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Brandelli

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Miniera

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Fractio... nati

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Squarci di cielo   


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V DOMENICA T. O.   Anno B

 

Gb 7,1-4.6-7; Sal 146; 1 Cor 9,16-19.22-23;

Mc 1, 29-39

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, si recarono subito in casa di Simone e di Andrea, in compagnia di Giacomo e di Giovanni.

La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli, accostatosi, la sollevò prendendola per mano; la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano afflitti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce e, trovatolo, gli dissero: “Tutti ti cercano!”.

Egli disse loro: “Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.

E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

“…la febbre la lasciò ed essa si mise a servirli.…”

 

La febbre

 

            La febbre è il sintomo di un malessere che attacca l’uomo e lo rende incapace di autonomia, lo fa chiudere in se stesso, nell’autodifesa, delimitandone la disponibilità agli altri e impedendo il servizio.

            La febbre è anche ciò che attanaglia la nostra mente divenendo assurda ossessione che circoscrive l’orizzonte dei nostri interessi e spadroneggia sulle nostre facoltà.

Si apre così la vita pubblica di Gesù con l’impatto con la febbre dell’uomo e l’attacco decisivo per la sua sconfitta. Egli è venuto per servire e per iniziare un Regno che, a differenza dei regni terreni, si caratterizzerà  come il Regno della carità, della donazione, della disponibilità, e che quindi sarà in contrapposizione con qualsiasi smania di chiusura dell’uomo.

La prima ad essere beneficata dall’azione taumaturgica di Gesù è la suocera di Simone.

Ma perché proprio a lei si rivolge Gesù prendendole la mano e invitandola ad alzarsi? Perché proprio a lei… anziana e … per giunta suocera?

Il giaciglio nell’angolo sarebbe, forse, il suo luogo ideale per crogiolarsi nel bruciore dell’alta temperatura mentre i più giovani gironzolano allegri per casa. E, certo, l’intervento del Maestro non è causato da tornaconto, quasi che, senza di lei, gli ospiti  possano trovarsi a disagio attorno ad una tavola sguarnita…

Forse il Maestro ha in mente ben altro quando rivolge l’attenzione su di lei, che diventa così la destinataria di un’improvvisa guarigione… che la apre prontamente all’ospitalità.

Parte dalla malferma salute la lotta contro ogni scudo alla generosità per arrivare a coloro che sono vittima di ben altra prigionia, non misurabile con la colonnina di mercurio.

La battaglia diventa aperta soprattutto con i nemici di Dio e della Sua azione, anche perché questi conoscono perfettamente l’identità di Colui che sta loro dinanzi ed hanno paura della Sua potenza. E’ un rapporto impari quello dei demoni con Gesù, mentre con gli uomini essi competono sorretti dal vento favorevole della superiorità.

E Gesù, che è venuto ad aprire il guscio di ogni schiavitù, anche di quella che si cela abilmente, dà un forte segnale di autorevolezza ai suoi conterranei e a tutta l’umanità intervenendo da medico del corpo e dell’anima.

Guarire la natura è più facile che dominare gli spiriti avversi, poiché essi oppongono voluta resistenza e, sconfitti, possono abilmente giustificare la loro disfatta rivelando la superiorità divina del loro interlocutore.

Ma il Maestro  impone loro il silenzio ritenendo che la liberazione dal male sia già sufficiente garanzia per suscitare la fede negli uomini… E’ sempre il Dio che ama i fatti e non le parole, e che si rivela velandosi per non sgomentare, come logica conseguenza del mistero dell’Incarnazione.

Per vincere il male l’uomo ha bisogno di attingere alla potenza di Dio attraverso la preghiera, unico farmaco efficace a riportare le calure alla normalità. E’ l’antidoto indicato contro ogni febbre, anche contro la tentazione di mietere gloria e vantaggio dalle proprie o dalle altrui azioni.

Simone e i compagni hanno già preso il contagio del successo e corrono alla ricerca del Maestro perché continui a mostrare la sua grandezza.

Trovatolo in un luogo deserto, con compiaciuta soddisfazione Gli dicono: “Tutti ti cercano!”

Ma Gesù, che ha attinto forza ed equilibrio da una buona dose di preghiera nel silenzio della notte, risponde con coraggio e determinazione: “andiamocene altrove…” sbalordendo i suoi amici.

E’ ancora presto perché i discepoli capiscano l’importanza di questa medicina. Capiranno nel tempo che essa è  efficace se si prende a digiuno dai rumori, nella raccolta penombra della propria anima, possibilmente fuori casa…

          E’ un farmaco da banco… di  chiesa!

Don Ricciotti


IV Domenica del tempo Ordinario Anno B

Dt 18,15-20; Sal 94; 1 Cor 7,32-35;

Mc 1,21-28

Andarono a Cafarnao e, entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. Allora un uomo che era nella sinagoga, posseduto da uno spirito immondo, si mise a gridare: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio». E Gesù lo sgridò: «Taci! Esci da quell'uomo». E lo spirito immondo, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Una dottrina nuova insegnata con autorità. Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque nei dintorni della Galilea.

 

“…insegnava loro come uno che ha autorità”

 

Bricolage

 

            Dio ci salvi dai mestieranti! L’arte del ‘fai da te’ oggi ha eliminato nelle case tante rotture, condannate a protrarsi nell’attesa del tecnico… chiamato, a volte, anche solo per aggiustare un avvolgibile. Ha aumentato enormemente i novizi della falegnameria, dell’idraulica, dell’elettricità, moltiplicando a dismisura i mestieranti.

