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Punti saldi

 

Brandelli di storie


 

 

Domenica delle Palme

 

 

Con un bacio....

 

 

L

a lunga notte di agonia, trascorsa da Gesù nell’Orto degli Ulivi, è terminata. Un drappello di uomini, armati con spade e bastoni, si dirige adesso verso il giardino del Getsemani per catturare il Messia e a guidarli è Giuda, uno dei dodici Apostoli. Uno di loro, dunque, un amico di Gesù, anch’egli chiamato a formare il primo nucleo della Chiesa, a diventare pescatore di uomini e testimone del Vangelo di Cristo. Giuda, però, non è capace di attendere il compimento della salvezza; le parole del Maestro diventano sempre più dure e incomprensibili, e in cuor suo egli ha già deciso il tradimento.

 

Accecato dal proprio egoismo, senza alcuna esitazione, Giuda si avvicina a Gesù e con un bacio – così come era stato stabilito – consegna il Figlio di Dio ai potenti del Sinedrio. “A tanto giunge la libertà quando non si apre al dono; a tanto giunge l’uomo quando rimane prigioniero di sé, schiavo del suo egoismo. Eppure Giuda era stato guardato da sempre con infinito amore e Gesù lo aveva scelto con gratuita predilezione” (Miloslav Vlk). Così, senza opporre nessuna resistenza, Gesù viene arrestato come il più vile dei malfattori e lascia che tutto ciò accada perché si compia la volontà del Padre. «Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti» (Mt 26, 55-56).

 

“Quel tradimento e quel bacio sono diventati nei secoli il simbolo di tutte le infedeltà, di tutte le apostasie, di tutti gli inganni. Cristo, dunque, incontra un’altra prova, quella del tradimento che genera abbandono e isolamento. Non è la solitudine a lui cara, quando si ritirava sui monti a pregare, non è la solitudine interiore sorgente di pace e di quiete perché con essa ci si affaccia sul mistero dell’anima e di Dio. E', invece, l’esperienza aspra di tante persone che anche in quest’ora che ci vede riuniti, come in altri momenti del giorno, sono sole in una stanza, davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei. Gesù beve con loro anche questo calice che contiene il veleno dell’abbandono, della solitudine, dell’ostilità” (Gianfranco Ravasi – Via Crucis al Colosseo 2007).

da www.cogitor.splinder.com

 

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Io Vado Avanti come un Asino

Bruno Ferrero  da “C'è Qualcuno Lassù”

 

Foto:somaro

 

Io vado avanti come un asino...
Sì, proprio come quell'animale che un dizionario biblico così descrive: "L'asino della Palestina è molto vigoroso, sopporta il caldo, si nutre di cardi; ha una forma di zoccoli che rende molto sicuro il suo incedere, costa poco il mantenerlo. I suoi soli difetti sono la caparbietà e la pigrizia".
Io vado avanti come quell'asino
di Gerusalemme,
che, in quel giorno della festa degli ulivi,
divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia.
Io non sono sapiente,
ma una cosa so: so di portare Cristo
sulle mie spalle
e la cosa mi rende più orgoglioso
che essere borgognone o basco.
Io Lo porto, ma è Lui che mi guida:
io credo in Lui, Lui mi guida verso il Suo regno.
Chissà quanto si sente sballottato il mio Signore,
quando inciampo contro una pietra!
Ma Lui non mi rinfaccia mai niente.
E' così bello percepire
quanto sia buono e generoso con me:
mi lascia il tempo di salutare
l'incantevole asina di Balaan,
di sognare davanti a un campo di spighe,
di dimenticarmi persino di portarLo.
Io vado avanti in silenzio.
E' strano quanto ci si capisca
anche senza parlare!
La Sua sola parola, che io ho ben capito,
sembra essere stata detta apposta per me:
"Il mio giogo è facile da sopportare
e il mio passo leggero" (Mt 11 ,30).
Fede d'animale,
come quando, una notte di Natale,
allegramente portavo Sua madre verso Betlemme.
Io vado avanti nella gioia.
Quando voglio cantare le Sue lodi,
io faccio un baccano del diavolo,
io canto stonato.
Lui allora ride,
ride di cuore
e il Suo riso trasforma
le strettoie del mio vecchio cammino
in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli
in sandali alati.
Io vado avanti come un asino
che porta Cristo sulle sue spalle.
Mons. Etchegaray

Dio pesa come la felicità

 

L'Ulivo

Un tempo che fu e non è più, l’ulivo era molto diverso da oggi. Il suo tronco, diritto, elegante e liscio come nessun altro, suscitava l’invidia di tutte le altre piante. I suoi frutti lo adornavano come grandi perle per pura bellezza. La sua chioma, pettinata con ordine, era a tal punto compatta che neppure gli uccelli più piccoli potevano farvi il nido, e il vento non osava scarmigliarla.

Soddisfatto di sé, se ne stava un giorno a godersi il sole e la brezza del mare, quando percepì un brusio proveniente dal bosco.
"È in arrivo la Grande Siccità", si dicevano l’una all’altra le piante: "Quante di noi moriranno?"

"Non certamente io", commentò fra sé l’ulivo, "che posso fare a meno dell’acqua per quanto tempo mi aggrada".

La Grande Siccità dilagò dappertutto e per un tempo infinito. Tutte le piante si spensero una dopo l’altra, rivestendo le colline di un mantello bruno.

L'unica macchia verde-argento era l’ulivo. Ma anch’egli cominciava a provare una sete feroce. Sentiva sfuggirgli la vita quando ai suoi piedi, un giorno di fuoco, si accasciarono un uomo e una donna.

L'uomo era stato dilaniato da una belva feroce; il suo sangue colava copioso e abbeverava la terra e le radici riarse dell’ulivo.
La pianta superba e fatua si senti rinascere per quel prezioso alimento che le veniva dall’uomo, quando udì il sospiro della donna:"Ah, se solo quest’albero avesse", diceva, china sul poveretto, "un unguento per le tue ferite, una goccia di vita da darti! Ma esso è inutile e fatto di niente come la sua ombra".

"Ringraziamolo per la sua ombra", mormorò l’uomo morente.
A quelle parole, l’ulivo si ridestò come da un sonno infinito. Con uno sforzo eroico addensò nei suoi frutti la linfa della propria anima che stava per nascere e, divincolandosi tutto nella feroce fatica, volle restituire all’uomo un po’ della vita che il suo sangue gli aveva ridato.

Fu così che, con quel suo gesto d’amore, rimase sfigurato e trasfigurato per sempre, ma albero più utile e gradito all’essere umano di qualsiasi altro che adorni le nostre contrade.


 

 

 

Sorgente divina 
di vita nuova

 

C

aro Gesù, sei già stato condannato una volta, e lo sei ancora. Hai già portato la croce una volta, e la porti ancora. Sei già morto una volta, e continui a morire. Sei risorto dai morti una volta, e continui a risorgere. Io ti guardo, e tu mi apri gli occhi ai tanti modi in cui la tua passione, morte e risurrezione si ripetono ogni giorno in mezzo a noi.

Ma in fondo al cuore ho terrore a guardare il mio mondo. Tu mi dici: «Non aver paura di guardare, toccare, sanare, confortare, consolare». Voglio ascoltare la tua voce, sapendo che, a mano a mano che entro più profondamente nella vita dei miei fratelli, piena di dolore ma anche di speranza, entro anche più profondamente nel tuo cuore.

Signore, nel profondo del mio ansioso cuore ho anche tanta paura di aprire gli occhi e di guardare il mondo delle mie sofferenze. In realtà, non sono sicuro di essere davvero amato e protetto, e così mantengo le mie distanze dalla vita piena di paura degli altri. Ma tu ripeti: «Non temere di mostrarmi il tuo cuore ferito; lascia che ti abbracci, ti guarisca, ti conforti e consoli… perché ti amo di un amore illimitato e incondizionato».

Ti ringrazio, Signore, delle tue parole. Bramo tanto che tu guarisca il mio cuore ferito, per uscire dal mio egoismo e raggiungere vicini e lontani.
So, Signore, che sei mite e umile di cuore e che ci inviti dicendo: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo».

E poiché la tua passione, morte e risurrezione continuano nella storia, dammi la speranza, il coraggio e la fiducia di lasciare che il tuo cuore unisca anche il mio cuore a quello dei tuoi fratelli che soffrono, sì da diventare per noi sorgente divina di vita nuova. Amen!

Henri J. M. Nouwen

 

 

 

Quaresima 2008

 

 

Due amici: Gesù e Lazzaro 

 

N

ella cappella XVIII due amici si ritrovano. Gesù e Lazzaro: l'uno davanti all'altro, l'uno in piedi e l'altro colto nell'atto di uscire dal proprio sepolcro. Compiono lo stesso gesto, piegano in avanti il braccio destro e tendono la mano in segno di saluto, mentre si sciolgono le bende di colui che per quattro giorni è stato cadavere. Due amici: li aveva separati la morte. Che per Lazzaro, uomo, tornerà; per Gesù, Figlio dell'Uomo, verrà e sarà vinta. Nel Tempo di Pasqua presente, dove rombano echi di guerra vera sopra le campane a festa delle cartoline, fa bene fermarsi davanti a questa scena così scarna, che parla di morte e di vita, che fa incontrare l'umano e il divino sulla soglia del "passaggio", che traduce però anche una pagina di vangelo tinta di emozioni forti, che possono e devono fortemente interpellare.

Lazzaro di Betania è fratello di Maria e di Marta; è malato; è amico di Gesù e le sorelle lo mandano a chiamare, ma arriva troppo tardi. "Vado a svegliarlo"(Gv 11,11) aveva detto ai discepoli, preannunciando - senza essere compreso - che questa morte sarebbe andata a gloria di Dio (Gv 11,4). Quando arriva là dov'è atteso, Gesù è rimproverato da Marta, a cui chiede un atto di fede dicendo:" Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo ? (Gv.11,25). Poi quel grido: "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43) e colui che era morto esce e va. La vicenda di Lazzaro, al di là del miracolo, interpella, appunto sul piano delle emozioni di Gesù che mette esplicitamente in luce. Alla notizia della malattia dell'amico, Gesù si ricorda di "voler molto bene" (Gv,11,5) a lui e a sua sorella: questo "voler bene" è detto con il verbo greco "agapào", che per eccellenza dice la carità, cioè l'accoglienza, la cura, l'affetto, la protezione, la gratuità in contrapposizione alla passionalità della relazione. Poi, vedendo Maria piangere, Gesù "si commosse profondamente e si turbò" (Gv.11,33): il primo verbo greco dice un fremito profondo dell'intimo, ed il secondo dice l'essere messo sossopra, come lo sarebbe stato ancora l'animo dello stesso Gesù prima di affrontare la passione (Gv. 12,27). Ancora, davanti a coloro che gli dicono di andare a vedere il sepolcro, Gesù "scoppiò in pianto" (Gv. 11,35). Quando si reca al sepolcro, è ancora "profondamente commosso" (Gv 11,38). Infine, chiamando fuori Lazzaro "gridò a gran voce" (Gv 11,43).

Dunque, in questo episodio, accanto al Gesù-Dio del miracolo campeggia (diremmo ,forse, finalmente…) un Gesù-Uomo, carne e sentimenti. Così vero….così vicino all'uomo che è venuto a salvare. Leggevo da qualche parte che non sempre le emozioni sono considerate positivamente nel Cristianesimo, che anzi spesso sono temute, perché possono distrarre dagli obiettivi essenziali della fede o inquinare la comprensione della Parola. Può darsi che sia anche così.

E' certo vero che si cade spesso in un'impostazione razionalistica della fede, che limita l'insegnamento di Gesù -che è anzitutto la sua vita, con sofferenze e gioie - identificandolo in dottrine e teologie. Invece, il Gesù che resuscita Lazzaro si fa presente - invece di agire a distanza - per non tradire un sincero legame di amicizia, con i vivi e con i morti. Si rende disponibile alle aspettative di chi gli vuole bene. Condivide il dolore, non dice inutili parole di conforto. Sente la lacerazione dell'assenza. Questo Gesù, che si rivela Dio nel far tornare indietro dalla morte l'amico, che passa lui attraverso la morte per vincerla, piange con l'uomo che salva. Questo pianto davanti alla fragilità della condizione umana, pure salvata, echeggia oggi nella vita vera, fuori delle cartoline pasquali.

"Dio mio, sono venuto con il seme delle domande. Le seminai e non fiorirono (Un grillo cantò sotto la luna). Dio mio, sono arrivato con le corolle delle risposte; ma il vento non le sfoglia. (Gira l'arancia iridescente della terra). Dio mio, sono Lazzaro. Piena d'aurora, la mia tomba dà al mio carro neri puledri. (Dietro il lirico monte tramonta la luna). Dio mio, resterò senza domanda e con risposta vedendo i rami muoversi.

(Gira l'arancia iridescente della terra)".

(Anonimo)

Silvia Coda

 

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È troppo grande la figura di Gesù dal quale sgorgano lacrime di fronte a Lazzaro, l’amico morto (Gv 11,1-45). D’altra parte è altrettanto grande la questione che Gesù affronta, la questione delle questioni, quella che ha vissuto lui stesso e che qui ha sciolto in bellezza in favore di un amico: la questione del sepolcro. Gesù adopera la potenza, ma è l’amore che lo muove.

