste non è possibile che sia un Regno felice. Perciò il cammino è lento, perché appesantito dai nostri averi. Perciò il Regno non ci attira, perché altre realtà tengono desto il nostro cuore. Una scelta è necessaria. Allora l’invito ad essere pronti in effetti non è il posizionarsi ai blocchi di partenza, ma è liberarsi da tutti i condizionamenti, da tutti gli attaccamenti. E’ preparare il cuore attraverso il distacco perché si innamori del Regno. E quando il Figlio dell’uomo verrà, controllerà il contachilometri, apprezzerà il carburante sufficiente, l’efficienza dell’auto, ma butterà fuori dall’abitacolo tutto ciò che ha rallentato la nostra corsa, anzi caricherà sulle nostre spalle tutte le nostre gioie, sequestrandoci il mezzo. Allora lo accuseremo di severità e di ingiustizia e Lui con ingenuità risponderà:”Ti ho lasciato le tue gioie, non era quello che volevi?” Don Ricciotti XVIII DOMENICA T.O. Qo 1,2. 2,21-23; Sal 89; Col 3,1-5.9-11; Lc 12, 13-21 II sett. Uno della folla gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».
“ la sua vita non dipende dai suoi beni…” Il Virus L’ultimo controllo l’ho fatto sei mesi fa con risultato negativo, ma, anche se lo rifacessi quest’oggi, nessuna tecnica diagnostica sarebbe in grado di rivelare ciò di cui sono affetto. Eppure non è un nuovo virus, l’ho ereditato dai miei genitori e affonda la sua origine nella comparsa del primo uomo. Non mi accorgo di averlo, anzi più sono florido, roseo, pieno di vita e più diventa forte e aggressivo. Eppure viene sottovalutato con estrema facilità. Non ci sono sintomi sufficienti per rivelarne la presenza perché si nasconde prudentemente e vive e prolifera all’ombra della mia vita. E’ un parassita che mi sfrutta continuamente… per esso lavoro, mi affatico, sudo, soffro. Si maschera dietro la mia insicurezza, gli imprevisti del futuro, lo spirito di conservazione, si mimetizza tra gli zeri, gode quando conto e accumulo, ama l’abbondanza, colleziona chiavi di casseforti e di case, allinea banconote, accumula libretti bancari, frequenta gli studi dei notai. Il tavolo verde a volte diventa la sua droga, è convinto che le carte gli sono favorevoli e si spaccia come il fortunato nel gioco. Si diverte a confrontarmi con gli altri, mi umilia se non sono alla pari e mi fa sentire un verme se non supero il vicino. Mi spinge a rischiare a volte con i giochi di borsa, si inebria col ‘gratta e vinci’, va matto per i biglietti di qualunque lotteria. Mi offre sempre l’occasione propizia, quella conveniente, quella che è un affare da non perdere. Mi intimorisce con l’incertezza del futuro e non mi permette di gioire del presente, ossessionandomi col pensiero che un acquisto domani potrebbe tornare utile. Mi giustifica col pretesto di assicurare ai figli ciò che io non ho avuto. Fa leva sul timore del troppo tardi, per cui la fretta e l’urgenza mi mozzano il respiro. Più sembra sazio e più fagocita con ingordigia e quando credo che posso godere in pace tutto ciò che ho conquistato, con un lampo nella mente e un sussulto, mi propone una nuova, impellente, necessaria, urgente conquista. Conosce la mia debolezza e ride divertito quando l’assecondo dicendo: “è l’ultima volta!” Sa bene che non è assolutamente vero e che ancora e sempre dirò: “è l’ultima volta!” In verità sono orgoglioso di lui che mi dà la possibilità di elencare successi e con soddisfazione gli dico che grazie a lui sono quel che sono. Senza accorgermene l’ho eletto mio amministratore fedele, perché sono certo che fa i miei interessi. Sgombra velocemente ogni tentazione di vanità e inutilità di ciò che posseggo, del resto non ci vuole mica molto a convincermi della necessità e opportunità di qualsiasi cosa. E vince sempre lui anche se mi lascia intendere che il vincitore sono io. Terreno fertile sono i segni zodiacali e ghiotta esca le cose di valore e i traffici economici. Si impossessa dei miei sonni e coi miei sogni ci gioca come un bambino proiettandomi ad altezze sempre più vertiginose, a rischi più alti e a puntate più consistenti. Si riposerà sornione solo quando avrò chiuso gli occhi. Solo allora anche i semplici e gli ingenui, riconoscendo la mia malattia, mi compiangeranno e diranno: ”Chi glielo ha fatto fare, poveretto, adesso poteva godere!” e stranamente chiameranno beati coloro che erediteranno il mio virus. So come si chiama, ma non voglio dirlo, preferisco che sia tu a dire il nome del mio virus, perché il tuo non lo chiameresti mai così! Don Ricciotti XVII DOMENICA T.O. Gen 18,20-32; Sal 137; Col 2,12-14; Lc 11, 1-13 I sett. Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione”. Poi aggiunse: “Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall'interno gli risponde: Non m'importunare, la porta è gia chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! “.
“Padre…”
G 1 Che lo chiamasse Padre ormai non sorprendeva più nessuno. Pur non comprendendo la profondità di questo rapporto, agli apostoli andava bene così. Ma quando un giorno, dopo averlo visto dialogare col cielo con un’espressione di tenerezza familiare da suscitare invidia, essi hanno espresso il desiderio di conoscerne la tecnica, si sono sentiti dire: ”Quando pregate dite …Padre…” Si sono guardati in volto sbalorditi. “Anche noi possiamo chiamarlo Padre? Per te è a pieno diritto, ma per noi?” “Pieno diritto per tutti da quando il Figlio ha condiviso la nostra umanità”. E’ l’audacia di Dio che, inviando Gesù, lega la sua storia a quella dell’uomo e la lega così intimamente che ritiene, i seguaci di Lui, suoi stessi figli. La prima grande difficoltà nell’intraprendere la preghiera è proprio il capire con chi si dialoga. Con l’Essere supremo di fronte al quale coprirsi il capo e togliersi i sandali? Con il sorvegliante severo al quale nascondere le nostre debolezze? Con il potente Signore tenuto buono da incenso e sacrifici? Erano talmente abituati a un Dio autoritario, da comandamenti, che ora sentire che è un Padre ingenera sospetto. Era così ovvio raffigurarlo con paludamenti regali che adesso spogliarlo e togliergli la corona crea sconcerto. Era talmente d’immaginario collettivo un Dio padrone, col quale solo le insistenze pacifiche potevano ottenere qualcosa, che si stenta ad attribuirgli un ruolo diverso. Era così normale che fosse temuto, che adesso sembra strano amarlo. Lo sconcerto assale ancora oggi anche noi, rivestiti delle tute bianche della protesta, ma poi rassegnati alla sua volontà. Eppure Dio lancia una sfida a tutto campo, dimettendo le vesti regali, scendendo dal trono di gloria, spezzando lo scettro del comando, togliendosi l’abito ufficiale del “G 1” indiscusso della storia, per assumere gli abiti da lavoro di un padre, per sedersi accanto ad un figlio sulla panchina del parco, per attendere, incollato alla rete del calcetto, la fine della partita, per condividere le sue conquiste, i suoi amori, le sue delusioni e chinarsi a dare un bacio alle sue sbucciature. Forse, adesso che ho un Dio da guardare negli occhi, posso intraprendere un dialogo con Lui. Ora posso dirgli come mi sento, ricordando il gesto di mio padre che mi toccava la fronte per vedere se scottassi o se ero sudato. Posso rivelare i miei desideri, sapendo che il suo più grande è vedermi contento. Posso chiedergli aiuto, potendo contare sulla sua forza, le sue risorse e la sua esperienza. Posso persino essere insistente, conoscendo il suo lato debole: il bene che mi vuole perché sangue suo. La stessa insistenza che prima mi sembrava un braccio di ferro tra me e Dio, una protesta continua perché mostrasse attenzione alle necessità di noi poveri uomini, una specie di “Genoa social forum” permanente, ora capisco che Lui la chiede per smascherare la sua debolezza: un padre non ce la fa a dire troppi ‘ no’. Assumono così un significato diverso le frasi seguenti che prima mi sembravano ostiche e interessate: “sia santificato il tuo nome e sia fatta la tua volontà”. Credevo che fossero ancora una volta un dimostrare la supremazia e voler farmi girare intorno come uno schiavetto pronto agli ordini, vivente solo per lustrare l’aureola della sua gloria, per fare la sua volontà. Invece chiedo che questo figlio sia sempre l’orgoglio del padre, che il mio comportamento sia di onore alla famiglia cui appartengo, che il suo desiderio di amore familiare diventi la mia legge di vita, che assapori e realizzi quel circuito d’amore che è il suo Regno. Comprenderò un giorno il significato, quando io stesso sarò padre e dovrò persuadere i figli che la mia visione di famiglia è molto diversa da quella ancora egoistica che essi hanno. Oggi, con l’esaltazione della personalità, si è perduta la bellezza della familiarità, della condivisione, dell’appartenenza. Ma un padre non può dimenticarla e rassegnarsi. Il suo ruolo è quello di preparare i figli alla vita nella società attraverso l’esperienza familiare e con questa renderli forti. Un padre è la palestra dove i figli crescono e si irrobustiscono. Egli lotta con loro per svilupparne i muscoli, ma anche per rafforzarli nella volontà. Quanto spesso i figli non lo comprendono e confondono un rifiuto con una forma di egoismo imperdonabile che solo dopo sfocia nella presa di coscienza e nella richiesta di perdono. Il padre è la sicurezza: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Non ci manchi il sostentamento del corpo, non solo frutto della Tua genialità e della Tua provvidenza, ma anche della condivisione amorosa tra noi. E perdonaci perché siamo figli, siamo piccoli nella mentalità, poco cresciuti, troppo egoisti, invidiosi gli uni degli altri, litigiosi. E il Tuo perdono ci spinga a volerci più bene. Il G 1 è finito da 2000 anni, senza danni, con la delusione delle tute bianche che, preparate a ribellarsi ad un padrone, hanno trovato un “Padre”… Don Ricciotti XVI DOMENICA T.O.
Gen 18,1-10°; Sal 14; Col 1,24-28; Lc 10, 38-42 IV sett. In quel tempo, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: “Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti”. Ma Gesù le rispose: “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta “.
“ Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose…”
CenerentolaImprovviso compare sulla soglia e tutta la casa trasale di gioia, come luce folgorante sugli occhi che diventa rapidamente sorriso, nome, andare incontro e abbraccio fraterno. Anche le anguste pareti, se avessero la possibilità, si spalancherebbero per esprimere la gioia di questo inatteso ritorno. Mancano i bambini a far festa, ma il cuore di Lazzaro, Marta e Maria sanno ben supplire la loro spontanea festosa accoglienza. Uno sguardo affettuoso allo stato di salute, una domanda sulla mamma e uno spolverare la sedia è il primo segno di premura e il dichiararsi subito a disposizione perché la permanenza sia gradevole. La tovaglia delle grandi occasioni riprende aria, la dispensa si spalanca spandendo i suoi odori e il piccolo esercito è pronto ai posti di combattimento. Chi al fuoco, chi alle pentole e chi… seduta ai piedi di Gesù, si lascia affascinare dai suoi racconti. La stanza è piccola e, anche armeggiando stoviglie, si può sentire benissimo la voce del Maestro e poi … le bocche sono tante e la fame si legge chiara sul volto dei discepoli. A nulla valgono le eloquenti occhiate di Marta… Maria sembra assorta in estasi e non vorrebbe perdere nessuna delle espressioni con le quali Gesù e i dodici raccontano le esperienze e il diffondersi del nuovo Regno. “Forse se è Gesù stesso a richiamarla alla realtà – pensa Marta – mia sorella si alzerà da quella posizione comoda che si è scelta!”. Ma Gesù, che l’ha vista frettolosa nell’apparecchiare, sembra non sia d’accordo col suo pensiero e: “Marta, Marta,- le dice - tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta”. “Beccati questa! – avrà pensato – Questo è il ringraziamento! Vorrei vedere se nessuno si preoccupasse di cosa mettere a tavola, come potreste stare tranquilli a parlare! Meno male che c’è la Cenerentola!” Un leggero moto di stizza viene soffocato momentaneamente dall’amore per il Maestro e dalla sua presenza, ma sarà pronto a guizzare non appena ritornerà la normalità. Non avrà toccato cibo per tutta la giornata perché un boccone amaro le si era fermato in gola, non tanto per il rimprovero del Maestro, quanto per aver sentito dare ragione a Maria. Intanto dopo che hanno mangiato e gustato tutto, propone la rivincita, confortata dalla vista degli apostoli che hanno apprezzato la tavola e che non le hanno risparmiato i complimenti. “Visto che c’era bisogno anche di questo?” Gesù raccoglie la sfida, ma sa anche che solo il tempo e soprattutto il suo amore le potranno far capire ciò che intendeva dire. Non voleva disprezzare il suo darsi da fare, la sua dinamicità, il suo trafficare tra pentole e stoviglie. Non voleva prestare il fianco all’assenteismo, al disimpegno, al demandare ad altri i compiti materiali. Non voleva esaltare chi dimentica di vivere col pretesto delle cose del cielo. Né voleva dire che una cosa è buona e l’altra cattiva. S’era affacciato a quella casa per dare e non per ricevere. Accogliere in casa non è solo offrire una sedia e un pranzo, ma è prima di tutto ascoltare, fare spazio nella mente, aprire le braccia a ciò che l’ospite porta dentro, comunicare, arricchirsi. Voleva invitare a non lasciarsi sopraffare dalle preoccupazioni umane a scapito della ricarica interiore. C’è un tempo per l’una e per l’altra e se non ti ricarichi interiormente non riuscirai a sopravvivere nella morsa della vita. Le faccende ti rubano il tempo e le energie, la forza interiore nessuno te la può rubare. L’ascolto è importante quanto la risposta, anzi è più importante se davvero vuoi rispondere adeguatamente. E quanto spesso crediamo di rispondere bene alle esigenze altrui, senza però esserci fermati ad ascoltarne le necessità. Con Dio è più frequente… Precipitosi esecutori di cose buone non ci chiediamo più cosa Egli effettivamente voglia e soprattutto come lo voglia. Preferiamo ubriacarci di premure ed accortezze, senza mai ascoltare le sue proposte. Piani pastorali dalle brillanti intuizioni operative, da fare invidia alle agenzie import export, ma privi di carica interiore… Risponderanno generosamente alle esigenze del mercato, non importa se hanno smarrito le motivazioni. Attribuiremo a Dio e alla sua volontà quello che è elaborazione del nostro pensiero e immaginiamo sia anche il Suo, senza averglielo più chiesto. E’ una partita a scacchi, iniziata per esprimere l’amore a chi era affetto da solitudine, ma che si è trasformata in mosse strategiche solo per la vittoria. Continueremo a mettere la pentola sul fuoco con l’aiuto di Marta, dando occhiatacce a Maria, per sfamare qualcuno che invece vorrebbe parlare. Don Ricciotti XV DOMENICA T.O. Dt 30,10-14; Sal 18; Col 1,15-20; Lc 10, 25-37 III sett. Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Và e anche tu fà lo stesso». “E chi è il mio prossimo?” Canne d’organo Eppure ero convinto di essere proprio così, mentre leggevo sul display del salumiere il numero precedente al mio, e mi dicevo: “sono il prossimo!” Anche l’infermiera della sala di attesa del dottore, con aria soddisfatta mi ha detto qualche volta: “lei è il prossimo!” Perfino negli uffici pubblici all’invito “avanti il prossimo” mi hanno riconosciuto come tale. Ora in chiesa, dove siamo tutti fratelli, mi sento decisamente rispedito in coda alla fila. A nulla vale esibire il biglietto con il numero alto di frequenze, essere arrivato in anticipo ad ogni suono di campana, dimostrare di aver occupato per trenta anni il solito posto, portare la testimonianza delle persone alle quali ho stretto la mano migliaia di volte al segno della pace. Mi sento dire: “non sei prossimo!” Grido all’ingiustizia e preferisco la fila dal salumiere e quella nella sala di attesa dove è riconosciuto il mio diritto. Oso chiedere qualche chiarimento e Qualcuno mi dice che i numeri progressivi sono stati aboliti da tempo e le unità di misura tradizionali, in metri e centimetri, non erano affidabili e precisi per tale valutazione. “Come al solito – penso - la simpatia e l’arbitrio di qualcuno dichiara volta per volta chi è il prossimo!” Avrei dovuto scegliermi un valido compagno di viaggio e stargli vicino. Forse una persona in vista o forse proprio il sacerdote, ma mi dicono che anche questo sistema non garantisce nulla… neppure la vicinanza fisica ti assicura la “prossimità” evangelica. Eppure i nuovi banchi della chiesa splendono grazie al mio olio, l’organo suona una musica esaltata dal mio vino e persino la vetrata raffigurante il buon samaritano si è realizzata per il pronto intervento della mia borsa. Dove arrivo io si capovolgono le cose, difatti ho sentito dire con ironia che semmai posso ritenermi prossimo alla canna d’organo, al banco o alla vetrata. Che disdetta, in una chiesa affollata sono prossimo alla canna dell’organo, equidistante dalle altre, sempre presente e indipendente … Ma io voglio essere prossimo di qualcuno, perché a costui sarà affidata l’ultima arringa in mio favore davanti al trono di Dio! Ho sbirciato sul foglietto della domenica una frase che dice che bisogna prendersi cura, portare a cuore una persona, se vuoi essere prossimo. Mi sono girato intorno per vedere se ci fosse qualcuno che ho preso a cuore. Ho scrutato tutti i volti presenti, ma, tranne qualche simpatia, non ne ho trovato uno del quale mi sarei preso cura. Con la mente ho vagato all’esterno della Chiesa, sono entrato nelle case di persone amiche e non ho trovato uno per il quale fossi disposto a pagare di persona. Ho fatto restaurare le canne dell’organo, ma non ho trovato una persona alla quale avrei restaurato la vita. In verità occasioni non sono mancate, ma sinceramente …una volta ho ritenuto non fosse mia competenza, un’altra non ne valeva la pena, un’altra ancora non era il momento, e poi… non se lo meritava, pensavo che mentisse… se fosse stato un altro… e così ho dribblato coraggiosamente fino ad oggi. “Ora bisogna che mi dia da fare!” mi sono detto , e ho scelto un gruppo di volontari che non restaurano chiese, ma persone. Anche in questa impresa è stata forte la tentazione di lavorare per vantarmene con gli amici, con i colleghi… qualche volta mi è sorto il dubbio se lo facessi per me stesso o perché veramente portavo a cuore il bisogno dell’altro. Ho cominciato ad amarlo disinteressatamente, profondendo non solo le mie energie, ma anche le mie risorse e solo allora ho capito di essere prossimo quando non sono più riuscito a misurare la distanza, perché più che vicino alle mie braccia, era vicino al mio cuore. E’ proprio vero che l’unità di misura della vicinanza del prossimo non è il metro: non posso misurare ciò che fa parte della mia vita, ciò che è dentro il mio cuore. Ho scoperto anche che si può essere prossimo del lontano e senza mai averlo conosciuto: ho seguito un missionario, un seminarista. Se ogni cristiano avesse il suo prossimo staremmo meglio tutti, uniti da una catena di solidarietà. Voglio farmi prossimo a qualcuno e ciò mi basta… Se poi qualcuno vuole avermi a cuore, la cosa non può che farmi piacere. Ho deciso, non restauro più canne d’organo… E’ meglio restaurare il mantice che le fa vivere, vibrare e suonare… Don Ricciotti XIV DOMENICA T.O.Is 66,10-14c; Sal 65; Gal 6,14-18; Lc 10, 1-12. 17-20 II sett. In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse: “Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli”.