            Tutti hanno in casa gli attrezzi per riparazioni veloci, cacciaviti, martelli, seghe di ogni tipo e, quando non li tengono come reperti da museo, provano gusto a cimentarsi in aggiusti, guidati dall’unica certezza che ‘ciò che è fatto dagli altri posso farlo anch’io’ e dalla convinzione che ‘tutto ciò che è stato fatto può essere smontato’…

La teoria non fa una grinza… e la pratica spesso storpia, perché l’improvvisazione partorisce solo danni!

            Se Gesù avesse fatto una lezione su come si pialla un’asse, avendola appresa dal padre Giuseppe, tutti avrebbero apprezzato la sua arte e si sarebbero complimentati con l’apprendista artigiano. Ma  nella sinagoga non si fanno dimostrazioni d’arte… nella sinagoga, davanti ai rabbini, conta molto la preparazione religiosa e… quella non s’improvvisa.

            L’arte di destreggiarsi con i rotoli della Sacra Scrittura, ma soprattutto quella di leggerli e di interpretarli, rivela una certa competenza della materia, una conoscenza approfondita del testo ed una capacità di collegamenti e riferimenti che non si accorda con l’imperizia…

            Eppure, quel giovane operaio sbalordisce con la sua disinvoltura nel procedere con destrezza tra richiami e citazioni, rimandi e similitudini, riferimenti e accostamenti.

            Perfino il rabbino lo guarda meravigliato chiedendosi donde venga tutta quella sua conoscenza. Giuseppe saprebbe parlare per ore delle qualità del legno ed è sempre di poche parole, specie quando deve anche lui leggere in sinagoga… Miryam è senz’altro più preparata, forse anche più loquace, soprattutto nel ripetere a memoria i passi biblici… Avrà fatto scuola lei al figlio…

            Ma lo stupore di tutti cresce nel ripensare agli argomenti che Gesù porta. Non possono essere solo frutto di conoscenze e di istruzione, perché si avverte in essi qualcosa che va al di là delle riflessioni fatte abitualmente dai rabbini, qualcosa che sbalordisce per i contenuti.

            Un profondo silenzio cade sulla sinagoga e blocca anche i più facinorosi, quelli che attendono di cogliere un momento d’incertezza nell’oratore di turno per dar sfogo alla repressa soddisfazione di una sonora risata.

Le Sue parole suonano non come rimprovero che ammutolisce chi ascolta, ma come novità di veduta, come dolce visione, come esperienza raccontata, come fresca rivelazione che incuriosisce piacevolmente. Sembra che la signoria di Dio si stia manifestando... Le parole di Gesù acquistano quel potere che solo Dio può avere. Solo Lui è autorevole a questo modo.

            E, mentre questi strani pensieri affollano la mente dei presenti, a dar conferma della validità di quello che stanno pensando, s’ode un grido straziante: «Che c'entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so chi tu sei: il santo di Dio».

            Il panico prende tutti, mentre il rabbino tenta di prendere in mano la situazione e di riportare la calma. Ma ormai la sfida è tra l’autorità di Dio e la prepotenza del male… Un ordine perentorio “Taci!” e il silenzio ritorna per incanto…

            Quella sera a Cafarnao non si parla tanto di quell’uomo dominato dallo spirito contrario a Dio, ma della sconfitta  potente inflittagli da Gesù.

“E’ straordinario – dicono – abbiamo visto in Lui l’autorità di Dio!”

E’ vero, solo la Sua Voce può zittire la rissosità del male…

Don Ricciotti


III Domenica del tempo Ordinario Anno B

 

Giona 3,1-5. 10; Sal 24; 1 Cor 7,29-31;

Mc 1,14-20

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”.

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: “Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini”. E subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Andando un poco oltre, vide sulla barca anche Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello mentre riassettavano le reti. Li chiamò. Ed essi, lasciato il loro padre Zebedèo sulla barca con i garzoni, lo seguirono.

 

“…passando lungo il mare della Galilea...”

 

La tinozza

 

            Se qualcuno proponesse ad un vecchio lupo di mare di cambiare mestiere e di pescare uomini, rischierebbe di passare per uno squilibrato o un disonesto. Eppure, sul lago di Galilea accade proprio questo…

            Un Profeta si aggira su quelle sponde predicando una conversione del cuore e annunciando una nuova proposta di lavoro. Cerca operai per realizzare la costruzione del Regno di Dio.

            “Un altro Profeta!!!” dice Simone al fratello Andrea vedendo la calca attorno a Gesù. “Un altro che spera abbocchiamo alla sua nuova illusoria proposta. Un’altra falsità… ne ho contate tante nella mia vita, e intanto stiamo sempre qui ad attendere che qualche pesce abbocchi…”

            E, mentre lascia scivolare la rete in acqua, il suo sguardo rivà continuamente a quel gruppo di persone nella speranza di vedere il volto del nuovo Profeta… 

Gesù si ferma a lungo con la gente che lo circonda e il suo esitare sulla riva ha tutta l’aria di un’attesa…  ogni tanto i suoi occhi vanno proprio a quella barca che sta per concludere la pesca.

            Ogni volta che un peschereccio approda c’è sempre un accorrere di gente a festeggiare i conquistatori del mare e a curiosare sull’abbondanza e la qualità del pescato… ma, questa volta le chiacchiere di un Maestro distolgono dall’attracco.

Il fatto rende ancor più nervoso Simone… Egli avverte che qualcuno allontana l’interesse alla sua fatica e alla sua bravura, qualcuno gli ruba il “primato”.

            Risentito per la mancata accoglienza, alza il volume dei suoi comandi e delle sue invettive. Le sue parole echeggiano con più potenza nella baia. Simone e il Profeta si stanno contendendo l’uditorio, l’uno con la voce tuonante, l’altro con la pacatezza.

