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Don Gennaro Matino 

 Ed. San Paolo 2005

  

<< Insegnaci a pregare >> : così i discepoli chiedevano al Maestro una parola che potesse lanciare ponti al cielo; stessa richiesta di tanti, oggi, in cerca di preghiera più che di preghiere.

Una via che dicesse l'uomo a Dio e rivelasse Dio all'uomo, un metodo che garantisse nella parola un incontro.

Gesù di Nazareth racchiude nel Padre Nostro tutto il suo messaggio di salvezza. Egli non offre leggi né statuti né precetti morali, ma il Padre che è nei cieli. Anzi un papà. Dio è Padre, Abbà, questo il grido sorpreso che in queste pagine ci è riconsegnato. Un Dio di tenerezza che cerca di abbracciare ogni suo figlio.
Le pagine non hanno timore di consegnarci la freschezza della parola del Maestro sempre viva e la sorprendente rivoluzione del suo amore che, insegnandoci a rivolgerci a Dio chiamandolo Padre, scandalosamente apre sentieri sempre nuovi di incontri con il divino.

 

LA SCONVOLGENTE ATTUALITÀ DEL PATER.

Carlo Cibien

La preghiera del Padre nostro è quella che caratterizza da sempre il cristiano. Ma è anche la preghiera che forse – assieme all’Ave Maria – si recita in modo tanto distratto da sbagliare gli accenti delle parole. È normale ascoltare alla radio o direttamente in chiesa la domenica:“ Com’in cielo, còs’in terra […]”.
Ricordo che ho sentito raccontare un aneddoto interessante, proveniente dalla tradizione francescana, circa la recita del Padre nostro. Si narra che in gara con un confratello, su quanti Padre nostro erano riusciti a dire in una notte, san Francesco perdesse la gara. Il santo, infatti, si sarebbe fermato a vegliare per tutte le ore notturne sulla prima parola: Padre. E lui, di “paternità”, se ne intendeva, dal momento che aveva preferito rinunciare a quella terrena per affidarsi totalmente a quella celeste.

San Francesco, come l’apostolo Paolo – ma la cosa dovrebbe valere per ogni cristiano serio – si erano lasciati talmente “cristificare” da portare anche fisicamente i segni di questa identificazione. Si erano lasciati trasformare in “figli” nel Figlio.

Questa coscienza fu immediatamente generalizzata nella Chiesa. Un documento importante, come la Didaché nel quale alcune parti risalgono alla seconda metà del I secolo, ci offre una delle prime preghiere eucaristiche, e la formula così: “Così dovete rendere grazie, dapprima riguardo al calice: Ti ringraziamo, Padre nostro, per la santa vita di Davide, tuo servo, che ci hai fatto conoscere per mezzo del tuo servo Gesù; gloria a te nei secoli. Come questo pane spezzato era disperso sui colli e, raccolto, è diventato una sola cosa, così sia riunita la tua Chiesa, nel tuo Regno, dai confini della terra; tua è la gloria, la potenza par Gesù Cristo nei secoli” (Didaché, 9,1-4). Chi aveva ideato quella preghiera conosceva bene il senso profondo del Padre nostro e sapeva coniugare alla perfezione la lex.

Anche don Gennaro Matino, parroco e docente di Teologia pastorale a Napoli, non scherza. Nel suo scritto "Un Padre scandalosamente nostro" (San Paolo 2005) egli ci ripresenta la preghiera che Gesù insegnò ai suoi discepoli riportandola ad un livello di tale attualità e sconvolgente vitalità, da destare in noi – forse un po’ assonnati o caduti nei lacci dell’abitudinarietà – un rinnovato interesse che a mano a mano che la lettura procede si fa contagioso.

Il libro prende in esame, nei dodici capitoli, ogni singola frase della preghiera del Signore e, dopo averla introdotta con una composizione, una sorta di panoramica sulle realtà drammatiche o anticipatrici del Regno, la cala in un bagno di umanità o di Trinità. E quando la frase riemerge, assumendo il suo significato più ricco, può diventare oggetto di meditazione profonda e inizio di un nuovo cammino per il lettore.
Se “il dolore fa scandalo soprattutto perché sembra che quasi tutta la storia sia sottoposta al giogo di forze demoniache” (p. 6), e se le risposte alla situazione conflittuale nella quale l’uomo si trova sembrano essere la rivolta, la rassegnazione o la speranza, è quest’ultima a trovare le ragioni per credere che la sofferenza non sia uno stato definitivo e per trovare le parole per trasformare la protesta contro il cielo in attesa che il cielo venga: "Venga il tuo regno". Anzi, la situazione sofferente ancora di più preme per l’avvento del regno e il luogo del dolore diventa il segno profetico di un giorno in cui lo stesso dolore non ci sarà più (p.11). Ma "per comprendere l’avvento del regno e il suo valore è necessario aprirsi a Dio completamente […]. Il regno è qualcosa che già c’è, ma è qualcosa che bisogna conquistare" (p. 45). Ecco perché subito dopo averlo invocato si chiede:"Sia fatta la tua volontà".

E, accanto alla figura di Gesù, si colloca la figura esile e nel contempo possente di Sua Madre che se per un verso risponde al Padre, dicendo all’Angelo:"Ecco la serva del Signore; si faccia di me come hai detto tu" (Lc 1,38), per un altro verso a Cana dirà ai servi di tavola : "Fate quello che vi dirà" (Gv 2,5), mostrando che il regno è venuto e si sta manifestando in tutta la novità dei suoi segni.
Il libro – com’è giusto che sia – si apre richiamando l’attenzione sullo Spirito che in noi grida "Abbà, Padre" (Rm 8,15), e si chiude rammentando ai lettori che la preghiera, con l’Amen finale, si trasforma in tenero bacio mentre le nostre ginocchia si piegano davanti al Padre dal quale proviene ogni paternità: quella che può sembrare debolezza, è invece – nello Spirito – rafforzamento del nostro essere interiore. Tutto ciò può suonare "scandalo" per chi non vuol capire, ma per chi è disposto all’ascolto, è pienezza di Dio.

 

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