“ …come agnelli in mezzo ai lupi”
Safari I tempi stringono e si deve cominciare. Gerusalemme è vicina ed è vicino anche l’epilogo di questa storia umana dalla quale deve nascere una comunità pronta a partire per il Regno. La liberazione è prossima, è già fissata l’ora della partenza e la notte del passaggio. Qualcuno si è offerto per versare il prezzo del biglietto. Si sconsigliano provviste e generi preparati precedentemente, perché è garantito il “pane di giornata”, quello senza data di fabbricazione né di scadenza. Non rimane che presentare l’equipaggio cui far riferimento per qualsiasi necessità e dare le ultime istruzioni perché il cammino non subisca rallentamenti e non ci siano sorprese per nessuno. Gesù passa tra la gente, come un capitano che passa in rassegna le truppe, e chiamando alcuni ne conta settantadue. Sono essi che, come quelli costituiti attorno a Mosé, formeranno il senato della comunità del nuovo esodo, questa volta non più indirizzata verso una terra promessa, ma verso il Regno. Settantadue, quante la tradizione giudaica credeva fossero le nazioni della terra, ad indicare che nessuno doveva sentirsi forestiero nella nuova comunità. Una comunità aperta, quindi, che non controlla passaporti, non fa selezioni, non crea diritti di appartenenza, non esclude neppure razze e popoli momentaneamente lontani e accoglie perfino quelli che salgono in corsa. La cattolicità e l’universalità non solo geografica, ma di cultura, di mentalità, di usi, di debolezze unificati dall’unico desiderio: raggiungere un Regno d’amore. La diversità è ricchezza, se unita dallo stesso ideale. Settantadue, un bel numero, ma pochi per i tanti passeggeri e ancora più esigui se bisogna sollecitare i ritardatari e convincere gli assenti. Serpeggia pertanto il malcontento per l’inefficienza del servizio e qualcuno vorrebbe proporsi per rimediare. Ma questo non spetta ai viaggiatori, è interesse dell’Agenzia e una supplica è più efficace delle rimostranze. (Pregate il Padrone della messe…) Istruzioni ai passeggeri: - Si cammina insieme (Li inviò a due a due). Niente isolamenti, privatizzazioni, personalismi, fughe solitarie; la vicinanza di un fratello diviene il primo segno di comunione. Se vai d’accordo con uno puoi ben sperare che accetterai anche gli altri, ma quando dici di andar d’accordo con tutti, allora sei ancora troppo legato a te stesso. La vicinanza del compagno è sicurezza perché è la vicinanza di Dio e la sua presenza. Ma è anche l’aiuto, il confronto, il richiamo e il coraggio nella scelta di vita. - Massima tolleranza e remissività: essere agnelli e sempre tali anche tra i lupi. Si va verso un Regno, verso un posto preparato, bisogna solo fare la traversata, e non servono conquistatori. In verità non è solo un saggio avvertimento alla prudenza per la presenza di animali feroci, come in un safari o allo zoo, per il rischio di borseggiatori, il cannibalismo degli indigeni, le sorprese e i tranelli del percorso… Insomma non è un chiarire che l’avventura non sarà facile e che sarà necessaria una buona dose di coraggio, come quando alla giostra si entra nel tunnel dell’orrore, ma è convincere che Cristo chiede invece ai passeggeri di essere, anche essi, agnelli e solo agnelli. E’ partecipare con lo spirito di chi si immola e non di chi si difende. Lo conferma il fatto che alla dogana non si deve avere nulla da dichiarare. Proprio come sprovveduti, “ senza borsa, né bisaccia, né sandali”, ingenuamente esposti alle necessità, alla insicurezza, al sopruso, all’umiliazione, al rifiuto… Solo così si diventa portatori di pace. Per quanto sia una cosa buona, la pace di Cristo non va imposta, bensì offerta senza titoli e senza credenziali e proprio per questo costa a chi la accoglie e vi dimora. E, se viene rifiutata, autorizza solo a scuotere la polvere dai piedi, e non a maledire e distruggere. - Il viaggio consente soste solo per fotografare situazioni di bisogno e sanarle e per pubblicizzare il fascino della meta. Da tempo sono in cammino e posso asserire che è vero, si incontrano lupi e pit bull in abbondanza, eppure continuo a sfidarli camminando da solo. Ho la prudenza di chiedere il passaporto a chiunque mi si avvicini, non mi viene mai di fare l’agnello, ho sempre effetti personali da dichiarare alla dogana, scuoto molta polvere per superbia e faccio soste per riposarmi. Sono furbo, tanto il posto è preparato. Don Ricciotti XIII DOMENICA T.O. 1Re 19,16b.19-21; Sal 15; Gal 5,1.13-18; Lc 9, 51-62 I sett. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio. Mentre andavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo”. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, concedimi di andare a seppellire prima mio padre”. Gesù replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu và e annunzia il regno di Dio”. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio”. “…va’ e annunzia il regno di Dio! ” Specchi retrovisori Tempo di esami, tempo di batticuore… e di tentazione di rimandi! Sì, il primo pensiero che viene è proprio quello di rimandare, perché di fronte alle difficoltà il coraggio si azzera e il “dopo” diventa l’unico sollievo. Basta che non sia adesso… al resto ci pensa il tempo! Così pensava il contadino che aveva promesso al re che, in dieci anni, avrebbe fatto parlare un asino. In dieci anni quante cose possono accadere, l’importante è che non sia oggi. Può morire il re, può morire l’asino e forse … può anche parlare! Così facciamo anche noi nello studio, così agli esami, così dal dottore, così nelle decisioni, e così nelle cose spirituali. Perennemente indecisi per i nostri impegni, più esigenti e puntuali per quelli degli altri. Svelti anche i discepoli nel giudicare degni di punizione ‘col fuoco dal cielo’ quei samaritani che non avevano accolto Gesù di passaggio verso Gerusalemme. E un rimprovero severo del Maestro è più che meritato. Avrà detto loro: “Quanto siete decisi con gli altri! E con voi stessi? Voi che trovate sempre un motivo per rimandare i vostri doveri e per tentennare nella vostra vocazione…”. La prima grande resistenza è quella della comodità, visto che “il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Certo, tra la programmata quotidiana tranquillità e il correre ad ogni esigenza degli altri è sempre preferibile la prima. Tra l’orario di lavoro e l’essere perennemente sulla breccia, è meglio marcare il cartellino, magari con ritardo. Tra la puntualità e il quarto d’ora accademico, è più comodo quest’ultimo, anche perché tutti fanno così. Le pantofole sono sempre più comode delle scarpe e il rimuovere la forza di inerzia comporta fatica! Esistono una infinità di motivazioni validissime quando bisogna dispensarsi da quelle più stringenti. Del resto non c’è sempre qualcosa di più importante da fare quando suona la campana di una chiesa? Per una gita, per una festa, per lo sport, per la partita gli affetti familiari possono anche aspettare, per le cose di Dio essi diventano prioritari. “Concedimi di andare a seppellire prima mio padre” si sente dire Gesù da un giovane al quale ha rivolto l’invito a seguirLo, e al suo prender tempo Egli risponderà: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti”. Parole dure e giudicate anche disumane sulla bocca di chi insegna a costruire una spiritualità che parte dalla pienezza di umanità. Esse non denunziano coloro che si trattengono al capezzale di un morente, ma condannano chi, col pretesto di un dovere cristiano, vuole dispensarsi dall’essere portatore di vita per tanti altri. Non invitano al cinismo o a strappare il proprio cuore neppure per il Regno, ma a portare la Parola di salvezza anche quando la morte mina gli affetti più cari. Essa non deve minare il dono di comunicare la vita. Anzi, è proprio in questo momento che la vera vita nasce, come quella che annuncia il rifiorire dalla morte di Cristo… E nella tua carne ne sperimenti l’efficacia. Quando non hai chiuso gli occhi di tuo padre e ciò ti ha fatto morire, è allora che puoi aprire gli occhi degli altri. E ancora più assurda è la risposta a chi gli dice “vengo, ma prima lascia che mi congeda da quelli di casa”. Non chiede altro che un saluto, un semplice saluto eppure: “ Nessuno, che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il Regno di Dio”. Esagerato! Probabilmente fa riferimento ad Eliseo che, chiamato da Elia mentre è nei campi ad arare, brucia l’aratro per immolare un sacrificio e parte per la sua missione di profeta. Eliseo brucia l’aratro come segno dell’abbandono della storia vecchia per intraprenderne una nuova risolutamente. Si brucia il passato per evitare ripensamenti e rimpianti e per legarsi definitivamente al futuro. Così il Maestro vuole i suoi discepoli, senza specchi retrovisori! Non so se sottolineare quanta durezza usi Gesù nelle risposte o quanta decisione richieda ai suoi seguaci. Ma credo che la prima si giustifichi solo per far comprendere l’importanza dell’altra. Durezza e decisione a volte tradiscono uno sforzo che si sta facendo su se stessi per superare la tentazione del “dopo” come quella del “guardare dietro”… Gesù, infatti, ha intrapreso “decisamente” il cammino verso Gerusalemme. Come al solito ci precede e ci dà l’esempio… mentre noi tranquillamente allunghiamo la lista di “familiari e amici” da salutare… Don Ricciotti NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA Is 49,1-6; Sal 138; At 13,22-26; Lc 1,57-66.80 P Per Elisabetta intanto si compì il tempo del parto e diede alla luce un figlio. 58 I vicini e i parenti udirono che il Signore aveva esaltato in lei la sua misericordia, e si rallegravano con lei. All'ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: «No, si chiamerà Giovanni». Le dissero: «Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome». Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: «Giovanni è il suo nome». Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio. Tutti i loro vicini furono presi da timore, e per tutta la regione montuosa della Giudea si discorreva di tutte queste cose. Coloro che le udivano, le serbavano in cuor loro: «Che sarà mai questo bambino?» si dicevano. Davvero la mano del Signore stava con lui.
“Che sarà mai questo bambino?”
Il dirottatore Perché mai è tanto rara l’amicizia tra di noi? Forse perché per noi l’amico è una riserva per la nostra gloria, una pedina importante per i salti di carriera, l’accumulo di credenziali sventolate per un ritorno di considerazione, una casella postale per le raccomandazioni… Forse perché cerchiamo in lui il debole schiavetto, il cortigiano fedele, il parafulmine silenzioso della nostra ira e della permalosità… Forse perché amiamo in lui chi ci asseconda sempre e con nuvole d’incenso ci nasconde la verità per non perdere la nostra simpatia… Con questi presupposti è chiaro che l’amicizia è condannata a deludere e quindi a finire. Quante amicizie, nate a volte a ridosso delle sacrestie, alla vigilia di un Sacramento, ho visto spegnersi a causa di un cattivo concetto di essa, anche se poi nessuno lo riconosce e, con tanta sufficienza, attribuisce sempre agli altri poveri mortali l’incapacità di essere amico. Quanto spesso crediamo che una cena fatta insieme, la vicinanza d’ombrellone, una giornata in montagna e perfino un ritiro spirituale sia il presupposto dello sbocciare di una amicizia. I primi incontri sono sempre dei colpi di fulmine. Passato il bagliore del lampo e il frastuono del tuono, compare una realtà bruciacchiata e rinsecchita che non immaginavamo. La rapidità gonfia la stima, solo il tempo la ridimensiona e la consolida. Erano coetanei, Giovanni e Gesù, anche se uno precederà sempre in tutto l’altro: nella nascita, nella predicazione, nel battesimo e nel martirio. Comparsi come dono gratuito nei grembi di creature aperte allo stesso Spirito, legati da vincoli di consanguineità umana e di volere divino, formati allo stesso timor di Dio di una casa sacerdotale e di un custode del “Santo”, vibranti dello stesso zelo per la conversione per il regno dei cieli vicino, avranno una grande stima e un rispetto reciproco senza confusione di ruoli. L’evangelista Giovanni farà dire al Battista di essere “l’amico dello sposo”. E l’amico precede lo sposo, il servo il Signore, la voce la Parola, e il suo anticipo non gli fa dimenticare la sua funzione di precursore. Un amico non occupa il centro della scena approfittando del suo momento di gloria per creare ombra su chi viene dopo. Coglie invece ogni occasione per coinvolgere, per fare spazio, per far puntare l’attenzione sulle qualità dell’altro, anche se non ancora emerse. “Voi stessi mi siete testimoni che ho detto: Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui.” Gv.3,28 Non usurpa il posto, ma sa ritirarsi al momento opportuno: “Egli deve crescere e io invece diminuire.” Gv.3,30. E la gelosia sarà sempre la tentazione più forte e velenosa di ogni amicizia. Giovanni orienta i cuori verso Gesù, Lo indica e non si dispiace quando gli altri, e perfino i suoi seguaci, non si fermano più presso di lui, ma accorrono verso Colui che ha indicato. “Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù” Gv.1,35-37 Il Battista diventa così il modello del vero amico, cioè di colui che addita agli altri ciò che di bello e stimabile ha conosciuto in un'altra persona. Ma è anche il simbolo di ogni seguace di Gesù che deve essere l’indice puntato verso il Signore, il dirottatore impavido dell’attenzione su di Lui, la fiaccola soddisfatta nel vedere che coloro che gli stavano attorno, beandosi di uno stoppino, hanno conosciuto la Luce. Nessuno mai si sognerebbe di fermarsi sotto un cartello indicatore di una meta, credendo di averla raggiunta. Eppure quanti cartelli diventano comode piazzole di sosta di viaggiatori in attesa di un autobus che non prendono mai. Capita a volte senza rendersene conto e senza cattiveria… Come fece quel bravo prete che, volendo spiegare il suo ruolo, disse ad un bambino: ”Io sono Gesù!”. Si sentì rispondere dalla bocca dell’innocenza: ”Non è vero, sei un rappresentante!”. Don Ricciotti Corpus Domini Gen 14,18-20; Sal 109; 1Cor 11,23-26; Lc 9, 11b-17 P In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle lo seppero e lo seguirono. Egli le accolse e prese a parlar loro del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: “Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta”. Gesù disse loro: “Dategli voi stessi da mangiare”. Ma essi risposero: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente”. C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: “Fateli sedere per gruppi di cinquanta”. Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste. “ qui siamo in una zona deserta” Lontano Li aveva portati lontano, lontano dalle dispense di casa, lontano dalle schiacciate esposte sui banchi dei rivenditori, lontano dalla possibilità di poter ingannare la fame con un sorso d’acqua o con un frutto colto per strada. Li aveva portati lontano, perché anche la fatica del cammino stimolasse la fame. Facciamo così con i bambini ai quali vogliamo far mangiare un cibo genuino e nutriente, certi che la fame persuade più del gusto e dell’odorato. Li aveva portati lontano da facili soluzioni, lontano dalle risorse umane perché apparisse di più la sua premura, il valore di un dono, la gratuità di una offerta, la preziosità di quello che stava per compiere. E c’era riuscito! Il calar del sole stava compiendo il resto. “Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla”. Li aveva portati davvero lontano dai viottoli inondati dagli odori delle pentole sul fuoco, ma lontani anche nel tempo. Senza che se ne accorgessero li aveva portati alla sera della Cena, quando compirà lo stesso gesto che, invece di moltiplicare il pane già sufficiente, farà traboccare la certezza del suo amore. Il dubbio eterno di una carestia d’amore divino diventa abbondanza e spreco. E da quella sera la moltiplicazione non è più cessata, non è mai scarseggiato il pane sugli altari, anzi ne avanza sempre per le necessità. La lontananza non è stata casuale, ma voluta. E’ solo la lontananza dai forni che permette di valutare la preziosità del frammento, delle briciole, dello spezzare. Come é nel fondo del bicchiere o della tazzina che si gusta il sapore di ciò che si sta bevendo. E il miracolo è in quella briciola, in quel frammento, in quello spezzare, perché ogni volta che si spezza sono sempre altri ad essere sfamati! E’ proprio vero che un po’ ciascuno basta per tutti, perché sazia più il gesto di condivisione che la quantità. E’ lontano dal rumore che riempie i timpani, nel silenzio di una sofferenza offerta col contagocce che si riesce a valutare la profondità di un amore. E’ lontano dal mercato delle chiacchiere che prende significato e consistenza ogni parola. Specie quella spezzata dalla difficoltà degli ultimi respiri e che diventa lo svelamento di una intera vita. E quella flebile voce, frammento impercettibile fiaccato dall’emozione degli ultimi momenti vissuti insieme, diventa la proclamazione assordante di una dichiarazione d’amore. “Prendete…”, l’ultimo pensiero è per te ed è ancora un dono“…Offerto in sacrificio per voi…”, non dimenticare! I frammenti risultano più abbondanti e più nutrienti dell’intero pane, perché fanno rivivere lo spezzare del suo corpo. Lontano… Non si può apprezzare il pane del cielo se si é sazi di leccornie terrene. Non si può gustare un nutrimento spirituale se non dopo aver intrapreso un cammino di allontanamento che, tra l’altro, abbia stimolato la fame. Non si può riconoscere l’importanza di un dono se si ha a portata di mano la borsa delle provviste. Non si può accogliere il dono di una vita se non quando si sente la propria venir meno, avvertendo i crampi del bisogno, il morso della necessità, la fame di soluzioni dall’alto. E’ allora che prendi tra le mani con devozione, con riverenza un pezzettino di pane che sai non riempirà il tuo stomaco, ma che soddisfa l’insaziabile bisogno di condivisione, di comprensione, di amore. Ed è quando hai tra le mani un frammento di un pane spezzato che sei certo che qualcuno ha pensato a te. Si è ricordato di te e, privandosene, ti ha reso partecipe del suo. E non è una dedica, una foto, un qualcosa che gli è appartenuto e che diventa preziosa reliquia, è Lui stesso, proprio Lui. Solo Dio poteva escogitare una cosa del genere. La nostra carne marcisce, quella del Risorto è sempre viva, palpitante e operante. .. come quel giorno, al calar della sera, quando, lontano da tutto, ha dato prova di essere pronto a spezzare anche il suo corpo, per soddisfare la tua fame. E ogni volta che mangi un frammento, ricorda che un pane spezzato è più prezioso dell’intero consumato da solo. E non è per non dimenticare… è per vivere di Lui! Don Ricciotti ASCENSIONE DEL SIGNOREAt 1,1-11; Sal 46; Eb 9,24-28. 10,19-23; Lc 24, 46-53 P In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “ Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio.