 

 


Di fronte alla morte: quale soluzione?

Sepolcro vuol dire morte e questo evento della vita, quando l’uomo è vivo, continua ad avere soluzioni le più disparate. Le posizioni in fondo sono tre, con moltissime varianti. Nell’Otello di Verdi il librettista, a proposito della morte, fa dire a Iago: “La morte è il nulla”. Quando stava per morire Rabelais, un poeta del rinascimento francese, disse: “Vado a cercare un gran forse”. Non è più il nulla, è il forse, ma è chiaro che il clima è di incertezza profonda. Ed infine il saluto di Francesco di Assisi alla morte: “Laudatu si, mi signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po skappare”.

La nostra esperienza ci direbbe che il sepolcro è un punto di arrivo, Gesù, con questo vangelo, rovescia completamente la situazione e ci insegna che il sepolcro è un punto di partenza: si entra per sentirsi dire: “Vieni fuori!”, non sei fatto per la morte. Siamo pertanto invitati a vivere secondo speranza certa che dal sepolcro si esce per incominciare la vita. Vivere questa speranza è uno stile di vita che richiede una preparazione.

 

 

Gesù ricompone l’ordine delle cose

 

Quando Lazzaro era malato Gesù appositamente ha voluto aspettare per poi affrontare la morte. Le sorelle di Lazzaro erano abituate a vederlo guarire i malati, non a far uscire i morti dal sepolcro. Gesù, poiché ci ama, ha voluto appositamente gettare luce sull’estremo problema e ricomporre l’ordine delle cose. Senza dubbio, infatti, col peccato abbiamo stravolto dei valori.

 

Il binomio corpo e anima è stato rovesciato come gerarchia di valore. Dovremmo essere prima di tutto esseri spirituali, in realtà spesso oggi il corpo vince molte delle sue battaglie, cosicché l’anima è diventata una cenerentola cui diamo poca attenzione. Gesù invece ci dice di cominciare dall’anima a essere noi stessi, non dal corpo. Se comincio dalla mia anima, ricordo che prima di tutto essa è fatta per specchiare Dio. Essere immagine e somiglianza di Dio non si fa con il corpo, si fa con l’anima, dando il primato allo spirito.

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Interno di quella che la tradizione identifica come la prima tomba di Lazzaro, Betania

 

 

Altra coppia rovesciata: tempo ed eterno. Se tu entri nel sepolcro è perché il tuo tempo è finito, ma se tu esci dal sepolcro è perché il tuo eterno comincia. Noi credenti mettiamo l’eterno prima del tempo perché Dio non è un estraneo per noi; alla luce del nostro rapporto con lui non ci lasciamo prendere dalla frenesia del tempo. “Non abbiamo più tempo, non abbiamo mai tempo”: paradossale. Viviamo di tempo e non ce l’abbiamo mai. “Pregherei, ma non ho tempo”: l’eterno diventa uno spreco perché stando davanti a Dio, non progetti, non corri, non guadagni soldi.

 

Ancora un binomio: morte e vita. Convinti che il sepolcro ci aspetta, dobbiamo rovesciare ancora una volta le cose, dobbiamo credere che il Vivente c’è, che Cristo risorto non è un’icona pasquale che poi se ne va, ma è l’amico di ogni giorno che ci incoraggia, che spinge la nostra intelligenza a credere, il nostro cuore a sperare e ad amare intensamente. Per questo prego, per questo mi nutro del Risorto, per questo quando un peccato mi conduce alla morte mi risollevo prontamente, perché non voglio più perdere quel Vivente che è in me e che mi trascina già oltre. Questo è vivere già sotto l’impulso di quel “Vieni fuori, Lazzaro”, vieni fuori dalla tua vita che non è più mortale anche se morirai, non spaventarti, sei già vivo.

 

 

Non lasciare morire la speranza

Il Signore anche oggi versa lacrime su di noi quando ci vede impauriti, tristi, lontani da lui perché abbiamo peccato, gli abbiamo voltato le spalle o ci siamo dimenticati di lui. Allora il Signore, proprio come quella volta, lascia che gli sgorghino lacrime fraterne su di noi e non ci lascia soli, viene a cercarci. Quante volte ci ha detto e ci dirà ancora: “Vieni fuori, non scoraggiarti, non perderti d’animo perché io ti voglio troppo bene per lasciarti là dentro”.

 

Se non perdi l’eccellenza di Dio, l’orizzonte rimane aperto e allora puoi vivere tranquillo. Magari domani avrai delle prove, ma non perdi lo sguardo che va oltre perché tieni tra le braccia l’amico Risorto, e allora niente ti distrugge. Ma bisogna stare molto attenti, perché molti attorno a noi cercano di farci chiudere gli orizzonti, molti cercano di farci dimenticare le cose. Oggi non è più l’epoca delle grandi polemiche contro Dio; il rischio per il cristiano è quel leggero sonnifero sulle cose grandi, è quel vivere sempre delle cose del mondo, che lentamente imprigiona e fa dimenticare la profonda speranza nell’oltre.

 

Non sei ancora nel Regno, non hai ancora la beatitudine, ma hai la speranza. Se non hai la speranza che ti motiva, che ti anima, che ti spinge all’eroico se è necessario, se a poco a poco la perdi, quando la vita ti proverà, quando ti arriverà un dolore o anche solo la tentazione forte di staccarti da Dio, tu cederai. Non lasciare che muoia la speranza.


Far uscire dai sepolcri e far vivere

Vivere con la prospettiva di un sepolcro che aspetta è angosciante. I meccanismi di difesa e di rimozione attorno a noi cercano soltanto di non farci pensare. Il cristianesimo fa sempre vivere qualcuno, altrimenti non è cristianesimo, è una buona morale, è una buona dottrina.

 

Se non fai vivere qualcuno non hai capito Cristo: perché è morto per farti vivere, perché quel giorno è partito apposta per dire “Vieni fuori dal tuo sepolcro”. Se non fai vivere nessuno ti illudi, sei cristiano per far vivere te, e allora il tuo diventa un cristianesimo egocentrico che sempre chiede: è una religione qualunque, non il cristianesimo. Se invece fai vivere, sei già oltre la morte. È una prospettiva molto bella. Quando Gesù saliva verso la sua morte c’è da pensare che nella sua angoscia di uomo che andava a morire ci fosse però questa grande luce interiore: io sto morendo per far vivere, se il chicco di grano non muore non dà frutto. Queste parole lo hanno tenuto in piedi fino alla fine, non cede perché l’amore gli fa dire appassionatamente: “Perché tu viva”.

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Far vivere: ecco il segreto di questo Gesù che lacrima e che poi potentemente tira fuori dal sepolcro. Bisogna ricordarlo, perché il sepolcro non è poi sempre l’ultimo sepolcro, di cose che ci lasciamo dietro perché sono morte ne abbiamo molte. Quando ti muore una gioia, un ideale, una persona, una fiducia, un amore, non sono sepolcri questi? Non c’è forse tanta gente che, dopo un grosso dolore, si rannicchia nel suo sepolcro e non si riesce più a farla venire fuori? Allora bisogna saper dire “Vieni fuori”. E viene fuori solo se tu entri nel suo sepolcro, cioè nella sua tristezza, con l’ascolto, con la pazienza, se la prendi per il braccio e poco per volta le dici: “Guarda che fuori c’è ancora il sole, andiamo a vedere”. Ci vuole molta fraternità.

 

Giuseppe Pollano
Tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

da www.giovanipace.org

 

 

 

 

 

Quaresima 2008

 

In comunione con Dio-Luce

S

e il nostro rapporto con la Parola non accresce la nostra comunione come luce…, se non produce questo effetto, allora noi restiamo nella tenebra e, dobbiamo subito soggiungere, restiamo nella tenebra anche se il nostro rapporto con la Parola produce luce intellettuale, perché questa non è ancora la luce di cui parla Giovanni. L’intelletto dell’uomo non è luce, se non in quanto è animato, rigenerato totalmente nella sua potenza dallo Spirito di Dio e concretato, per così dire, reso verità, nell’amore.

Quindi una crescita della luce intellettuale non ci toglie dalla tenebra, può, anzi, aumentarla: può accadere che proprio il rapporto con la Parola aumenti la luce intellettuale, ma non ci tolga dalla tenebra, perché non ci mette in comunione reale con gli altri e perciò non ci mette in comunione con Dio-luce. Questo è un confine estremamente sottile e qui sono i rischi più gravi…

Se il nostro rapporto con la Parola è vero, se cioè sviluppa tutto quel circuito di comunione, di apertura agli altri, di comunione con Dio che è luce, allora deve avere un effetto preciso: la Parola, appena penetrata in noi, deve immediatamente, come prima conseguenza, come primo effetto, più spontaneo, più vitale, più sano, fare vibrare in noi la consapevolezza del nostro peccato, del nostro personale peccato.



 

Se questo non accade, se tutte le luci che la Parola ci dà non fanno, immediatamente, suonare nel profondo di noi la coscienza rinnovata, acuita del nostro peccato, la luce è solo una luce intellettuale, non è luce di Spirito Santo, non ci toglie le nostre tenebre, ma anzi ci rinchiude in esse. La luce che è da principio, la luce che è la luce della vita, la luce che ci toglie alle nostre tenebre e ci mette in comunione scambievole e ci fa comunicare con Dio, è una luce che per primo effetto rivela in noi e a noi il nostro peccato.

Giuseppe Dossetti

La Luce

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa”

 

 

"Quali luci c'erano in chiesa?", chiese una catechista ai bambini.
"I lampadari".

"Le candele".

"Il lumino rosso del tabernacolo".

"Le finestre".

I bambini tacquero.

"Qualche altra cosa?", chiese ancora la catechista.

Un bambino alzò la mano e disse: "Gli occhi delle persone".

Perché così spesso dimentichiamo quella luce che è "dentro" di noi? Perché lasciamo che si spenga?

"Quando ero piccolo, di notte, mio padre mi lasciava sempre la luce accesa sul comodino".
"Mio padre era la luce.

 

Quaresima 2008

 

Le pillole per la sete

(Antoine de Saint Exupéry, Il Piccolo Principe, XXIII)

 

 

"uon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
"Perché vendi questa roba?", disse il piccolo principe.
"E' una grossa economia di tempo", disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre minuti alla settimana".
"E che cosa se ne fanno di questi cinquantatre minuti?".
"Se ne fa quel che si vuole...".
"Io", disse il piccolo principe, "se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana...".

 

 

 

Quaresima 2008

 

 

 

 

Del buon uso 
delle tentazioni

 

C

ome il buon soldato non ha paura di combattere, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi quando sono all’interno della loro guarnigione: è sul campo di battaglia che si nota la differenza tra i coraggiosi e i vili.

La più grande delle tentazioni è di non averne alcuna. Si potrebbe arrivare a dire che bisogna essere contenti di avere delle tentazioni: è il momento del raccolto spirituale, durante il quale facciamo provviste per il cielo. E’ come nel tempo della mietitura: ci si leva di buon mattino, ci si dà un gran daffare, ma non ci si lamenta, perché si raccoglie molto.

Il demonio tenta solamente le anime che vogliono uscire da una situazione di peccato e quelle che sono in stato di grazia. Le altre gli appartengono già: non ha alcun bisogno di tentarle.

Se fossimo profondamente compresi della santa presenza di Dio, sarebbe molto facile per noi resistere al nemico. Sarebbe sufficiente il pensiero “Dio ti vede!” per non peccare mai.

C’era una santa che, dopo esser stata tentata, si lamentava con il Signore dicendogli: «Dov’eri dunque, amatissimo Gesù, durante quella tremenda tempesta?». E il Signore: «Ero al centro del tuo cuore e mi rallegravo di vederti combattere».

Curato d’Ars   

 

 

 

 

 

 

“R

isolsi di darmi più che mai a vita seria e mortificata. Quando dico: «mortificata», non è per far credere che io facessi penitenze, ahimè, non ne ho fatte mai, ben lungi dal somigliare alle anime belle che fin dall'infanzia praticavano ogni sorta di mortificazioni, non sentivo per esse alcuna attrattiva. Certamente ciò proveniva dalla mia viltà, perché avrei potuto, come Celina, trovar mille piccole invenzioni per farmi soffrire, invece mi sono sempre lasciata coccolare nell'ovatta, e imbeccare come un uccellino che non abbia bisogno di far penitenza... Le mie mortificazioni consistevano nel rompere la mia volontà, sempre pronta a imporsi, nel trattenere una battuta di risposta, nel rendere servizietti senza farli valere, nel privarmi di appoggiare il dorso quand'ero seduta, ecc. ecc. Fu per mezzo di questi nonnulla che mi preparai a diventare la fidanzata di Gesù” (Teresa di Lisieux).

 

 

 

 

 

 

Avvento 2007

 

 

 

La porta del Natale

Klaus Hemmerle

orrei che ognuno di noi avesse quattro chiavi.