            Quando finalmente Simone si vede circondato dalla folla, è convinto che il suo tuonare sulla concretezza dell’esistenza abbia sortito l’effetto sulla vacuità delle parole e delle promesse del Profeta. Una sottile soddisfazione lo pervade, ma poi s’accorge che è il Maestro che ha portato lì vicino a lui quella gente e lo guarda intensamente come chi volesse dirgli “ti accontenti di un po’ di pesce, mentre potresti fare di meglio!”

Si rende conto che l’attenzione non è sulla sua bravura e sulla quantità di pesce che giace lì catturato dalla rete, l’attenzione è tutta sulla sua persona che, senza accorgersene, sta per essere pescata…

            Ha questa sensazione il pescatore di Galilea. Per la prima volta si sente tirato fuori dal mare della sua diffidenza, della sua incredulità, dell’amarezza della sua condizione di misero pescatore e respira a pieni polmoni. Per la prima volta avverte che chi sta affogando nel lago è proprio lui e che Qualcuno lo sta tirando su. Si accorge che lui stesso e tanti come lui hanno bisogno di essere pescati e tirati fuori dalla propria condizione di depressione e di sfiducia.

            Solo allora, mentre alza lo sguardo al Profeta, solo allora comprende il significato delle parole che ha rivolto “vi farò pescatori di uomini”.

            Non suonano offesa alla sua arte di pescatore né assurda proposta di un progetto campato in aria, quelle parole arrivano mentre avverte la necessità di una liberazione indispensabile prima di tutto per lui e poi anche per gli altri.

            “Perché continuare a catturare pesci mentre gli uomini affogano?” dice ad Andrea, e decisamente si mette dietro quel nocchiero che lo ha salvato mentre stava affogando nella tinozza della Galilea.

            Quanta gente, ancora oggi, benedice il coraggio di quei pescatori ad abbandonare le reti e gli affetti e pensa che, se non fosse passato quel Profeta, essi avrebbero pescato molto pesce ma, con molta probabilità, sarebbero affogati nello specchio d’acqua casalingo!

Don Ricciotti


 II DOMENICA T. O.  Anno  B

Gv 1, 35-42

In quel tempo, Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l'agnello di Dio!”. E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo seguivano, disse: “Che cercate?”. Gli risposero: “Rabbì (che significa maestro), dove abiti?”.

Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le quattro del pomeriggio.

Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)” e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)”.

 

“   … fissando lo sguardo su di lui…”

 

Lo sguardo

           

            Aveva ragione chi diceva che gli occhi sono la finestra dell’anima. Essi sono la vetrina che mette in bella vista la ricchezza del cuore, la nobiltà dei sentimenti, la gioia e la serenità nascoste nel profondo.

Cose straordinarie avvengono attraverso lo sguardo di una persona. Spesso è l’elemento che fa scoccare il colpo di fulmine, cioè una magica attrazione, una comunicazione profonda, un’intesa improvvisa, una complicità incipiente, che poi si svilupperà nel tempo e a volte unirà le persone per tutta la vita.

            La dolcezza di uno sguardo cattura più di mille discorsi. L’amabilità dell’animo, irradiato dagli occhi, coronato spesso da un grande sorriso, conquista perfino i più ostinati e ribelli.

E lo sguardo spesso rivela ciò che più ci sta a cuore.

            Giovanni fissa lo sguardo su Gesù, uno sguardo di affetto legato dalla parentela, uno sguardo di chi ha già incontrato quel volto e ha compreso il suo grande ruolo, uno sguardo pieno di amore che lo porta ad indicare ai discepoli l’Inviato di Dio.

Uno sguardo di dolce sottomissione a Colui che riconosce come lo scopo della sua esistenza, come la realizzazione del suo sofferto progetto, come la  Parola alla quale ha dato la sua voce…

Penso che il suo modo di guardare sarebbe già stato più che sufficiente, anche senza le parole “Ecco l’Agnello di Dio”…

            Ecco la dolcezza di Dio personificata, ecco la mansuetudine di Colui che si offre per portare i nostri peccati, ecco la  Misericordia, ecco l’espressione definitiva che il “rumore” ha preceduto.

            E i discepoli di Giovanni , folgorati dall’affetto che irradiava il suo sguardo, si sono subito sintonizzati su quella lunghezza d’onda come ascoltatori attenti, preparati dal martellamento del fragore…, ora improvvisamente aperti alla dolcezza di una voce suadente.

            Anche Gesù con lo sguardo cattura l’impetuoso Simone, spogliandolo dolcemente della sua convinzione di esperto pescatore e cucendogli addosso un abito completamente nuovo, quello di “pescatore di uomini”.

Chi l’avrebbe detto che Gesù, col solo posare gli occhi sulla robustezza di Simone e sui suoi capelli arruffati come i suoi pensieri, sarebbe stato capace perfino di cambiargli il nome?

 E’ bastato uno sguardo di fiducia, di tenerezza, di dolce persuasione a sgrossare un ruvido uomo di mare e donargli una nuova investitura per un progetto ancora sconosciuto.

Può uno sguardo sconvolgere a tal punto un’esistenza? Può capovolgere come un calzino un rude e navigato pescatore donandogli una nuova identità, chiamandolo Pietro anziché Simone?

A chi non ha mai conosciuto lo sguardo di Dio può sembrare un’assurdità, ma a quanti hanno avuto la fortuna di incontrarlo non è sembrato strano di sentirsi rifatti, rigenerati, nuovi… desiderosi perfino che Qualcuno gli cambiasse il nome!

Don Ricciotti


Battesimo del Signore

I Domenica del Tempo Ordinario Anno B

Is 55, 1-11; Is 12,2-6; 1 Gv 5,1-9;

Mc 1,7-11

In quel tempo, Giovanni predicava dicendo: “Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”.