“…tornarono a Gerusalemme con grande gioia…”
Lui c'è
Poveri Apostoli... in quale grande avventura si sono cacciati! Lasciando quel lago casalingo avevano sognato un florido futuro, un posto di comando, una svolta significativa. Finalmente qualcuno li aveva tirati fuori da quell'anonimato che rende pesante anche il normale lavoro quotidiano. Dopo poche battute al seguito del Maestro del Lago si sono ritrovati a gestire guarigioni, miracoli e confidenze. Tutto questo li ha esaltati e si sono detti: "Finalmente qualcosa di nuovo, diverso da come pensavamo, ma ugualmente bello, anzi troppo bello!". Poi d'improvviso la tragedia... senza di Lui! "Ci manca! Che si fa?" In un impeto d'entusiasmo si riprendono dicendo:"Proviamo a farcela da soli, anche se non c'è più Lui". Ma la notte incombe su di loro, una notte che li rende tristi e nostalgici... tanto che, nonostante la loro indiscussa bravura, girano per il lago a vuoto e a corto di risorse... Manca il Suo Spirito! Sentono ancora forte il peso del tradimento. E' vero, gli altri Lo hanno messo a morte, ma loro si sono nascosti, non hanno mosso un dito, hanno perfino affermato di non conoscerLo nei Suoi momenti di difficoltà. Non si sono sporcati le mani, ma hanno sporcato la coscienza di amici con la viltà... E proprio quando lo sconforto li prende e fa da padrone sull'entusiasmo di un tempo, ritrovano il Maestro ancora sulla riva del Lago o tra le pareti del cenacolo, perché Lui è là, sempre vicino, quasi a volerli rassicurare della sua presenza incoraggiante... Il Suo amore continua a palpitare nonostante le delusioni. .. e non pronuncia rimproveri. . . Certo... ormai tutto è diverso. Lui c'è, ma non come prima. Incoraggia da dietro le quinte, vuole che tutto continui... ma senza di Lui! Vuole che continuino ad operare... ma senza di Lui! Dona la Sua benedizione perché si sentano forti... senza di Lui! Si abituano anche a vederseLo comparire di tanto in tanto e la Sua presenza é palpabile persino quando non Lo si vede, perché Lui ama i suoi amici e non li lascia neanche quando sono loro a mostrare dubbi e ad allontanarsi. "Così va meglio, possiamo continuare..." si dicono stringendosi attorno alla Madre del Maestro, che come loro ne avverte il vuoto, ma più di loro ne vive la presenza. Ma, un giorno, ancora un'altra sorpresa... Il Risorto li porta verso Betania, su di un'altura, e, mentre li benedice, si alza da terra e scompare nel cielo... Lo vedono allontanarsi definitivamente e, stranamente, sono gioiosi... Questa volta hanno imparato la lezione e tornano a Gerusalemme con il cuore contento perché hanno capito, dietro l'esperienza dei grandi profeti del Vecchio Testamento, che il Suo Spirito è dentro di loro, hanno capito che sono una cosa sola con Lui, hanno capito che nelle loro azioni c'è l'Azione Sua. Ripartono fiduciosi perché nel loro cuore c'è Lui, alle loro spalle un Risorto vivo, nei loro gesti ancora e sempre la Sua potenza. Non si sentono più abbandonati, ma sostenuti, non più scoraggiati, ma pieni di vita, non più tristi, ma gioiosi. Non temono più di faticare invano, perché con Lui nel cuore e nella mente si raccoglie sempre abbondantemente. Non vedranno più l'Amico, il Maestro, non ce n'è bisogno… E non rimpiangeranno neppure il Suo volto... Lo avvertiranno presente sempre stampato sul volto di chiunque li avvicinerà. . . Torneranno i miracoli, le guarigioni e le confidenze, torneranno ad essere forti soprattutto perché il Maestro ha promesso che, salito al cielo, invierà visibilmente un altro Consolatore. Don Ricciotti VI DOMENICA DI PASQUAAt 15,1-22-29; Sal 66; Ap 21,10-14.22-23; Gv 14, 23-29 II sett. In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “ Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v'insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dá il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l'ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. “…e prenderemo dimora presso di lui…”
Coinquilini Il deserto non ci appartiene totalmente neanche quando ci rifugiamo in esso con la speranza di rimanere soli. L’uomo non è fatto per la solitudine… E’ talmente preziosa la sua vita che chiunque desidera trovare dimora presso di lui. C’è chi come “ un leone ruggente va in giro cercando qualcuno da divorare” (1Pt5,8), c’è chi vuole spadroneggiare sulla pelle altrui tanto che, se si sente estromesso, ritorna con alleati più agguerriti (Lc 11,26)… e c’è, invece, Chi si compiace della condivisione, dell’amicizia, della partecipazione. Finti e illusi solitari… anzi, quando siamo convinti di esserci allontanati dagli altri, è allora che già siamo vittime di intrusioni ignorate, ma esistenti. E, dunque, ci tocca fare per tempo delle scelte che garantiscano la nostra incolumità e che, soprattutto, siano il frutto della nostra volontà. Di chi mi devo fidare? Tra tutti coloro che si sono asserragliati alla porta di casa mia, in attesa di fare irruzione forzata con tutte le masserizie, ce n’è Uno dal volto innocente, spoglio da cianfrusaglie, che chiede, solo con lo sguardo, di poter essere mio coinquilino. Si vede che non ha nulla a che fare con gli altri prepotenti che mostrano armi minacciose, che sbraitano e pretendono diritti, che lasciano intendere convenienti profitti dal vivere insieme, che cercano pretesti per forzare la porta della mia privacy. Egli non s’impone, non minaccia, propone una convivenza serena. L’unica cosa che chiede è che nella mia casa si viva l’onestà. Non cerca un posticino, vuole una condivisione, vuole che anch’io faccia della rettitudine la regola della mia vita. Non vuole condividere uno spazio, vuole familiarità. Non vuole una tollerata ospitalità, vuole che la mia casa passi da prigione solitaria di me stesso ad un caloroso nido di accoglienza. Mi dice perfino che, se accetto la Sua presenza, quei prepotenti che stazionano alla mia porta staranno più lontani, perché da essi non ci si difende barricandosi, come faccio io, ma facendo la scelta del bene. Rimango dubbioso, ma continuo a guardarlo incuriosito. E’ un Uomo di pace, non ha armi con sé…e questa è già una sicurezza tra le mie mura. Ha lo sguardo dolce di chi non farebbe male ad una mosca, anzi di chi stima la concordia e l’intesa un bene tanto prezioso che per esse sarebbe capace di rinunciare a qualsiasi cosa e a pagare di persona. Non ha beni materiali, né ciarpami, chiede solo di essere amato e di amare. Questo mi dà da pensare, perché tra gli uomini è più facile offrire una sedia che un abbraccio, concedere un angolino che un sorriso. Tuttavia la cosa non mi dispiace, perché anch’io ho bisogno di amare e di essere amato. Non Gli serve un tir per il trasloco, ma mi dice anche che porterebbe con sé il Padre, perché non si separa mai da Lui… E’ la Sua Vita, è tutto il Suo Amore. La cosa incomincia ad infastidirmi. Non mi piace la folla, volevo la solitudine… e mi ritrovo la calca. Più ne siamo e più è difficile la convivenza. Ma Lui mi assicura che il Padre, come Lui, è di una discrezione unica e che, quando ci si vuol bene, si diventa un’unica realtà. Se accetto di averli come coinquilini, l’Amore che si instaurerà, oltre a tenerci uniti saldamente, mi farà comprendere tante cose della mia vita, della Loro vita e della storia degli uomini. Amavo la solitudine proprio dopo aver fatto esperienza di tanti approfittatori… ma Lui mi ha persuaso che l’armonia è più bella, la condivisione è più arricchente, lo stare insieme è sempre una festa. Finora ho scelto la sicurezza promessa dall’ alleanza coi potenti, ma in verità la mia incolumità è stata sempre compromessa da coloro che avrebbero dovuto difenderla. Che questa sia la volta buona? Voglio proprio darGli fiducia… Provo ad ospitare l’Amore… Don Ricciotti V DOMENICA DI PASQUA
At 14,21b-27; Sal 144; Ap 21,1-5a; Gv 13,31-33a; 34-35 I sett. Quand'egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri».
“…come io vi ho amato, così amatevi anche voi…”
Trapianto di cuore "Quando guardo i miei figli chiedo al Signore che si vogliano bene!" Legittimo desiderio di ogni capo famiglia é vedere il suo sangue unito come un solo corpo. Ciò che strazia spesso il cuore di un padre è la divisione dei figli come membra isolate, incomunicanti, alle quali non manca la vitalità, ma l'unione. A nulla serve che un arto conservi la vita, se non è inserito armonicamente con il resto del corpo. E non è solo questione di orgoglio, di sicurezza economica, di difesa… E’, invece, legittima soddisfazione di vedere ancora condiviso quell'amore che li ha nutriti all' inizio della vita e che un padre vorrebbe continuasse ad alimentarli e cementarli ora che sono più grandi ed autonomi. Ma, spesso, questa è utopia di padre poiché, cessato il tepore del nido, ognuno va per la sua strada, dimenticando quella familiarità che li ha fatti crescere forti perché uniti. Anche il Maestro della Vita sente il bisogno di consegnare quest'utopia, convinto che l'isolamento sia sorgente di ogni distruzione. Ed il primo ad isolarsi irrimediabilmente è Giuda… Ma la Sua raccomandazione va oltre il semplice 'stare insieme' come fonte di forza e resistenza contro il male, la Sua raccomandazione ha un altro sapore, un'altra identità, un'altra motivazione, un'altra misura: il Suo esempio. Non è più sufficiente stare insieme in forza di una sopportazione reciproca, né è sufficiente che si abbiano le stesse finalità, né tanto meno la solidità proveniente dall'essere numerosi…Il motivo dello stare insieme deve essere un amore a misura di quello Suo. Un amore che ignora i tradimenti perché consapevole dei limiti dell'altro, accetta le delusioni scaturite dall'eccessiva fiducia, patisce le incomprensioni dovute alla diversa sensibilità, sopporta le divergenze che sorgono dai differenti punti di vista, subisce perfino le ostilità perché apprezza il 'voler bene'. Un amore che sa attendere la crescita dell' altro, e che la alimenta con la sua comprensione e la sua pazienza. L'amorevole pazienza è il terreno fertile per uno sviluppo armonico di ogni convivenza. Un amore rispettoso delle caratteristiche differenti perché va al cuore dell 'uomo, dove tutto è nobile, decoroso e dignitoso. Un amore che guarda con gli occhi di Dio. Occhi innocenti che scorgono la bontà dietro la spessa scorza di cattiveria, occhi puri che sanno leggere la purezza anche in fondo al fango della meschinità, occhi di bambino che scorgono il fanciullo che è rannicchiato nel fondo anche del più malvagio degli uomini. Un amore di Padre e di Madre, che sente col cuore prima che con la mente. Cuore di Padre che giustifica sempre, che riabilita, che incoraggia, che sopporta anche le umiliazioni e le ingiustizie più grandi perpetrate dai figli, convinto che esse servano ad irrobustire le proprie creature. Se un figlio, infatti, si misura prima col proprio genitore potrà essere sicuro di saper affrontare anche le avversità degli estranei. Cuore di madre che ha conosciuto l'innocenza del figlio e che non si rassegna al vederlo cambiato, tanto che lo chiama e lo chiamerà sempre "il mio bambino". Cuore di madre che gli ha impresso il primo sorriso e che non ammette possa essersi trasformato in un ghigno. Cuore di madre che ha condiviso gioie e dolori, lacrime e sorrisi, sonno e fatica e che, come ha difeso le prime marachelle così, col passare degli anni, è capace di difendere anche le malefatte più ardite. Un amore così lo si trova solo nel cuore di Cristo, ed è per questo che Lui desidera che sia la caratteristica di tutti coloro che vogliono seguirLo. Siamo tutti in lista d'attesa per il trapianto di cuore! Don Ricciotti IV DOMENICA DI PASQUA At 13,14.43-52; Sal 99; Ap 7,9.14b-17; Gv 10, 27-30 IV sett. In quel tempo, Gesù disse: “ Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio. Io e il Padre siamo una cosa sola”.
“ Le mie pecore ascoltano la mia voce…” ”Pronto? Non parla!”Tuffate nel morbido letto, nonna e nipotina recitano insieme le preghiere della sera e fanno il resoconto della giornata. Dopo il bacio della “buona notte”, la stanza è avvolta dal silenzio e la luce si spegne. Passano pochi istanti, ma sul cuore della bimba quel buio è come una pesante cappa. Avverte la solitudine e, nonostante siano vicine e nella stessa stanza, anche la nonna sembra sia scomparsa con la luce. Poi, con voce tremante, la bimba chiama: “Nonna!”. “Che c’è, tesoro?”. “Parla! Perché, quando parli, è come se fosse accesa la luce!” La voce… il calore di una presenza! Alla Maddalena è bastato che un personaggio sconosciuto pronunciasse il suo nome per identificare il Maestro. Un nome modulato dall’onda di un grande affetto espresso nella semplicità e con intensità, come di chi non ha bisogno di molte parole per rivelare la carica interiore. A volte basta una sola parola per causare danni irreparabili, come ne basta una sola, pronunziata con effusione di tenerezza, per far impazzire di gioia e per sollecitare una persona. Parliamo spesso di ascolto della voce del Signore e invidiamo quanti l’hanno veramente sentita. Per noi c’è solo silenzio! Scherzando con un amico, dopo aver stazionato a lungo davanti al crocifisso di S. Damiano, quello che ha parlato a S. Francesco, ci siamo alzati dicendoci: “Forse abbiamo sbagliato orario… Vuoi vedere che, appena andiamo via, parlerà?” Certamente ha parlato ancora, e i fortunati ascoltatori non sono stati quelli che hanno indovinato l’orario di parlatorio tra cielo e terra, ma quelli che hanno percepito l’intensità d’amore che li ha scossi dal loro torpore. Perché la comunicazione iniziata con Gesù, la Parola, non si interrompe più… E’ una bomba che esplode senza boato esterno, ma che è avvertita solo dall’interessato e che gli provoca una irrefrenabile reazione. Per troppo tempo ho atteso di avvertire nell’aria un suono, una voce, e con mio sommo dispiacere devo ammettere che la ricerca di vibrazioni sonore mi ha fatto perdere le locuzioni interiori. Volevo sentire una voce… e ho ignorato la certezza di essere amato. Volevo una conferma vocale a quello che già stavo vivendo… Ho pensato a quanto fossi duro d’orecchio quando ho letto “le mie pecore ascoltano la mia voce”. In un primo momento vi avevo sentito un freddo invito all’obbedienza e ho pensato che Gesù indicasse la caratteristica dei Suoi seguaci nella caparbia esecuzione dei Suoi insegnamenti. Avevo confuso il Maestro con un comandante al quale si deve obbedienza indiscussa, come accade in ambiente militare. E quanti ancor oggi nelle nostre fila avvertono la fede come un ordine da eseguire! Rigidi nelle loro risposte e nei loro atteggiamenti, fedeli a un dittatore, pronti a battere i tacchi e sordi al battito del cuore… Poi, parlando con qualcuno, ho avvertito che la frase celava qualcosa di più bello e più confortante… Un discepolo di Gesù non è fedele ad un ordine, ma avverte nelle parole di Lui il calore del Suo affetto, la dolcezza del Suo amore, la sicurezza della Sua protezione e, soprattutto, attraverso la Parola viene inondato della Sua vitalità. Un discepolo è tale non perché esegue disposizioni, ma perché riconosce una voce. In un rapporto affettuoso e d’intimità, qual è la “conoscenza” che Egli ha di noi, le parole non sono ordini, ma persuasioni che passano attraverso la dolcezza di un invito… “stai con me”…“seguimi”… E lo stare con Lui comporterà non un premio agli obbedienti e ai meritevoli, ma una comunicazione di sentimenti vigorosi, i sentimenti di Dio, la vitalità Sua, quella stessa che anima Lui e che supera di gran lunga quella umana… “do la vita eterna”… Il Suo calore non permetterà di smarrirci…E’ già smarrito chi non si sente amato. La Sua vicinanza è garanzia di protezione… “nessuno può rapirle”. E la protezione divina non è un recinto a prova di invasori… sono braccia allargate, cuore di Padre, mano stretta che dà sicurezza, ma che non dispensa dalle asperità del percorso. A Francesco è bastato il crocifisso di San Damiano per avvertire la presenza amorosa di Dio…A me quello è rimasto muto, ma parla qualche altro e… la vita! Don Ricciotti III DOMENICA DI PASQUA At 5,27b-32.40b-41; Sal 29; Ap 5,11-14; Gv 21, 1-19 III sett. In quel tempo Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: “Io vado a pescare”. Gli dissero: “Veniamo anche noi con te”. Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando gia era l'alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: “Figlioli, non avete nulla da mangiare?”. Gli risposero: “No”. Allora disse loro: “Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete”. La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: “E` il Signore!”. Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: “Portate un pò del pesce che avete preso or ora”. Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: “Venite a mangiare”. E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci le mie pecorelle”. Gli disse per la terza volta: “Simone di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: “Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: “Seguimi”.
“Signore… tu sai che ti voglio bene!”