Una chiave per la porta che dà sul retro:
il Signore viene,
dove e come non lo sappiamo.
Viene in coloro
che non ardiscono accostarsi alla grande porta maestra.

Una chiave per la porta che dà verso l'interno:
il Signore ci è più intimo del più profondo dell'anima nostra.
Da lì Egli entra nella casa della nostra vita.

Una chiave per la porta di comunicazione
che è stata murata, ricoperta con l'intonaco,
quella che dà su ciò che ci sta accanto:
in coloro che ci sono più prossimi,
che sono anche coloro che più ci sono estranei,
il Signore bussa alla nostra porta.

Una chiave per la porta principale, il portale:
su quella soglia Gesù, con Maria e Giuseppe
furono respinti.
Non esitiamo a lasciarlo decisamente
entrare nella nostra vita, nel nostro mondo!
Sapremo essere, oggi, la sua Betlemme?

 

 

E Giuseppe raccontò
Franco Signoracci, La notte più bella

 

 icordo bene quella notte, quando l'angelo entrò nel mio sogno.
Era l'ora più buia, quando il giorno trascorso è già dimenticato e l'alba nuova è ancora lontana. Io dormivo profondamente e nei miei sogni c'erano tante storie: immagini strane si mischiavano e si inseguivano tra di loro, come spesso accade. Poi, ad un tratto, anche nei miei sogni ci fu silenzio e buio, e apparve un puntino luminoso che diventava sempre più grande, come la lampada di una barca quando si avvicina di notte alla riva. Capii subito che quello non era un sogno come gli altri: quella luce era un angelo!

E l'angelo parlò.

E mi raccontò di Maria, del bambino, delle difficoltà che avremmo incontrato: "Non temere", mi disse, "starò sempre con voi!".
Mi svegliai di colpo: non ero spaventato, ma quella apparizione mi aveva turbato. Sentivo caldo nel chiuso della mia stanza; dovevo uscire a prendere aria, a pensare un poco a quelle parole. Infilai i sandali e andai a sedermi su di un sasso, poco lontano dalla casa, in una posizione elevata.

Sotto di me c'era tutto il paese addormentato. Sopra di me il cielo stellato e la luna, che tramontava all'orizzonte.

Pensavo di essere solo, poi mi accorsi che non lontano da me c'era un gregge di pecore, custodito da due pastori: i due uomini vegliavano accanto alle braci di un fuoco quasi spento. Poi, tra le case del paese, si aprirono alcune porte e vidi uomini uscire in silenzio: erano i pescatori, che partivano a notte fonda per andare al lago di Tiberiade. Vidi anche un altro uomo uscire dal villaggio, conduceva due asini che avevano anfore legate ai fianchi: andava a prendere l'acqua. Infine, mentre il cielo a oriente si faceva più chiaro, vidi uscire i primi contadini. "Ecco", pensai tra me, "per tutta questa gente, per tutti noi verrà il bambino!". E sentii una grande pace nel cuore.

 

 

 

Avvento 2007

 

 

 

 

Gesù bussa al tuo cuore

(don Vito Mangia)

 

F

orse siamo tutti un po’ come Giovanni Battista in carcere: quando sorgono i dubbi, le ansie, abbiamo bisogno di conferme.

Noi facciamo il nostro dovere: lavoriamo, studiamo, intratteniamo relazioni, diamo qualcosa di noi stessi agli altri; poi sentiamo bisogno di qualcos'altro, qualcosa di cui non sappiamo dire il nome...

Sarà troppo, sarà esagerato pensare che quel "qualcosa", quel "qualcuno" è Dio?
Si tratta di un'esigenza profonda, intima, viscerale.

Quando non capiamo cosa sia, riempiamo, copriamo, quasi annebbiamo questa esigenza.

La "imbottiamo" - per tenerla buona e al suo posto - e la ricopriamo di cose da fare. A volte la riconosciamo, questa benedetta esigenza di Dio, ma è "troppo impegnativo" seguire le sue indicazioni.

Meglio rimandare a domani, alla prossima settimana, o meglio: alla prossima adorazione, al prossimo ritiro, al prossimo incontro associativo e di gruppo, al prossimo rosario, alla prossima condivisione spirituale, alla prossima confessione, al prossimo silenzio. Cioè lontano, dopo, mai.

In fondo il "poi" è o non è - nei proverbi e nella realtà - parente del "mai"? È la nostra natura, siamo fatti così...

Signore, ci devi proprio capire, noi abbiamo bisogno di segni, di essere scossi, di vederTi... sennò non Ti seguiamo.

"Hai capito, Signore?" diciamo dentro di noi.

Ed il Signore non capisce. Fa il testardo Lui.

Noi gli chiediamo se ne vale davvero la pena e Lui risponde a modo Suo. Arriva, passa, bussa al cuore, continua a camminare.

A volte ci destiamo, facciamo in tempo ad alzarci dalle comode poltrone dei nostri interessi, a spoltrirci dai comodi divani dei nostri divertimenti e narcisismi; a volte facciamo in tempo ad affacciarci dalla finestra del nostro cuore e Lo vediamo. Lui, Gesù, che ci passa accanto ed opera prodigi: alcuni vedono con occhi diversi la realtà, altri sentono finalmente la Sua Parola, i poveri in spirito si dicono beati, chi si dimenava negli stagni fangosi del peccato trova il coraggio e la forza di rialzarsi, di ripulirsi, di andare oltre.
A volte ci viene la tentazione dia andare alla porta, spalancarla, uscire per strada e gridare:"Aspetta, Gesù, aspettami! Faccio ancora in tempo a seguirTi?".

E Lui si volta da lontano, guarda con tenerezza infinita dentro i nostri occhi. E si ferma.

 

 

 

Immacolata Maria

 

 

 La verginità nello stato di grazia è maternità. Il profumo della Vergine inonda la terra di balsami preziosi, e i Suoi occhi luminosi e trasparenti dicono alle genti che essere puri non è difficile, né impossibile.

Anzi, la purezza è ebbrezza di maternità. Poveretti sono quelli che, per difendersi dalle loro brutture, dicono che coloro che non hanno abbracciato il matrimonio sono persone sterili.

Dice la Sacra Scrittura: Se la tua figlia la sposi, fai bene, se non la sposi fai meglio (cfr. 1 Cor 7, 38).

La grandezza dell’integrità dona a Cristo il profumo della Sua creazione. Si può rinunciare ad avere uno sposo umano per essere madre spirituale con lo Sposo divino.

La grandezza di Maria non sta solo nell’esser diventata Madre del Salvatore, ma nell’essere stata da Lui scelta nel diventarlo perché umile. Certamente la verginità è grande e porta a grandi conquiste se è imbevuta dell’umiltà.

Senza l’umiltà Maria non sarebbe stata nostra Madre. Lei, l’Ancella del Signore, umile e silenziosa, diviene la Sposa dello Spirito Santo e quindi della Chiesa.

Maria, bella più di tutte le belle donne del mondo, Tu sei la stella luminosa del mare in tempesta, la mistica Sposa dello Spirito Divino, Tu la Madre del Salvatore, la Madre nostra ai piedi della croce di Tuo Figlio Gesù, il Redentore dell’umanità peccatrice che ogni giorno Ti prega e Ti dice:  «Ave Maria, gratia plena... ora pro nobis peccatoribus».

Volgi lo sguardo pietoso verso il Tuo popolo, tu che muovi i Tuoi passi solitari nel silenzio della notte verso chi Ti invoca e Ti chiama Madre. Mai nessuno è ricorso a Te senza essere esaudito.

Ora Ti prego e Ti dico: «Madre ammirabile benedicimi ed insegnami a pregare il Padre come un giorno insegnasti al Tuo Figlio Gesù».  

(dal libro "Momenti preziosi con l'Amore infinito" Madre Provvidenza )

 

Avvento 2007

 

Uno strano giovane
Bruno Ferrero da “C'è qualcuno lassù”

 

 

Il padrone di una grossa fattoria aveva bisogno di un aiutante che badasse alle stalle e al fienile. Co­me voleva la tradizione, il giorno della festa del pae­se, cominciò a cercare. Scorse un ragazzo di 16-17 anni che si aggirava tra i baracconi. Era un tipo alto e magro, che non sembrava molto forte.

«Come ti chiami giovanotto?».

«Alfredo, signore».

«Sto cercando qualcuno che voglia lavorare nella mia fattoria.. Ti intendi di lavori agricoli?».

«Sissignore. Io so dormire in una notte ventosa!».

«Che cosa?» chiese il contadino sorpreso.

«Io so dormire in una notte ventosa».

Il contadino scosse la testa e se ne andò.

Nel tardo pomeriggio, incontrò nuovamente Al­fredo e gli rifece la proposta. La risposta di Alfredo fu la medesima: «Io so dormire in una notte ventosa!».
Al contadino serviva un aiutante non un giova­notto che si vantava di dormire nelle notti ventose.

Provò ancora a cercare, ma non trovò nessuno di­sposto a lavorare nella sua fattoria. Così decise di as­sumere Alfredo che gli ripeté: «Stia tranquillo, padrone, io so dormire in una notte ventosa».

«D'accordo. Vedremo quello che sai fare».

Alfredo lavorò nella fattoria per diverse settima­ne. Il padrone era molto occupato e non faceva mol­ta attenzione a quello che faceva il giovane.
Poi una notte fu svegliato dal vento. Il vento ulu­lava tra gli alberi, ruggiva giù per i camini, scuoteva le finestre.Il contadino saltò giù dal letto. La bufera avrebbe potuto spalancare le porte della stalla, spa­ventare cavalli e mucche, sparpagliare il fieno e la paglia, combinare ogni sorta di guai.

Corse a bussare alla porta di Alfredo, ma non ebbe risposta. Bussò più forte.
«Alfredo, alzati! Vieni a darmi una mano, prima che il vento distrugga tutto!».
Ma Alfredo continuò a dormire.

Il contadino non aveva tempo da perdere. Si pre­cipitò giù per le scale, attraversò di corsa l'aia e rag­giunse la cascina.

Ed ebbe una bella sorpresa.

Le porte delle stalle erano saldamente chiuse e le finestre erano bloccate. Il fieno e la paglia erano co­perti e legati in modo tale da non poter essere soffia­ti via. I cavalli erano al sicuro, e i maiali e le galline erano quieti. All'esterno il vento soffiava con impe­to. Dentro la cascina, gli animali erano calmi e tutto era al sicuro.
D'improvviso il contadino scoppiò in una sonora risata. Aveva capito che cosa intendeva dire Alfredo quando affermava di saper dormire in una notte ven­tosa.
Il giovane faceva bene il suo lavoro ogni giorno. Si assicurava che tutto fosse a posto. Chiudeva ac­curatamente porte e finestre e si prendeva cura degli animali.

Si preparava alla bufera ogni giorno. Per que­sto non la temeva più.

 

Tu, riesci a dormire in questa lunga notte di ven­to che è la tua vita?

 

 

 

 

Avvento 2007

 

 

 

Il Buffone del Re

Bruno Ferrero da “Quaranta Storie nel Deserto

 

Un re aveva al suo servizio un buffone di corte che gli riempiva le giornate di battute e scherzi.

Un giorno, il re affidò al buffone il suo scettro dicendogli: "Tienilo tu, finché non troverai qualcuno più stupido di te: allora potrai regalarlo a lui".
Qualche anno dopo, il re si ammalò gravemente. Sentendo avvicinarsi la morte, chiamò il buffone, a cui in fondo si era affezionato, e gli disse: "Parto per un lungo viaggio". "Quando tornerai? Fra un mese? ". "No", rispose il re, "non tornerò mai più".

"E quali preparativi hai fatto per questa spedizione?", chiese il buffone.
"Nessuno!", fu la triste risposta.

"Tu parti per sempre", disse il buffone, "e non ti sei preparato per niente? To', prendi lo scettro: ho trovato uno più stupido di me!".

Sono tanti quelli che non si preparano alla grande partenza. Per questo quel momento si riveste di penosa angoscia. "State svegli dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora", dice Gesù (Vangelo di Matteo 25,13).

Ti stai davvero preparando?

 

Vegliare

E’ necessario studiare da vicino la parola “vegliare”; bisogna studiarla perché il suo significato non è così evidente come si potrebbe credere a prima vista e perché la Scrittura la adopera con insistenza. Dobbiamo non soltanto credere, ma vegliare; non soltanto amare, ma vegliare; non soltanto obbedire, ma vegliare.

Vegliare perché?

Per questo grande evento: la venuta di Cristo.

Cos’è dunque vegliare?

Credo lo si possa spiegare così. Voi sapete cosa significa attendere un amico, attendere che arrivi e vederlo tardare? Sapete cosa significa essere in compagnia di gente che trovate sgradevole e desiderare che il tempo passi e scocchi l’ora in cui potrete riprendere la vostra libertà? Sapete cosa significa essere nell’ansia per una cosa che potrebbe accadere e non accade; o di essere nell’attesa di qualche evento importante che vi fa battere il cuore quando ve lo ricordano e al quale pensate fin dal momento in cui aprite gli occhi?

Sapete cosa significa avere un amico lontano, attendere sue notizie e domandarvi giorno dopo giorno cosa stia facendo in quel momento e se stia bene?