In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, uscendo dall'acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba. E si sentì una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.

 

«Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto»

 La radice

            Lenti scorrono gli anni nei quali Dio prepara un popolo all’avvenimento straordinario, la venuta del Messia.

“Verrà, verrà!” diceva la gente intuendo la grandiosità dell’evento e guardando oltre l’orizzonte, consapevole della propria indegnità e ignorando la promessa di Dio.

Invece l’Atteso, pur venendo da oltre confine, è pienamente inserito nel contesto ebraico, fortemente innestato sulla radice davidica, ancorato saldamente nella tradizione dei rabbini.

Eppure questa eccessiva vicinanza anziché essere vanto dei suoi concittadini, sarà il primo e più forte argomento di incredulità.

Gesù, Ebreo di stirpe, di sangue, di carnagione, di lineamenti, di costumi, di lingua, di religiosità, di tradizione, di cultura, di scelte, di missione… ebreo da cima a fondo.

Ebreo nella circoncisione, nella presentazione al tempio, nel pellegrinaggio a Gerusalemme, nella frequenza alla Sinagoga, nel celebrare la Pasqua… ebreo perfino nell’incolonnarsi al suo popolo sulle rive del Giordano per ricevere il battesimo da Giovanni… insomma pienamente ebreo.

Quest’ultimo legame, forse, avrebbe potuto anche risparmiarselo e invece esso diventa il punto di partenza e l’ufficiale investitura della particolare missione di un ebreo inviato al suo popolo, perché da quel popolo partisse la salvezza per l’intera umanità.

Un popolo con le contraddizioni del suo sentimento religioso, un popolo dalla dura cervice, dalla facile idolatria, dal frequente peccato, un popolo che, nonostante i ripetuti richiami, le deportazioni e i tanti prodigi, è sempre pronto alla gratuita delusione e all’infedeltà ricorrente.

Ma il Dio che non si arrende inserisce in questo contesto di birichini (monelli) (idolatra) un figlio fedele e obbediente… è il Figlio Suo, ma è anche volutamente il sangue di questa perfida terra.

Già nel concepimento e nella nascita di Gesù il cielo si è chinato alla costante e insolente (Sfacciata) implorazione, ora, nel Giordano, la volta celeste si piega nuovamente per l’investitura ufficiale del Messia.

I cieli si squarciano come si squarcerà il velo del Tempio alla sua morte. E’ l’Altissimo che, nell’immersione del Figlio suo, si tuffa con i peccatori per riemergere con essi in una nuova creazione. Aleggia la colomba, lo Spirito che crea, come aleggiava sulle acque sin dai primordi della creazione. Aleggia come quella che a Noé annunciò la fine della distruzione e l’inizio della novità di vita.

S’ode una voce dall’alto, essa dà conferma alla missione insospettata del Figlio.

«Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto» è finalmente l’annuncio della soddisfazione di un Padre che ha ripetutamente cercato un figlio che rispondesse al suo amore e, non avendolo trovato nelle fila del suo popolo, lo propone Lui stesso. Un figlio prediletto nel quale trova tutto il suo compiacimento.

Prediletto per l’amorevolezza con la quale si abbandona alla volontà del Padre, prediletto perché si offre per la salvezza dei fratelli, prediletto per l’incondizionata risposta d’amore, prediletto perché amato da sempre, prediletto perché sarà il primo e il massimo esempio di figliolanza divina.

Dopo di lui e dietro di lui anche noi ci avventureremo in una risposta affettuosa che, nonostante la nostra buona volontà e l’aiuto dall’alto, sarà sempre limitata.

Gesù ricolma d’affetto il Padre e noi ne traiamo beneficio… stiamogli dietro e non molliamolo più!

Don Ricciotti


Solennità della Santa Madre di Dio Maria.

Giornata Mondiale della pace.

Nm 6,22-27; Sal 66; Gal 4,4-7;

Lc 2,16-21 

Andarono dunque senz'indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

 I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.

Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

 

“… Maria… serbava tutte queste cose… nel suo cuore.”

 

Madre

 

            Il cuore di una donna è come uno scrigno che raccoglie e custodisce le emozioni più profonde della vita. La sua sensibilità fa sì che, senza che lei se ne accorga, si prepari dolcemente a generare e custodire l’esistenza.

Privilegio voluto da chi di cuore se ne intende… perché dalla dolcezza nasca la vita.

E’ l’accoglienza la prima caratteristica dell’amore che trasforma una ragazza in una madre, poiché la maternità è nel cuore prima di essere nel grembo.

Una madre non migliora col crescere degli anni, né col numero dei figli, bensì matura spalancando la sua sensibilità alla dolcezza, all’accoglienza e alla tenerezza.

E’ la bellezza che chiama alla vita. E’ l’amabilità che forma una nuova creatura. E’ l’incanto che dona i lineamenti ad un bimbo e lo disegna.

Sono, a volte, sensazioni indescrivibili dovute al miracolo che si compie nel grembo ospitale di una donna.

La storia della salvezza è piena di fecondità sperate ed inattese, desiderate e ritardate, invocate e mai deluse… fino ad arrivare all’apice della fantasia divina nel rendere creativo il cuore di Miryam.

Nulla è impossibile a Dio… l’importante è che ci sia accessibilità…

E’ bastato un ‘eccomi’ pronunciato con la totale passione per far sì che una fanciulla, candida come la neve, innocente come un’adolescente, incantevole come un’innamorata, diventasse feconda e desse a Dio la possibilità di provare l’esperienza di un neonato.