Promesse di marinaio Il lago della Galilea aveva visto partire la prima volta quegli uomini dietro il Maestro... Ora è quello stesso lago che li vede ripartire senza di Lui. .. Sono sette di dodici, ma già il numero sette indica la totalità del collegio. Sono ospiti della casa di Pietro lì a Cafarnao, e, forse, l'unica cosa che hanno imparato è vivere insieme e in sintonia tra loro. E insieme decidono di cominciare il tentativo della nuova pesca che è stata loro affidata. Spingono in acqua la barca, come hanno fatto tante volte, ma la notte dell'incertezza dei primi passi da soli li rende ancora nostalgici ed incapaci di raccogliere frutti. Il sole, che fa capolino dietro la corona dei monti che custodisce il lago, li trova esausti e delusi. Ma ormai il sole della loro vita non è quell'astro nel cielo, è quell'Uomo che li attende sulla riva... Quell'uomo che essi non riconoscono… "Non avete nulla da mangiare?" sentono gridare dalla riva, sebbene il loro volto tradisca la profonda delusione delle reti vuote. Vuote perché non ancora radicate nella certezza che con Cristo si raccolgono le cose dello Spirito. E alla risposta negativa risuona l'invito a gettare la rete dalla parte destra della barca, proprio come un giorno era risuonato l'invito a prendere il largo per la pesca miracolosa. La barca di Pietro, immagine della Chiesa, è il nuovo corpo di Cristo… Dalla sua destra nasce la vita... E’ dal costato trafitto di Gesù che viene la garanzia di una pesca abbondante anche in un lago avaro. Infatti, un grappolo di centocinquantatre grossi pesci sembra che stia lì ad attendere che qualcuno lo catturi. Sebbene siano tanti, le reti non si smagliano per l'abbondanza, segno della capacità di universale raccolta. Quel lago diventerà presto troppo stretto per trascinare quelle reti salde che neppure mari più aperti e pescosi smaglieranno mai. E, di fronte alla nuova pesca miracolosa il Pietro nudo si cinge perché capisce che deve compiere il gesto di servizio che Gesù aveva fatto cingendosi con l'asciugatoio. La figura di Pietro è di primo piano nelle narrazioni Evangeliche, segno che già nella prima comunità cristiana c'era la convinzione del suo primato. È lui che decide la pesca, è lui che si cinge i fianchi per l'esperienza del servizio, è lui che porta a terra la rete. Ed è proprio a lui che il Maestro del lago, dopo aver dato ancora una volta da mangiare, rivolge una domanda così diretta ed impegnativa che risuona per ben tre volte: "Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?" Tre volte la richiesta di amore come tre volte qualche giorno prima erano stati i codardi rinnegamenti. È ancora una lavanda, ma questa volta non dei soli piedi… è una purificazione totale, che avviene con lo scroscio di tre domande e tre risposte di amore e di affetto, asciugate dal confortevole e coraggioso gesto di affidamento del gregge del Signore. Simone di Giovanni é riabilitato così non solo nella sua natura di uomo, ma anche nella sua missione di pescatore di uomini e di pastore del gregge del Signore. Basta poco per essere migliori di prima agli occhi di Dio. Basta una dichiarazione sincera d'affetto al Maestro e Questi è capace di affidare il Suo gregge anche ad un recidivo peccatore. La garanzia di buona pesca con la barca di Pietro non è nell'abilità marinara, né nell'onestà dei pescatori, ma nell'amore grande a Gesù Cristo. La vita di Pietro non sarà più un fidarsi di se stesso e delle sue promesse di marinaio, ma un abbandonarsi all'amore di Cristo. Quell'amore che lo cingerà e lo condurrà davvero a dare la vita per il suo Signore! Don Ricciotti II DOMENICA DI PASQUA At 5,12-16; Sal 117; Ap 1,9-11a.12-13.17-19; Gv
20,19-31 P
“…venne Gesù, si fermò in mezzo a loro…” L’incontro Il Risorto ha spalancato il Suo sepolcro, ora deve scoperchiare il volontario seppellimento degli uomini, quel nascondimento fatto non solo di porte chiuse, ma soprattutto di tristezza e di paura. La paura dei Giudei ha rintanato i discepoli nel Cenacolo, proprio nel luogo dove essi hanno sperimentato l’amore grande del Maestro, che li ha nutriti con il Suo stesso corpo e che, per amore, si è inginocchiato davanti a ciascuno lavandone perfino i piedi… proprio nel luogo dell’amore totale, che avrebbe dovuto renderli dinamici e intraprendenti e che, invece, li ha sprofondati nell’angoscia ed ammantati di tristezza. La paura e la tristezza sono spesso il recinto sicuro degli uomini timorosi, sono il mausoleo psicologico inaccessibile dei pavidi, il bunker eretto a difesa e ad offesa di chiunque osi avvicinarsi. Gli uomini diventano così incomunicabili tra loro, dimenticano perfino gli affetti più cari, sono immersi nell’afflizione che li rende incapaci di riconoscere e diffondere qualunque esperienza positiva precedente… Ma il Risorto non è il giocoliere solitario che stupisce il pubblico con le sue bravure… Egli è la Vita che vuole comunicare vita soprattutto a quelli che lo amano, anche se sono momentaneamente inchiodati dall’inquietudine… E l’incontro è indispensabile perché la Vita dissipi ogni malinconia. La Maddalena è riuscita ad asciugare il suo pianto perché ha cercato Gesù e Lui si è fatto trovare… Gli Apostoli sono addolorati per la perdita e, pur avendo saputo della Sua Risurrezione, per paura non lo cercano … ma Lui li ama ugualmente e va loro incontro. I catenacci, le porte serrate, come i macigni sepolcrali non sono d’impedimento al Suo immenso amore… come non lo sono ai cuori che si amano… Ed Egli si presenta lì, dove sono loro… lì, in mezzo a loro, come ai tempi delle stupende parabole, degli inviti alla beatitudine, alla misericordia, al perdono… lì, in mezzo a loro come una volta, per aprire ancora il loro cuore alla paternità di un Dio che non ammette tristezze per i suoi figli. L’albero della vita torna così al centro del giardino dell’Eden per riportare la pace dove la debolezza aveva portato angoscia e morte, per donare quella pace che solo l’amore che vince l’odio sa dare, per offrire quella pace che solo Lui, il Cristo, può donare, avendola sperimentata e conquistata nella sua stessa carne. Egli mostra loro i segni della pace… quelli causati dalla violenza perdonata… quelli inferti dall’odio subito come agnello muto… Sono questi i segni della Sua pace… di un amore che non si arrende neppure davanti alla propria distruzione… Ed è questa la pace che propone e dona anche a tutti coloro che vogliono seguirLo. La debolezza umana non può conquistare da sola questa pace, ed è per questo che Gesù alita su di loro lo Spirito di vita, lo Spirito che all’inizio della creazione il Padre aveva alitato donando a quell’essere impastato di terra capacità di relazioni umane e celesti, prerogativa di esprimere sentimenti di meraviglia e di stupore, virtù di riconoscere la paternità di Dio creatore, gioia di scoprire il fratello in ogni volto. Alita su di loro lo Spirito che comprende e tollera gli errori della carne… che è capace di ridare vita perdonando, che stima l’amore familiare più importante di ogni divisione, di ogni contrasto, di ogni debolezza, di ogni fragilità. Ma all’appello ne manca uno, Tommaso… Manca perché momentaneamente assente, ma nella sua assenza mancano tutti coloro che nei secoli a venire guarderanno dubbiosi ai dieci fortunati… In lui si affacciano i problemi e le difficoltà che tutti gli assenti a quell’incontro affronteranno in futuro, lo scoglio di coloro che, proprio perché lontani dal luogo del convegno, dovranno fidarsi della testimonianza sincera dei compagni. A quell’appuntamento manco anch’io, che non vedrò mai la piaga del costato e il foro dei chiodi e che dovrò fidarmi ciecamente della testimonianza leale dei presenti nel cenacolo. A me viene rivolto l’invito ad essere fiducioso nella parola degli spettatori, anzi a me proprio viene garantita una beatitudine particolare per non aver ceduto alla gratificante curiosità degli occhi e per essermi abbandonato totalmente alla testimonianza degli Apostoli. Grazie, Tommaso… il tuo ritardo all’appuntamento mi ha fatto guadagnare una nuova beatitudine insperata! Don Ricciotti DOMENICA DI PASQUA - RISURREZIONE DEL SIGNORE (Messa della notte) Gen 1,1-2,2; Sal 32; Gen 22,1-18; Sal 15; Es 14,15-15,1; Sal Es 15,1-7.17-18; Is 54,5-14; Sal 29; Is 55,1-11; Can Is 12,2.4-6; Bar 3,9-15.32-4,4; Sal 18; Ez 36,16-28; Sal 41/42 Rm 6,3-11; Sal 117 Lc 24,1-12
P "Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” Dove sei? L’umanità custodisce le proprie certezze sigillandole nelle tombe… E’ lì che corre a cercarle ogni volta che la nostalgia, il ricordo e l’affetto per una persona diventano struggente desiderio di incontro. E’ lì che anche la nostra umanità addolorata si reca per trovare conforto e per esprimere tenerezza a Colui che, col nostro amore, non siamo riusciti a strappare alla gola della morte. Gli aromi e i fiori nelle nostre mani, come le lacrime agli occhi, non sono l’omaggio alla ‘signora’ di tutti gli uomini, né sono l’illusorio profumo che esorcizza il lento decomporsi… sono, invece, l’espressione del bene che si vuole allo Scomparso e sono il segno del gioioso desiderio di un nuovo incontro di cuori. Come incontrarLo ancora? Basta forse illudersi che avvenga nel mutismo e nell’oscurità di un sepolcro? Le sorprese di Dio non si spengono neppure col buio di una morte, e soprattutto Lui non delude mai il desiderio di quelli che lo amano e Lo cercano sinceramente… Il Padre ha lasciato fare tutto secondo il rituale umano, quasi a dare piena soddisfazione all’umanità che ha spinto Suo Figlio fino in fondo… fino alla sepoltura. Oltre… l’uomo non sa andare… l’oltre appartiene alla sua alleata, che cancella, ingoiando nel suo ventre, ogni possibilità di ritorno. Ma non sarà certo un possente masso rotolato dagli uomini ad ostacolare l’incontro con Colui che ha squarciato i cieli per farsi vicino…. Non sarà certo la morte a mortificare la Vita… Essa esplode con potenza come il chicco sepolto nel terreno… e come la gemma nuova, che solleva con vigore la dura corteccia, torna alla luce del sole… Stupore e meraviglia! La pietra è ribaltata… ma il sepolcro è vuoto!!! Illusione? Scherzo? ... o nuova presenza? Forse è l’invito a cercare ancora… e sempre… Ma dove? Dove sei? Si chiedono le donne cercando nelle vicinanze del sepolcro… Dove sei? Si chiede Pietro guardando con gioia le bende, segno evidente della sconfitta della ‘vincitrice’ morte … Dove sei? Ci chiediamo noi anche oggi, e continueremo a chiedercelo fino a quando frugheremo negli angoli bui della tomba. Egli non è tra i morti, bensì tra i vivi… Egli è la Vita che è passata in quel sepolcro, ma non è più lì… Ora il Vivente accompagna ogni uomo e gli vive accanto! E’ il giardiniere per la Maddalena… il pescatore che attende i discepoli sulla riva del lago… lo straniero che accompagna i due viandanti diretti ad Emmaus… E’ la presenza silenziosa ed efficace per quanti ‘ricordano’ e portano nel cuore le Sue parole e ‘fanno’ il memoriale che permette di riconoscerLo vivo e Risorto. Dal sepolcro vuoto partono i vaneggianti annunciatori del Vivente, portando nei loro occhi la gioia della vicinanza di quel Cristo vivo per essere misericordioso verso tutti coloro che custodiscono nel cuore la Sua Parola. Don Ricciotti Is 50,4-7; Sal 21;
Fil 2,6-11; Lc 22,14- 23,56 La Passione
P “Ho desiderato grandemente…”
Foto di gruppo Il Maestro, partito da quello splendido specchio d'acqua a nord della Terra Santa, dopo averla attraversata in lungo e in largo per raccogliere i suoi figli come una chioccia raccoglie i suoi pulcini, ora giunge al cuore, Gerusalemme, per concludere la sua missione. Qui l'aspetta un ingresso trionfale, preludio dell'ingresso trionfale nel Regno da lui inaugurato. Gli uomini inneggiano al benefattore con palme e mantelli, Dio accoglierà Colui che dà la sua vita per gli altri. Prima dell'allontanamento c'è un momento di intimità attorno ad una tavola con coloro che sono stati i compagni di viaggio. Li vedo lì seduti vicino al commensale più importante, allegri e sorridenti come se posassero per una foto di gruppo. Una foto che possa ricordare a chi la vedrà dopo millenni i personaggi della stupenda avventura, ma che anche conservi intatte le finalità e lo scopo della vita del Maestro. I dodici, una tavola, un pane ed un calice… Tutti vicini i dodici compagni che hanno condiviso tre anni di storia, di insegnamenti, di esperienze. Tutti vicini col volto disteso come si addice ad una festa che non sanno essere una festa d'addio… Tutti vicini come una squadra pronta a scendere in campo, ma della quale l'obiettivo fotografico non rivela il cuore e le intenzioni. Tre anni non son bastati a rafforzare i vincoli di comunione e il Maestro fa un ultimo tentativo, quello di consegnarsi nelle loro mani prima di consegnarsi ai nemici. Compie dei gesti e dice delle parole che rivelano i suoi sentimenti di affetto, di amore, di donazione totale. È questo momento che vuole sigillare, non altri come quello col lebbroso guarito e ritornato a ringraziare, o con la peccatrice perdonata, o ai piedi del Tabor a ricordo di un avvenimento sensazionale… Vuole che la foto ricordo, la più importante, sia impressa attorno ad una tavola, ad indicare la festa, come una festa è stato il loro vivere per tre anni, come una festa sarà l'incontro nel Regno, come una festa deve essere la caratteristica di chi scopre il Suo invito a seguirlo. La tavola. .. segno della bellezza dello stare insieme, segno della condivisione, segno di una comunione che scavalca ogni frontiera. E sulla tavola un pane... Lo prende come un giorno ha preso i pochi pani del fanciullo e, alzando gli occhi al cielo, lo spezza consegnandone un pezzo a tutti i commensali. È il gesto del padre che sfama i figlioli, ma per Lui diventa il gesto del Maestro che nutre con il suo amore, con il suo stesso corpo i suoi discepoli. Un pane spezzato che alimenti tutti, un unico nutrimento fatto non di promesse ma di persona, non di frumento ma di carne e di cielo... Non per saziare ma per sfamare. È un impegno, è un patto... Un patto si sigilla con il sangue ed un calice è pronto a raccogliere la vita donata. Ad esso tutti accostano le proprie labbra per suggellare il nuovo patto di Dio con l'umanità intera. Un Dio che non ritratterà mai la sua paternità, ma che si impegna con il suo sangue a sfamare e nutrire i figli nonostante le delusioni e i tradimenti. Un calice ricolmo della vita, divina e umana, per purificare in modo definitivo chiunque lo voglia e per trasmettere la nuova vitalità. Quando tutto è consumato, Egli si alza da tavola e va nell'orto... È pronto per la donazione totale... Don Ricciotti V DOMENICA DI QUARESIMA Is 43,16-21; Sal 125; Fil 3,8-14; Gv 8, 1-11 I sett. In quel tempo, Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch'io ti condanno; và e d'ora in poi non peccare più”. “se ne andarono uno per uno” Il bersaglio Finalmente qualcosa di nuovo in questa città dove la monotonia e la noia fanno da padroni e dove la gente accumula silenziosamente malessere per sfogarlo alla prima occasione. E l’occasione non si fa attendere. La gente corre e grida come chi esprime tutta la rabbia contro qualcuno. Non si infierisce su di un cane randagio che molesta il pollaio, non si urla per intimorire un ladro sorpreso con la refurtiva, non ci si accanisce sul solito matto del paese che ne ha fatta una delle sue… La rabbia, questa volta, si sfoga su di una donna. Le si strappano i succinti vestiti di dosso, la si spinge provando il gusto di vederla cadere, e gli sputi, i graffi e le percosse sono ormai l’unica espressione di una disapprovazione che fa andare in visibilio come ad un rodeo o ad una corrida. Come muta di cani che insegue la volpe, la folla inferocita si ferma soltanto quando vede la malcapitata accasciarsi esausta ai piedi del Maestro. Tutti sanno benissimo qual è la sua sorte, ma vogliono anche cogliere l’occasione per mettere alla prova la fedeltà di quel Maestro alla legge di Mosè. Una conferma di un Giudice autorevole scarica la responsabilità di chi accusa. Ma Gesù non è venuto per giudicare e, con un gesto che sa di distrazione e di non complicità si mette a tracciare dei segni sulla sabbia… Il silenzio si fa più profondo, quasi a voler penetrare il senso di ciò che Egli sta scrivendo… Sono numeri o sono nomi? Se sono numeri, forse addiziona le tante volte che non è stata sorpresa e che quindi confermerebbero la condanna. Se sono nomi sta rivelando la complicità di molti di loro che meriterebbero la stessa sorte, ma che sono celati dall’ipocrisia e diventano accusatori solo perché uomini. L’attesa rende nervosi, però aiuta la riflessione ed un buon esame di coscienza. Ma, quando la consapevolezza degli altri è troppo evidente, non si riesce neppure a riflettere e, polarizzati dall’accanimento, come ubriachi ci si scaglia verso il bersaglio. Il plotone di esecuzione attende solo il segnale, e quegli uomini attendono una risposta, un cenno, un sì che tarda a venir, La tensione è alle stelle. E allora? Finalmente, Gesù si alza come un Giudice che ha raccolto le prove e che è pronto a deliberare: “Cominci chi non merita la stessa sorte!” Una sentenza che è evidente contro la Legge, ma che è anche contro i presenti, Quanto spesso la legge salva gli uomini sebbene la coscienza li condanni… Mi sarei aspettato che avessero ignorato il giudizio di quel Maestro per salvare la faccia, ma, evidentemente, la coscienza rimorde a tal punto che credono opportuno rinunciare a fare il tiro al bersaglio. E’ troppo semplice cercare un bersaglio esterno per mettere a tacere che, forse, il vero punto da colpire è dentro di noi. E’ troppo facile cercare gli errori degli altri per distogliere l’attenzione dai propri. Accade frequentemente che chi si accanisce contro gli altri lo fa per esorcizzare un disagio interiore, lo fa per esprimere nello sfogo della violenza esterna l’incapacità a condannare se stesso. Chi ha la coscienza a posto non si accanisce sulle malefatte altrui. La sete di giustizia spesso ha alla radice qualche altro sentimento poco piacevole, e chi si nasconde dietro il rigore della Legge è privo di serenità e di dolcezza. E Gesù non la condanna… Basta una sua semplice espressione per capovolgere la situazione, per far si che quelle pietre destinate ad un lancio orizzontale cadano sui piedi dei pronti lanciatori. “Perché siete cosi aggressivi, per amore della giustizia o per un tormento personale?” Da accusatori si sentono tutti sul banco degli imputati e, come chi è stato smascherato dei propri crimini, per non subire la stessa sorte, si ritirano uno dopo l’altro. Questa sera nelle case c’è un silenzio strano…come di chi è consapevole di avere sotto lo stesso tetto un possibile condannato alla lapidazione! Don Ricciotti IV Dom. di Quaresima (Laetare) Lc 15, 1-3. 11-32 In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola: Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E` tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”.