Sapete cosa significa vivere per qualcuno che è vicino a voi a tal punto che i vostri occhi seguono i suoi, che leggete nella sua anima, che vedete tutti i mutamenti della sua fisionomia, che prevedete i suoi desideri, che sorridete del suo sorriso e vi rattristate della sua tristezza, che siete abbattuti quando egli è preoccupato e che vi rallegrate per i suoi successi?

Vegliare nell’attesa di Cristo è un sentimento di rassomiglianza a questo, per quel tanto che i sentimenti di questo mondo sono in grado di raffigurare quelli dell’altro mondo.
Veglia con Cristo chi non perde di vista il passato mentre sta guardando all’avvenire, e completando ciò che il suo Salvatore gli ha acquistato, non dimentica ciò che egli ha sofferto per lui.

Veglia con Cristo chi fa memoria e rinnova ancora nella sua persona la croce e l’agonia di Cristo, e riveste con gioia questo mantello di afflizione che il Cristo ha portato quaggiù e ha lasciato dietro a sé quando è salito al cielo.

John Henry Newman


Il Barilotto

 

 

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa

'era una volta un cavaliere che aveva valorosamente combattuto in tutti gli angoli del Regno. Finché un giorno, durante una scaramuccia, un colpo di balestra gli aveva trapassato una gamba e quasi messo fine ai suoi giorni.

Mentre giaceva ferito, il cavaliere aveva intravisto il paradiso, ma molto lontano e fuori della sua portata. Mentre l'inferno con la gola spalancata e infuocata era vicino vicino. Aveva da tempo, infatti, calpestato tutte le promesse e le regole della cavalleria e si era trasformato in un soldataccio impenitente, che ammazzava senza rimorsi il suo prossimo, razziava e commetteva ogni sorta di violenze.


Pieno di spavento salutare, gettò elmo, spada e armatura e si diresse a piedi verso la caverna di un santo eremita.

"Padre mio, vorrei ricevere il perdono delle mie colpe, perché nutro una gran paura per la salvezza dell'anima mia. Farò qualunque penitenza. Non ho paura di niente, io!".

"Bene, figliolo", rispose l'eremita. "Fa' soltanto una cosa: vammi a riempire d'acqua questo barilotto e poi riportamelo".


"Uff! E' una penitenza da bambini o da donnette!", sbraitò il cavaliere agitando un pugno minaccioso. Ma la visione del diavolo sghignazzante lo ammorbidì subito.

Prese il barilotto sotto braccio e, brontolando, si diresse al fiume.
Immerse il barilotto nell'acqua, ma quello rifiutò di riempirsi.
"E' un sortilegio magico", ruggì il penitente. "Ma ora vedremo".
Si diresse verso una sorgente: il barilotto rimase ostinatamente vuoto. Furibondo, si precipitò al pozzo del villaggio. Fatica sprecata!
Un anno dopo, il vecchio eremita vide arrivare un povero straccione dai piedi sanguinanti e con un barilotto vuoto sotto il braccio.
"Padre mio", disse il cavaliere (era proprio lui) con voce bassa e addolorata, "ho girato tutti i fiumi e le fonti del Regno. Non ho potuto riempire il barilotto... Ora so che i miei peccati non saranno perdonati. Sarò dannato per l'eternità! Ah, i miei peccati, i miei peccati così pesanti... Troppo tardi mi sono pentito".


Le lacrime scorrevano sul suo volto scavato. Una lacrima piccola piccola scivolando sulla folta barba finì nel barilotto. Di colpo il barilotto si riempì fino all'orlo dell'acqua più pura, fresca e buona che mai si fosse vista.

Una sola piccola lacrima di pentimento.

 

 

Le beatitudini

Don Primo Mazzolari

Affresco moldavo, Romania

 

...oggi leggo le beatitudini... leggo, non predico. Le beatitudini non si predicano: non sono per gli altri. Nessuno può darle a parole. Se le predico, tutti notano che io ne sono fuori. Cristo no, lui solo parla dal di dentro di ogni beatitudine: lui povero, mite, pacifico, misericordioso, lui il percosso, il morente... Che non si possano predicare l'ho capito bene in un lontano Ognissanti, quando mi fu imposto dietro minaccia: Tu prete oggi non predicherai... E quel giorno il prete ha letto soltanto: ma nel leggere egli piangeva e gli altri piangevano. Le parole che hanno la virtù di far piangere, o di gioia o di vergogna, non si predicano...

 

 

In principio uomini, 
infine santi

(M. Raymond, L'uomo che si vendicò di Dio)

Non ammiro Pietro che rinnega, spergiurando, il Cristo, né la sua fede vacillante quando cammina sulle acque. Ciò nonostante, il suo rinnegamento e la sua esitazione mi sono d'aiuto nel cammino della santità. Anch'io ho vacillato e sono caduto; e se non m'è dato di piangere come Pietro, posso almeno gridare con lui: "Salvami, o Signore, se non vuoi ch'io mi perda!".

Non posso ammirare Saulo che custodisce le vesti dei lapidatori di Stefano e cavalca da Gerusalemme a Damasco, spirante minacce e stragi contro tutti i cristiani. Sotto questo aspetto, Saulo, persecutore dei discepoli di Gesù è, a sua volta, un tipo detestabile. Tuttavia Saulo, divenuto Paolo mi incoraggia. Se lui poté cambiare l'odio in amore, la mia speranza vive ancora.

Analoghe riflessioni si possono fare con molti altri, anzi, con la maggior parte dei santi. La debolezza dei loro inizi mi dà la forza, la loro santità finale ispirazione. Ringrazio Iddio per Agostino peccatore trasformato in santo; per Alfonso che, all'età di ottant'anni, dice a un tizio: "Se dobbiamo parlarci, collochiamo fra noi un tavolo: non si sa mai! C'è ancora del sangue nelle mie vene!".

Ringrazio Dio per tutti quelli che da principio non furono che uomini, ma in seguito, con la loro cooperazione, lo sforzo personale e il duro lavoro divennero virtuosi e spirituali.

 

 

 

 


La Fede

Bruno Ferrero da “La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo

 

 

campi erano arsi e screpolati dalla mancanza di pioggia. Le foglie pallide e ingiallite pendevano penosamente dai rami. L'erba era sparita dai prati. La gente era tesa e nervosa, mentre scrutava il cielo di cristallo blu cobalto.

Le settimane si succedevano sempre più infuocate.

Da mesi non cadeva una vera pioggia.

Il parroco del paese organizzò un'ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia.

All'ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza.
Molti avevano portato oggetti che testimoniavano la loro fede. Il parroco guardava ammirato le Bibbie, le croci, i rosari.

Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila.

Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso.

Pregare è chiedere la pioggia, credere è portare l'ombrello.

 

 

 

 

La cassa numero sette

 

econdo Glen Eyrie News, in una storia datata 19 Agosto 1992, una povera vedova della città di San Paolo, in Brasile, aveva quattro bambini da nutrire ma solo cinque cruzadoes nel suo borsellino (circa 20 centesimi di dollaro).* La decisione che lei doveva prendere era o di comprare il latte, il che significava che i suoi bambini non avrebbero avuto del cibo, o di comprare il pane, in questo caso essi non avrebbero avuto di che bere. Ella pregò per due ore, e Dio le disse di comprare tutti i generi di drogheria di cui ella aveva bisogno per tre mesi in un enorme supermercato e di recarsi alla cassa d’uscita posto numero sette (ci sono 124 posti di controllo).

Ella andò al supermercato e in ubbidienza riempì tre carrelli (per la spesa) pieni zeppi e si recò alla cassa numero sette. Ma il lavoratore dipendente stava andando a pranzare e le fece cenno di andare ad un’altra cassa. La donna replicò: ‘Ma mio Padre mi ha detto di passare attraverso la cassa numero sette’. L’addetto al controllo andò a pranzare, ma questa vedova, che aveva sentito la voce di Dio, ebbe fiducia e rimase alla cassa numero sette per un’ora, con cinque cruzadoes con lei.

L’addetto al controllo tornò stupito e sconcertato di vedere la stessa signora che aspettava da tutto quel tempo. Quando fu calcolato l’ammontare del conto delle cose che ella aveva nei carrelli, venne un annuncio dall’altoparlante: ‘Buon pomeriggio, clienti! Oggi è il settimo anniversario dell’apertura di questo supermercato, e la persona alla cassa numero sette, oggi, riceve gratuitamente tutti i generi di drogheria!’.

 * Pochi centesimi di euro

Tratto da: Glen Eyrie News, 19 Agosto 1992 -  sito Parole di Vita 

 


Quanto Vale

Gabriel Mandel da “Saggezza Islamica

 

         Un grande re chiese ad un saggio sufi di indicargli il modo migliore per manifestare la propria regalità. "Con le buone azioni", rispose il saggio.
Tuttavia il re rispose che le buone azioni hanno un grande valore, ma un ben scarso riconoscimento. "In effetti - rispose il saggio - ha più valore l'apparenza".
Sentendo questa affermazione, i cortigiani protestarono, invitando il re a non seguire i consigli di quell'uomo, che tuttavia replicò: "Maestà, in questo basso mondo la persona più preziosa non vale niente, e la persona che non vale niente è la più preziosa".
"Dimostramelo - disse il re - altrimenti ti farò tagliare la testa".
Il saggio sufi lo invitò allora ad uscire in incognito dalla reggia. Si recarono al mercato e il sufi suggerì al re di chiedere al mercante di frutta un chilo di ciliege in regalo, con la scusa che servivano per alleviare le sofferenze di un ammalato, anzi per salvargli la vita.
Inutilmente il re insistette: il mercante lo cacciò con male parole, e alla fine così si rivolse agli altri mercanti ridendo: "Ne ho sentite di tutte, per portarmi via un po' di merce, ma uno che chieda un chilo di ciliege per salvare un ammalato, mai. Questi straccioni non sanno più che cosa inventare. Vattene via, vecchio, se non vuoi che ti bastoni".
Il re stava per farsi riconoscere, quando il sufi lo trascinò via. Poco dopo giunsero alla riva del fiume, che in quei giorni scorreva impetuoso, ricco delle acque del disgelo. Ad un tratto il sufi diede uno spintone al re, che cadde in acqua e si dibatté fra le onde. Tutti accorsero per guardare lo spettacolo, ma nessuno aveva voglia di buttarsi in acqua per salvare lo sventurato, che oramai si sentiva soccombere quando un mendicante, proprio il più straccione della città, si buttò in acqua e trasse in salvo il re.
Allora il sufi si avvicinò al monarca e disse: "Hai visto? Quando tu, la persona più preziosa del regno, hai chiesto un chilo di ciliege per salvare la vita di un ammalato, non hai ottenuto niente; e quando questo mendicante, la persona che vale meno di tutti, ti ha salvato, è stato per te più importante della tua stessa persona. Non sono le apparenze che contano, ma la sostanza. E la sostanza della qualità è solo la buona azione che rimane ignota".

 


Il Filo del Ragno     Bruno Ferrero da “L'Importante è la Rosa

 no strozzino morì. Per tutta la vita, egoista e spergiuro, aveva accumulato ricchezze sfruttando i poveri e carpendo la buona fede del prossimo. La sua anima cadde nel profondo baratro dell'inferno, che le avvampò tutt'intorno. Gridò allora: "Giudice supremo delle anime, aiutami. Concedimi una sosta, fa' sì che ritorni sulla terra e ponga rimedio alla mia condanna!".

Il Giudice supremo lo udì e chinandosi dall'alto sul baratro dell'inferno chiese: "Hai mai compiuto un'opera buona, in vita, cosicché ti possa aiutare adesso?".
L'anima dello strozzino pensò a tutto quel che aveva fatto in vita, e più pensava e meno riusciva a trovare una sola azione buona in tutta la sua lunga esistenza. Ma alla fine si illuminò e disse: "Sì, Giudice supremo, certo! Una volta stavo per schiacciare un ragno, ma poi ne ebbi pietà, lo presi e lo buttai fuori dalla finestra!".
"Bravo! - rispose il Giudice supremo. - Pregherò quel ragno di tessere un lungo filo dalla terra all'inferno, e così ti ci potrai arrampicare".
Detto fatto. Non appena il filo di ragno la toccò, l'anima dello strozzino cominciò ad arrampicarsi, bracciata dopo bracciata, del tutto piena d'angoscia perché temeva che l'esile filo si spezzasse. Giunse a metà strada, e il filo continuava a reggere, quando vide che altre anime s'erano accorte del fatto e cominciavano ad arrampicarsi anch'esse lungo lo stesso filo. Allora gridò: "Andate via, lasciate stare il mio filo. Regge solo me. Andatevene, questo filo è mio!".
E proprio in quel momento il filo si spezzò, e l'anima dello strozzino ricadde nell'inferno. Infatti il filo della salvazione regge il peso di centomila anime buone, ma non regge un solo grammo d'egoismo.

