|
Brandelli di storie
a lunga notte di agonia, trascorsa da Gesù nell’Orto degli Ulivi, è terminata. Un drappello di uomini, armati con spade e bastoni, si dirige adesso verso il giardino del Getsemani per catturare il Messia e a guidarli è Giuda, uno dei dodici Apostoli. Uno di loro, dunque, un amico di Gesù, anch’egli chiamato a formare il primo nucleo della Chiesa, a diventare pescatore di uomini e testimone del Vangelo di Cristo. Giuda, però, non è capace di attendere il compimento della salvezza; le parole del Maestro diventano sempre più dure e incomprensibili, e in cuor suo egli ha già deciso il tradimento.
Accecato dal proprio egoismo, senza alcuna esitazione, Giuda si avvicina a Gesù e con un bacio – così come era stato stabilito – consegna il Figlio di Dio ai potenti del Sinedrio. “A tanto giunge la libertà quando non si apre al dono; a tanto giunge l’uomo quando rimane prigioniero di sé, schiavo del suo egoismo. Eppure Giuda era stato guardato da sempre con infinito amore e Gesù lo aveva scelto con gratuita predilezione” (Miloslav Vlk). Così, senza opporre nessuna resistenza, Gesù viene arrestato come il più vile dei malfattori e lascia che tutto ciò accada perché si compia la volontà del Padre. «Siete usciti come contro un brigante, con spade e bastoni, per catturarmi. Ogni giorno stavo seduto nel tempio ad insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si adempissero le Scritture dei profeti» (Mt 26, 55-56).
“Quel tradimento e quel bacio sono diventati nei secoli il simbolo di tutte le infedeltà, di tutte le apostasie, di tutti gli inganni. Cristo, dunque, incontra un’altra prova, quella del tradimento che genera abbandono e isolamento. Non è la solitudine a lui cara, quando si ritirava sui monti a pregare, non è la solitudine interiore sorgente di pace e di quiete perché con essa ci si affaccia sul mistero dell’anima e di Dio. E', invece, l’esperienza aspra di tante persone che anche in quest’ora che ci vede riuniti, come in altri momenti del giorno, sono sole in una stanza, davanti a una parete spoglia o a un telefono muto, dimenticati da tutti perché vecchi, malati, stranieri o estranei. Gesù beve con loro anche questo calice che contiene il veleno dell’abbandono, della solitudine, dell’ostilità” (Gianfranco Ravasi – Via Crucis al Colosseo 2007). da www.cogitor.splinder.com
Bruno Ferrero da
“C'è Qualcuno Lassù”
Io
vado avanti come un asino...
Un tempo che fu e non è più, l’ulivo era molto diverso da oggi. Il suo tronco, diritto, elegante e liscio come nessun altro, suscitava l’invidia di tutte le altre piante. I suoi frutti lo adornavano come grandi perle per pura bellezza. La sua chioma, pettinata con ordine, era a tal punto compatta che neppure gli uccelli più piccoli potevano farvi il nido, e il vento non osava scarmigliarla.
Soddisfatto
di sé, se ne stava un giorno a godersi il sole e la brezza del mare, quando
percepì un brusio proveniente dal bosco. "Non certamente io", commentò fra sé l’ulivo, "che posso fare a meno dell’acqua per quanto tempo mi aggrada". La Grande Siccità dilagò dappertutto e per un tempo infinito. Tutte le piante si spensero una dopo l’altra, rivestendo le colline di un mantello bruno. L'unica macchia verde-argento era l’ulivo. Ma anch’egli cominciava a provare una sete feroce. Sentiva sfuggirgli la vita quando ai suoi piedi, un giorno di fuoco, si accasciarono un uomo e una donna.
L'uomo era
stato dilaniato da una belva feroce; il suo sangue colava copioso e abbeverava
la terra e le radici riarse dell’ulivo.
"Ringraziamolo per la sua ombra", mormorò l’uomo morente. Fu così che, con quel suo gesto d’amore, rimase sfigurato e trasfigurato per sempre, ma albero più utile e gradito all’essere umano di qualsiasi altro che adorni le nostre contrade.
aro Gesù, sei già stato condannato una volta, e lo sei ancora. Hai già portato la croce una volta, e la porti ancora. Sei già morto una volta, e continui a morire. Sei risorto dai morti una volta, e continui a risorgere. Io ti guardo, e tu mi apri gli occhi ai tanti modi in cui la tua passione, morte e risurrezione si ripetono ogni giorno in mezzo a noi. Ma in fondo al cuore ho terrore a guardare il mio mondo. Tu mi dici: «Non aver paura di guardare, toccare, sanare, confortare, consolare». Voglio ascoltare la tua voce, sapendo che, a mano a mano che entro più profondamente nella vita dei miei fratelli, piena di dolore ma anche di speranza, entro anche più profondamente nel tuo cuore. Signore, nel profondo del mio ansioso cuore ho anche tanta paura di aprire gli occhi e di guardare il mondo delle mie sofferenze. In realtà, non sono sicuro di essere davvero amato e protetto, e così mantengo le mie distanze dalla vita piena di paura degli altri. Ma tu ripeti: «Non temere di mostrarmi il tuo cuore ferito; lascia che ti abbracci, ti guarisca, ti conforti e consoli… perché ti amo di un amore illimitato e incondizionato».
Ti ringrazio, Signore, delle
tue parole. Bramo tanto che tu guarisca il mio cuore ferito, per uscire dal mio
egoismo e raggiungere vicini e lontani. E poiché la tua passione, morte e risurrezione continuano nella storia, dammi la speranza, il coraggio e la fiducia di lasciare che il tuo cuore unisca anche il mio cuore a quello dei tuoi fratelli che soffrono, sì da diventare per noi sorgente divina di vita nuova. Amen! Henri J. M. Nouwen
ella cappella XVIII due amici si ritrovano. Gesù e Lazzaro: l'uno davanti all'altro, l'uno in piedi e l'altro colto nell'atto di uscire dal proprio sepolcro. Compiono lo stesso gesto, piegano in avanti il braccio destro e tendono la mano in segno di saluto, mentre si sciolgono le bende di colui che per quattro giorni è stato cadavere. Due amici: li aveva separati la morte. Che per Lazzaro, uomo, tornerà; per Gesù, Figlio dell'Uomo, verrà e sarà vinta. Nel Tempo di Pasqua presente, dove rombano echi di guerra vera sopra le campane a festa delle cartoline, fa bene fermarsi davanti a questa scena così scarna, che parla di morte e di vita, che fa incontrare l'umano e il divino sulla soglia del "passaggio", che traduce però anche una pagina di vangelo tinta di emozioni forti, che possono e devono fortemente interpellare. Lazzaro di Betania è fratello di Maria e di Marta; è malato; è amico di Gesù e le sorelle lo mandano a chiamare, ma arriva troppo tardi. "Vado a svegliarlo"(Gv 11,11) aveva detto ai discepoli, preannunciando - senza essere compreso - che questa morte sarebbe andata a gloria di Dio (Gv 11,4). Quando arriva là dov'è atteso, Gesù è rimproverato da Marta, a cui chiede un atto di fede dicendo:" Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo ? (Gv.11,25). Poi quel grido: "Lazzaro, vieni fuori!" (Gv 11,43) e colui che era morto esce e va. La vicenda di Lazzaro, al di là del miracolo, interpella, appunto sul piano delle emozioni di Gesù che mette esplicitamente in luce. Alla notizia della malattia dell'amico, Gesù si ricorda di "voler molto bene" (Gv,11,5) a lui e a sua sorella: questo "voler bene" è detto con il verbo greco "agapào", che per eccellenza dice la carità, cioè l'accoglienza, la cura, l'affetto, la protezione, la gratuità