"...facciamo festa..." La porta aperta
C’è qualcosa nel Maestro del Lago che non convince. Le sue parole sono persuasive; i suoi gesti, anche se spesso sconvolgono usi e tradizioni, tornano a beneficio degli uomini. Ma ciò che sorprende è che la gente con Lui si senta sincera, si senta accolta e non si vergogni del male compiuto. Per questo motivo sempre attorniato da quelli di malaffare. Gli Apostoli si sono abituati ai volti diffidenti, ma gli scribi e i farisei, che si ritengono integri e puri, non mandano giù la loro presenza. Qualcuno arriccia il naso, altri esprimono disappunto, uno ha il coraggio di affermare:”Andiamo via! Non è posto per noi, non mi sento a mio agio tra queste persone e, ti dirò di più, ho paura!” Un altro replica: “Hai ragione, ma la cosa strana è che quello che chiamano Maestro non si mostra contrariato, anzi sembra stare bene tra questi ceffi!” Non ha terminato di esprimere questo giudizio così sottovoce che il Maestro alza il tono come se si rivolgesse a lui direttamente e racconta la storia del padrone buono. E lui, intento a capire come Gesù avesse sentito un’espressione detta così a fior di labbra e a quella distanza, non mette attenzione al racconto. La curiosità nasce quando gli amici alla fine gli hanno detto: “Beccati questa!” “Perché, ce l’aveva con me?” “Proprio così, ti ha risposto dicendo che la porta del suo cuore non si chiude mai, che la sua lampada rimane accesa per tutta la notte, che il suo giaciglio rimane intatto se un figlio esce di casa, che la finestra e il terrazzo sono i suoi luoghi di lunga osservazione non per rintuzzare un nemico, ma per spalancare le braccia ad un reduce. Per Lui un figlio o un fratello non diventa mai nemico! Egli non si limita ad attendere nervosamente un ritorno… Esce di casa, dalla sua sicurezza, dal suo aver ragione, dai suoi sogni infranti, dalla delusione per l’abbandono inatteso e gli va incontro… come gioiosamente è andato incontro al primo vagito col cuore gonfio di chi si sente, ancora una volta di essere padre. E, nell’attesa di un ritorno, non ha rimesso in ordine la casa cancellando i segni del passaggio di quel figlio, che perfino il fratello chiama degenere. Anzi, tutto è al solito posto, come gli strumenti musicali pronti a riprendere vita al cenno del direttore. Ha perfino fatto ripulire l’abito più bello, quello delle feste,quello che dava al figliolo un tocco di delicata eleganza e signorilità e che suscitava ammirazione tra gli amici e tra la servitù. L’abito esprime la dignità, quella dignità che altri avranno potuto infangare o calpestare, ma che per un padre è sempre la stessa… Anche quando un figlio sbaglia… Anche quando gli smarrimenti di un figlio bruciano sulla propria pelle di un padre… Ha fatto risuolare e dilucidare i sandali che da un pezzo giacciono inerti e accartocciati come se fossero stati abbandonati al ciglio di una strada per addentrarsi a piedi nudi sulla soffice e carezzevole erba di un prato. Segno di una vita sulla quale non transitano più i sentimenti di familiarità, segno di una vita bloccata al bivio della tentazione, segno di una corsa gioiosa spentasi sui viottoli solitari della malinconia. Ignaro dell’ammanco economico che gli ha procurato la divisione dei beni, ignaro dello spreco che ha dilapidato tutta la sua fatica, il suo lavoro, il paziente raggranellare della formichina, egli ogni tanto va a riaprire il posto segreto nel quale conserva gelosamente l’ultimo sigillo di famiglia. Lo guarda con nostalgia e, mentre lo ripone gelosamente, sogna di poterlo rivedere brillare al dito di “suo” figlio. Un pensiero martella la sua attesa: “Non posso sentirmi padre se non ho più un figlio, anche se ne avessi mille altri. Ho fallito il mio essere padre se ne ho perduto uno solo, se non riesco a riconsegnare alla Vita, cresciuto in umana dignità, quell’essere che Lei mi aveva così benevolmente affidato”. Dopo questo racconto anche lo scriba guarda con occhi diversi i ceffi che attorniano Gesù e, stranamente, prova un po’ di gioia nel vederli così vicini a quella porta del cuore sempre aperta. Uno solo dimostra insofferenza… è ben vestito, ha calzari nuovi e al dito un vistoso sigillo di famiglia… Don Ricciotti III Domenica di Quaresima Lc 13, 1-9 In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Disse anche questa parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”. "Padrone, lascialo ancora..." I sopravvissuti Quante volte ci è passato per la mente il desiderio che il Signore purificasse l’ambiente e quante altre abbiamo visto dietro le sciagure l’appagamento del nostro pensiero, come se noi, i sopravvissuti, fossimo gli innocenti… Le notizie di massacri e di catastrofi, che insanguinano continuamente la storia, giungono anche agli orecchi del Maestro del Lago. Chi le riferisce lo fa col desiderio di scoprirne il perché e di riceverne una spiegazione. Lui che sembra conoscere tutto, Lui che ha la fortuna di penetrare nei segreti di Dio, Lui che sa dare una risposta giusta ad ogni avvenimento, deve pur darci una spiegazione del perché tra i mortali accadono certe cose… La nostra mente trova un’unica risposta: sono certamente colpevoli di crimini segreti e perciò meritevoli di morte. Troppo semplicistica la risposta, ed in un certo senso anche capziosa, come se la morte degli altri giustificasse il diritto alla nostra vita, come se la morte colpisse solo gli indegni, come se la fine di alcuni fosse la tacita affermazione dei onestà dei sopravvissuti. E non è forse, invece, un modo benefico di Dio per offrire possibilità di redenzione a chi si reputa già “salvo”? A coloro che volevano sentirsi privilegiati per non essere incappati nella stessa sorte di sangue, Gesù dice che non è questione di merito personale, ma di pazienza di Dio, Egli torna pazientemente, anno dopo anno, a cercare i frutti di bontà appesi all’albero della nostra vita e, quando non ne trova, attende ancora con la speranza che il suo indugio convinca quel tronco inutile a darsi da fare. E, quando ostinatamente perdura la mancanza di frutti, con grande rammarico decide di dare spazio a chi è più sollecito e più saggio. Per fortuna a frenare questa decisione del Padrone è il Vignaiolo al quale Egli ha affidato la cura e la salute del suo campo. Un Vignaiolo che non si limita a sorvegliare e compassare oziosamente il terreno, ma che con la sua fatica, il suo sudore ed il suo sangue alimenta e spronala coltivazione. E’ Lui che scava e dissoda con la Sua Parola… E’ Lui che concima con la Sua Grazia…E’ Lui che sollecita con il Suo Amore…E’ Lui che è convinto che con la Sua Premura vincerà l’inerzia della sua pianta… E’ Lui che impetra ancora un tempo di pazienza perché non si rassegna a vedere inceneriti in un focolare i lunghi anni di fatica e di speranza alimentati dal Suo amore. E se l’albero affonda ancor oggi le sue radici in quel terreno, non dipende dalla sua folta chioma né dalla sua sterilità, dipende solo ed esclusivamente dagli occhi impetranti del Vignaiolo presso il Padrone. Occhi che lasciano intendere la sofferenza nel vedersi strappare un figlio… occhi che chiedono solo un anno, solo un po’ di tempo, per raddoppiare la premura… occhi che sperano di essere bagnati dalle lacrime di gioia di in abbondante prossimo raccolto. “E’ sangue mio e lo guarirò, dovessi anche morire per lui!” E’ l’espressione di chi non si rassegna, è l’espressione di chi ama, è l’espressione di chi ha dato tutto… E’ l’espressione di Chi vuol far capire a chi ascolta che è pronto a difendere sempre, a colmare di nuova attenzione, a persuadere con l’amore la durezza di un cuore infingardo, che si bea di tanto amore,ma che ignora tanto sacrificio. E’ l’espressione di chi è disposto ad ottenere un ravvedimento fino all’estremo delle forze, fino all’impossibile. E se l’albero non dà risposta è perché ha deciso di perire… La mancanza volontaria di frutti è già segno di morte! Don Ricciotti II Domenica di Quaresima Lc 9, 28-36 In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
"...all'entrare in quella nube, ebbero paura" Segreti Ormai le reti, le vele, la barca, e perfino il lago dove il Maestro aveva pescato i Dodici, sono alle spalle… Quegli uomini, che fino a quel momento avevano conosciuto solo l’acqua dello specchio casalingo o al massimo avevano fatto l’annuale pellegrinaggio al Tempio di Gerusalemme, ora si ritrovano a girare in lungo e in largo la Galilea. E’ passata anche la nostalgia del calore di casa, perché in ogni angolo, in ogni paese, ricevono l’accoglienza che li fa sentire in famiglia. Si punta verso Gerusalemme senza seguire la rotta dei pellegrini. Dove c’è un paese, un villaggio, là si dirigono i piedi degli annunciatori. Solo i Samaritani sono ostili al loro passaggio. Gesù ha una preferenza per le alture, forse perché Lo avvicinano al Padre, forse perché dall’alto si allargano gli orizzonti sulla rigogliosa Terra Promessa o forse perché è il luogo ideale delle grandi teofanie, delle manifestazioni di Dio, degli incontri… Si profila in lontananza lo sperone del Tabor e Gesù,come una bussola, punta il suo ago verso l’altura. Alle falde lascia che il resto della comitiva si riposi mentre con Pietro, Giacomo e Giovanni si appresta a fare la salita. “Meno male!” – borbotta qualcuno stendendosi a terra. Ha misurato l’altitudine ed ha ben accolto la proposta di aspettare i quattro al ritorno, ma non sa a quale grande soddisfazione e a quale grande visione sta rinunciando. La salita stanza anche quando a capo della cordata c’è il Maestro e si è ricevuta la dimostrazione che ogni ascensione con Lui stata una preziosa tappa da non dimenticare. Quando Gesù ascende è per portare l’umanità ad altri livelli. “Coraggio, Pietro, tocca a te ansimare verso la vetta. Ci dirai al ritorno se ne valeva la pena!” Con queste parole i compagni prendono in giro il grande pescatore, abituato a misurare in lungo e in largo la sua barca e poco esperto nelle scalate. Era veloce la sua imbarcazione nello scorrere orizzontalmente a pelo d’acqua… ora Qualcuno sta allenando lui alle ascensioni, forse più faticose, ma più benefiche. Al ritorno, il drappello dei quattro escursionisti è accolto festosamente dagli amici rinfrancati nel corpo. Il riposo li ha ritemprati ed ora sono curiosi di sapere come è andata l’ascensione… ma uno strano silenzio copre l’avventura. Troppo strano questo mutismo! Sarà per la stanchezza della salita? Sarà per far sentire i poltroni in difficoltà? O sarà perché quello che hanno visto è stato talmente bello da non aver parole per raccontare? La cosa finisce lì per il momento, ma i tre da quel giorno diventano più pensierosi, si legano ancor più fortemente al Maestro e sorvegliano, come guardie del corpo, la Sua incolumità, come se fossero preparati a sgradite sorprese… Solo in seguito, molto tempo dopo, riveleranno la straordinaria esperienza vissuta sul Tabor, quando in un’estasi spirituale hanno visto Mosè ed Elia conversare con Gesù. Hanno sentito parlare profeticamente di dipartita… di Gerusalemme… di compimento… ed hanno visto il volto del Maestro illuminarsi così come lo vedranno mentre nell’Ascensione Egli si allontanerà definitivamente da loro. “Sapevamo già di questa storia – diranno un giorno – e sapevamo anche come sarebbe andata a finire… anche se non abbiamo voluto crederci fino in fondo e abbiamo sempre sperato che fosse un incubo!” E’ proprio così, quando un’anticipazione di Dio non ci è gradita cerchiamo di dimenticarla come un brutto incubo. E i piani di Dio sono sempre un brutto incubo per l’uomo! Una nube che avvolge e fa paura malgrado la Voce rassicurante della Parola. Aiutaci, Signore, a scorgere nel buio dei nostri incubi la luce dei tuoi progetti! Don Ricciotti I Domenica di Quaresima Lc. 4, 1 – 13 Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto dove, per quaranta giorni, fu tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni; ma quando furono terminati ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, dì a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordine per te, perché essi ti custodiscano; e anche: essi ti sosterranno con le mani, perché il tuo piede non inciampi in una pietra». Gesù gli rispose: «E’ stato detto: Non tenterai il Signore Dio tuo». Dopo aver esaurito ogni specie di tentazione, il diavolo si allontanò da lui per ritornare al tempo fissato. "ebbe fame" Equilibrista Il Maestro del lago sta rivelando il volto di un Dio Padre, un Dio che si strugge d’amore, e che vuole partecipare all’uomo la Sua esperienza d’amore. Un Dio che accoglie il cuore del povero quando è ricco d’amore. Ha rivelato la Sua misericordia infinita, frutto di un amore altrettanto infinito e, poiché chi ama perdona sempre,ha invitato a non rifiutare mai il perdono… significherebbe rinunciare ad amare! Quei poveri pescatori hanno l’impressione di essere entrati in una nuova dimensione. Le sponde di quel lago, spesso avaro, si sono trasformate in un paradiso terrestre dove la povertà non spaventa più, non esistono più nemici, si comincia a vivere la fraternità anche con gli sconosciuti. Hanno capito che la felicità non è nelle reti, ma nel cuore e che basta un sorriso, un perdono, un silenzio, una condivisione a trasformare la povertà in ricchezza. Ma tutto questo non è facile da vivere, e ben presto torna la realtà. Quella bellezza appena gustata non dispensa dalla fatica e dalla conquista, perché il ritorno all’insoddisfazione di prima è sempre in agguato. E non è affatto strano che sia lo Spirito ad insegnare una lezione di combattimento e di lotta. L’animazione dello Spirito esige perseveranza, e questa è frutto di una scelta continua, costante, a volte anche ai limiti delle forze. C’è da qualche parte nel mondo di ciascuno di noi un luogo di silenzio, di solitudine, di bisogno, di aridità, di stanchezza. C’è nell’arco di una vita un periodo di prova, lungo o breve che sia, è un periodo tutto nostro nel quale nessuno può entrare a farci coraggio, a far sentire la sua presenza, un luogo dove solo noi siamo padroni delle nostre decisioni. E’ il deserto! Se non lo incontriamo sulla nostra strada, ci indirizza qualcuno o ci spinge Qualche Altro per rafforzare le nostre scelte, per metterci alla prova, per uscirne consolidati. E’ inevitabile! E’ il momento nel quale rimettiamo tutto in discussione, ritornano i perché e si pensa con timore al futuro. E’ il momento della tentazione! La fame delle cose lasciate o scartate, quella fame, momentaneamente saziata dai grandi ideali, ritorna a farsi sentire, forse, più prepotente e più lacerante di prima. E con lei ritorna a martellare l’dea che è tutta un’illusione, un bluff, una fantasia, un’utopia… Si riaffaccia il desiderio della materialità che abbiamo immolato per amore di Dio. E allora ritorniamo a porre aulla bilancia la Parola e la fame, la fiducia e la concretezza, lo spirito e il corpo. E Gesù insegna con la sua stessa vita che saremo vittoriosi se punteremo ancora sulla fiducia in Dio. La lotta non è finita con questa riconferma di fiducia, qualcuno escogita altri interrogativi. Quale sarà il nostra domani, il nostro avvenire, la nostra vita? Non è troppo ardita la nostra missione? Potremo durare così per un poco, finché si è giovani, poi subentra la vecchiaia, la solitudine, la scarsità di affetti, di considerazione, di disponibilità economica… è la tentazione della mancanza di fiducia nella Provvidenza,che fa presagire una fine troppo meschina e che vuol far piegare i nostri ginocchi ai conforti umani più sicuri, più concreti. Ma Lui ci insegna che saremo vittoriosi se sapremo piegare il ginocchio solo davanti all’Altissimo. “Abbiamo scelto T, Signore, e questo non ci dà diritto ad un anticipo? Consolaci con un Tuo segno, confortaci con un miracolo, sostienici con una cosa straordinaria degna di Te”. E’ la sfida di chi vuole una conferma da parte di Dio… è l’abilità di chi ribalta la propria tentazione facendola diventare tentazione di Dio. Tentare Dio è il massimo! Ritenersi alla pari con Lui e arrivare a mercanteggiare con il Suo amore è la più grande mancanza di fiducia… è la fine del nostro equilibrio, quando cerchiamo nell’aria la mano di Dio e, anziché preoccuparci di mantenerci sulla corda, ci sbilanciamo sicuri di essere sostenuti! E Gesù ci insegna che l’equilibrista non si getta mai volontariamente nel vuoto sperando che Dio lo raccolga… Don Ricciotti VI Domenica del Tempo Ordinario Lc 6,17.20-26
“Beati … Beati… Beati…” Cuore a cuore Ci vuole davvero un grande coraggio a fare i complimenti e le felicitazioni a chi è povero, a chi ha fame, a chi piange… Io non mi sognerei mai di congratularmi con tali persone, sapendo bene di non fare loro cosa gradita e di rischiare di scatenare una reazione che potrebbe avere brutte conseguenze. Eppure il Vangelo non registra strane reazioni di ribellione e di rivolta nella moltitudine di gente che si stringe attorno a Gesù mentre dichiara beati i poveri… gli affamati… gli afflitti. Non credo sia gente insensibile all’offesa, né che si tratti di un argomento estraneo alla loro condizione. La povertà, come la fame ed il dolore, sono palpabili nell’ambiente attraversato dal Maestro ed è proprio a quell’ambiente che Egli rivolge gli impudenti rallegramenti senza provocare oltraggio. Non lo fa per rabbonire illusoriamente i disagiati, né per frenare il loro desiderio di rivalsa, lo fa per comunicare una certezza abbondantemente sperimentata nella Sua vita e che l’accompagnerà fino alla sofferenza estrema… l’amore del Padre è proporzionato al bisogno della creatura. La povertà Gli è stata compagna nella nascita, nella fuga in Egitto, nella polvere e tra i trucioli della bottega di Nazaret. La fame Lo ha segnato all’inizio della Sua vita pubblica tanto da diventare seducente argomento di tentazione da parte del demonio. Le lacrime solcheranno il Suo volto in alcuni momenti di sconcerto davanti alla realtà dolorosa dell’umanità, e laveranno il sangue grondante dalla Sua fronte coronata. Ma non è la Sua sofferenza a giustificare la nostra, né il Suo dolore potrà essere motivo di felicitazione per tutti coloro che si trovano in un tormento. Anche se noi spesso diciamo erroneamente “ha sofferto Lui, perché non dovremmo farlo noi?” La Sua proposta di beatitudine va oltre ogni ‘compagnia’ che affievolisca e attenui il nostro soffrire. Egli non vuole svilire il nostro dolore, né vuole che lo accettiamo con rassegnazione, tanto meno vuole che ce lo procuriamo come concorrenti ad una ‘caccia al tesoro’ solo per sentirci proclamati beati. Non vuole neppure che il Suo insegnamento diventi un incoraggiamento moraleggiante per creare equilibri sociali, né che sia inteso come l’anticipo per il godimento futuro… anche se tutto questo … renderebbe più vivibile la nostra società. E allora? Che senso ha esaltare i bisognosi? Mosè aveva dato una regola comportamentale per l’uomo perché potesse vivere dignitosamente… Gesù dà, invece, la regola comportamentale di Dio, che dona il Suo amore non guardando il merito, ma il demerito, il bisogno, la povertà. E’ questo il motivo della beatitudine… la premura, l’accortezza e l’amore di Dio verso l’indigente. Se gli uomini creano discriminazioni e umiliano i poveri, Dio, invece, è attento ad essi e li fa subito possessori del Regno Suo. Se gli uomini riducono alla fame i fratelli, Dio prepara un banchetto per saziarli. Se gli uomini fanno piangere i propri simili, Dio attende di far rifiorire il sorriso sulle loro labbra. Ma, quando? Forse anche noi ci saremmo aspettati un immediato messianismo rivoluzionario, un veloce capovolgimento sociale, un rapido ribaltamento delle sorti… Ma è Gesù stesso ad insegnarci che se questo non è il tempo degli improvvisi sovvertimenti non è neppure, tuttavia, il tempo dell’alienazione religiosa e del disimpegno sociale… E’, invece, l’oggi della solidarietà di chi si prende cura dei bisognosi, come ha fatto Lui. E’ l’oggi della misericordia, della vicinanza di Dio ai poveri attraverso altri poveri volontari. Ora è il tempo nel quale su questa misera terra si getta il seme del Regno. Nel Regno, poi, la misericordia di Dio non avrà più le sembianze umane, ma sarà amore diretto, cuore a cuore. Don Ricciotti V Dom. T.O. Lc 5, 1-11 In quel tempo, mentre, levato in piedi, stava presso il lago di Genèsaret e la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio, vide due barche ormeggiate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”. Simone rispose: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche al punto che quasi affondavano. Al veder questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”. Grande stupore infatti aveva preso lui e tutti quelli che erano insieme con lui per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.