 

La ricchezza che sdegna
Rabindranath Tagore

 

Sanatan stava sgranando il suo rosario sulle rive del Gange, quando un bramino cencioso venne da lui e gli disse: "Aiutami, ché sono povero".
"Mi resta solo la ciotola delle elemosine, rispose Sanatan, perché quanto avevo l'ho già dato via".
"Ma il nostro Signore Shiva mi è apparso in sogno, aggiunse il bramino, e mi ha consigliato di venirti a trovare".
Sanatan si ricordò all'improvviso di aver raccolto una pietra preziosa tra i ciottoli della riva; e l'aveva nascosta nella sabbia, pensando che potesse essere utile a qualcuno.
Col dito indicò il posto al bramino che, stupito, dissotterrò la pietra.
Il bramino, allora, sedette per terra e si mise a pensare, solitario, fino al momento che il sole scomparve dietro agli alberi, quando i pastori riconducono i greggi all'ovile.
Allora, alzandosi, si diresse lentamente verso Sanatan e gli disse: "Maestro, dammi la più piccola parte di quella ricchezza che sdegna tutte le ricchezze del mondo".
E, così dicendo, gettò nel fiume la pietra inestimabile.

 

 

 

 

 

Missione-vocazione

Madeleine Delbrel

 

e due vie sono sempre esistite.
Sempre il Signore dirà agli uni: "A causa di me e del mio amore tu avrai una moglie, dei figli, una casa, dei beni da amministrare da parte mia nel mondo".
Sempre il Signore dirà agli altri:
"Tu non avrai che me e io sarò il Tuo tutto".
Sempre il Signore dirà agli uni:
"Io so ciò che ti conviene, ti darò ogni giorno la tua pena il tuo pane quotidiano, perché dovunque tu sarai ci sia anche la mia croce".
Sempre il Signore dirà agli altri:
"Prendi la tua croce e seguimi".


Prendila con le tre braccia della povertà, dell'obbedienza e della castità.
Perché? Perché questo io voglio: che tu mi ami e che noi amiamo il mondo insieme.
La maggior parte di coloro ai quali Cristo tiene un tal discorso stanno sotto vesti scure, bianche o nere, discepoli d'un santo che fu attraverso il tempo compagno di strada del Signore.
Altri sono persone come voi e come me, persone affondate il più a fondo possibile nello spessore del mondo, separate da questo mondo da nessuna regola nessun voto nessun abito nessun convento.
Povere, ma simili alle persone d'ogni luogo. Pure, ma simili a persone di qualsiasi ambiente.
Obbedienti, ma simili a persone di qualsiasi paese.
Sono per tutto e per tutti: ne troverete che insegnano, che emanano leggi, che curano e consolano, che lavorano in officina.
Per essi un mondo vale l'altro e un'anima un'altra anima. Ma non tediateli con metodi e tecniche.
Non dite loro: "Qui è meglio aver l'aria un po' ricca: riuscirete meglio"; "Là è meglio sposarvi, sarete un apostolo migliore"; o ancora: "Sappiate ciò che volete, e mirateci".
Essi vi risponderanno:
"Non si possono seguire due strade. Ci date delle ricette che non fanno per noi".
Se noi siamo un po' malconci, se noi facciamo in questo mondo la figura degli accampati, è perché la nostra ricetta è di non possedere altro che il Signore. Se noi non abbiamo focolare, se a casa nostra né marito né moglie né figli ci attendono, è perché il Signore ci possiede e da Lui solo noi vogliamo essere posseduti.
Se noi non abbiamo programma è perché il nostro Padre del Cielo l'ha scritto prima per noi e ci basta ricevere i suoi ordini giorno per giorno.
Non dite loro che la croce è dannosa, un po' morbosa e un po' malsana, che il mondo ha bisogno di ritrovare il volto della gioia e non dei penitenti.
Vi risponderanno:
"Noi vi parleremo della gioia quando l'avremo imparata sulla croce dove ritroviamo il nostro amore.
La nostra gioia è d'un prezzo così esorbitante che è stato necessario per acquistarla vendere ciò che possedevamo e tutto noi stessi".
Quelli della prima chiamata, devono essere numerosi, perché il mondo è grande e il suo battesimo è lungo.
Ma quelli della seconda chiamata, bisogna che ve ne siano almeno alcuni per dare agli uomini, questi adulti fanciulli, l'edizione visiva della vita di Gesù:
Gesù, che è la "Missione" stessa.

 


 

La Lista della Spesa

Bruno Ferrero da “Ma Noi Abbiamo le Ali


Una donna infagottata in abiti fuori misura entrò nel negozio di alimentari. Si avvicinò al gestore del negozio e, umilmente, a voce bassa, gli chiese se poteva avere una certa quantità di alimenti a credito. Gli spiegò che suo marito si era ammalato in modo serio e non poteva più lavorare e i loro quattro figli avevano bisogno di cibo.
L’uomo sbuffò e le intimò di togliersi dai piedi.

Dolorosamente la donna supplicò: "Per favore, signore! Le porterò il denaro più in fretta che posso".

Il padrone del negozio ribadì duramente che lui non faceva credito e che lei poteva trovare un altro negozio nel quartiere.

Un cliente che aveva assistito alla scena si avvicinò al padrone e gli chiese di tentare almeno di accontentare la povera donna.

Il droghiere, con voce riluttante, chiese alla donna: "Ha la lista della spesa?".
Con un filo di speranza nella voce la donna rispose: "Sì, signore".
"Bene!" disse l'uomo. "Metta la sua lista sulla bilancia, Le darò tanta merce quanto pesa la sua lista".

La donna esitò un attimo con la testa china, estrasse dalla borsa un pezzo di carta e scarabocchiò qualcosa in fretta, poi posò il foglietto con cautela su un piatto della bilancia, sempre a testa bassa.

Gli occhi del cliente si dilatarono per la meraviglia il piatto della bilancia abbassarsi di colpo e rimanere abbassato.

Il droghiere, fissando la bilancia, brontolò: "E’ incredibile!".
Il cliente sorrise e il droghiere cominciò a mettere sacchetti di alimenti sull'altro piatto della bilancia.

Sbatteva sul piatto scatole e lattine, ma la bilancia non si muoveva. Così continuò e continuò, con una smorfia di disgusto sempre più marcata.
Alla fine, afferrò il foglietto di carta e lo fissò, livido e confuso.
Non era una lista della spesa.

Era una preghiera: "Mio Dio, tu conosci la mia situazione e sai ciò di cui ho bisogno: metto tutto nelle tue mani".

Il droghiere consegnò alla donna tutto ciò che le serviva, in un silenzio imbarazzato.
La donna ringraziò e lasciò il negozio.

Solo Dio conosce il peso della preghiera.

 

 

Il Dettaglio

Bruno Ferrero da “Il Segreto dei Pesci Rossi”

Un parroco preparava con cura meticolosa le manifestazioni esterne della sua parrocchia. Soprattutto la solenne processione del Corpus Domini. Voleva che la festa fosse un vero avvenimento per il paese.
Tre mesi prima della data, radunava un apposito comitato e organizzava i gruppi di lavoro. Il giorno della festa tutto il paese era mobilitato.
Alle dieci e trenta in punto, la processione cominciò a snodarsi. I chierichetti con i candelabri, i paggetti nei costumi colorati, le bambine con il vestito bianco che spargevano petali di rosa, i giovanotti della società sportiva con le tute gialle e blu, gli uomini e le donne delle confraternite con i labari colorati e i nastri azzurri, gialli, rossi, poi l'Azione Cattolica, i ragazzi dell'Oratorio, la gente, la teoria dei chierichetti e la banda musicale del paese. Una processione magnifica!
Quando la banda intonò il pezzo più solenne, dal portale della chiesa uscì lentamente il baldacchino di broccato dorato con i pennacchi rossi e bianchi, sorretto da quattro baldi giovani.

Sotto il baldacchino, incedeva il parroco, rivestito del piviale più prezioso, che reggeva il pesante ostensorio d'oro tempestato di pietre preziose.
Improvvisamente il viceparroco, che accompagnava i chierichetti, si avvicinò allarmato al parroco e gli sussurrò: "Prevosto, nell'ostensorio non c'è l'ostia!".

Il parroco ribatté seccato: "Non vedi a quante cose devo pensare? Non posso occuparmi anche dei dettagli!".

Gesù solo un dettaglio? Per tanti, troppi, è così.

 

F.X. Nguyen van Thuan, Arcivescovo vietnamita, trascorse tredici anni del suo episcopato in prigione, di cui nove in isolamento. Questo è quello che disse a proposito della celebrazione eucaristica.

 

 «Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito, a mani vuote. L’indomani, mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie: vestiti, dentifricio… Ho scritto: “Per favore, mandatemi un po’ di vino, come medicina contro il mal di stomaco”. I fedeli subito hanno capito. Mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa , con l’etichetta “medicina contro il mal di stomaco”, e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l’umidità. […] Non potrò mai esprimere la mia grande gioia: ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale! […] Ogni volta avevo l’opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. […] Erano le più belle Messe della mia vita».

 

 

 Credo la preghiera

Credo che la preghiera non è tutto, ma che tutto
deve cominciare dalla preghiera:
perché l'intelligenza umana è troppo corta
e la volontà dell'uomo troppo debole;
perché l'uomo che agisce senza Dio non dà mai il meglio di se stesso.

Credo che Gesù Cristo, dandoci il "Padre Nostro",
ci ha voluto insegnare che la preghiera è amore.
Credo che la preghiera non ha bisogno di parole;
perché l'amore non ha bisogno di parole.

Credo che si può pregare tacendo, soffrendo, lavorando,
ma il silenzio è preghiera solo se si ama,
la sofferenza è preghiera solo se si ama,
il lavoro è preghiera solo se si ama.

Credo che non sapremo mai con esattezza
se la nostra è preghiera o non lo è.
Ma esiste un test infallibile della preghiera:
se cresciamo nell'amore,
se cresciamo nel distacco dal male,
se cresciamo nella volontà di Dio.

Credo che impara a pregare
solo chi impara a tacere davanti a Dio.
credo che impara a pregare
solo chi impara a resistere al silenzio di Dio.

Credo che tutti i giorni dobbiamo chiedere al Signore
il dono della preghiera, perchè chi impara a pregare
impara a vivere.

Un monaco nel mondo

 

 

Trinitaria Unione

Madre Provvidenza da “Dio parla nel silenzio ai Suoi amici

 

 

Se nel tuo cuore c'è il tabernacolo di Dio, la Trinità Santissima ti farà compagnia e non sarai solo. L'ha detto Lui, il Signore: «Perciò, ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto, e parlerò al suo cuore» (Os 2,16).

Ascolta questo Dio. I doni nelle Sue mani attendono la creatura pronta spiritualmente a riceverli. Svegliati, non dormire, prega e chiedi a Dio la carità di darti quello che ti manca per essere un forte al Suo servizio.

Questi doni li tradurrai in virtù che saranno dei mezzi che ti aiuteranno a convertire le anime più difficili. L'importante è che tu non rimanga fermo nel cammino di ascesa, e che non perda tempo in cose vane e inutili.

Prezioso è il lavoro per la vita eterna. Questo esilio terreno passa, e come il vento porta via tutto ciò che non ha nulla di buono e che non serve per un miglioramento spirituale.

Parla e ascolta questo Dio che sembra misterioso ma esiste, e nel profondo del tuo spirito Lo senti muovere fino alle midolla delle tue ossa..
Dice il Vangelo: «Chi non raccoglie con Me, disperde» (Mt 12,30).
Le pecore sono molte: esse cercano il vero pastore. Chi ha messo mano all'aratro non si volti indietro (cfr. Lc 9,62).

Cammina perciò fedelissimo sulla via intrapresa se è veramente quella giusta, e senza preoccuparti spargi il seme del buon pastore. Vedi di non farlo cadere nel terreno roccioso, e nemmeno nella terra arida.

Domina le tue storture, affinché dalle tue mani il seme cada nel terreno buono e porti frutto. Molti hanno fame e sete della giustizia di Dio, e il Vangelo li chiama beati, perché dice: «Saranno saziati» (Mt 5, 6b).

Dio non parla nel rumore, nel cuore agitato e sconvolto, teso, arido o avido, ma in quello libero, perché la sua voce è tuonante e incide come su tabula rasa.
Il Suo fuoco brucia le sterpaglie dello spirito, la Sua acqua disseta e rinvigorisce, il Suo vento rinfrescante porta via le scorie dell'uomo vecchio. Il timbro della parola di Cristo è suonante e nel silenzio della solitudine rimbomba dall'uno all'altro mar.

E mentre gli oceani riposano nelle profondità delle loro acque, Lui cammina nella quiete di uno spirito dilatato dalla tenerezza della sua presenza, e opera meraviglie.

Tra le Sue meraviglie la più grande è l'Amore infuso, pura opera delle Sue mani nell'anima spogliata di tutto e totalmente a Lui abbandonata.
La meravigliosa presenza di Dio in un'anima aumenta la solitudine e fa sentire la compagnia del mondo intero.

Missionario che viaggi nelle terre lontane, e nei deserti e tra le steppe vai navigando sulle acque torbide di una palude imprevedibile, non dimenticare che Dio è con te e tu sei il Suo vincastro, il Suo ponte d'appoggio; ma Lui è il cervello delle tue azioni, il tepore delle tue freddezze, il ristoratore dei tuoi affanni.

