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  Grazie mamma!


Vergine madre, figlia del tuo figlio

Dante Alighieri

Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'eterno consiglio,

tu se' colei che l'umana natura

nobilitasti si', che 'l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

Nel ventre tuo si raccese l'amore,

per lo cui caldo ne l'etterna pace

così è germinato questo fiore.

Qui se' a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra mortali,

se' di speranza fontana vivace.

 Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz'ali.

Il bacio della buonanotte

(da Casa Swann)

di Marcel Proust

L'unica mia consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio quando sarei stato a letto. Ma durava tanto poco questa buonanotte, e lei discendeva tanto presto! Il momento in cui la sentivo salire, e poi nel corridoio udivo passare il fruscio leggero della sua vestaglia di mussolina blu ornata con treccioline di paglia pendenti, finiva con l'essere per me un momento doloroso: annunciava il momento successivo, in cui, ridiscendendo, mi avrebbe lasciato. Di modo che questa buonanotte tanto amata, arrivavo ad augurarmi che giungesse il più tardi possibile, perché quella dilazione che avevo, quando la mamma non era ancora venuta, potesse prolungarsi. A volte, quando, dopo avermi baciato, apriva la porta per andarsene, avrei voluto richiamarla, dirle "baciami ancora una volta", ma sapevo che il suo viso avrebbe assunto un'espressione di dispiacere. Mio padre, che trovava questi riti assurdi, s'irritava alla concessione ch'ella faceva alla mia tristezza ed alla mia agitazione salendo a portarmi quel bacio di pace, e quindi ella avrebbe voluto tentare di farmene perdere il bisogno, l'abitudine, lungi dal farmi prendere quella di domandargliene un altro quando era già sulla soglia. E vederla dispiacente, distruggeva tutta la calma che un istante prima m'aveva portato chinando verso il mio letto il volto amorevole.

Gli annali familiari della mamma

di Alphonse De Lamartine

La mamma aveva un'abitudine giovanile, quella di raccogliersi ogni sera per un bel pezzo prima di andare a letto, tutta sola, in  braccio ai suoi pensieri, parimenti come fanno i saggi che cercano di porre un intervallo fra la vita e l'eternità. Ogni sera, dunque, quando tutti di casa erano già addormentati - i bambini nei loro piccoli letti accanto al suo - né si sentiva altro per la stanza che il soffio leggero del loro calmo respiro e il vento che sbatteva contro le imposte, e l'abbaiar dei cani nel cortile, ella schiudeva pianamente l'uscio di un piccolo stanzino da lavoro, tutto ingombro di libri d'educazione, di storia, d'ascetismo e, sedutasi innanzi ad un piccolo scrittoio di legno rosa, intarsiato d'avorio e madreperla a disegni di fiori d'arancio, tirava fuori da un cassetto alcuni piccoli quaderni dalla copertina di carta grossa, grigio-scura, come quella dei libri di conti, e su quelle pagine per un'ora o due di seguito scriveva, scriveva sempre, senza levar mai la testa o trattenere la penna nell'attesa o nello studio di un pensiero.
Era quella la storia domestica di tutta la giornata, gli annali, dirò, così, delle ore trascorse, il ricordo passeggero dei fatti e delle impressioni colte a volo, arrestate, durante la loro corsa, prima che la notte le avesse travolte nell'oblio: così ogni data cara o triste, tutti gli avvenimenti domestici, lo sfogo sincero di un pensiero, d'una malinconia, e slanci di riconoscenza o di gioia, preghiere volte fervidamente al Cielo, tutta un'anima, insomma, che riversi su di un foglio gli scatti e le sensazioni più intime della sua natura che osserva, ama gioisce, soffre, benedice, ed invoca, ed adora!


 

La ciocca bianca

 di Ada Negri

De’ tuoi bianchi capelli, sì leggeri

Alla carezza e pur sì folti, in uno scrigno

una ciocca serbo. Erano i miei

Scuri come la notte, allor che al capo

Tuo la recisi. Ed oggi, te cercando

In quella ciocca, sola cosa viva

Che di te mi rimanga, io mi domando

Se recisa non l’ho dalle mie tempie.

E se mi guardo entro lo specchio, e in esso

Mi smarrisco, non me, ma te ravviso,

o Madre: tua questa marmorea fronte,

piena di tempo, e immersa in una luce

ch’è già ormai d’altra terra e d’altro cielo.

 

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