Porto di mare Gesù è costretto ad allontanarsi dalla sua terra e trova accoglienza presso un ‘porto di mare’, sulle rive di uno specchio d’acqua dove il via vai della gente è frequente come il susseguirsi delle onde della spiaggia. Molti, bisognosi ed assetati, gli si avvicinano incuriositi, perché trovano finalmente qualcuno che non umilia la loro condizione di miseria. Gesù ne approfitta per conquistarsi il cuore della gente del lago, dal momento che non è riuscito a conquistarsi quello dei suoi paesani. La sua dolcezza affascina subito quelle persone avvezze ormai a urla e maledizioni sperando di esorcizzare così la frequente scarsità di pesce. A cosa servono braccia poderose, notti insonni e barche sicure quando il risultato è sempre una rete vuota? E la delusione è ancora più forte e struggente quando si deve annunziare alle donne e ai bambini, pronti sulla battigia a festeggiare il ritorno degli uomini dalla pesca, che ancora una volota al tavola sarà frugale e la fame dovrà attendere… Per fortuna questa volta l’impaziente attesa è distratta dalle parole di un predicatore che sulla riva fa sognare una tavola imbandita… nel Regno dei cieli. Ma i sogni non sfamano… le reti, i cesti e gli stomaci gemono per il vuoto… e offendono l’abilità degli uomini. Tanta bravura, tanta esperienza, tanta attesa umiliata da una rete floscia e senza guizzi… sembra proprio che una maledizione si sia abbattuta su quella riva! E’ proprio vero che non basta l’abilità e l’intraprendenza. Se non c’è un po’ di fiducia anche la fortuna si allontana… e quell’Uomo sta parlando proprio di fiducia. Con un pizzico di audacia, Gesù chiede allo sfiduciato Pietro di riprendere il mare. Le mani doloranti, i capelli grondanti acqua e sudare, gli occhi arrossati dalla delusione più dalla salsedine, vorrebbero gridare un rifiuto, ma lo sguardo delle donne e dei bambini, ancora estasiati dalle parole di fiducia ascoltate poco prima, impetrano una replica… e non si può dar loro ulteriore delusione. Pietro guarda la gente mentre la gente guarda lui avendo percepito gli elementi di una sfida tra i due. Poi guarda Gesù quasi a voler capire il motivo di quell’invito a riprendere il largo. Un combattimento interiore si scatena in lui… Tentare col Maestro quello che non è riuscito a realizzare con la sola sua abilità può rivelarsi un’ulteriore sconfitta, sia che le reti rimangano vuote, sia che si riempiano. Rifiutare sarebbe una mortificante mancanza di fiducia che, aggiunta alla mancanza di pesce, i comodi spettatori sulla spiaggia attribuirebbero solo a lui. Ma Gesù sta conquistando il cuore e la stima di Pietro e non può giocarsela con una delusione, e Pietro, come un pugile fiaccato, torna al centro del ring confidando solo sulle parole del suo allenatore… Il tempo di stendere la rete al largo e l’accorgersi che qualcosa di straordinario si è verificato si susseguono così velocemente che un urlo di gioia e di soddisfazione di Pietro squarcia il silenzio del lago e viene accolto sulla spiaggia con incredibile entusiasmo. Gesù ha fatto breccia nel cuore dell’incredulo Pietro trasformandolo in un amico inseparabile e promuovendolo conquistatore del cuore degli uomini. E, nonostante Pietro riconosca la sua incredulità e chieda che per questo motivo il Maestro gli si allontani da lui, egli è ormai legato a doppio filo col Maestro… solo il martirio porrà fine a questa sua nuova esperienza di pescatore e infiammatore di cuori verso Colui che riconosce come Signore! Torna a casa con negli occhi una grande soddisfazione, non per l’abbondanza dei pesci ma per la convinzione che quando si vuole fare da soli si è sempre perdenti… insieme si fa meglio, con Dio si è sempre vittoriosi. Anche perché la sconfitta o la vittoria la si può addossare tranquillamente a Lui!
Don Ricciotti IV DOMENICA T.O Ger 1,4-5.17-19; Sal 70; 1Cor 12,31-13,13; Lc 4, 21-30 IV sett. In quel tempo, Gesù prese a salire nella sinagoga: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è il figlio di Giuseppe?”. Ma egli rispose: “Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!”. Poi aggiunse: “Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c'erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C'erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro”. All'udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.
“Non è il figlio di Giuseppe?”. Lo sdegno Lo sdegno è un sentimento che oggi affiora facilmente nell’animo di chiunque perché le cose che non si condividono sono molto frequenti. Nasce soprattutto quando vengono toccate le proprie convinzioni e i propri interessi. Non è raro scorgerlo sui volti dei passeggeri rimasti a terra per la soppressione di un volo, nello sbuffare di coloro che stazionano da ore nell’anticamera del dottore e, in attesa del proprio turno, si vedono scavalcati impunemente dal funzionario di un’azienda farmaceutica, nel borbottio sotto la pensilina del bus che fa ritardo, nella fila allo sportello per la lentezza dell’impiegato… Per non parlare dello sdegno verso chi contrasta le nostre convinzioni o i nostri schieramenti politici, sportivi, economici e… persino di fede! Siamo una società di sdegnati! Sdegnati anche quando qualcuno merita successo, si spiccica dalla normalità, esce fuori dal coro o dal gruppo perché ha scoperto la sua vocazione, il suo modo di vivere e, forse, vuole fare le cose sul serio. “Come ti permetti, chi sei tu!” sono le espressioni di chi non sopporta la novità che viene dall’altro, anche quando questa ha il sapore di gratuità divina e non di arroganza personale. E’ successo ad un giovane ebreo nella sinagoga di Nazaret, dove quei paesani erano troppo abituati alle cose scontate, ai “cioè” inconcludenti, ai silenzi pieni di vuoto dei propri concittadini alle prese con un passo della Sacra Scrittura da dover commentare. Erano, quei paesani, perfino capaci di immaginare in precedenza ciò che sarebbe uscito dalla bocca del falegname ignorante, del fabbro saccente, del mendicante povero di alimenti e di vocaboli. Anzi, erano pronti a ridere nascostamente, per non essere richiamati dal rabbino, ad ogni intervento del malcapitato di turno. Oggi tocca al figlio del falegname… La curiosità è grande perché, nonostante la povertà della sua casa, la ricchezza del suo papà e della sua mamma sta nella saggezza proveniente dai libri sacri. La padronanza con cui apre il rotolo del Profeta Isaia e la meticolosa attenzione nel ricercare il versetto che desidera leggere… dà già un chiaro segno d’istruzione e di cultura. Questo infastidisce immediatamente l’uditorio che, con maggiore attenzione, lo sfida incuriosito per vedere che razza di commento offrirà. Ma quel giovane è solenne e deciso nella lettura ed è altrettanto solenne e deciso, ricordando il profeta Geremia, mentre pronunzia poche, ma chiare parole:”Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”. Troppo chiara la provocazione per chiedere spiegazioni, anche perché è Lui stesso che, accortosi dello sconcerto, afferma che nessun profeta è bene accetto in patria. “Presuntuoso quel compagno di giochi, ma anche offensivo nel dichiarare il rifiuto apparso sul volto di noi amici”. Perfino il rabbino mostra segni di insofferenza per un’insolenza tanto sfacciata. Si guarda bene dallo stracciarsi le vesti per la bestemmia, ma non si risparmia d condannare a morte l’arroganza di Colui che si dichiara apertamente “Unto” di Dio. Comincia così l’avventura umana di un Dio che non trova accoglienza dal primo momento, comincia con il dribblare tra la folla sdegnata dei suoi concittadini e continuerà fino a quando si arrenderà davanti ad un bacio traditore… E’ insopportabile la gelosia e il cruccio dei conoscenti, ma non il tradimento degli amici… Continua nello stesso modo l’avventura di chi, troppo conosciuto umanamente per parentela o per vicinanza di abitazione, deve trovare fuori dal suo ambiente il luogo dove far sviluppare e dare spazio allo Spirito che lo anima. … E noi ci inebrieremo ancora nella lettura dell’inno alla carità, anche se continueremo a dimostrare indignazione e a far evadere volentieri dai nostri gruppi e dalle nostre comunità gli animati dallo Spirito.
Don Ricciotti III Domenica del Tempo Ordinario Ne 8,2-4.5-6.8-10; Sal 18; 1Cor 12,12-31 (breve: 1Cor
12,12-14.27); Lc 1,1-4; 4,14-21
“Oggi si è adempiuta questa Scrittura”
“Strettamente personale” Sta qui al mio fianco da sempre… da sempre su questa scrivania… la leggo e la rileggo spesso, forse come una raccolta di sagge considerazioni che possano essere di aiuto a me, e a tanti altri. E’ il nutrimento delle mie giornate, la stella che mi guida nei miei dubbi, la forza nelle avversità, l’incoraggiamento alla resistenza, la soluzione giusta ai mille nodi che intreccio nel percorso… è, insomma, il manuale di comportamento spirituale, la via di perfezione cristiana, il modello da imitare. Riporta fatti avvenuti duemila anni fa, parole che restituiscono il sapore della vita. Narra avvenimenti straordinari di guarigioni, di bontà e di perdono, di fenomeni che solo il tempo passato poteva registrare, tanto da fare invidiare coloro che vi hanno assistito. Eppure, mi sforzo di calarla nella mia storia… e il tempo me la fa avvertire antiquata. Cerco di misurarmi con essa quotidianamente… ma, in fondo, mi accorgo che non è la mia ed è come se mi specchiassi in essa senza riconoscermi appieno… Vi cammino parallelamente… come se mi confrontassi… con la vita di un eroe. Oggi finalmente scopro, in un passo letto e riletto mille volte, che il destinatario di questa missiva sono proprio io e che in essa è descritta la mia vita. Mi rammarico di non averla presa come una lettera strettamente personale. Il mittente mi chiama Teofilo… un nome che nessuno mai si è sognato di darmi, non perché strano e fuori tempo, bensì perché troppo significativo… ‘Amato da Dio’. Che bello sentirsi amato! Mi chiama così perché questo amore grande, che mi vuole comunicare, diventi nella mia persona risposta d’amore e mi trasformi in ‘Amante di Dio’. Chi scrive lo fa con accenti accorati perché quella fede, che da sempre mi sostiene, non sia soltanto frutto di nobile filantropia, ma trovi solidità e consistenza in una ricerca diligente che l’autore stesso ha fatto degli avvenimenti. Adesso scorro quelle pagine con uno spirito nuovo, come di chi finalmente ha scoperto non un libro di storia sacra, ma la storia della sua vita che diventa sacra mentre si immerge in quelle vicende narrate. E mi ritrovo nella Sinagoga di Nazaret, tra quei paesani con gli occhi fissi su di Lui, ad ascoltare non il solito astratto commento sulla visione idilliaca della pagina di Isaia, bensì la Sua esperienza. Avverto che quel giovane nazareno non racconta, ma vive… non ricorda, ma attualizza… non dice soltanto, ma compie l’oggi di Dio, quell’oggi reale per i contemporanei, ma ugualmente odierno per chiunque lo ascolti. Oggi, non ieri, oggi, non domani, oggi… in questo preciso istante per me che ascolto si realizza la profezia annunciata. Gli occhi si fissano su di Lui perché il tanto atteso non sfugga e perché mi lasci gustare l’attimo in cui mi dona la libertà sognata. E’ Lui la realtà che solidifica il desiderio, in Lui la speranza si coagula in storia, in Lui il futuro si rende presente… Oggi scompare la mia povertà di mente, di cuore, di aspirazioni, perché la magnificenza di Dio finalmente scalza ogni limite umano liberandolo dalle strette gole delle proprie certezze, aprendolo addirittura agli orizzonti della divinità… Oggi si sciolgono le catene della schiavitù dell’umanamente e fisicamente impossibile, perché l’anima raggiunge spazi immensi di volo… Oggi la cecità intellettuale, sulla quale come su di un muro si schiantano i miei ricorrenti dubbi, è sfondata dalla verità che Dio stesso mi rivela… E’ il miracolo della Parola di Dio che realizza , come nella creazione, nel momento stesso nel quale viene pronunciata. E’ il miracolo che, per mia comodità, credevo si fosse attuato solo nella sinagoga di Nazaret e che, perduto nel tempo, fosse rimasto inefficace nella memoria di un libro. E’, invece, il miracolo di una ‘Voce’ che, da sempre, attende il mio udito per produrre frutti di vita nuova.
Don Ricciotti II Domenica del Tempo Ordinario Is 62,1-5; Sal 95; 1Cor 12,4-11; Gv 2,1-12
“…manifestò la Sua gloria…” Il brindisi Giovanni ha preparato i suoi due discepoli ad una vita austera nell’ascetismo del deserto, ma, ad un certo punto, indica loro il ‘più forte’ e, coraggiosamente, li invita a seguire Lui, l’Agnello di Dio, Colui al quale egli non è degno di sciogliere i legacci dei calzari, Colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco. E i discepoli, a malincuore, dando un strappo ai legami affettivi e senza comprendere questo nuovo battesimo, si mettono dietro il novello Maestro per continuare l’esperienza spirituale. “Venite e vedrete!” E’ l’assurda risposta che Gesù dà ai due che, chiedendo di dimorare con Lui, si aspettano invece una sfilza di precisazioni preliminari con una rapida sintesi delle finalità e delle norme comportamentali. Ma quale sorpresa! Con questo nuovo Maestro le cose vanno proprio diversamente. Anziché prendere la nota strada del deserto, si comincia con una festa nuziale. Si guardano sbalorditi e, forse, anche scandalizzati. E’ lo scandalo che, ancor oggi, noi proviamo quando ci viene presentato un Dio diverso da quello che pensiamo, abituati alla nostra religiosità da cinghia stretta, fatta solo di lacrime di pentimento e carente di sorrisi e di entusiasmo. E’ lo scandalo che diamo quando, pur trovandoci attorno ad una mensa, conserviamo la seriosità del deserto. Cambiamo la scenografia, ma non l’atteggiamento, incomprensibilmente funereo anche davanti ad un brindisi per la nuova ed eterna alleanza. Ma lo stupore dei discepoli si dilegua rapidamente quando, abituati ad un frugale pasto, si ritrovano davanti all’abbondanza di leccornie e di vino… Dall’austerità si passa facilmente all’eccesso opposto… prosciugando le programmate riserve. Nessuno avverte il disappunto… nessuno nota che i boccali rallentano la corsa, tranne Lei che, avendo conquistato il titolo di ‘serva’, sta ad aiutare in cucina… Lei, che è sempre accorta ad ogni impercettibile espressione del viso, s’accorge che la situazione sta per piombare nell’inaridimento e rischia di finire ‘in gloria’. Solo Lei, Maria, comprende che quella circostanza di disagio è il segno del proverbiale essiccamento dell’umanità che il Figlio Suo è venuto a cambiare. Solo Lei intuisce che, nella provvidenza divina, quello che è cominciato come un normale banchetto nuziale diventa improvvisamente l’ora della manifestazione della ‘Gloria di Dio’. E’ giunto il momento nel quale l’umanità si renda conto che lo Sposo è sceso per celebrare le nozze con la sua sposa. Ora comincia la vera festa dell’umanità, che da tempo ha annacquato il valore della Legge, già incompleta come le sei giare e per giunta isterilita dal vuoto. Vuoto prosciugato dalla sterile lunga attesa, inaridito dalle frequenti crepe di tradimento, infreddolito dall’assenza affettuosa dello Sposo divino. Ora la legge antica, fatta di gelida osservanza, cede il passo alla nuova, piena di amore, di vita e di effervescenza. Ora l’acqua della purificazione ha finito il suo compito e scompare davanti al vino rosso e traboccante d’entusiasmo e di gioia. Ora i discepoli capiscono perché Giovanni ha detto che il più forte ‘battezzerà in Spirito Santo e fuoco’… ora che sperimentano la Sua capacità di infondere Spirito nuovo in otri vecchi… Ora avvertono in loro stessi che l’ardore e l’impeto del bene e dell’amore hanno preso il posto della mortificazione e del pentimento. Sei giare ricolme di vino novello… una quantità enorme perché l’umanità affoghi nel fuoco e nell’entusiasmo per la festa di nozze di Dio con la creatura… Ma la festa non finirà più… quel vino dell’alleanza continuerà a gorgogliare nelle nostre assemblee…anche quando scarseggeranno i maestri di tavola che si complimentino entusiasti.