Raggiunta la pecora mettila sulle spalle: essa porta il sigillo della croce di Cristo, l'Uomo-Dio mansueto che seppe donarsi nella solitudine di un silenzio inconfondibile.

(Tratto dal libro “Dio parla nel silenzio ai Suoi amici”. Autore: Madre Provvidenza, fondatrice di numerose Opere Religiose, scomparsa il 16 giugno 2002 in odore di santità).


 

Se siamo un mondo senza pace
Primo Mazzolari, "Tu non uccidere"

e siamo un mondo senza pace, la colpa non è di questi o di quelli, ma di tutti. Se dopo venti secoli di Vangelo siamo un mondo senza pace, i cristiani devono avere la loro parte di colpa.

Tutti abbiamo peccato e veniamo ogni giorno peccando contro la pace. Se qualcuno osa tirarsi fuori dalla comune colpevolezza e farla cadere soltanto sugli avversari, egli pecca maggiormente, poiché, invelenendo gli animi, fa blocco e barriera col suo fariseismo.
Se la colpa di un mondo senza pace è di tutti, e dei cristiani in modo particolare, l'opera della pace non può essere che un'opera comune, nella quale i cristiani devono avere un compito precipuo, come precipua è la loro responsabilità.

Ogni sforzo verso la pace ha una sua validità: chiunque vi provi dev'essere guardato con fiducia e benevolenza. Il politico può far delle cernite, porre delle pregiudiziali: il cristiano mai. Il cristiano non può rifiutare che il male, per comporre universalmente ogni cosa buona.
La pace è un bene universale, indivisibile: dono e guadagno degli uomini di buona volontà.
La pace non s'impone ("Non ve la do come la dà il mondo"); la pace si offre ("Lascio a voi la pace"). Essa è il primo frutto di quel comandamento sempre "nuovo", che la germina e la custodisce: "Vi do un comandamento nuovo: amatevi l'un l'altro".

 

 

La vera carità
S. Teresa di Lisieux

a vera carità consiste nel sopportare tutti i difetti del prossimo, nel non meravigliarci delle sue debolezze e nell'edificarsi dei minimi atti di virtù.

Ma soprattutto... la vera carità non deve starsene chiusa nel fondo del nostro cuore, perché "nessuno accende la lucerna per metterla sotto il moggio, ma per collocarla sul candelabro, affinché serva ad illuminare tutti coloro che sono nella casa". Questa lucerna mi sembra rappresentare la carità, la quale deve illuminare e rallegrare non solamente coloro che mi sono più cari, ma tutti coloro che si trovano nella casa.
Quando il Signore, nell'antica legge, comandava al suo popolo d'amare il prossimo suo come se stesso, non era sceso ancora su questa terra; e ben sapendo a che punto ciascuno ami se stesso, non poteva chiedere di più.

Ma quando Egli lascia ai suoi apostoli un comandamento nuovo, il "Comandamento tutto Suo", non esige più solamente che amiamo il prossimo nostro come noi stessi, ma come Egli stesso lo ama, e come l'amerà fino alla consumazione dei secoli.

 

 

 

 

L'Esperto

Bruno Ferrero da “La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo

 



 

 

 

n uomo decise un giorno: "Voglio conoscere tutto e, se fosse necessario, farò il giro del mondo". Così disse e così fece. L'uomo si mise a percorrere il mondo.
Dai più grandi professori imparò la geografia, la storia e l'intera gamma delle scienze. Scoprì la tecnica, si entusiasmò per la matematica, si appassionò all'informatica.
Registrò su video, dischetti e Cd tutto quello che aveva imparato e scoperto. Ritornò a casa soddisfatto e felice.

Diceva: "Ora, conosco tutto".

Qualche giorno dopo, fece visita ad un famoso personaggio, conosciuto in tutto il mondo per la sua straordinaria sapienza.

L'uomo voleva confrontare il suo sapere con quello dei saggio. Tirarono a sorte per sapere quale dei due avrebbe dovuto porre la prima domanda.
La sorte designò il grande saggio, il quale si rivolse all'uomo e gli domandò: "Che cosa sai dell'amicizia?".

L'uomo ripartì, senza dire una parola.

Sta ancora percorrendo il mondo.

Amare è la sfida più ambiziosa dell'intera esistenza. La più intensa. La più soddisfacente. Diglielo a quelli che ami. - "Voglio farti sapere quanto sei importante per me, che puoi essere il creatore della persona che è in me, se vuoi. Tu solo puoi abbattere il muro dietro il quale sto tremando. Tu solo puoi vedere dietro la mia maschera. Tu solo puoi liberarmi dal mio mondo
d'ombra, fatto di panico, d'incertezza e di solitudine. Perciò, ti prego, non passare oltre. So che per te non sarà facile. La convinzione di non valere nulla erige muri solidi. E più ti avvicini a me, e più, forse, io reagirò ciecamente. Vedi, a quanto sembra io combatto contro ciò di cui più ho bisogno.
Ma mi hanno detto che l'amore è più forte di ogni muraglia, e in questo sta la mia sola speranza. Perciò abbatti questi muri con le tue mani salde ma gentili, perché ciò che vi è d'infantile in me è molto sensibile e non può crescere dietro questi muri. Perciò non desistere. Ho bisogno di te".

 

 

 

L'Asino e il Flauto

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa”

 

 

 

bbandonato in un campo giaceva da qualche tempo un Flauto che ormai nessuno più suonava, finché un giorno un Asino che passava di là vi soffiò forte dentro facendogli produrre il suono più dolce della sua vita, della vita dell'Asino e del Flauto.

Incapaci di capire quel che era accaduto, dato che la razionalità non era il loro forte e ambedue credevano nella razionalità, si separarono in fretta, vergognandosi della cosa migliore che l'uno e l'altro avessero fatto durante la loro triste esistenza.

Quanti flauti abbandonati e quanti asini, in questa vita. Molti fra noi rimangono ignoti a se stessi nascondendo chi sono, e chiedono amore ad altri sconosciuti che parimenti si nascondono. Ma ecco, qualche volta, uno squarcio, una rivelazione, una scintilla... Poi tutto finisce lì. Perché manca il coraggio. Ci vuole tanto coraggio per amare.
Ma ce ne vuole altrettanto per lasciarsi amare.

 

 

  

La Pecora

Bruno Ferrero da Solo il Vento lo sa

 

 

ppena creata, la pecora scoprì di essere il più debole degli animali. Viveva con il continuo batticuore di essere attaccata dagli altri animali, tutti più forti e aggressivi. Non sapeva proprio come fare a
difendersi.

Tornò dal Creatore e gli raccontò le sue sofferenze.
"Vuoi qualcosa per difenderti?", le chiese amabilmente il Signore.
"Sì".

"Che ne dici di un paio di acuminate zanne?".

La pecora scosse il capo: "Come farei a brucare l'erba più tenera? Inoltre mi verrebbe un'aria da attaccabrighe".

"Vuoi dei poderosi artigli?".

"Ah no! Mi verrebbe voglia di usarli a sproposito.

"Potresti iniettare veleno con la saliva", continuò paziente il Signore.
"Non se ne parla neanche. Sarei odiata e scacciata da tutti come un serpente".

"Due robuste corna, che ne dici?".

"Ah no! E chi mi accarezzerebbe più?".

"Ma per difenderti ti serve qualcosa per far del male a chi ti attacca...".
"Far del male a qualcuno? No, non posso proprio. Piuttosto resto come sono".

Siamo, in un certo senso, come piccoli animali senza nemmeno una pelliccia o denti aguzzi per difenderci. Ciò che ci protegge non è la cattiveria, ma l'umanità: la capacità di amare gli altri e di accettare l'amore che gli altri vogliono offrirci.

Non è la nostra durezza a darci il tepore la notte, ma la tenerezza, che fa desiderare agli altri di scaldarci. La vera forza dell'uomo è la sua tenerezza.

 

Mi ami tu?

Henry J.M. Nouwen da “Nel nome di Gesù

 

 

Prima di costituirlo pastore del suo gregge Gesù domandò a Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più degli altri?". Poi gli domandò una seconda volta: "Mi ami tu?", e una terza volta ripeté la stessa domanda: "Mi ami tu?". Anche noi dobbiamo porre questa domanda al centro del nostro ministero cristiano, perché è proprio essa che ci permette di essere da un lato inutili, e dall'altro veramente fiduciosi in noi stessi.

Basta guardare Gesù. Il mondo non si curò minimamente di Lui, e Gesù fu crocifisso e sepolto. Il suo messaggio di amore fu rigettato da un mondo assetato di potere, efficienza e dominio. Ma ecco che Gesù risuscito, con le ferite nel suo corpo glorificato, appare ad alcuni amici che hanno occhi per vedere, orecchie per udire e cuore per comprendere. Questo Gesù rigettato, sconosciuto, ferito, chiede semplicemente: "Mi ami tu? Mi ami davvero?". Lui che si era preoccupato solo di annunciare l'amore incondizionato di Dio ha una sola domanda da fare: "Mi ami tu?".
Gesù non chiede: "C'è molta gente che ti prende sul serio? Hai intenzione di compiere grandi cose? Hai già qualche risultato da farmi vedere?". Chiede invece: "Sei innamorato di Gesù?". Forse potremmo formulare la domanda anche in altro modo: "Conosci il Dio incarnato?". E' un cuore che non conosce sospetti, vendette, risentimenti, né tanto meno odi. E' un cuore che vuole solo dare amore ed essere ricambiato con amore. E' un cuore che soffre immensamente perché vede la grandezza del dolore umano e l'ostinazione a non fidarsi del cuore di un Dio che vuole offrire consolazione e speranza.

Il leader cristiano del futuro è uno che conosce intimamente il cuore di Dio, diventato "cuore di carne" in Gesù. Conoscere il cuore di Dio significa annunciare e rivelare in modo coerente, radicale e quantomai concreto che Dio è amore, e solo amore, e che la paura, l'isolamento o la disperazione che possono tormentare l'anima umana sono prove che certamente non vengono da Dio. Tutto questo può sembrare molte evidente e forse banale, ma ben pochi sanno che Dio li ama senza condizioni e senza limiti. Questo amore incondizionato e illimitato è quello che l'evangelista Giovanni chiama il "primo" amore di Dio. "Amiamo Dio", egli dice, "perché Dio ci ha amati per primo"(1 Gv 4,19). L'amore che spesso ci lascia dubbiosi, delusi, arrabbiati e offesi è il "secondo" amore: e cioè accettazione, affetto, simpatia, incoraggiamento e sostegno dei genitori, insegnanti, coniugi, amici. E sappiamo tutti che è un amore quantomai, limitato, violato e fragile. Sotto le numerose espressioni di questo secondo amore si nasconde sempre la possibilità di rigetto, ritiro, castigo, ricatto, violenza e perfino odio. Molti film e drammi contemporanei ritraggono le ambiguità e ambivalenze delle relazioni umane, e non esistono amicizie, matrimoni, comunità in cui le tensioni e gli sforzi del secondo amore non si rivelino in tutta la loro gravità. Si direbbe anzi che gli aspetti piacevoli della vita di ogni giorno nascondano molte ferite aperte che si chiamano abbandono, tradimento, rigetto, rottura, perdita. Tutto questo è, per così dire, l'ombra inseparabile del secondo amore e rivela l'oscurità che non abbandona mai completamente il cuore umano.
L'essenza della buona novella sta proprio qui: nell'annuncio che il secondo amore è solo un pallido riflesso del primo amore, e che il primo amore ci viene offerto da un Dio in cui non ci sono ombre.

 


 

A proposito di fede

Leonard Fauchelevent

 

 “- A cosa tende secondo voi la fede?

- Perché la fede tende a qualcosa? (Rispose preoccupato il giovane Vincent).

- Certamente, mio diletto amico (riprese pacatamente Mr. Fisherman come se si attendesse quel tipo di risposta). C’è uno scambio di vita tra la nostra miseria e l’inesauribile dono d’amore di Dio che può realizzarsi solo nella fede.

- Non comprendo, Signore, cosa intendete dire?

- Vedete, Vincent, il buon Dio ha voluto immaginare la storia della nostra esistenza come l’abbraccio amoroso di due giovani sposi, l’uno determinato e custodito dall’abbraccio dell’altro in un’unica ed eterna comunione di vita. Quando noi viviamo bene la nostra fede lasciamo al buon Dio la possibilità di comunicarci la Sua vita in modo tale da rimanere per sempre legati a Lui.

Vincent rimase ancora un istante ad osservare lo sguardo del nobile marchese rivolto verso l’ultimo bagliore di luce concesso, per quel giorno, dal sole, mentre quelle parole appena udite iniziarono a percorrere l’itinerario del suo giovane cuore”.  

  

 

 

 Al Suo Posto

Bruno Ferrero da ”C'è Qualcuno Lassù


 l vecchio eremita Sebastiano pregava di solito in un piccolo santuario isolato su una collina. In esso si venerava un crocifisso che aveva ricevuto il significativo titolo di "Cristo delle grazie". Arrivava gente da tutto il paese per impetrare grazie e aiuto.