in contrapposizione alla passionalità della relazione. Poi, vedendo Maria piangere, Gesù "si commosse profondamente e si turbò" (Gv.11,33): il primo verbo greco dice un fremito profondo dell'intimo, ed il secondo dice l'essere messo sossopra, come lo sarebbe stato ancora l'animo dello stesso Gesù prima di affrontare la passione (Gv. 12,27). Ancora, davanti a coloro che gli dicono di andare a vedere il sepolcro, Gesù "scoppiò in pianto" (Gv. 11,35). Quando si reca al sepolcro, è ancora "profondamente commosso" (Gv 11,38). Infine, chiamando fuori Lazzaro "gridò a gran voce" (Gv 11,43). Dunque, in questo episodio, accanto al Gesù-Dio del miracolo campeggia (diremmo ,forse, finalmente…) un Gesù-Uomo, carne e sentimenti. Così vero….così vicino all'uomo che è venuto a salvare. Leggevo da qualche parte che non sempre le emozioni sono considerate positivamente nel Cristianesimo, che anzi spesso sono temute, perché possono distrarre dagli obiettivi essenziali della fede o inquinare la comprensione della Parola. Può darsi che sia anche così. E' certo vero che si cade spesso in un'impostazione razionalistica della fede, che limita l'insegnamento di Gesù -che è anzitutto la sua vita, con sofferenze e gioie - identificandolo in dottrine e teologie. Invece, il Gesù che resuscita Lazzaro si fa presente - invece di agire a distanza - per non tradire un sincero legame di amicizia, con i vivi e con i morti. Si rende disponibile alle aspettative di chi gli vuole bene. Condivide il dolore, non dice inutili parole di conforto. Sente la lacerazione dell'assenza. Questo Gesù, che si rivela Dio nel far tornare indietro dalla morte l'amico, che passa lui attraverso la morte per vincerla, piange con l'uomo che salva. Questo pianto davanti alla fragilità della condizione umana, pure salvata, echeggia oggi nella vita vera, fuori delle cartoline pasquali. "Dio mio, sono venuto con il seme delle domande. Le seminai e non fiorirono (Un grillo cantò sotto la luna). Dio mio, sono arrivato con le corolle delle risposte; ma il vento non le sfoglia. (Gira l'arancia iridescente della terra). Dio mio, sono Lazzaro. Piena d'aurora, la mia tomba dà al mio carro neri puledri. (Dietro il lirico monte tramonta la luna). Dio mio, resterò senza domanda e con risposta vedendo i rami muoversi. (Gira l'arancia iridescente della terra)". (Anonimo) Silvia Coda
e il nostro rapporto con la Parola non accresce la nostra comunione come luce…, se non produce questo effetto, allora noi restiamo nella tenebra e, dobbiamo subito soggiungere, restiamo nella tenebra anche se il nostro rapporto con la Parola produce luce intellettuale, perché questa non è ancora la luce di cui parla Giovanni. L’intelletto dell’uomo non è luce, se non in quanto è animato, rigenerato totalmente nella sua potenza dallo Spirito di Dio e concretato, per così dire, reso verità, nell’amore. Quindi una crescita della luce intellettuale non ci toglie dalla tenebra, può, anzi, aumentarla: può accadere che proprio il rapporto con la Parola aumenti la luce intellettuale, ma non ci tolga dalla tenebra, perché non ci mette in comunione reale con gli altri e perciò non ci mette in comunione con Dio-luce. Questo è un confine estremamente sottile e qui sono i rischi più gravi… Se il nostro rapporto con la Parola è vero, se cioè sviluppa tutto quel circuito di comunione, di apertura agli altri, di comunione con Dio che è luce, allora deve avere un effetto preciso: la Parola, appena penetrata in noi, deve immediatamente, come prima conseguenza, come primo effetto, più spontaneo, più vitale, più sano, fare vibrare in noi la consapevolezza del nostro peccato, del nostro personale peccato.
Se questo non accade, se tutte le luci che la Parola ci dà non fanno, immediatamente, suonare nel profondo di noi la coscienza rinnovata, acuita del nostro peccato, la luce è solo una luce intellettuale, non è luce di Spirito Santo, non ci toglie le nostre tenebre, ma anzi ci rinchiude in esse. La luce che è da principio, la luce che è la luce della vita, la luce che ci toglie alle nostre tenebre e ci mette in comunione scambievole e ci fa comunicare con Dio, è una luce che per primo effetto rivela in noi e a noi il nostro peccato. Giuseppe Dossetti
Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa”
"Quali
luci c'erano in chiesa?", chiese una catechista ai bambini. "Le candele". "Il lumino rosso del tabernacolo". "Le finestre". I bambini tacquero. "Qualche altra cosa?", chiese ancora la catechista. Un bambino alzò la mano e disse: "Gli occhi delle persone". Perché così spesso dimentichiamo quella luce che è "dentro" di noi? Perché lasciamo che si spenga?
"Quando ero piccolo, di notte, mio padre mi lasciava sempre la luce accesa
sul comodino".
(Antoine de Saint Exupéry, Il Piccolo Principe, XXIII)
"
ome il buon soldato non ha paura di combattere, così il buon cristiano non deve aver paura della tentazione. Tutti i soldati sono bravi quando sono all’interno della loro guarnigione: è sul campo di battaglia che si nota la differenza tra i coraggiosi e i vili. La più grande delle tentazioni è di non averne alcuna. Si potrebbe arrivare a dire che bisogna essere contenti di avere delle tentazioni: è il momento del raccolto spirituale, durante il quale facciamo provviste per il cielo. E’ come nel tempo della mietitura: ci si leva di buon mattino, ci si dà un gran daffare, ma non ci si lamenta, perché si raccoglie molto. Il demonio tenta solamente le anime che vogliono uscire da una situazione di peccato e quelle che sono in stato di grazia. Le altre gli appartengono già: non ha alcun bisogno di tentarle. Se fossimo profondamente compresi della santa presenza di Dio, sarebbe molto facile per noi resistere al nemico. Sarebbe sufficiente il pensiero “Dio ti vede!” per non peccare mai. C’era una santa che, dopo esser stata tentata, si lamentava con il Signore dicendogli: «Dov’eri dunque, amatissimo Gesù, durante quella tremenda tempesta?». E il Signore: «Ero al centro del tuo cuore e mi rallegravo di vederti combattere». Curato d’Ars
isolsi di darmi più che mai a vita seria e mortificata. Quando dico: «mortificata», non è per far credere che io facessi penitenze, ahimè, non ne ho fatte mai, ben lungi dal somigliare alle anime belle che fin dall'infanzia praticavano ogni sorta di mortificazioni, non sentivo per esse alcuna attrattiva. Certamente ciò proveniva dalla mia viltà, perché avrei potuto, come Celina, trovar mille piccole invenzioni per farmi soffrire, invece mi sono sempre lasciata coccolare nell'ovatta, e imbeccare come un uccellino che non abbia bisogno di far penitenza... Le mie mortificazioni consistevano nel rompere la mia volontà, sempre pronta a imporsi, nel trattenere una battuta di risposta, nel rendere servizietti senza farli valere, nel privarmi di appoggiare il dorso quand'ero seduta, ecc. ecc. Fu per mezzo di questi nonnulla che mi preparai a diventare la fidanzata di Gesù” (Teresa di Lisieux).
Klaus Hemmerle
E l'angelo parlò.
E
mi raccontò di Maria, del bambino, delle difficoltà che avremmo incontrato: "Non