Dio deve aver creato con tanto amore e accortezza il grembo di una donna da sognare di rifugiarsi dolcemente in lei. Cuore vicino al cuore della tenerezza, culla confortevole e accogliente, abbraccio permanente, vincolo strettissimo di sentimenti e di alimenti.

E’ un legame profondissimo che trova il fondamento nella carne e nel sangue, ma che ancor più si radica nella scintilla del soffio vitale di Dio.

            Quel miracolo si scorge nel volto di una donna quando stringe a sé la propria creatura, quando l’accosta al seno e ne avverte amorevolmente la dipendenza e la fragilità, quando le imprime il suo sorriso e le parla con espressioni ad altri sconosciute, quando la guarda con gli occhi della dolcezza, spalancati su di un dono gratuito.

E la sua meraviglia è grande, poiché si sente infinitamente ricompensata della gratuità con la quale si è donata.

            E Dio si compiace offrendo vita all’amore...

            Straordinario è già un bimbo… e quando è il Figlio di Dio?

            Non sapremo mai quante cose conserva gelosamente quel cuore di Madre. Tante cose apparse normali ai pastori e a quanti si affacciavano all’uscio di quella squallida grotta, ma che solo lei poteva conoscere come… provenienti dal cielo.

            Madre di Dio… grembo che accoglie il cielo… scrigno dell’Infinito… nessuna donna potrà mai capire le Sue sensazioni.

Alle nostre madri è bastato il vagito di un figlio per farle sentire soddisfatte e dimenticare le sofferenze… a te, Miryam, il vagito di Gesù sarà apparso come il desiderio di Dio di essere amato, e avrai intuito il dolore dell’incomprensione.

Ma l’avrai stretto più fortemente al tuo seno per saziarLo col tuo amore, perché l’amore di una madre bilancia e attutisce ogni dolore.

E tra le tue braccia e accanto al tuo cuore, forse, Dio per la prima volta si è compiaciuto dell’abbraccio dell’umanità…

Don Ricciotti


Natale del Signore Anno B

Is.9,1-3.5-6   Sal 95   Tt 2,11-14

Lc 2,1-14

Luca 2,1

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo.

C'erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l'angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».

                       

“ …troverete un bambino che giace in una mangiatoia…”

 Una mangiatoia

            Mentre il potere umano registra i suoi sudditi e, con orgoglio e ostentazione, all’apice della sua potenza, conta le sue forze e programma le sue entrate pro capite, Dio inizia il processo di abbassamento, di umiltà e di donazione.

Dio e l’uomo hanno sempre aspirazioni diverse…

Dio coglie proprio la notte più fonda, nella quale la gigantesca macchina del potere organizza il primo censimento della storia, per adempiere un dettaglio del Suo progetto: far nascere il Messia, Luce per l’intera umanità, a Betlemme…

A Betlemme, e non solo per fedeltà alla promessa fatta a Davide... a Betlemme, città del pane, perché sin dalla nascita di questo bimbo si capisca che diventare pane sarà la Sua grande aspirazione.

E anche Cesare Augusto, che voleva si parlasse di lui come il pioniere della prima registrazione, sarà ricordato come colui che ha permesso che la storia registrasse un avvenimento tanto rilevante da essere ‘divisa ’ tra il prima e il dopo questa nascita.

L’uomo con la potenza e Dio con l’umiltà si contendono l’importanza, ma stranamente anche questa volta la piccolezza divina risulterà più singolare…

Una famigliola stanca per la lunga traversata, disorientata per la gran confusione di gente e sconcertata per il continuo rifiuto, trova rifugio in una stalla, proprio quando si compiono i giorni del parto. Sembra l’accanimento di una sorte avversa, mentre è la scelta consapevole di un Dio che, pur accontentandosi di poco, non trova accoglienza…

I pastori… l’ infima categoria della società del tempo, sono i nuovi annunciatori. Proprio essi, miseri e ignoranti, capaci solo di comprendere la piccolezza perché già ultimi, sono perciò i primi a riconoscere l’Agnello nel bambino e diventano i divulgatori della verità ‘nascosta ai sapienti e agli intelligenti ’. Essi saranno l’immagine più ricorrente nella vita di quel bambino per l’amore incondizionato al gregge… tanto che chiunque sarà  chiamato alla sua sequela si glorierà del nome di ‘pastore’.

Per fortuna l’unica culla nella quale la Mamma può adagiare il piccolo è una mangiatoia… Fortuna?!? Noi l’avremmo chiamata disdetta, Dio la chiama scelta ideale per il re del cielo che cerca ospitalità nella miseria umana per riabilitarla!

Non è masochismo, è ancora una volta coerenza… ed è il segno straordinario dato ai pastori che non sono più gli ultimi, poiché oltre gli ultimi c’é Dio!

La mangiatoia è il luogo degli animali, proprio com’é la condizione dell’uomo quando perde la ragione, si allontana da Dio e lo rifiuta. Ed è nel peccato dell’uomo che Dio viene deposto, è lì  che Egli cerca il contatto con l’umanità smarrita, così come nella vita troverà familiarità con i peccatori.

La mangiatoia é anche il luogo dell’alimento, il luogo in cui viene adagiato il bimbo col rischio…, o meglio, l’intimo desiderio di essere mangiato. Per chi non Lo ha visto in una mangiatoia sarà difficile comprendere il desiderio di farsi nutrimento. Ai pastori  basta quella scena per capire che quel Dio Altissimo, disteso in una greppia, non solo ha scelto la fragilità, la vicinanza alla loro condizione, ma si sbriciola come cibo che, nutrendo, assimila alla divinità.