Don Ricciotti Battesimo del Signore Is 40,1-5.9-11; Sal 103 ; Tt 2,11-14; 3,4-7; Lc 3,15-16.21-22 In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti si
domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo,
Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è
più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei
sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” “…scese lo Spirito Santo … come colomba…” Lo specchio smarrito Credevamo di aver vissuto la realtà più sorprendente della rivelazione di Dio nell’annunzio dell’angelo a Maria… Pensavamo che la narrazione della natività, con la mobilitazione celeste e terrestre, avesse raggiunto l’apice della coreografia e della manifestazione divina… Credevamo…ma le sorprese di Dio, già sufficienti nella storia antica, diventano ancora più abbondanti, ora, nella pienezza dei tempi! E’ il Giordano lo scenario spettacolare di una rivelazione di eccezionale chiarezza, dove non sono più angeli e pastori ad essere coinvolti, ma è la stessa Trinità a giocare a carte scoperte. E quando Dio interviene direttamente, la semplicità e l’essenzialità sono d’obbligo. Nella naturalezza di un gesto di purificazione, operato da Giovanni, davanti ad un popolo penitente, avviene la prova tangibile della secolare invocata rappacificazione della terra con il cielo. E’ lì che Gesù, grondante ancora dell’acqua che spazza via le scorie dell’intera umanità e permette a Dio di specchiarsi nella creatura, è lì che sente il bisogno di fermarsi in preghiera per riprendere la conversazione familiare interrotta da Adamo. La preghiera realizza il nuovo rapporto tra Figlio e Padre, fa crescere l’affabilità con Lui fino alla piena intimità. Se essa manca, l’Illuminazione ricevuta nel Battesimo si affievolisce e, lentamente, si spegne come il calore tra due amici diventati silenziosi. Ora l’uomo riscopre in sé la smarrita immagine divina, e non ha più bisogno di nascondersi vergognandosi d’averla perduta… Egli sta serenamente davanti a Dio, alla Sua presenza… perché non vede più in Lui il severo sorvegliante, ma il Padre affettuoso. Anche il cielo, oscurato dalla umana presunzione, non è più nebuloso… è infranta la coltre che nascondeva il volto vero di Dio… Dio e l’uomo, in Gesù, tornano a specchiarsi amorevolmente negli occhi. Quel cielo, che nel passato si era forzatamente aperto per distruggere il male col diluvio e edette col fuoco, ma che non aveva fatto mancare la Legge ed il sostentamento al popolo nel deserto, ora si squarcia benevolmente sull’obbedienza del Figlio. L’invocazione di Isaia “ se tu squarciassi i cieli” trova accondiscendenza, perché Dio gusta nuovamente la sua delizia nello stare coi figli degli uomini. L’indugio per un cuore che da tempo attende questo momento non è consentito, e il Suo amore esplode e si manifesta… Un amore perenne, continuo, assiduo, come insistente è il tubare amoroso della colomba. Le sue ali argentate volteggiano di nuovo festose nel cielo, come al tempo di Noè, annunciatrici di rinnovato fecondo amore. Quell’amore gioioso, che aveva dato origine all’universo, ora plana per riproporre segni di rinnovata creazione. Dio non ha mai smesso di aleggiare soavemente sull’umanità, lo ha fatto sempre invisibilmente, anche se ha lasciato che l’uomo ne avvertisse la presenza come la leggera brezza del fremito d’ali e ne riscontrasse gli effetti nel suo cuore. Ora lo Spirito impalpabile scende su Gesù in forma corporea, perché in Lui abita corporalmente la pienezza della divinità e in Lui la divinità si rende presente. E’ Gesù il volto del Dio invisibile… è sfiorando Lui che tocchiamo l’Impalpabile… ed è guardando la Sua vita che contempliamo la profondità dell’amore di Dio. I segni sono già evidenti, ma una voce conferma e fuga ogni possibile dubbio… Gesù è l’amato Figlio unico di Dio, come Isacco lo era per Abramo, e, come questi, Egli è votato al sacrificio dell’obbedienza e diviene principio del nuovo popolo. Un nuovo popolo che, incorporato in Cristo, diventa tempio di Dio, dimora dello Spirito e specchio nel quale si riflette il divino. Pesante responsabilità grava sul capo dei cristiani se, grondanti acqua battesimale, usciti dal Giordano, non offrono più appoggio all’eterno volteggiare dello Spirito.
Don Ricciotti Epifania del Signore Is 60,1-6; Sal 71; Ef 3,2-3.5-6;Mt 2,1-12 Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode,
alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’è il re dei
Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per
adorarlo”. “la stella…giunse e si fermò…” Il cielo stellato Il fascino della costruzione del presepe credo sia, per noi d’altri tempi, uno dei momenti più belli depositati nell’archivio della nostra infanzia. Seguivamo con interesse tutti i preparativi che la mamma faceva, e la nostra fantasia si sbizzarriva a creare gli ambienti dove collocare i pupi rimasti integri dopo l’esposizione dell’anno precedente. Il posto più lontano era riservato a tre strani personaggi… i soliti impenitenti ritardatari che, sordi alla mobilitazione generale, se la pigliavano sempre troppo comodamente col pretesto della distanza. Noi ci divertivamo a spostarli piano piano fino a farli giungere felicemente alla grotta nel giorno dell’Epifania. Erano i Magi, che la tradizione popolare, riferendosi ad Isaia (60,3), ha promosso Re sontuosamente vestiti e a cavallo di robusti e inesausti cammelli… Gioivamo mentre ogni giorno, con sorprendente entusiasmo, li conducevamo per il loro impervio e affannoso cammino, senza sapere che, forse, in quei personaggi misteriosi era nascosto il mistero del cammino di tutti i cercatori di Dio. Nel loro lento e faticoso viaggio eravamo rappresentati anche noi che, invece, preferiamo indossare gli abiti dei semplici e vicini pastori! Oggi mi accorgo che in essi è la storia della nascita di ogni credente in Dio e di Dio in ogni credente. Quella storia che comincia con lo scrutare il cielo perché dia la risposta ai tanti interrogativi… quella storia che inizia col chiedere luce alla nostra ragione, con il considerare (=stare con le stelle) la nostra mente come unica luce e stella che guida nella vita. Storia che prosegue con l’ausilio della Rivelazione, che svela dove cercare il centro vitale, storia che causa la gioia nell’averlo trovato e che termina con l’adorazione, espressione di affetto sincero, e col dono di tutto il nostro essere. Ci ha sempre sorpresi che nella semplicità di quanti sono coinvolti attorno alla grotta ci fossero proprio i Magi, messisi alla ricerca pur essendo tanto lontani. La gente abituata a scrutare oltre la materialità è la più sensibile al mistero, ed è anche quella più pronta a incenerire, alla luce dell’intelligenza e della rivelazione, la consapevole illusoria arte magica che serpeggia vilmente nella vita degli uomini. Gli sciocchi interrogano le cose, i saggi scrutano il cielo, causa e origine di tutto ciò che avviene sulla terra, cercando di coglierne per tempo il messaggio. Anche noi oggi, scrutando il cielo, facciamo le nostre previsioni e i nostri programmi, consapevoli che il cielo regola la terra segnandone le stagioni, il tempo, gli umori, le maree, le semine e i raccolti. Magari fosse così! Qualche volta lo è stata, ma tante altre volte no, essendosi imbattuta in una sordità unica! Ho pensato a questo mentre leggevo il Prologo di Giovanni: anche la Parola può cadere in un mondo di sordi! Tra gli uomini la parola è un impegno, per Dio la Parola è la realizzazione! Tra gli uomini la parola è fiducia, per Dio essa è certezza! Tra gli uomini è garanzia, per Dio è sicurezza! Così è stato fin dall’inizio, è bastato che Dio ‘pronunciasse’ e tutto è diventato realtà meravigliosa, perché Lui sa pronunciare solo parole di bontà, di bellezza, di gioia… Cos’è la natura se non l’espressione felice di una Parola? Solo l’uomo nella sua libertà può costituire barriera alla realizzazione. Solo l’uomo può far sì che la bellezza e la bontà, anche se pronunciate da Dio, diventino bolle di sapone… Il Verbo si è fatto carne, è diventato ancora una volta concretezza, non emissione di semplice fiato, ma realizzazione della bontà e della bellezza di Dio nella pelle dell’umanità, perché questa capisse che essa, Parola, può ancora essere efficace nel cuore dell’uomo. Può ancora realizzare cose meravigliose, se l’uomo lo vuole, può ancora essere creativa nell’abisso della sua miseria, può ancora essere colore in un mondo di squallore. La Parola è diventata realtà in Gesù perché attraverso di Lui potesse continuare a diventare realtà in ogni uomo che l’avesse accolta. Ma, per accoglierla, bisogna sentirne il bisogno… e questo è difficile avvertirlo quando si conoscono solo tenebre e ci si accontenta solo di esse. Troppi interessi tenebrosi occupano la nostra vita per cui la luce dà fastidio, la luce diventa offesa alla conveniente cecità… La luce… va volontariamente evitata e anche spenta! Le tenebre lottano con la luce e vorrebbero soffocarla, come gli uomini lottano con tutto ciò che li corregge, li smaschera e li fa uscire dai recinti del proprio interesse materiale, dalle poltrone della comodità, dagli sportelli dei commerci facili. Ma, se uno solo si lasciasse inondare ed accendere da quel fuoco che squarcia le sue tenebre, cosa succederebbe? S’accorgerebbe di avere una nuova dignità, s’accorgerebbe di essere diventato luminoso per sé e per gli altri della stessa luce che l’ha acceso, s’accorgerebbe di avere la stessa luminosità di Dio. La Parola si è fatta carne perché la carne diventasse luminosa come la luminosità della Trasfigurazione di Gesù: luminosa nei pensieri, nei sentimenti, nelle azioni, nelle parole… dando fuoco a tutti gli stoppini che incontra… Dio da sempre ha sognato un mondo infuocato, per questo ha mandato la brace ardente del Figlio Suo ed il dolce soffio dello Spirito… perché anche i carboni più ostinati riprendessero vita! Siamo assetati bevitori di parole di uomini e tracanniamo ettolitri di inchiostro strizzando giornali e libri… facciamo il pieno di espressioni umane, che spesso ci deprimono e spengono ogni entusiasmo… …E, invece, basterebbe accostare il nostro esile stoppino alla fiamma dell’Amore di Dio per essere fuochi pirotecnici scoppiettanti che illuminano gioiosamente la notte del mondo e rallegrano il cuore degli uomini. Questa volta il fuoco non è da rubare al cielo, scalando l’Olimpo, questa volta Dio ha portato il fuoco vicino alla nostre case. Non si vede, ma palpita ben nascosto e custodito sotto la cenere dell’umanità del Figlio suo.
Don Ricciotti MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO Ottava di Natale Giornata Mondiale della pace Lc 2,16-21 Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro. Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.
“… Maria… serbava tutte queste cose… nel suo cuore.” Madre Il cuore di una donna è come uno scrigno che raccoglie e custodisce le emozioni più profonde della vita. La sua sensibilità fa sì che, senza che lei se ne accorga, si prepari dolcemente a generare e custodire l’esistenza. Privilegio voluto da chi di cuore se ne intende… perché dalla dolcezza nasca la vita. E’ l’accoglienza la prima caratteristica dell’amore che trasforma una ragazza in una madre, poiché la maternità è nel cuore prima di essere nel grembo. Una madre non migliora col crescere degli anni, né col numero dei figli, bensì matura spalancando la sua sensibilità alla dolcezza, all’accoglienza e alla tenerezza. E’ la bellezza che chiama alla vita. E’ l’amabilità che forma una nuova creatura. E’ l’incanto che dona i lineamenti ad un bimbo e lo disegna. Sono, a volte, sensazioni indescrivibili dovute al miracolo che si compie nel grembo ospitale di una donna. La storia della salvezza è piena di fecondità sperate ed inattese, desiderate e ritardate, invocate e mai deluse… fino ad arrivare all’apice della fantasia divina nel rendere creativo il cuore di Miryam. Nulla è impossibile a Dio… l’importante è che ci sia accessibilità… E’ bastato un ‘eccomi’ pronunciato con la totale passione per far sì che una fanciulla, candida come la neve, innocente come un’adolescente, incantevole come un’innamorata, diventasse feconda e desse a Dio la possibilità di provare l’esperienza di un neonato. Dio deve aver creato con tanto amore e accortezza il grembo di una donna da sognare di rifugiarsi dolcemente in lei. Cuore vicino al cuore della tenerezza, culla confortevole e accogliente, abbraccio permanente, vincolo strettissimo di sentimenti e di alimenti. E’ un legame profondissimo che trova il fondamento nella carne e nel sangue, ma che ancor più si radica nella scintilla del soffio vitale di Dio. Quel miracolo si scorge nel volto di una donna quando stringe a sé la propria creatura, quando l’accosta al seno e ne avverte amorevolmente la dipendenza e la fragilità, quando le imprime il suo sorriso e le parla con espressioni ad altri sconosciute, quando la guarda con gli occhi della dolcezza, spalancati su di un dono gratuito. E la sua meraviglia è grande, poiché si sente infinitamente ricompensata della gratuità con la quale si è donata. E Dio si compiace offrendo vita all’amore... Straordinario è già un bimbo… e quando è il Figlio di Dio? Non sapremo mai quante cose conserva gelosamente quel cuore di Madre. Tante cose apparse normali ai pastori e a quanti si affacciavano all’uscio di quella squallida grotta, ma che solo lei poteva conoscere come… provenienti dal cielo! Madre di Dio… grembo che accoglie il cielo… scrigno dell’Infinito… nessuna donna potrà mai capire le Sue sensazioni! Alle nostre madri è bastato il vagito di un figlio per farle sentire soddisfatte e dimenticare le sofferenze… a te, Miryam, il vagito di Gesù sarà apparso come il desiderio di Dio di essere amato, e avrai intuito il dolore dell’incomprensione. Ma l’avrai stretto più fortemente al tuo seno per saziarLo col tuo amore, perché l’amore di una madre bilancia e attutisce ogni dolore.
E tra le tue braccia e accanto al tuo cuore, forse, Dio per la prima volta si è
compiaciuto dell’abbraccio dell’umanità… Don Ricciotti
SACRA FAMIGLIA
1Sam 1,20-22.24-28; Sal 83; 1Gv 3,1-2.21-24; Lc 2,41-52
I genitori di Gesù si recavano tutti gli anni a Gerusalemme
per la festa
di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo
l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano
la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza
che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero
una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i
conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo
ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano
erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci
hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli
rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi
delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole.
“Figlio, perché ci hai fatto così?” Cuore di mamma
Quanti segreti custodisce il cuore di una mamma… quante trepidazioni … quante ansietà! Dal momento nel quale avverte che una nuova vita è sbocciata così come un mistero nel suo grembo cominciano per lei tanti interrogativi. E’ l’enigma dell’esistenza che, pur avendo un regolare passaporto, non lascia prevedere lo sbarco… “Che ne sarà mai di questo figlio?- si chiede una madre mentre abbraccia l’ancora evanescente profumo della vita – Avrà la forza di lottare contro le avversità? Cosa Dio ha riservato per lui? Cosa farà da grande? Rimarrà onesto? E quando io non ci sarò più…?” E ogni giorno è una sorpresa, ogni giorno una novità che, mentre da una parte la tranquillizza per la normale fase evolutiva, dall’altra le presenta la voragine del futuro, l’incertezza del buon fine, la perplessità della riuscita. Ella ringrazia Dio per il tempo che le dà di stargli vicino e si rammarica che i suoi giorni siano troppo brevi per assicurare la custodia, offrire il riparo ed esprimere tutto l’affetto… perché ha sempre il timore di essere l’unica a volergli bene, l’unica a non farlo sentire solo, l’unica a saper conservare il calore iniziale che ha fatto scoccare l’esistenza. E così ogni attimo della sua vita è un momento prezioso per assicurare la vicinanza, l’aiuto, l’affetto… La debolezza della creatura, avvertita quando si raggomitolava nel suo grembo, rimarrà come una richiesta di aiuto anche quando sarà un uomo maturo, e la protezione sarà un impegno garantito al fuoco vivace come un tempo era alla debole fiammella. La fragilità di un figlio, protetto da braccia amorose, rimarrà impressa nella memoria e, finché avrà forza, continuerà ad avvertirla tra le sue braccia e si dichiarerà sempre pronta a supplirla. Alla mamma non basta mai il tempo per trasmettere ad un figlio i sani sentimenti, infondergli emozioni positive, perdonargli le infedeltà e le trasgressioni… prevenire i suoi errori… donargli le sue esperienze e i suoi consigli… E, mentre lo plasma a sua immagine, s’accorge che non le somiglia, che sfugge dalle sue mani di architetto, che non le appartiene, che ha uno spirito libero e che qualche altro lo guida… è il turbamento dell’artista che deve fare i conti con la materia che col tempo si rassoda, e che diviene sorda al suo volere perché guidata da una natura, da una coscienza e da un Artista più importante… E i suoi dubbi e le ansietà crescono… la sua capacità di modellare diventa più difficile… Solo allora prende coscienza che il suo porto s’affaccia sul mare… … Un figlio ha preso il largo, ma per lei si è smarrito… lo cerca affannosamente sui sentieri che lei amorevolmente gli aveva indicato, tra i parenti, tra gli amici, tra coloro che percorrono la stessa strada umana, non pensando possa aver trovato rifugio nell’affetto del Padre. Dove cerchi un figlio se non dove l’affetto lo chiama? Quando un figlio si permette di lasciare la mano materna? Quando scopre un amore più grande! Povera mamma! Credeva che il suo amore potesse bastare… e ancora una volta il suo cuore custodisce un nuovo tremendo segreto… Qualcuno le ha rubato un figlio, anche se a malincuore deve ammettere che è un bene per lui. La mente comprende e corre veloce, ma il cuore è più lento. Ha bisogno di tempo, di riflessione, di preghiera e di meditazione prima di accettare ed accogliere il contendente. E se questi è Dio?
Don Ricciotti NATALE DEL SIGNORE Is 9, 1-3.5-6; Sal 95; Tt 2, 11-14; Lc 2, 1-14 P In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo. C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore.