temere", mi disse, "starò sempre con voi!". Sotto di me c'era tutto il paese addormentato. Sopra di me il cielo stellato e la luna, che tramontava all'orizzonte. Pensavo di essere solo, poi mi accorsi che non lontano da me c'era un gregge di pecore, custodito da due pastori: i due uomini vegliavano accanto alle braci di un fuoco quasi spento. Poi, tra le case del paese, si aprirono alcune porte e vidi uomini uscire in silenzio: erano i pescatori, che partivano a notte fonda per andare al lago di Tiberiade. Vidi anche un altro uomo uscire dal villaggio, conduceva due asini che avevano anfore legate ai fianchi: andava a prendere l'acqua. Infine, mentre il cielo a oriente si faceva più chiaro, vidi uscire i primi contadini. "Ecco", pensai tra me, "per tutta questa gente, per tutti noi verrà il bambino!". E sentii una grande pace nel cuore.
(don Vito Mangia)
orse siamo tutti un po’ come Giovanni Battista in carcere: quando sorgono i dubbi, le ansie, abbiamo bisogno di conferme. Noi facciamo il nostro dovere: lavoriamo, studiamo, intratteniamo relazioni, diamo qualcosa di noi stessi agli altri; poi sentiamo bisogno di qualcos'altro, qualcosa di cui non sappiamo dire il nome...
Sarà troppo, sarà esagerato
pensare che quel "qualcosa", quel "qualcuno" è Dio? Quando non capiamo cosa sia, riempiamo, copriamo, quasi annebbiamo questa esigenza. La "imbottiamo" - per tenerla buona e al suo posto - e la ricopriamo di cose da fare. A volte la riconosciamo, questa benedetta esigenza di Dio, ma è "troppo impegnativo" seguire le sue indicazioni. Meglio rimandare a domani, alla prossima settimana, o meglio: alla prossima adorazione, al prossimo ritiro, al prossimo incontro associativo e di gruppo, al prossimo rosario, alla prossima condivisione spirituale, alla prossima confessione, al prossimo silenzio. Cioè lontano, dopo, mai. In fondo il "poi" è o non è - nei proverbi e nella realtà - parente del "mai"? È la nostra natura, siamo fatti così... Signore, ci devi proprio capire, noi abbiamo bisogno di segni, di essere scossi, di vederTi... sennò non Ti seguiamo. "Hai capito, Signore?" diciamo dentro di noi. Ed il Signore non capisce. Fa il testardo Lui. Noi gli chiediamo se ne vale davvero la pena e Lui risponde a modo Suo. Arriva, passa, bussa al cuore, continua a camminare.
A volte ci destiamo, facciamo
in tempo ad alzarci dalle comode poltrone dei nostri interessi, a spoltrirci dai
comodi divani dei nostri divertimenti e narcisismi; a volte facciamo in tempo ad
affacciarci dalla finestra del nostro cuore e Lo vediamo. Lui, Gesù, che ci
passa accanto ed opera prodigi: alcuni vedono con occhi diversi la realtà, altri
sentono finalmente la Sua Parola, i poveri in spirito si dicono beati, chi si
dimenava negli stagni fangosi del peccato trova il coraggio e la forza di
rialzarsi, di ripulirsi, di andare oltre. E Lui si volta da lontano, guarda con tenerezza infinita dentro i nostri occhi. E si ferma.
Anzi, la purezza è ebbrezza di maternità. Poveretti sono quelli che, per difendersi dalle loro brutture, dicono che coloro che non hanno abbracciato il matrimonio sono persone sterili. Dice la Sacra Scrittura: Se la tua figlia la sposi, fai bene, se non la sposi fai meglio (cfr. 1 Cor 7, 38). La grandezza dell’integrità dona a Cristo il profumo della Sua creazione. Si può rinunciare ad avere uno sposo umano per essere madre spirituale con lo Sposo divino. La grandezza di Maria non sta solo nell’esser diventata Madre del Salvatore, ma nell’essere stata da Lui scelta nel diventarlo perché umile. Certamente la verginità è grande e porta a grandi conquiste se è imbevuta dell’umiltà. Senza l’umiltà Maria non sarebbe stata nostra Madre. Lei, l’Ancella del Signore, umile e silenziosa, diviene la Sposa dello Spirito Santo e quindi della Chiesa. Maria, bella più di tutte le belle donne del mondo, Tu sei la stella luminosa del mare in tempesta, la mistica Sposa dello Spirito Divino, Tu la Madre del Salvatore, la Madre nostra ai piedi della croce di Tuo Figlio Gesù, il Redentore dell’umanità peccatrice che ogni giorno Ti prega e Ti dice: «Ave Maria, gratia plena... ora pro nobis peccatoribus». Volgi lo sguardo pietoso verso il Tuo popolo, tu che muovi i Tuoi passi solitari nel silenzio della notte verso chi Ti invoca e Ti chiama Madre. Mai nessuno è ricorso a Te senza essere esaudito. Ora Ti prego e Ti dico: «Madre ammirabile benedicimi ed insegnami a pregare il Padre come un giorno insegnasti al Tuo Figlio Gesù». (dal libro "Momenti preziosi con l'Amore infinito" Madre Provvidenza )
Il padrone di una grossa fattoria aveva bisogno di un aiutante che badasse alle stalle e al fienile. Come voleva la tradizione, il giorno della festa del paese, cominciò a cercare. Scorse un ragazzo di 16-17 anni che si aggirava tra i baracconi. Era un tipo alto e magro, che non sembrava molto forte. «Come ti chiami giovanotto?». «Alfredo, signore». «Sto cercando qualcuno che voglia lavorare nella mia fattoria.. Ti intendi di lavori agricoli?». «Sissignore. Io so dormire in una notte ventosa!». «Che cosa?» chiese il contadino sorpreso. «Io so dormire in una notte ventosa». Il contadino scosse la testa e se ne andò.
Nel tardo
pomeriggio, incontrò nuovamente Alfredo e gli rifece la proposta. La risposta
di Alfredo fu la medesima: «Io so dormire in una notte ventosa!». Provò ancora a cercare, ma non trovò nessuno disposto a lavorare nella sua fattoria. Così decise di assumere Alfredo che gli ripeté: «Stia tranquillo, padrone, io so dormire in una notte ventosa». «D'accordo. Vedremo quello che sai fare».
Alfredo
lavorò nella fattoria per diverse settimane. Il padrone era molto occupato e
non faceva molta attenzione a quello che faceva il giovane.
Corse a
bussare alla porta di Alfredo, ma non ebbe risposta. Bussò più forte. Il contadino non aveva tempo da perdere. Si precipitò giù per le scale, attraversò di corsa l'aia e raggiunse la cascina. Ed ebbe una bella sorpresa.
Le porte
delle stalle erano saldamente chiuse e le finestre erano bloccate. Il fieno e la
paglia erano coperti e legati in modo tale da non poter essere soffiati via. I
cavalli erano al sicuro, e i maiali e le galline erano quieti. All'esterno il
vento soffiava con impeto. Dentro la cascina, gli animali erano calmi e tutto
era al sicuro.
Si preparava
alla bufera ogni giorno. Per questo non la temeva più. Tu, riesci a dormire in questa lunga notte di vento che è la tua vita?
Bruno Ferrero da “Quaranta Storie
nel Deserto”
Un re aveva al suo servizio un buffone di corte che gli riempiva le giornate di battute e scherzi.
Un giorno,
il re affidò al buffone il suo scettro dicendogli: "Tienilo tu, finché non
troverai qualcuno più stupido di te: allora potrai regalarlo a lui".
"E quali
preparativi hai fatto per questa spedizione?", chiese il buffone. "Tu parti per sempre", disse il buffone, "e non ti sei preparato per niente? To', prendi lo scettro: ho trovato uno più stupido di me!". Sono tanti quelli che non si preparano alla grande partenza. Per questo quel momento si riveste di penosa angoscia. "State svegli dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora", dice Gesù (Vangelo di Matteo 25,13). Ti stai davvero preparando?