E Maria rimedia con l’amore allo sconforto di una mangiatoia, senza sapere che, come madre dell’umanità nuova,  sta sistemando nella madia il pane, appena sfornato, per i suoi figli…

Natale è la passione di Dio per questo povero uomo che, nella sua superba limitatezza, frugando nella mangiatoia, scansa il cibo vitale per continuare a brucare solo paglia…

Don Ricciotti


IV Domenica di Avvento Anno B         

2 Sam 7,1-5. 8b-12..14a.16  Sal 88  Rm 16,25-27

Lc 1,26-38

Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».

 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio ». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.

 

“…su di te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo!”

 

Il sogno di Dio: essere abbracciato.

            Rimango stupito ogni volta che leggo dell’Annunciazione e mi sembra di rivivere la scena… Tante volte l’ho vista raffigurata nei quadri di illustri pittori, anche se penso che né l’immagine né la più fervida fantasia  possano cogliere la delicatezza dell’avvenimento e, soprattutto, la profondità dei  sentimenti di Miryam.

            Un angelo…

Nella tua semplicità ed innocenza, Miryam, penso fossi avvezza alla visione degli angeli. Chi è abituata a parlare col cielo vede cose straordinarie, o meglio, vede le cose in maniera straordinaria, tanto che Gesù dirà un giorno che “i puri di cuore… vedranno Dio”…

Non ti ha sorpreso la figura del giovane né la voce che hai sentito quanto ti hanno sorpreso le parole che ti invitavano a rallegrarti perché quello che stavi chiedendo in preghiera si stava finalmente realizzando.

Anche tu, ad imitazione dei Profeti, eri stata educata ad elevare le braccia al cielo e ad invocare: Maranatha, vieni Signore! E l’angelo, forse, ti ha sorpresa mentre eri in quell’atteggiamento di accoglienza e ti ha invitata a portare le braccia al petto per stringere e abbracciare il Re del cielo.

Deboli braccia per il Figlio di Dio, piccole per il Grande, fragili per l’Eterno… proprio le tue… ed è questo che ti ha sorpreso…

Ti ha sconvolto, come sconvolge anche noi ancor oggi, un Dio bambino.

Abituati ad elevarci al di sopra della nostra piccolezza, non riusciamo ad immaginare un Grande che si fa piccolo, perché per noi è segno di debolezza, e un Dio debole non può essere la nostra difesa. Del resto il popolo Lo aveva sempre visto Potente perché si sentiva bisognoso di sicurezza… ora invece…

Ti ci è voluto poco per comprendere che l’amore fa simili. E il tuo Dio, per amore, si stava facendo piccolo per rivivere in te quel sogno infranto da Eva: essere abbracciato dall’uomo. Stava finalmente riprovando l’ebbrezza della creazione, quando lo Spirito Suo si è annidato per la prima volta nel cuore di Adamo.

Per un attimo hai temuto, guardando la tua inconsistenza, ma hai ripreso coraggio quando hai sentito di non essere sola in quest’avventura perché “il Signore è con te”, e soprattutto quando ti è stato detto che lo Spirito si sarebbe fatto ombra per consentirti di accogliere, filtrata, la luminosità divina.

Quello Spirito che non aveva mai deluso il popolo eletto, e che era stato capace di interventi straordinari lungo i secoli, non t’avrebbe deluso…

Hai stretto le braccia al seno, quasi a raccogliere le tue deboli forze per pronunziare la tua incondizionata obbedienza al Dio che fa cose grandi nella natura e cose ancor più grandi per conquistarsi l’affetto dell’uomo.

Hai stretto le braccia per esprimere la compiacenza per il coraggio di Dio a comprimersi, per amore, dentro il tuo grembo e farGli sentire l’amplesso dell’intera umanità.

Hai pronunciato l’“Eccomi” fidandoti solo di Lui, e sarà lo stile di fedeltà che ti contraddistinguerà fino in fondo, fino a quando saprai attendere, con le stesse braccia che stringeranno un Figlio morto, l’ora della Resurrezione.

“Il Signore è con te” è stata la tua certezza e non sei rimasta delusa…

 Vorremmo anche noi avere sempre le braccia aperte e gridare con più forza e più fiducia in questi giorni: Vieni Signore!

Don Ricciotti


III Domenica di Avvento Anno B

                                                                                                           

Is  61,1-2a.10-11  Lc 1,46-50. 53-54  1 Ts 5,16-24

Gv 1,6-8. 19-28

Venne un uomo mandato da Dio

e il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone

per rendere testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Egli non era la luce,

ma doveva render testimonianza alla luce.

E questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Chi sei tu?». Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Che cosa dunque? Sei Elia?». Rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?». Rispose: «No». Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose:

«Io sono voce di uno che grida nel deserto:

Preparate la via del Signore,

come disse il profeta Isaia». Essi erano stati mandati da parte dei farisei. Lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque battezzi se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

 

Egli confessò e non negò, e confessò: «Io non sono il Cristo»

 

Pannelli solari

 

             Ogni giorno il sole sorge imperioso nel cielo, ma  pare che l’uomo non se ne accorga più… Abbiamo troppo da fare e non possiamo perdere tempo a sollevare la  testa per contemplare e ringraziare chi ci illumina la vita, riscalda l’ambiente, colora i volti e le cose, asciuga il bucato e strizza le ossa che hanno raccolto l’umidità dell’inverno… tanto, si sa, domani sorgerà ancora… anche senza il nostro ringraziamento...

            Abbiamo imparato bene, però, a sfruttarlo, ad accogliere e utilizzare la sua energia per poterla adoperare a nostro piacimento in sua assenza…

            Non è raro scorgere, sui fabbricati o lungo le strade, in prossimità di indicatori luminosi, i pannelli solari che  bevono avidamente ogni raggio e lo tramutano in segnali, calore, energia…

Sono i silenziosi testimoni di un’attività instancabile e continua… quella del sole!