Il vecchio Sebastiano decise un giorno di chiedere anche lui una grazia e, inginocchiato davanti all'immagine, pregò: "Signore, voglio soffrire con te. Lasciami prendere il tuo posto. Voglio stare io sulla croce".
Rimase silenzioso con gli occhi fissi alla croce, aspettando una risposta.
Improvvisamente il Crocifisso mosse le labbra e gli disse: "Amico mio, accetto il tuo desiderio, ma ad una condizione: qualunque cosa succeda, qualunque cosa tu veda, devi stare sempre in silenzio".

"Te lo prometto, Signore".

Avvenne lo scambio.

Nessuno dei fedeli si rese conto che ora c'era Sebastiano inchiodato alla croce, mentre il Signore aveva preso il posto dell'eremita. I devoti continuavano a sfilare, invocando grazie, e Sebastiano, fedele alla promessa, taceva. Finché un giorno...

Arrivò un riccone e, dopo aver pregato, dimenticò sul gradino la sua borsa piena di monete d'oro. Sebastiano vide, ma conservò il silenzio. Non parlò neppure un'ora dopo, quando arrivò un povero che, incredulo per tanta fortuna, prese la borsa e se ne andò. Né aprì bocca quando davanti a lui si inginocchiò un giovane che chiedeva la sua protezione prima di intraprendere un lungo viaggio per mare. Ma non riuscì a resistere quando vide tornare di corsa l'uomo ricco che, credendo che fosse stato il giovane a derubarlo della borsa di monete d'oro, gridava a gran voce per chiamare le guardie e farlo arrestare.


Si udì allora un grido: "Fermi!".

Stupiti, tutti guardarono in alto e videro che era stato il crocifisso a gridare. Sebastiano spiegò come erano andate le cose. Il ricco corse allora a cercare il povero. Il giovane se ne andò in gran fretta per non perdere il suo viaggio. Quando nel santuario non rimase più nessuno, Cristo si rivolse a Sebastiano e lo rimproverò.

"Scendi dalla croce. Non sei degno di occupare il mio posto. Non hai saputo stare zitto".

"Ma, Signore" protestò, confuso, Sebastiano. "Dovevo permettere quell'ingiustizia?".
"Tu non sai", rispose il Signore, "che al ricco conveniva perdere la borsa, perché con quel denaro stava per commettere un'ingiustizia. Il povero, al contrario, aveva un gran bisogno di quel denaro. Quanto al ragazzo, se fosse stato trattenuto dalle guardie avrebbe perso l'imbarco e si sarebbe salvato la vita, perché in questo momento la sua nave sta colando a picco in alto mare".


Storia Crudele

Bruno Ferrero da ”Il Segreto dei Pesci Rossi

 

 'era una volta un ragazzo che aveva rubato. La cosa si era risaputa e il ragazzo temeva la reazione del padre, uomo onesto e stimato da tutti.

Quella sera in casa l'aria era pesante. Dopo la cena rimasero soltanto padre e figlio. Il ragazzo aveva paura e aspettava. Il padre non aveva parlato per tutta la sera.
Improvvisamente il padre si alzò e andò presso il camino. Impugnò decisamente uno dei ferri che servivano per attizzare il fuoco. Il ferro era acuminato e rovente. Senza dire una parola si diresse verso il tavolo.

Spaventato, il ragazzo lo guardava con gli occhi dilatati.

Il padre arrivò davanti al figlio, posò la propria mano sinistra sul tavolo e poi la trapassò

con il ferro. Senza dire una parola.

Per tutta la vita, quel ragazzo non rubò mai più.

Una storia crudele, certo, ma se guardi un crocifisso che cosa pensi?

 

 

Da un'antica 
"Omelia sul Sabato Santo"

 

«Che cosa è avvenuto?

Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine.

Grande silenzio perchè il re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perchè il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano.

Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.

Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita.

Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di morte.
Dio e il figlio suo vanno a liberare dalla sofferenza Adamo ed Eva che si trovano in prigione.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a coloro che erano in carcere: Uscite!
A coloro che erano nelle tenebre: siate illuminati!

A coloro che erano morti: risorgete!

A te comando: svegliati, tu che dormi!

Infatti non ti ho creato perchè rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te, uomo, ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta».

  

La Scelta del Pittore

 

Bruno Ferrero da “Il Canto del Grillo

 

 

l grande Leonardo da Vinci aveva accettato di affrescare il refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano con un grande disegno che rappresentava l'Ultima Cena di Gesù con gli apostoli.

Voleva fare di quell'affresco un capolavoro e perciò lavorava con calma e attenzione. Nonostante l'impazienza dei frati del convento il disegno progrediva molto lentamente.

Per il volto di Gesù, Leonardo aveva cercato per mesi un modello che avesse tuffi i requisiti necessari: un volto che esprimesse forza e dolcezza, spiritualità e intensità luminosa.

Finalmente lo trovò e diede a Gesù il volto di Agnello, un giovane franco e pulito che aveva incontrato per la strada.

Un anno dopo, Leonardo cominciò a girare nei quartieri malfamati di Milano e nelle bettole più equivoche e losche. Aveva bisogno di trovare il volto di Giuda, l'apostolo traditore. Cercava un volto che esprimesse inquietudine e delusione, il volto di un uomo disposto a tradire il migliore amico. Dopo notti e notti in mezzo a farabutti di ogni specie, Leonardo trovò l'uomo che voleva per il suo Giuda.
Lo portò nel convento e si accinse a ritrarlo. In quel momento vide negli occhi dell'uomo brillare una lacrima.

"Perché?", gli disse Leonardo, fissando quel volto.

"Io sono Agnello", mormorò l'uomo. "Lo stesso che le è servito da modello per il volto di Cristo".

Rivoluzione nel mondo dei cosmetici: una bella anima fa bellissimo il volto.

 

Maria Maddalena

Hans Urs von Balthasar

 

 

lla impara davanti alla croce quanto è costato cacciare da lei i sette demoni. […] Tutto in lei si proiettava verso il suo liberatore al quale doveva una interamente nuova, mai sperata esistenza. Perciò è indescrivibile ciò che ella vive in cima al Golgota. Il liberatore orrendamente inchiodato e che si tormenta a morte, e lei, la liberata, impotente a fare una minima cosa per la sua liberazione. Ed ella sa – intollerabilmente – che la sua libertà ad amarlo in quel modo è stata il riscatto ottenuto mediante quelle torture. Non può tornare indietro alla sua prigione per liberarlo: deve sopportare di essere stata riscattata da questo prezzo così vertiginosamente alto”.

  

Una Vita Solitaria

 

Bruno Ferrero da “La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo


 

 

iglio di una ragazza madre, era nato in un oscuro villaggio. Crebbe in un altro villaggio, dove lavorò come falegname fino a trent'anni. Poi, per tre anni, girò la sua terra predicando.
Non scrisse mai un libro.


Non ottenne mai una carica pubblica.


Non ebbe mai né una famiglia né una casa.


Non frequentò l'università.


Non si allontanò più di trecento chilometri da dov'era nato.


Non fece nessuna di quelle cose che di solito si associano al successo.


Non aveva altre credenziali che se stesso.


Aveva solo trentatré anni quando l'opinione pubblica gli si rivoltò contro. I suoi amici fuggirono. Fu venduto ai suoi nemici e subì un processo che era una farsa. Fu inchiodato a una croce, in mezzo a due ladri.


Mentre stava morendo, i suoi carnefici si giocavano a dadi le sue vesti, che erano l'unica proprietà che avesse in terra. Quando morì venne deposto in un sepolcro messo a disposizione da un amico mosso a pietà.


Due giorni dopo, quel sepolcro era vuoto.


Sono trascorsi venti secoli e oggi Egli è la figura centrale nella storia dell'umanità.
Neppure gli eserciti che hanno marciato, le flotte che sono salpate, i parlamenti che si sono riuniti, i re che hanno regnato, i pensatori e gli scienziati messi tutti assieme, hanno cambiato la vita dell'uomo sulla terra quanto quest'unica vita solitaria.

Al tempo della propaganda antireligiosa, in Russia, un commissario del popolo aveva presentato brillantemente le ragioni del successo definitivo della scienza. Si celebrava il primo viaggio spaziale. Era il momento di gloria del primo cosmonauta, Gagarin. Ritornato sulla terra, aveva affermato che aveva avuto un bel cercare in cielo: Dio proprio non l'aveva visto. Il commissario tirò la conclusione proclamando la sconfitta definitiva della religione. Il salone era gremito di gente. La riunione era ormai alla fine.
"Ci sono delle domande?".


Dal fondo della sala un vecchietto che aveva seguito il discorso con molta attenzione disse sommessamente: "Christòs ànesti", "Cristo è risorto". Il suo vicino ripeté, un po'più forte: "Christòs ànesti". Un altro si alzò e lo gridò; poi un altro e un altro ancora. Infine tutti si alzarono gridando: "Christòs ànesti", "Cristo è risorto".
Il commissario si ritirò confuso e sconfitto.


Al di là di tutte le dottrine e di tutte le discussioni, c'è un fatto. Per la sua descrizione basterà sempre un francobollo: "Christòs ànesti". Tutto il cristianesimo vi è condensato. Un fatto: non si può niente contro di esso.


I filosofi possono disinteressarsi del fatto. Ma non esistono altre parole capaci di dar slancio all'umanità: "Gesù è risorto".

 


Il grande burrone         

n uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché diceva: "Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi quotidiani!". Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l'altro. Anche lui era nell'interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo faceva fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente accorciarla un po' e tribolerei molto meno", si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d'un bel pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la "terra della felicità eterna". Era una visione incantevole quella che si vedeva dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti, né passerelle per attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra. Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere e a disperarsi: " Ah, se l'avessi saputo…".

La croce è l'unica via di salvezza per gli uomini, l'unico ponte che conduce alla vita eterna.

 

Figli dell'universo   

a nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più grande è che noi siamo potenti al di là di ogni misura.
E’ la nostra luce, non il nostro buio ciò che ci spaventa.
Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, magnifico,

pieno di talento, favoloso?”.
In realtà, chi sei tu per non esserlo? Tu sei un figlio dell’Universo.
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi

in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini.

Noi siamo fatti per rendere manifesta

la gloria dell’universo

che è in noi.
Non solo in alcuni di noi, è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi, inconsciamente,
diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa.
Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.

 Vivere il Vangelo

Madeleine Delbrêl

 l Vangelo non è un libro fra i libri. Non è parola d'uomo fra parole d'uomo. È Parola del Verbo di Dio, è il Verbo di Dio fattosi vita umana contemplata e raccontata.
Il segreto del Vangelo non è un segreto di curiosi, un'iniziazione di intellettuali; il segreto del Vangelo è essenzialmente una comunicazione di vita. Non è fatto per spiriti in cerca di idee, ma per discepoli che vogliono obbedire.

La luce del Vangelo non è un'illuminazione al di fuori di noi: è un fuoco che ha bisogno di entrare in noi per operarvi una trasformazione.

Chi lascia penetrare dentro di sé una sola parola del Signore e la lascia attuarsi nella propria vita, conosce meglio il Vangelo di colui il cui sforzo resterà meditazione astratta o considerazione storica.

Il Vangelo va letto come si mangia il pane... Non si può incontrare Gesù per conoscerlo, amarlo, imitarlo, senza un ricorso continuo, concreto, ostinato al Vangelo; senza che questo ricorso faccia intimamente parte della nostra vita.

Anche una sola frase del Signore, strappata al Vangelo un mattino a Messa, o durante un viaggio in metrò, in casa tra un lavoro e l'altro, la sera nel nostro letto, non ci deve più lasciare, se non come ci abbandona la vita o lo spirito.

 

 

Preghiera e azione

Madeleine Delbrêl

 

oi, gente delle strade, siamo sicuri che possiamo amare Dio tanto quanto Egli desidera essere amato da noi.

Non pensiamo che l'amore sia una cosa che brilla, ma una cosa che consuma; pensiamo che fare delle piccole cose per Dio ce lo fa amare tanto quanto fare delle grandi azioni. Noi credenti non sappiamo che due cose: la prima, che tutto quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa Dio è grande.
Questo ci rende tranquilli di fronte all'azione.

Noi sappiamo che tutto il nostro lavoro consiste nel non agitarci sotto la grazia, nel non scegliere le cose da fare e che è Dio che agirà per mezzo nostro.
Poiché troviamo nell'amore un'occupazione sufficiente, non perdiamo tempo per classificare gli atti in preghiere e in azioni. Troviamo che la preghiera è un'azione e l'azione una preghiera; ci sembra che l'azione veramente amorosa sia tutta piena di luce.
Non ci sembra che l'azione ci inchiodi sul nostro terreno di lavoro, di apostolato o di vita. Al contrario, ci pare che l'azione compiuta alla perfezione là dove ci è richiesta ci saldi su tutta la Chiesa, ci diffonda in tutto il suo corpo, ci faccia disponibili in essa. Per questo i nostri piccoli atti, nei quali non sappiamo distinguere tra azione e preghiera, uniscono così perfettamente l'amore di Dio e l'amore dei nostri fratelli.