E’ necessario studiare da vicino la parola “vegliare”; bisogna studiarla perché il suo significato non è così evidente come si potrebbe credere a prima vista e perché la Scrittura la adopera con insistenza. Dobbiamo non soltanto credere, ma vegliare; non soltanto amare, ma vegliare; non soltanto obbedire, ma vegliare. Vegliare perché? Per questo grande evento: la venuta di Cristo. Cos’è dunque vegliare? Credo lo si possa spiegare così. Voi sapete cosa significa attendere un amico, attendere che arrivi e vederlo tardare? Sapete cosa significa essere in compagnia di gente che trovate sgradevole e desiderare che il tempo passi e scocchi l’ora in cui potrete riprendere la vostra libertà? Sapete cosa significa essere nell’ansia per una cosa che potrebbe accadere e non accade; o di essere nell’attesa di qualche evento importante che vi fa battere il cuore quando ve lo ricordano e al quale pensate fin dal momento in cui aprite gli occhi? Sapete cosa significa avere un amico lontano, attendere sue notizie e domandarvi giorno dopo giorno cosa stia facendo in quel momento e se stia bene? Sapete cosa significa vivere per qualcuno che è vicino a voi a tal punto che i vostri occhi seguono i suoi, che leggete nella sua anima, che vedete tutti i mutamenti della sua fisionomia, che prevedete i suoi desideri, che sorridete del suo sorriso e vi rattristate della sua tristezza, che siete abbattuti quando egli è preoccupato e che vi rallegrate per i suoi successi?
Vegliare nell’attesa di Cristo è un sentimento di rassomiglianza a
questo, per quel tanto che i sentimenti di questo mondo sono in grado di
raffigurare quelli dell’altro mondo. Veglia con Cristo chi fa memoria e rinnova ancora nella sua persona la croce e l’agonia di Cristo, e riveste con gioia questo mantello di afflizione che il Cristo ha portato quaggiù e ha lasciato dietro a sé quando è salito al cielo. John Henry Newman
Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa”
Mentre giaceva ferito, il cavaliere aveva intravisto il paradiso, ma molto lontano e fuori della sua portata. Mentre l'inferno con la gola spalancata e infuocata era vicino vicino. Aveva da tempo, infatti, calpestato tutte le promesse e le regole della cavalleria e si era trasformato in un soldataccio impenitente, che ammazzava senza rimorsi il suo prossimo, razziava e commetteva ogni sorta di violenze.
"Padre mio, vorrei ricevere il perdono delle mie colpe, perché nutro una gran paura per la salvezza dell'anima mia. Farò qualunque penitenza. Non ho paura di niente, io!". "Bene, figliolo", rispose l'eremita. "Fa' soltanto una cosa: vammi a riempire d'acqua questo barilotto e poi riportamelo".
Prese il barilotto sotto braccio e, brontolando, si diresse al fiume.
Una sola piccola lacrima di pentimento.
Don Primo Mazzolari
...oggi leggo le beatitudini... leggo, non predico. Le beatitudini non si predicano: non sono per gli altri. Nessuno può darle a parole. Se le predico, tutti notano che io ne sono fuori. Cristo no, lui solo parla dal di dentro di ogni beatitudine: lui povero, mite, pacifico, misericordioso, lui il percosso, il morente... Che non si possano predicare l'ho capito bene in un lontano Ognissanti, quando mi fu imposto dietro minaccia: Tu prete oggi non predicherai... E quel giorno il prete ha letto soltanto: ma nel leggere egli piangeva e gli altri piangevano. Le parole che hanno la virtù di far piangere, o di gioia o di vergogna, non si predicano...
Non ammiro Pietro che rinnega, spergiurando, il Cristo, né la sua fede vacillante quando cammina sulle acque. Ciò nonostante, il suo rinnegamento e la sua esitazione mi sono d'aiuto nel cammino della santità. Anch'io ho vacillato e sono caduto; e se non m'è dato di piangere come Pietro, posso almeno gridare con lui: "Salvami, o Signore, se non vuoi ch'io mi perda!". Non posso ammirare Saulo che custodisce le vesti dei lapidatori di Stefano e cavalca da Gerusalemme a Damasco, spirante minacce e stragi contro tutti i cristiani. Sotto questo aspetto, Saulo, persecutore dei discepoli di Gesù è, a sua volta, un tipo detestabile. Tuttavia Saulo, divenuto Paolo mi incoraggia. Se lui poté cambiare l'odio in amore, la mia speranza vive ancora. Analoghe riflessioni si possono fare con molti altri, anzi, con la maggior parte dei santi. La debolezza dei loro inizi mi dà la forza, la loro santità finale ispirazione. Ringrazio Iddio per Agostino peccatore trasformato in santo; per Alfonso che, all'età di ottant'anni, dice a un tizio: "Se dobbiamo parlarci, collochiamo fra noi un tavolo: non si sa mai! C'è ancora del sangue nelle mie vene!". Ringrazio Dio per tutti quelli che da principio non furono che uomini, ma in seguito, con la loro cooperazione, lo sforzo personale e il duro lavoro divennero virtuosi e spirituali.
Bruno Ferrero da “La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo”
Le settimane si succedevano sempre più infuocate. Da mesi non cadeva una vera pioggia. Il parroco del paese organizzò un'ora speciale di preghiera nella piazza davanti alla chiesa per implorare la grazia della pioggia.
All'ora stabilita la piazza era gremita di gente ansiosa, ma piena di speranza. Ma non riusciva a distogliere gli occhi da una bambina seduta compostamente in prima fila. Sulle ginocchia aveva un ombrello rosso. Pregare è chiedere la pioggia, credere è portare l'ombrello.
Ella andò al supermercato e in ubbidienza riempì tre carrelli (per la spesa) pieni zeppi e si recò alla cassa numero sette. Ma il lavoratore dipendente stava andando a pranzare e le fece cenno di andare ad un’altra cassa. La donna replicò: ‘Ma mio Padre mi ha detto di passare attraverso la cassa numero sette’. L’addetto al controllo andò a pranzare, ma questa vedova, che aveva sentito la voce di Dio, ebbe fiducia e rimase alla cassa numero sette per un’ora, con cinque cruzadoes con lei. L’addetto al controllo tornò stupito e sconcertato di vedere la stessa signora che aspettava da tutto quel tempo. Quando fu calcolato l’ammontare del conto delle cose che ella aveva nei carrelli, venne un annuncio dall’altoparlante: ‘Buon pomeriggio, clienti! Oggi è il settimo anniversario dell’apertura di questo supermercato, e la persona alla cassa numero sette, oggi, riceve gratuitamente tutti i generi di drogheria!’. * Pochi centesimi di euro Tratto da: Glen Eyrie News, 19 Agosto 1992 - sito Parole di Vita
Gabriel Mandel da “Saggezza Islamica”
|
|
Diceva: "Ora, conosco tutto". Qualche giorno dopo, fece visita ad un famoso personaggio, conosciuto in tutto il mondo per la sua straordinaria sapienza.
L'uomo voleva confrontare il suo sapere con quello dei saggio. Tirarono a
sorte per sapere quale dei due avrebbe dovuto porre la prima domanda. L'uomo ripartì, senza dire una parola. Sta ancora percorrendo il mondo.
Amare è la sfida più ambiziosa dell'intera esistenza. La più intensa. La
più soddisfacente. Diglielo a quelli che ami. - "Voglio farti sapere
quanto sei importante per me, che puoi essere il creatore della persona
che è in me, se vuoi. Tu solo puoi abbattere il muro dietro il quale sto
tremando. Tu solo puoi vedere dietro la mia maschera. Tu solo puoi
liberarmi dal mio mondo |


Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa”

bbandonato
in un campo giaceva da qualche tempo un Flauto che ormai nessuno più
suonava, finché un giorno un Asino che passava di là vi soffiò forte
dentro facendogli produrre il suono più dolce della sua vita, della vita
dell'Asino e del Flauto.
Incapaci di capire quel che era accaduto, dato che la razionalità non era il loro forte e ambedue credevano nella razionalità, si separarono in fretta, vergognandosi della cosa migliore che l'uno e l'altro avessero fatto durante la loro triste esistenza.
Quanti flauti abbandonati
e quanti asini, in questa vita. Molti fra noi rimangono ignoti a se stessi
nascondendo chi sono, e chiedono amore ad altri sconosciuti che parimenti
si nascondono. Ma ecco, qualche volta, uno squarcio, una rivelazione, una
scintilla... Poi tutto finisce lì. Perché manca il coraggio. Ci vuole
tanto coraggio per amare.
Ma ce ne vuole altrettanto per lasciarsi amare.


Bruno Ferrero da
”Solo il Vento lo sa”

ppena
creata, la pecora scoprì di essere il più debole degli animali. Viveva con
il continuo batticuore di essere attaccata dagli altri animali, tutti più
forti e aggressivi. Non sapeva proprio come fare a
difendersi.
Tornò dal Creatore e
gli raccontò le sue sofferenze.
"Vuoi qualcosa per difenderti?", le chiese amabilmente il Signore.
"Sì".
"Che ne dici di un paio di acuminate zanne?".
La pecora scosse il capo: "Come farei a brucare l'erba più tenera? Inoltre mi verrebbe un'aria da attaccabrighe".
"Vuoi dei poderosi artigli?".
"Ah no! Mi verrebbe voglia di usarli a sproposito.
"Potresti iniettare
veleno con la saliva", continuò paziente il Signore.
"Non se ne parla neanche. Sarei odiata e scacciata da tutti come un
serpente".
"Due robuste corna, che ne dici?".
"Ah no! E chi mi accarezzerebbe più?".
"Ma per difenderti
ti serve qualcosa per far del male a chi ti attacca...".
"Far del male a qualcuno? No, non posso proprio. Piuttosto resto come
sono".
Siamo, in un certo senso, come piccoli animali senza nemmeno una pelliccia
o denti aguzzi per difenderci. Ciò che ci protegge non è la cattiveria, ma
l'umanità: la capacità di amare gli altri e di accettare l'amore che gli
altri vogliono offrirci.
Non è la nostra durezza a darci il tepore la notte, ma la tenerezza, che fa desiderare agli altri di scaldarci. La vera forza dell'uomo è la sua tenerezza.