Non sono il sole, ma vivono di lui. Non sono la luce, ma sono capaci di illuminare quando questa non è ancora comparsa, grazie all’energia immagazzinata precedentemente. Sono lì, in paziente attesa, come corolle di girasoli devotamente chine al datore di vita, consapevoli che la crescita e la maturazione dipendono da quell’astro nel cielo.

Il sussulto di Giovanni nel grembo materno, del quale parla la  Scrittura, non è stato forse

l’impercettibile inondazione, appena iniziata, dei luminosi raggi del Figlio di Dio? La prima scarica elettrica in una batteria che presto dimostrerà la sua efficienza?

Forse è cominciata proprio lì la sua capacità di brillare di luce riflessa con le parole, col modo di vestire e con la sua austerità, quando, come un pannello solare, ha assorbito e si è beato del calore della Luce vera.

Ecco la voce… che grida, annuncia e richiama…

Voce onesta nella sua parte di messaggera tanto da non appropriarsi mai dei meriti della fonte, neanche quando le folle accorrono al suo richiamo e i discepoli, sbalorditi, ne ascoltano le sferzate.

Eppure la tentazione d’impadronirsi dei meriti altrui l’avrà solleticata soprattutto nel costatare che l’eco ha invaso la  Giudea. Ma la sua integrità non viene mai meno, neanche quando si  sente accostata perfino alla voce di Elia.

Voce inossidabile nelle sue denunce verso ogni forma di corruzione e verso qualunque stato sociale.

Voce precisa nelle nerbate che colpiscono gli ascoltatori e che trae vigore dalla forza della coerenza della vita.

Non solo voce, quindi, ma soprattutto vita… poiché un vero testimone non è un parolaio, ma uno che sperimenta sulla propria pelle la veridicità dei suoi discorsi e, rischiando la sua incolumità, garantisce e assicura l’uditorio.

E la prova più forte di un’attendibile testimonianza è l’umiltà. Essa, pur conservando intatta la veemenza dell’annuncio, evita che ci si fregi dei lustrini altrui. In realtà, accade frequentemente ed é molto facile pavoneggiarsi con la scia di profumo di chi ci precede…

Ma Giovanni coscientemente fa da aurora e annuncia la venuta di un nuovo giorno di vita!

Testimone fedele: indica la strada indirizzando il popolo a Colui che si dichiarerà la  Via.

Testimone integerrimo della Verità: riporta la gente a riconoscere, col pentimento, le deviazioni e le diramazioni intraprese.

Testimone innamorato della Vita vera per la quale non disdegna di sottoporsi a privazioni e astinenze e alla quale saprà offrire coraggiosamente… la testa!

Strano! La sua grandezza sta nel non essersi mai misurato con “il Sole”.

La nostra meschinità, a volte, sta nel sentirci “padroni del Sole”. 

Don Ricciotti


II DOMENICA DI AVVENTO

Is 40,1-5.9-11 Sal. 84 2 Pt 3,8-14

Mc 1,1-8

Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Come è scritto nel profeta Isaia:

Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri, si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorreva a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico e predicava: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. o vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo».                       

 

“Giovanni era vestito di peli di cammello… si cibava di locuste e miele selvatico”.

 Miraggio

            La stravaganza attira sempre più della normalità!

Lo sanno bene i conduttori televisivi che ci propinano modelli bizzarri ed estrosi ogni giorno. E, proprio perché noi reagiamo a queste forme eccentriche, esse attirano di più la nostra attenzione, sconvolgono i nostri canoni di serietà, ma riescono a veicolare più speditamente la stupidità o un serio messaggio.

            Quante volte ci siamo soffermati sconcertati di fronte all’abbigliamento dei nostri ragazzi… maglioni da nostalgici culturisti, maniche che non conoscono mai la fine, toppe e squarci a tutte le altezze, unghie dai colori più funerei, capelli a cresta di gallo sui quali è caduta una tavolozza intera di pittore… Diciamo la verità, non passano mai inosservati!

            A volte strabuzziamo gli occhi e ci giriamo a guardarli meglio per convincerci di non aver avuto delle allucinazioni… é proprio quello che essi desiderano ed ottengono… farsi notare… non essere ignorati…

            Nessuno mai si è girato a guardare meglio un uomo in giacca e cravatta…

            E’ la tecnica della pubblicità… attirare in tutti i modi l’attenzione!

            Sulla dorsale tra l’antico ed il nuovo Testamento troviamo Giovanni, un uomo particolare nel suo abbigliamento, per l’insolito pulpito scelto per le sue invettive, dalla voce tuonante, posto lì per attirare l’interesse.

Lo fa con il suo vestito essenziale, austero, eccessivamente rigido. Con la sua dieta rigorosa, esageratamente spartana e lontana da qualsiasi arte culinaria. Con il tono della sua voce potente sì, ma ancor più incisiva perché fa male, è tagliente, rimprovera, fa sentire colpevoli.

            Lo fa in un luogo deserto, dove potrebbe, inosservato, mostrare la sua bizzarria a qualche disinteressato serpente, e invece, per questa stranezza, raccoglie tanta gente…

Perché? E’ l’umile pubblicità di Dio per il Figlio Suo. Una pubblicità a poco prezzo, lontana da tutti i canoni delle agenzie pubblicitarie dei nostri giorni, che, pur attirando l’attenzione non allontana dalla finalità.