“ vi annunzio una grande gioia”
Fiocco celeste E puntuale compare su di una grotta, anche quest’anno, un fiocco celeste. Un fiocco è la festa della vita! E’ festa per il cielo, per l’amore ardito di Dio. E’ festa per il coro degli angeli, che vede una nuova possibilità di pace per gli uomini di buona volontà. E’ festa per la terra che si sente riabilitata e elevata dalla vicinanza di Dio. E’ festa per i pastori, per gli ultimi, per gli esclusi, che vedono finalmente Qualcuno dalla loro parte. E’ festa per Maria, che può stringere tra le braccia la sua creatura. E’ festa per Giuseppe, che guarda e riguarda l’atteso Mistero. E’ festa! Ma quanta sofferenza! E’ vero che una nascita fa dimenticare tutte le sofferenze precedenti, ma questa sembra ne prepari altre. Non bastano il dubbio, il disagio di un viaggio, il “non c’era posto nell’albergo”, una stalla ed una mangiatoia… l’Evangelista aggiunge con amarezza:“i suoi non l’hanno accolto”. Ancora oggi Gesù vive questa triste esperienza della non accoglienza. Forse è cambiato lo scenario esteriore: in ogni angolo c’è un presepe pronto ad ospitare un bambinello. Luci, suoni, canti, stelle e festoni in abbondanza per un arrivo trionfante, ma pochi cuori ne accettano il messaggio e fanno spazio alla nuova proposta di vita. Il fiocco celeste, ciò nonostante, non mancherà, perché Dio è di parola e spera sempre che, anno dopo anno, qualcuno non lo releghi solo in un pupazzo di legno, ma lo renda presente nella propria carne.
Don Ricciotti IV DOMENICA DI AVVENTO Mi 5,1-4; Sal 79; Eb 10,5-10;
Lc 1,39-48 Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. “ …e benedetto il frutto del tuo grembo!” Due grembi. Nel grembo si realizzano le vicende più belle della storia, quasi ad intendere che il mirabile ha bisogno di accoglienza e di calore. Il grembo è il segno dell’ospitalità, dell’abbraccio, della cordialità… Non a caso si trova al centro dell’organismo e all’ombra del cuore. E’ il grembo della terra che risveglia il seme, è il grembo di una donna il nido ospitale di un figlio, è lì che consapevoli mani prodigiose tessono il capolavoro di un corpo, ed è lì, nel grembo della nostra vita, che ci visita il Signore… Nelle viscere della nostra profondità Lui si accoccola, nel fondo del nostro essere trova il Suo rifugio, lì, dove nessuno immagina ci sia, Egli si cela senza timore di invadere e di essere scacciato… Lì, dove ha trovato origine la nostra esistenza e da dove parte ogni nuova vita. E’ il mistero di un Dio che non irrompe mai con potenza, ma che, come silenziosamente ha iniziato la nostra storia, altrettanto silenziosamente la segue e la sospinge, aspettando che qualcuno si accorga di Lui e gioisca della Sua presenza. Solo un occhio vigile può scorgerne l’esistenza… solo un cuore attento può percepirne il contatto… solo un animo delicato e sensibile può gioire della vicinanza del Suo Spirito… Solo un sincero cercatore di Dio può inabissarsi dentro se stesso e risalire con la certezza d’averLo incontrato… Qualcuno, invece, ci proietta spietatamente fuori illudendoci di trovarLo altrove e chiude inesorabilmente la finestra su di Lui. Taglia così il cordone della nostra origine e ci rende ingenui orfani del divino. Due grembi si incontrano nella casa di Zaccaria, quello di una vergine e quello di una anziana…due grembi nei quali trova accoglienza un unico progetto celeste. E’ proprio nella impossibilità della maternità umana che Dio interviene prodigiosamente e rivela la Sua Onnipotenza. Quando è evidente l’assurdità per l’uomo, diventa chiaro l’intervento di Dio. Sono ambedue gonfi dello stesso Soffio, accoglienti con lo stesso amore materno, e perciò due grembi reciprocamente sensibili. L’esultanza nello Spirito diventa sussulto e si fa espressione di gioia dell’uno verso l’Altro, gioia del primo incontro, inconsapevole per le madri, ma felice convergenza per l’Autore di quelle esistenze. Inizia così l’armonia della salvezza, inizia dalla presentazione degli interpreti che, su palcoscenici diversi, con scenografie difformi, con caratteristiche differenti, con intrecci soffusamente velati, si apprestano ad intraprendere la realizzazione di un’unica trama. L’ossequio al protagonista è d’obbligo, ma questa volta non è per la bravura, né per il ruolo principale, ma è per la dignità del personaggio… E’ proprio il Figlio del Padre dei cieli, che non simula davanti ad un macchina da presa, ma che vive in prima persona l’amore fino allo spargimento del sangue. Davanti a Lui avviene la gioiosa sottomissione di Giovanni, davanti alla Sua mamma la riverenza di Elisabetta. Sono i primi adoratori del Mistero racchiuso nel grembo, e saranno i primi di una lunga serie che coinvolgerà tutte le generazioni. Anche noi ci inchiniamo devoti davanti alla straordinaria presenza dell’Innocente bambino di Maria, consapevoli che l’accoglienza fisica è stata riservata a Lei, ma che l’ospitalità spirituale nel nostro grembo e la nostra beatitudine si realizzano per noi quando, come Lei, crediamo ‘nell’adempimento delle Parole del Signore’.
Don Ricciotti III DOMENICA DI AVVENTO (Gaudéte)
Sof 3,14-17; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18 III sett. In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo:
"Che cosa dobbiamo fare?". Rispondeva: "Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non
ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto". "Maestro, che dobbiamo fare?" L’itinerario Caduta la maschera dell’ipocrisia dei comportamenti, riconosciuta la distorsione del proprio impianto di ricezione di fronte alla voce possente di Giovanni e alla esemplarità della sua condotta, tutti si sentono peccatori e riconoscono di aver fallito il bersaglio, dal momento che, entrati in possesso di un pezzo di terra, hanno dimenticato e abbandonato l’esperienza della solidarietà. Sorge quindi spontanea la domanda “che cosa dobbiamo fare?” Domanda che suppone la disponibilità ad accogliere la proposta di Dio e a tradurla in un itinerario di vita. E l’itinerario che Giovanni sembra suggerire non è quello di sempre, seppur fatto di giustizia e di partecipazione umana. Egli non propone la giustizia distributiva sancita dall’ipocrita espressione ‘a ciascuno il suo’ con la quale difendiamo ciò che abbiamo conquistato, non importa se giustamente o ingiustamente… Egli riporta il popolo ad una considerazione di partenza fondamentale, quella maturata negli anni di deserto, e cioè che tutto nella vita è solo ed esclusivamente dono di Dio, dono gratuito della Sua paternità, e che quindi ogni cosa è da spartire con spirito familiare. Egli ricorda, inoltre, che il possesso è la fonte e l’origine di tutti i mali, quello che, facendoci padrone di qualcosa, alla fine ci priva di tutto, perfino della libertà, riducendoci a schiavi di noi stessi, delle nostre cose… e, spesso, anche degli altri! Ma la tentazione dell’accaparramento è fedele come l’ombra e non si allontana mai, soprattutto ora, nelle condizioni di agiatezza e di stabilità… e la schiavitù d’Egitto è, ormai, dimenticata… come è passato di mente il tempo della gratuità di Dio nell’arido e assolato deserto. Ed è proprio lì, ora, in quel luogo desolato e sterile, che la ‘voce’ attira e riconduce ancora una volta, ricordando i tempi del disagio collettivo, quando la condivisione era regola di vita e la fiducia in Dio era norma di sopravvivenza. Lì, dove quello che si aveva era spontaneamente condiviso col bisognoso, dove una coperta sola bastava per riparare molti, dove al piatto comune della manna attingevano più mani, dove la miseria e la precarietà facevano elevare richieste fiduciose a Colui che tutto può… La voce li riporta proprio lì, non perché rimpiangano la tribolazione, ma perché ricordino con nostalgia l’amore che li amalgamava. Ora, sebbene le condizioni sociali siano cambiate, non deve cambiare lo spirito di fraternità. Il benessere e la tranquillità raggiunti non devono spegnere i sentimenti… e, anche se i nuovi compiti e i discutibili uffici sembrano non favorire più l’armonia, è il cuore dell’uomo, perfino quello dell’esattore delle tasse e quello dei soldati, che non deve dimenticare di rapportarsi sempre con un fratello. “Non mi rassegno al pensiero – dice Giovanni - che solo la sofferenza abbia il potere di compattare le persone! Non è possibile che solo la condizione di miseria debba farci sentire fratelli! Rifiutiamo questa convinzione e questo inganno immergendoci e purificandoci nell’acqua del nostro limite, della nostra debolezza, del nostro individualismo, e lasciamo che il Giordano porti l’egoismo lontano dalla nostra terra… … Io stesso sono impastato di debolezza e di limite ed ho bisogno di perdono… io non posso darvi di più... posso solo invitarvi ed esortarvi alla purificazione… quanto basta per rimanere in attesa del “più forte” che, immergendoci nello Spirito di Dio e nel fuoco del Suo amore, ci farà nuovamente sentire fratelli. Fratelli non perché ricaduti in miseria, ma perché, traboccanti di amore di Dio, avvertiremo il bisogno di vivere il calore familiare.” Giovanni svuota, Gesù riempie d’amore, Giovanni toglie le zavorre che appesantiscono i nostri passi, Gesù porta il cielo nell’uomo ed eleva l’uomo al cielo. Siamo pronti, vieni Signore Gesù!
Don Ricciotti II DOMENICA DI AVVENTO
Bar 5,1-9; Sal 125; Fil 1,4-6.8-11; Lc 3,1-6 II sett. Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare,
mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea,
e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturea e della Traconitide, e Lisania
tetrarca dell'Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio
scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto. Ed egli percorse tutta la
regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei
peccati, com'è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia:
“…la parola di Dio scese su Giovanni… nel deserto.”
Il disertore C’è chi cattura i disertori per riportarli nelle maglie della usuale tradizione umana, c’è, invece, chi li cerca per organizzare una rivoluzione… Un fuggiasco è un insoddisfatto del passato che corre alla ricerca di qualcosa di diverso. Il suo animo è insofferente, prova disgusto per ciò che ha abbandonato, ripugna la situazione che lascia alle spalle, rigetta la quiete della normalità, si proietta coraggiosamente in un futuro positivo, confida nel cambiamento, culla sogni più arditi e più umani, nasconde desideri più profondi, rivela ideali non comuni e coinvolgimenti più totalitari. Giovanni fugge lontano dall’ambiente quotidiano, fatto di onori, intessuto di una vita familiare tranquilla, odoroso di orazioni e di incenso. Non accetta più i vezzeggiamenti di una madre ed di un padre che pur l’hanno atteso con tanto desiderio e tanta ansia. Eppure, è un ‘dono di Dio’, concesso dalla misericordiosa compassione di Chi è attento alle richieste di un suo ministro, richieste portate in alto dalle nubi del turibolo nel cuore del Sacro Tempio … Il nome Giovanni significa dono di Dio… ma dono per chi? Per la consolazione dei due anziani coniugi? Per conforto e sostegno alla loro vecchiaia? Per premio all’integerrimo Sacerdote e per ringraziarlo garantendogli, nel figlio, la continuità del suo religioso ufficio? C’è qualcosa di più in quell’omaggio del Cielo, qualcosa che non può essere limitato alla gioia di una famiglia e alla esultanza del collegio dei divini servitori. Dio non restringe mai gli orizzonti benefici dei suoi interventi, ma colma e sfida ogni umana limitata soddisfazione estendendola a tutti i suoi figli. E la sorpresa non tarda a venire… Quando l’umile casa di Zaccaria diventa per il giovane Giovanni una reggia troppo elegante… Quando scopre che il servizio al Tempio è troppo compresso per un Dio che sta cercando l’adorazione nel cuore dell’uomo… Quando si accorge che l’incoerenza della società esige una dimostrazione di ritorno all’essenziale… egli abbandona decisamente lo scenario. Giovanni ‘diserta’ tutto e tutti e si ritira in solitudine e austerità... nel ‘deserto’… Lì la Parola di Dio lo raggiunge e lo sceglie. Non sarà la prima né l’ultima volta che la Luce, come cometa luminosa, si fermerà lontano dai sontuosi palazzi degli imperatori, dei governatori, dei tetrarchi, e perfino dei sommi sacerdoti. Questa assurda fuga e questo insensato comportamento, mentre da una parte scandalizzano e addolorano il buon padre Zaccaria, dall’altra diventano ‘voce’ di rimprovero per gli stessi custodi di una sacra tradizione, si fanno richiamo per i cercatori di comodità, disapprovazione per gli ostentatori di immoralità, sgridata per gli adagiati in una fede esterna, biasimo per gli ostinati impenitenti. E il Giordano, che come spina dorsale attraversa in lungo tutta la terra promessa, irradia ovunque e porta sulle sue onde il richiamo alla purificazione per disporre l’animo all’ascolto della Parola che sta per venire. Sono le prove di una amplificazione che non vuole raggiungere solo gli orecchi, ma il cuore dei connazionali. Sono le prove di una voce che prepara l’assemblea all’ascolto, eliminando ogni inconveniente che possa porre ostacolo ad un buona ricezione. E tanti sono i difetti da dover correggere, tanti i limiti della natura ferita che il Giordano deve spazzare via, trascinandoli e seppellendoli in fondo al Mar Morto. La tortuosità dei sentieri, che l’uomo inventa per allontanarsi dalla giusta via, è da raddrizzare, come una ricevente che si è sintonizzata su altri canali più allettanti, pieni di false pubblicità… I burroni e le valli sono le ineguaglianze, le ingiustizie e tutti gli abissi di disperazione in cui l’uomo spinge il fratello… sono come distorsioni acustiche alle quali, ormai, i nostri orecchi si sono assuefatti… I monti e i colli sono le divisioni, le incomprensioni, le mancanze di perdono che, con mille pretesti, eleviamo a difesa e ad offesa… sono le cuffie e gli auricolari, perennemente inforcati, che impediscono di ascoltare i gemiti e le implorazioni dei vicini… Giovanni, con la sua voce, prova la nostra strumentazione di ascolto perché, quando tra poco arriverà Colui che annuncerà la salvezza, noi possiamo avere il cuore sgombro per accoglierla. Tante volte abbiamo sentito le correzioni e i buoni suggerimenti, ma… questa volta riceverli da un esule coraggioso può darsi che diventino più efficaci.
Don Ricciotti I Domenica di Avvento Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12- 4,2; Lc 21,25-28.34-36 …la vostra
liberazione è vicina” Reset “Riprova” dice l’allenatore all’allievo che non ha soddisfatto il test e che sta per cedere alla delusione. Egli lo dice con la convinzione che può fare di più e meglio. Lo dice anche facendogli notare gli errori perché li eviti, i momenti di scoraggiamento perché non lo condizionino e, soprattutto, raccomandando una preparazione ancora più meticolosa e più seria. Sì, perché la preparazione è importante per la buona riuscita di qualunque impresa! “Non gettare la spugna adesso che hai fatto già un duro percorso, non vanificare gli sforzi compiuti per arrivare a tale risultato, non cedere alla convinzione che non ce la farai… anche se l’impresa sembra più grande delle tue forze, la stanchezza ti piega al ritiro, il tempo sembra essersi fatto più breve… Ricordati che c’è qualcuno che vuole spaventarti… ma c’è anche Qualcuno che ti viene incontro!” E l’allievo torna in pista con nel cuore la certezza che il maestro gli ha detto la verità, che può rendere ancora di più, che un po’ di attenzione in più capovolgerà definitivamente la situazione, che la preparazione più accurata può rendere soddisfazione al suo sforzo… E, come per incanto, l’incoraggiamento aggiunge energia nuova, la fiducia del maestro rafforza la sua provata convinzione, e l’allievo ritorna a guadagnare fiducia… come se lui e il maestro avessero unito le forze e le loro mani si fossero incontrate per una stretta di salvataggio. Sapere che c’è una mano protesa dà la vitalità sufficiente per andarle incontro, sapere che il percorso non si fa da solo dimezza la fatica, sapere che un cuore attende all’arrivo dà sprint e agilità inattesa allo stanco concorrente. E tu, allievo cristiano, a che stai? Sono anni che ti alleni nelle virtù con scarso rendimento…Il sole e la luna, i punti certi della tua vita, sono diventati, forse, insignificanti a causa delle ripetute amarezze… l’angoscia opprimente di coloro che sono tornati indietro e hanno abbandonato la competizione ha contagiato anche te… la delusione di un aiuto celeste ha fiaccato il tuo entusiasmo… e il tuo volto, anziché essere allargato ad un grande sorriso di vittoria, è diventato stretto nella forte delusione dell’abbandono. Quanti… troppi cristiani sfiduciati… incontriamo, che viaggiano contro corrente perché non riescono più a scorgere all’orizzonte la mano protesa del Maestro. Eppure… Hanno celebrato ripetutamente il Natale, ma hanno sempre fatto nascere il Bambino a Betlemme, troppo lontano per afferrare la Sua mano. Lo hanno messo in braccio a Maria, ma non hanno mai provato a tenerLo tra le loro braccia per lasciarsi coinvolgere nella Sua storia. E’ sempre stato Giuseppe il Suo custode, e nessuno si è più assunto la custodia e la difesa. Lo hanno commemorato come una felice storia di altri tempi, badando solo che il muschio fosse fresco… storia troppo bella per essere vera, anziché essere troppo bella perché vera! Ora la storia ritorna, non per offrirti la solita sosta di una vacanza… Torna per ricordarti che quella mano è sempre protesa per aiutarti… che Dio non si è dimenticato di te… che la tua stanchezza non è giustificata, dal momento che Qualcuno ti viene incontro per fare insieme la strada… che si può sempre ricominciare… Basta solo resettare coraggiosamente tutta la tua vita. Dio è il tuo ‘oggi’, il tuo presente, è il germoglio fresco di una storia sempre nuova. Non guardare al passato… «Nessuno, che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio». Ricomincia l’allenamento con la certezza che il percorso si fa insieme con Lui, anzi, che tu ne compi solo una parte, mentre Lui ti viene incontro e ti avvicina coraggiosamente e sfacciatamente il traguardo … ma fai attenzione ad avere gli occhi aperti e vigili sulla meta, punta l’obiettivo, non cambiare sentiero, mantieni la sintonia con Colui che è pronto ad alitare su di te il respiro della libertà.
Tante volte abbiamo sentito le correzioni e i buoni suggerimenti, ma… questa volta riceverli da un esule coraggioso può darsi che diventino più efficaci.
Don Ricciotti I Domenica di Avvento Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12- 4,2; Lc 21,25-28.34-36 |