Henry J.M. Nouwen da “Nel nome di Gesù”

Prima di costituirlo pastore del suo gregge Gesù domandò a Pietro: "Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu più degli altri?". Poi gli domandò una seconda volta: "Mi ami tu?", e una terza volta ripeté la stessa domanda: "Mi ami tu?". Anche noi dobbiamo porre questa domanda al centro del nostro ministero cristiano, perché è proprio essa che ci permette di essere da un lato inutili, e dall'altro veramente fiduciosi in noi stessi.
Basta guardare Gesù. Il
mondo non si curò minimamente di Lui, e Gesù fu crocifisso e sepolto. Il suo
messaggio di amore fu rigettato da un mondo assetato di potere, efficienza e
dominio. Ma ecco che Gesù risuscito, con le ferite nel suo corpo glorificato,
appare ad alcuni amici che hanno occhi per vedere, orecchie per udire e cuore
per comprendere. Questo Gesù rigettato, sconosciuto, ferito, chiede
semplicemente: "Mi ami tu? Mi ami davvero?". Lui che si era preoccupato solo di
annunciare l'amore incondizionato di Dio ha una sola domanda da fare: "Mi ami
tu?".
Gesù non chiede: "C'è molta gente che ti prende sul serio? Hai intenzione di
compiere grandi cose? Hai già qualche risultato da farmi vedere?". Chiede
invece: "Sei innamorato di Gesù?". Forse potremmo formulare la domanda anche in
altro modo: "Conosci il Dio incarnato?". E' un cuore che non conosce sospetti,
vendette, risentimenti, né tanto meno odi. E' un cuore che vuole solo dare amore
ed essere ricambiato con amore. E' un cuore che soffre immensamente perché vede
la grandezza del dolore umano e l'ostinazione a non fidarsi del cuore di un Dio
che vuole offrire consolazione e speranza.
Il leader cristiano del
futuro è uno che conosce intimamente il cuore di Dio, diventato "cuore di carne"
in Gesù. Conoscere il cuore di Dio significa annunciare e rivelare in modo
coerente, radicale e quantomai concreto che Dio è amore, e solo amore, e che la
paura, l'isolamento o la disperazione che possono tormentare l'anima umana sono
prove che certamente non vengono da Dio. Tutto questo può sembrare molte
evidente e forse banale, ma ben pochi sanno che Dio li ama senza condizioni e
senza limiti. Questo amore incondizionato e illimitato è quello che
l'evangelista Giovanni chiama il "primo" amore di Dio. "Amiamo Dio", egli dice,
"perché Dio ci ha amati per primo"(1 Gv 4,19). L'amore che spesso ci lascia
dubbiosi, delusi, arrabbiati e offesi è il "secondo" amore: e cioè accettazione,
affetto, simpatia, incoraggiamento e sostegno dei genitori, insegnanti, coniugi,
amici. E sappiamo tutti che è un amore quantomai, limitato, violato e fragile.
Sotto le numerose espressioni di questo secondo amore si nasconde sempre la
possibilità di rigetto, ritiro, castigo, ricatto, violenza e perfino odio. Molti
film e drammi contemporanei ritraggono le ambiguità e ambivalenze delle
relazioni umane, e non esistono amicizie, matrimoni, comunità in cui le tensioni
e gli sforzi del secondo amore non si rivelino in tutta la loro gravità. Si
direbbe anzi che gli aspetti piacevoli della vita di ogni giorno nascondano
molte ferite aperte che si chiamano abbandono, tradimento, rigetto, rottura,
perdita. Tutto questo è, per così dire, l'ombra inseparabile del secondo amore e
rivela l'oscurità che non abbandona mai completamente il cuore umano.
L'essenza della buona novella sta proprio qui: nell'annuncio che il secondo
amore è solo un pallido riflesso del primo amore, e che il primo amore ci viene
offerto da un Dio in cui non ci sono ombre.

Leonard Fauchelevent

“- A cosa tende secondo voi la fede?
- Perché la fede tende a qualcosa? (Rispose preoccupato il giovane Vincent).
- Certamente, mio diletto amico (riprese pacatamente Mr. Fisherman come se si attendesse quel tipo di risposta). C’è uno scambio di vita tra la nostra miseria e l’inesauribile dono d’amore di Dio che può realizzarsi solo nella fede.
- Non comprendo, Signore, cosa intendete dire?
- Vedete, Vincent, il buon Dio ha voluto immaginare la storia della nostra esistenza come l’abbraccio amoroso di due giovani sposi, l’uno determinato e custodito dall’abbraccio dell’altro in un’unica ed eterna comunione di vita. Quando noi viviamo bene la nostra fede lasciamo al buon Dio la possibilità di comunicarci la Sua vita in modo tale da rimanere per sempre legati a Lui.
Vincent rimase ancora un istante ad osservare lo sguardo del nobile marchese rivolto verso l’ultimo bagliore di luce concesso, per quel giorno, dal sole, mentre quelle parole appena udite iniziarono a percorrere l’itinerario del suo giovane cuore”.