Ed è proprio nello stridore di questo contrasto che appare ancor più grande Colui che deve venire e al quale egli fa pubblicità…

E’un Agnello che va al macello senza proferir parola, ma viene annunciato da un leone ruggente… è Uno che non disdegna i banchetti nuziali e i conviti con i peccatori, però è indicato da un dietologo estremista… è Uno che conforta e solleva i peccatori, e tuttavia è additato da uno strizzatore implacabile…è Uno che porta una tunica senza cuciture, e che viene propagandato da uno straccione…

E’ un ‘Dio con noi’, eppure annunciato nel silenzio di un deserto…

Un deserto sperimentato troppo a lungo da un popolo vagante, ma ancor più sperimentato oggi dalla nostra isolante tecnologia. Un deserto che lamenta e piange l’ubertosità perduta, l’aver sepolto sentieri di comunicazione, avvizzito la familiarità, isterilito la convivialità, e dal quale Giovanni fa nascere il desiderio e la speranza della realizzazione del miraggio a lungo intravisto.

           Uno strano annuncio che però mette in risalto maggiormente la differenza e soprattutto evidenzia l’improvviso e decisivo cambiamento di sistema. E’ finito il tempo del timore, inizia quello dell’Amore. E’ finito il terrore di un Dio punitore, comincia quello della Misericordia. E’ finito il tempo della fuga da Dio, perché è cominciato più fattivamente l’avvicinamento, anzi la ‘presenza’ di Dio. E’terminata la semplice abluzione, la purificazione solo con acqua, perché inizia la ricostruzione dello Spirito…

Giovanni, dicci ancora che tutto è possibile, immergi anche noi nell’acqua del Giordano perché, purificati, possiamo vedere come te Colui che disegna nel cielo l’arcobaleno dello Spirito.

Don Ricciotti


I   DOMENICA DI AVVENTO    

 Is 63, 16b-17. 19b; 64, 1c-7  Salmo 791  Cor 1,3-9 

Mc 13, 33-37

State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso.

E` come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare.

Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati.

Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!”.

 

“… perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati!”

 

Sala d’attesa

 

Le sale d’aspetto hanno tutte la caratteristica della monotonia.

Giornali vecchi e sgualciti non dalla consultazione, ma dallo sfogliare pigro, sedie rigorosamente allineate che, nonostante accolgano molte persone, danno l’impressione di assenza di vita, sottofondo musicale melenso e insignificante trasmesso da una filodiffusione che rende ancor più annoiato e interminabile il tempo. 

E’ anche giusto che sia così, perché chi vi entra ha il cuore proteso al momento del suo turno e con malcelata tranquillità attende che una voce lo chiami… è lì per questo…

Ho visto raramente persone approfittare di questa fase divorando accanitamente un libro o ripassando una lezione. Al massimo ho notato qualche solerte anziana tirare fuori i ferri per fare un ennesimo giro al maglioncino di lana… e anche questo mi ha dato più la sensazione di inutile ‘intervallo’ che di laboriosa attività.

Quante sale d’attesa sono disseminate sul percorso della nostra esistenza e quanto tempo viviamo  nell’apatia, rimandando sfacciatamente al futuro una gloriosa realizzazione… eppure, tutto questo tempo non verrà sottratto dalla somma totale della nostra esistenza… anzi, sarà proprio questo il tempo che deciderà il nostro futuro…

Non manca giorno nel quale non ripetiamo la triste litania: "Se avessi saputo!"... e c'è sempre qualcuno che, dalla saggezza dell'età, ribatte prontamente: "Te l'avevo detto!"

Attendiamo che passino gli anni crogiolandoci nel rimando, come se il domani fosse foriero di una novità gratuita, e solo dopo ci accorgiamo che il futuro fiorisce sul seme dell'oggi.

E’ il monito che risuona sulla bocca di Gesù quando invita a vegliare.

Non è mai sufficiente il tempo che abbiamo a disposizione, eppure ne troviamo a iosa per sognare nelle anticamere della realtà.

Senza sapere che l’attesa è fatta per preparare l’avvenimento...

Non è un conto alla rovescia che scandisce il tempo che manca, ma è una tabella di marcia per non trovarci sprovveduti. E' un appello a non attardarsi aspettando un possibile evento risolutore, è un avvertimento illuminante perché ciò che si attende è il frutto di un’attiva preparazione.

Cristo ha già realizzato il tutto, ora aspetta che si attui in noi che ci siamo messi alla Sua sequela.

Il nostro essere vigili e operosi è un portare a compimento dentro di noi ciò che ancora non è avvenuto, ma che già si è concretizzato in Cristo, nostra certezza. Il futuro si ottiene costruendolo oggi e, per realizzarlo, Cristo ci ha indicato la via e i mezzi.

Siamo nelle comode e annoiate sale d’attesa quando ci attardiamo a lamentarci  della nostra società malata, di un cristianesimo stantio ed inefficace, di un’umanità che dovrebbe essere diversa… e mostriamo lentezza nel tuffarci nell'azione perché questo mondo non sia solo ‘auspicabilmente’ nuovo.

Con quanta indolenza viviamo oggi nella speranza ciò che domani sarà realtà.

Eppure, credere significa proprio anticipare concretamente la realtà futura, realizzarla grazie alla certezza di Cristo, attuarla in virtù di una speranza fondata su di Lui.

Se davvero credo, io già vivo ciò in cui credo!

Avvento non é un facile rimando né un dire "quando verrà si vedrà"…

E’ scrollarsi di dosso la cenere dell’apatia .E’ "vegliare" in attesa di una  visita straordinaria. E’ desiderare di incontrare Chi ‘squarcia i cieli e scende ’per mostrarci il Suo volto.

          E’ cominciare oggi a realizzare dentro di noi la Sua venuta.

Una mangiatoia si appronta subito per l'accoglienza, il cuore di una persona ha bisogno di tempo per fare spazio.

Don Ricciotti