Ogni atto docile ci fa ricevere con pienezza Dio e donare con pienezza Dio in una grande libertà di spirito. Allora la vita è una festa.

  

 

Quando Dio Creò il Padre

Bruno Ferrero da “C'è Qualcuno Lassù

 

 

uando il buon Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta e robusta.

Allora un angelo che era lì vicino gli chiese: "Ma che razza di padre è questo? Se i bambini li farai alti come un soldo di cacio, perché hai fatto il padre così grande? Non potrà giocare con le biglie senza mettersi in ginocchio, rimboccare le coperte al suo bambino senza chinarsi e nemmeno baciarlo senza quasi piegarsi in due!".


Dio sorrise e rispose: "E' vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo".


Quando poi fece le mani del padre, Dio le modellò abbastanza grandi e muscolose.
L'angelo scosse la testa e disse: "Ma... mani così grandi non possono aprire e chiudere spille da balia, abbottonare e sbottonare bottoncini e nemmeno legare treccine o togliere una scheggia da un dito".

Dio sorrise e disse: "Lo so, ma sono abbastanza grandi per contenere tutto quello che c'è nelle tasche di un bambino e abbastanza piccole per poter stringere nel palmo il suo visetto".

Dio stava creando i due più grossi piedi che si fossero mai visti, quando l'angelo sbottò: "Non è giusto. Credi davvero che queste due barcacce riuscirebbero a saltar fuori dal letto la mattina presto quando il bebè piange? O a passare fra un nugolo di bambini che giocano, senza schiacciarne per lo meno due?".


Dio sorrise e rispose: "Sta' tranquillo, andranno benissimo. Vedrai: serviranno a tenere in bilico un bambino che vuol giocare a cavalluccio o a scacciare i topi nella casa di campagna oppure a sfoggiare scarpe che non andrebbero bene a nessun altro".
Dio lavorò tutta la notte, dando al padre poche parole, ma una voce ferma e autorevole; occhi che vedevano tutto, eppure rimanevano calmi e tolleranti.
Infine, dopo essere rimasto un po' sovrappensiero, aggiunse un ultimo tocco: le lacrime. Poi si volse all'angelo e domandò: "E adesso sei convinto che un padre possa amare quanto una madre?". (Ernia Bombeck)

 

Degli studenti universitari ebbero come compito per il fine settimana un lungo e caloroso abbraccio al loro papà.

"Non posso farlo" - protestò uno - "mio padre morirebbe".


"E poi" - disse un altro - "mio padre sa che lo amo".

"Allora è facile" replicò il professore. "Perché non lo fai?".

Il lunedì seguente tutti parlavano, sorpresi, di come fosse stata soddisfacente l'esperienza.
"Mio padre si è messo a piangere!" - diceva uno.

E un altro: "Strano. Mio padre mi ha ringraziato".

 

Il Cuore di Dio

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa

 


 

 

na catechista aveva raccontato ai suoi ragazzi del catechismo la parabola del figliol prodigo, ma si era accorta che dopo un po' molti si erano distratti. Allora aveva chiesto che gliene scrivessero il riassunto.
Uno di loro scrisse così: Un uomo aveva due figli, quello più giovane però non ci stava volentieri a casa, e un giorno se ne andò via lontano, portando con sé tutti i soldi. Ma ad un certo punto questi soldi finirono e allora il ragazzo decise di tornare a casa perché non aveva neanche da mangiare. Quando stava per arrivare, suo padre lo vide e tutto contento prese un bel bastone e gli corse incontro. Per strada incontrò l'altro figlio, quello buono, che gli chiese dove stava andando così di corsa e con quell'arnese: "E' tornato quel disgraziato di tuo fratello; dopo quel che ha fatto si merita un bel po' di botte!". "Vuoi che ti aiuti anch'io, papà?". "Certo", rispose il padre.

E così, in due, lo riempirono di bastonate. Alla fine il padre chiamò un servo e gli disse di uccidere il vitello più grasso e di fare una grande festa, perché s'era finalmente tolto la voglia di suonargliele a quel figlio che gliel'aveva combinata proprio grossa!

Capire la logica del cuore di Dio è difficile per tutti.

 


Il Falco Pigro

Bruno Ferrero da “Ma Noi Abbiamo le Ali

 

 

 

Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al Maestro di Falconeria perchè li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.

"E l'altro?" chiese il re.

"Mi dispiace, sire, ma l'altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell'albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli cibo".
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco.

Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno potè schiodare il falco dal suo ramo.

Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull'albero, giorno e notte.

Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.

Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino.
"Portatemi l'autore di questo miracolo", ordinò.

Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.

"Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?" gli chiese il re.

Intimidito e felice, il giovane spiegò:"Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare".

Talvolta, Dio permette a qualcuno di tagliare il ramo a cui siamo tenacemente attaccati, affinchè ci rendiamo conto di avere le ali.


 

Missioni nel deserto

 

Madeleine Delbrêl

 

  elle strade, sui metrò, in questa folla, cuore contro cuore, schiacciati tra tanti corpi, il nostro cuore palpita come un pugno chiuso su un uccellino.

Lo Spirito Santo, tutto lo Spirito Santo nel nostro povero cuore, è come un mare che vuole a tutti i costi uscire, espandersi e penetrare in tutti questi esseri senza vie d'uscita.

Poter percorrere tutte le strade, sedersi in tutti i metrò, salire tutte le scale, portare il Signore dappertutto: ci sarà bene qui o là un'anima che abbia mantenuto la sua fragilità umana davanti alla grazia di Dio, un'anima che abbia dimenticato di corazzarsi d'oro o di cemento.
E poi pregare, pregare come si prega in mezzo ad altri deserti, pregare per tutta questa gente, così vicina a noi, così vicina a Dio.

Deserto di folle.

Immergersi nella folla come nella sabbia bianca.

Deserto di folle, deserto d'amore.

Nudità dell'amore vero.

Non rimpiangiamo né la compagna né l'amico che comprenderebbero tutto ciò che abbiamo nel cuore, né l'ora dolce in un angolo di chiesa, né il libro amato nella nostra casa.

Deserto dove si è preda dell'amore.

Missioni nel deserto, missioni senza fallimento, missioni sicure, missioni in cui si semina Dio all'interno del mondo, sicuri che germoglierà da qualche parte, poiché: «Dove non c'è amore, mettete amore e raccoglierete amore».

Questo amore che ci abita, questo amore che esplode in noi, non ci modellerà forse?

 

 


 

     

Piero Gribaudi da “Il Libro della Saggezza Interiore

 

Un uomo molto buono aveva una faccia cattiva, mentre aveva una faccia buona un uomo molto cattivo. Ma mentre il secondo approfittava della sua faccia per fare cose molto cattive, il primo, a causa della sua faccia, poteva fare pochissime cose buone.

Una sera s'incontrarono. L'uomo cattivo dalla faccia buona, al vedere una faccia tanto cattiva si disse:"Una faccia così non può che appartenere a un uomo molto più cattivo di me", e girò alla larga. L'uomo buono dalla faccia cattiva, invece, al vedere una faccia così buona si disse:"Una faccia così chissà quante cose buone saprà fare". E decise di seguirla per partecipare di tanta bontà.

Quella notte stessa, l'uomo cattivo compì un terribile misfatto. L'altro non volle credere ai suoi occhi."E' stato certamente uno sbaglio", si disse; e per non fargli perdere la faccia si accusò lui del misfatto.

L'uomo dalla faccia buona, vedendosi salvato da uno dalla faccia tanto cattiva, si disse:"Se uno dalla faccia così può fare un gesto tanto generoso, figurarsi io che ho la faccia buona". E, convertitosi, divenne buono.

Tutti furono contenti di avere fra loro un nuovo buono, la cui bontà aveva stampata in faccia. E furono ugualmente contenti di poter dire: "Quella faccia cattiva non poteva che finire in galera".

Ma la loro contentezza non aveva niente a che fare con quella dell'uomo buono dalla faccia cattiva, che aveva finalmente potuto fare la cosa più incredibilmente buona che si possa fare al mondo: cambiare, con la sola propria faccia, la vita di un altro e fare tutti contenti.


 

Il silenzio

Madeleine Delbrêl

are silenzio è ascoltare Dio; è eliminare tutto ciò che ci impedisce di ascoltare o di capire Dio. Fare silenzio è ascoltare Dio dovunque parli, da coloro nei quali parla nella Chiesa fino a coloro coi quali Cristo si è identificato in un altro modo e che ci chiedono la luce, o il nostro cuore, o del pane. Fare silenzio è ascoltare Dio dovunque esprima la sua volontà, nella preghiera e al di fuori della preghiera propriamente detta.

 

Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo. Il giorno in cui ci mancasse, significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo.
Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi. Il vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe inevitabilmente il silenzio.

Il silenzio è la sede della Parola di Dio e se, quando parliamo, ci limitiamo a ripetere quella Parola, non cessiamo di tacere.
Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposare e risuonare.
In certi ammassi umani dove l'odio, l'avidità, l'alcool segnano il peccato, conosciamo un silenzio di deserto e il nostro cuore si raccoglie con una facilità estrema perché Dio vi faccia squillare il suo nome: «Voce che risuona nel deserto».

 

Umiltà

Piero Gribaudi da “Il Libro della Saggezza Interiore

 


 

Di un uomo dalle ricche e molteplici doti si diceva che era di una grande umiltà poiché rifuggiva le lodi, disdegnava gli onori, detestava l'ammirazione. Viveva appartato. Non si apriva con nessuno, anche se era solito osservare ed ascoltare gli altri. Pur disponendo di mezzi, conduceva una vita frugale.
Un giorno, tra le molte sue attività, ne scelse una cui non aveva ancora potuto dedicarsi: scrisse un libro, un libro sull'umiltà.

Ebbe un grandissimo successo. E anche se apparve anonimo, nessuno ebbe alcun dubbio che fosse lui l'autore. Lucida, profonda e appassionata, l'opera colpì i cuori e commosse le anime.

"Solo una grande umiltà vissuta, fatta tutt'uno con sé, poteva far nascere un'opera simile", commentarono tutti.

Tutti tranne uno, che sapeva guardare dietro le apparenze. Letto il libro, fu felice dei frutti che avrebbe dato. Ma non poté nascondersi questo pensiero: "Solo una grande superbia vissuta, fatta tutt'uno con sé, ha potuto dar vita ad un'opera simile". Egli era fra quei pochissimi che sanno come, diversamente da quanto appaia, dietro a molte opere sante si nascondano sovente uomini peccatori.


La Pozzanghera

Bruno Ferrero da ”Il Segreto dei Pesci Rossi”

 

 

C'era una volta una piccola pozzanghera. Era felice di esistere e si divertiva maliziosamente quando schizzava qualcuno con l'aiuto di un'automobile. Aveva paura solo di una cosa: del sole.

"E' la morte delle pozzanghere", pensava rabbrividendo.

Un poeta che camminava con la testa sognante finì dentro alla pozzanghera con tutti e due i piedi, ma invece di arrabbiarsi fece amicizia con lei.
"Buongiorno" disse, e la pozzanghera rispose: "Buongiorno!".

"Come sei arrivata quaggiù?" chiese il poeta.

Invece di rispondere la pozzanghera raccolse tutte le sue forze e rispecchiò la volta celeste.

Parlarono a lungo del Grande Padre, la pioggia, e del fatto che la pozzanghera aveva tanta paura del sole.

Il buon poeta volle farle passare quella paura. Le parlò dell'incredibile vastità del mare, del guizzare dei pesci e della gioia delle onde. Le raccontò anche che il mare era la patria e la madre di tutte le pozzanghere del mondo e che la vita della terra e del mare era dovuta al sole. Anche la vita delle pozzanghere.
La sera abbracciò il poeta e la pozzanghera ancora assorti nel loro muto dialogo.
Alcuni giorni dopo, il poeta tornò dalla sua umida amica.

La trovò che danzava nell'aria alla calda luce del sole.

La pozzanghera spiegò: "Grazie a te ho capito. Quando il sole mi ha avvolto con la sua tenerezza, non ho più avuto paura. Mi sono lasciata prendere e ora parto sulle rotte delle oche selvatiche che mi indicano la via verso il mare. Arrivederci e non mi dimenticare".

Un pezzo di carbone si sentiva sporco, brutto e inutile. Decise di diventare bianco e levigato. Provò diversi prodotti chimici e varie operazioni chirurgiche. Niente da fare.

"C'è soltanto il fuoco", gli dissero.

Il pezzo di carbone si buttò nel fuoco. Divenne una creatura luminosa, splendente, calda, irradiante, magnifica.

"Ti stai consumando", gli dissero.

"Ma dono luce e calore", rispose il pezzo di carbone, finalmente felice.

Lasciati prendere dal sole e dal fuoco dello Spirito. Splenderai come un astro del cielo sulle rotte dell'infinito.

 

 

Vivi come credi

Charlie Chaplin

 

 

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino.

Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato... lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano". Allora la moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio." Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.

Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo... lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa." Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.

Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!" Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.

Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: "Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta: gli spaccheranno la schiena!". Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino.

Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: "Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!

Conclusione: Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi.

Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.

Quindi: canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi


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