Bruno Ferrero da ”C'è Qualcuno Lassù”
l
vecchio eremita Sebastiano pregava di solito in un piccolo santuario isolato su
una collina. In esso si venerava un crocifisso che aveva ricevuto il
significativo titolo di "Cristo delle grazie". Arrivava gente da tutto il paese
per impetrare grazie e aiuto.
Il vecchio
Sebastiano decise un giorno di chiedere anche lui una grazia e, inginocchiato
davanti all'immagine, pregò: "Signore, voglio soffrire con te. Lasciami prendere
il tuo posto. Voglio stare io sulla croce".
Rimase silenzioso con gli occhi fissi alla croce, aspettando una risposta.
Improvvisamente il Crocifisso mosse le labbra e gli disse: "Amico mio, accetto
il tuo desiderio, ma ad una condizione: qualunque cosa succeda, qualunque cosa
tu veda, devi stare sempre in silenzio".
"Te lo prometto, Signore".
Avvenne lo scambio.
Nessuno dei fedeli si rese conto che ora c'era Sebastiano inchiodato alla croce, mentre il Signore aveva preso il posto dell'eremita. I devoti continuavano a sfilare, invocando grazie, e Sebastiano, fedele alla promessa, taceva. Finché un giorno...
Arrivò un riccone e, dopo aver pregato, dimenticò sul gradino la sua borsa piena di monete d'oro. Sebastiano vide, ma conservò il silenzio. Non parlò neppure un'ora dopo, quando arrivò un povero che, incredulo per tanta fortuna, prese la borsa e se ne andò. Né aprì bocca quando davanti a lui si inginocchiò un giovane che chiedeva la sua protezione prima di intraprendere un lungo viaggio per mare. Ma non riuscì a resistere quando vide tornare di corsa l'uomo ricco che, credendo che fosse stato il giovane a derubarlo della borsa di monete d'oro, gridava a gran voce per chiamare le guardie e farlo arrestare.
Si udì allora un grido: "Fermi!".
Stupiti, tutti guardarono in alto e videro che era stato il crocifisso a gridare. Sebastiano spiegò come erano andate le cose. Il ricco corse allora a cercare il povero. Il giovane se ne andò in gran fretta per non perdere il suo viaggio. Quando nel santuario non rimase più nessuno, Cristo si rivolse a Sebastiano e lo rimproverò.
"Scendi dalla croce. Non sei degno di occupare il mio posto. Non hai saputo stare zitto".
"Ma, Signore"
protestò, confuso, Sebastiano. "Dovevo permettere quell'ingiustizia?".
"Tu non sai", rispose il Signore, "che al ricco conveniva perdere la borsa,
perché con quel denaro stava per commettere un'ingiustizia. Il povero, al
contrario, aveva un gran bisogno di quel denaro. Quanto al ragazzo, se fosse
stato trattenuto dalle guardie avrebbe perso l'imbarco e si sarebbe salvato la
vita, perché in questo momento la sua nave sta colando a picco in alto mare".

Bruno Ferrero da ”Il Segreto dei Pesci Rossi”

'era
una volta un ragazzo che aveva rubato. La cosa si era risaputa e il ragazzo
temeva la reazione del padre, uomo onesto e stimato da tutti.
Quella sera in casa l'aria era pesante. Dopo la cena rimasero soltanto padre e
figlio. Il ragazzo aveva paura e aspettava. Il padre non aveva parlato per tutta
la sera.
Improvvisamente il padre si alzò e andò presso il camino. Impugnò decisamente
uno dei ferri che servivano per attizzare il fuoco. Il ferro era acuminato e
rovente. Senza dire una parola si diresse verso il tavolo.
Spaventato, il ragazzo lo guardava con gli occhi dilatati.
Il padre arrivò davanti al figlio, posò la propria mano sinistra sul tavolo e poi la trapassò
con il ferro. Senza dire una parola.
Per tutta la vita, quel ragazzo non rubò mai più.
Una storia crudele, certo, ma se guardi un crocifisso che cosa pensi?

«Che cosa è avvenuto?
Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine.
Grande silenzio perchè il re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perchè il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano.
Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi.
Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita.
Egli
vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell'ombra di
morte.
Dio e il figlio suo vanno a liberare dalla sofferenza Adamo ed Eva che si
trovano in prigione.
Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio; che per te e per
questi, che da te hanno avuto origine, ora parlo e nella mia potenza ordino a
coloro che erano in carcere: Uscite!
A coloro che erano nelle tenebre: siate illuminati!
A coloro che erano morti: risorgete!
A te comando: svegliati, tu che dormi!
Infatti non ti ho creato perchè rimanessi prigioniero nell'inferno. Risorgi, opera delle mie mani! Risorgi mia effige, fatta a mia immagine! Risorgi, usciamo di qui! Tu in me e io in te siamo infatti un'unica e indivisa natura. Per te io, tuo Dio, mi sono fatto tuo figlio. Per te io, il Signore, ho rivestito la tua natura di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono venuto sulla terra e al di sotto della terra. Per te, uomo, ho condiviso la debolezza umana, ma poi son diventato libero tra i morti. Per te, che sei uscito dal giardino del paradiso terrestre, sono stato tradito in un giardino e dato in mano ai Giudei, e in un giardino sono stato messo in croce. Guarda sulla mia faccia gli sputi che io ricevetti per te, per poterti restituire a quel primo soffio vitale. Guarda sulle mie guance gli schiaffi, sopportati per rifare a mia immagine la tua bellezza perduta».

Bruno Ferrero da “Il Canto del Grillo”

l
grande Leonardo da Vinci aveva accettato di affrescare il refettorio del
convento di Santa Maria delle Grazie a Milano con un grande disegno che
rappresentava l'Ultima Cena di Gesù con gli apostoli.
Voleva fare di quell'affresco un capolavoro e perciò lavorava con calma e attenzione. Nonostante l'impazienza dei frati del convento il disegno progrediva molto lentamente.
Per il volto di Gesù, Leonardo aveva cercato per mesi un modello che avesse tuffi i requisiti necessari: un volto che esprimesse forza e dolcezza, spiritualità e intensità luminosa.
Finalmente lo trovò e diede a Gesù il volto di Agnello, un giovane franco e pulito che aveva incontrato per la strada.
Un anno
dopo, Leonardo cominciò a girare nei quartieri malfamati di Milano e nelle
bettole più equivoche e losche. Aveva bisogno di trovare il volto di Giuda,
l'apostolo traditore. Cercava un volto che esprimesse inquietudine e delusione,
il volto di un uomo disposto a tradire il migliore amico. Dopo notti e notti in
mezzo a farabutti di ogni specie, Leonardo trovò l'uomo che voleva per il suo
Giuda.
Lo portò nel convento e si accinse a ritrarlo. In quel momento vide negli occhi
dell'uomo brillare una lacrima.
"Perché?", gli disse Leonardo, fissando quel volto.
"Io sono Agnello", mormorò l'uomo. "Lo stesso che le è servito da modello per il volto di Cristo".
Rivoluzione nel mondo dei cosmetici: una bella anima fa bellissimo il volto.

Hans Urs von Balthasar

“
lla impara davanti alla croce quanto è costato cacciare da lei i
sette demoni. […] Tutto in lei si proiettava verso il suo liberatore al quale
doveva una interamente nuova, mai sperata esistenza. Perciò è indescrivibile ciò
che ella vive in cima al Golgota. Il liberatore orrendamente inchiodato e che si
tormenta a morte, e lei, la liberata, impotente a fare una minima cosa per la
sua liberazione. Ed ella sa – intollerabilmente – che la sua libertà ad amarlo
in quel modo è stata il riscatto ottenuto mediante quelle torture. Non può
tornare indietro alla sua prigione per liberarlo: deve sopportare di essere
stata riscattata da questo prezzo così vertiginosamente alto”.
![]()
Bruno Ferrero da “La Vita è Tutto Ciò che Abbiamo”

iglio
di una ragazza madre, era nato in un oscuro villaggio. Crebbe in un altro
villaggio, dove lavorò come falegname fino a trent'anni. Poi, per tre anni, girò
la sua terra predicando.
Non scrisse mai un libro.
Non ottenne mai una carica pubblica.
Non ebbe mai né una famiglia né una casa.
Non frequentò l'università.
Non si allontanò più di trecento chilometri da dov'era nato.
Non fece nessuna di quelle cose che di solito si associano al successo.
Non aveva altre credenziali che se stesso.
Aveva solo trentatré anni quando l'opinione pubblica gli si rivoltò contro. I
suoi amici fuggirono. Fu venduto ai suoi nemici e subì un processo che era una
farsa. Fu inchiodato a una croce, in mezzo a due ladri.
Mentre stava morendo, i suoi carnefici si giocavano a dadi le sue vesti, che
erano l'unica proprietà che avesse in terra. Quando morì venne deposto in un
sepolcro messo a disposizione da un amico mosso a pietà.
Due giorni dopo, quel sepolcro era vuoto.
Sono trascorsi venti secoli e oggi Egli è la figura centrale nella storia
dell'umanità.
Neppure gli eserciti che hanno marciato, le flotte che sono salpate, i
parlamenti che si sono riuniti, i re che hanno regnato, i pensatori e gli
scienziati messi tutti assieme, hanno cambiato la vita dell'uomo sulla terra
quanto quest'unica vita solitaria.
Al tempo della propaganda antireligiosa, in Russia, un commissario del popolo
aveva presentato brillantemente le ragioni del successo definitivo della
scienza. Si celebrava il primo viaggio spaziale. Era il momento di gloria del
primo cosmonauta, Gagarin. Ritornato sulla terra, aveva affermato che aveva
avuto un bel cercare in cielo: Dio proprio non l'aveva visto. Il commissario
tirò la conclusione proclamando la sconfitta definitiva della religione. Il
salone era gremito di gente. La riunione era ormai alla fine.
"Ci sono delle domande?".
Dal fondo della sala un vecchietto che aveva seguito il discorso con molta
attenzione disse sommessamente: "Christòs ànesti", "Cristo è risorto". Il suo
vicino ripeté, un po'più forte: "Christòs ànesti". Un altro si alzò e lo gridò;
poi un altro e un altro ancora. Infine tutti si alzarono gridando: "Christòs
ànesti", "Cristo è risorto".
Il commissario si ritirò confuso e sconfitto.
Al di là di tutte le dottrine e di tutte le discussioni, c'è un fatto. Per la
sua descrizione basterà sempre un francobollo: "Christòs ànesti". Tutto il
cristianesimo vi è condensato. Un fatto: non si può niente contro di esso.
I filosofi possono disinteressarsi del fatto. Ma non esistono altre parole
capaci di dar slancio all'umanità: "Gesù è risorto".

n
uomo sempre scontento di sé e degli altri continuava a brontolare con Dio perché
diceva: "Ma chi l'ha detto che ognuno deve portare la sua croce? Possibile che
non esista un mezzo per evitarla? Sono veramente stufo dei miei pesi
quotidiani!". Il Buon Dio gli rispose con un sogno. Vide che la vita degli
uomini sulla Terra era una sterminata processione. Ognuno camminava con la sua
croce sulle spalle. Lentamente, ma inesorabilmente, un passo dopo l'altro. Anche
lui era nell'interminabile corteo e avanzava a fatica con la sua croce
personale. Dopo un po’ si accorse che la sua croce era troppo lunga: per questo
faceva fatica ad avanzare. "Sarebbe sufficiente accorciarla un po' e tribolerei
molto meno", si disse, e con un taglio deciso accorciò la sua croce d'un bel
pezzo. Quando ripartì si accorse che ora poteva camminare molto più speditamente
e senza tanta fatica giunse a quella che sembrava la meta della processione. Era
un burrone: una larga ferita nel terreno, oltre la quale però cominciava la
"terra della felicità eterna". Era una visione incantevole quella che si vedeva
dall'altra parte del burrone. Ma non c'erano ponti, né passerelle per
attraversare. Eppure gli uomini passavano con facilità. Ognuno si toglieva la
croce dalle spalle, l'appoggiava sui bordi del burrone e poi ci passava sopra.
Le croci sembravano fatte su misura: congiungevano esattamente i due margini del
precipizio. Passavano tutti, ma non lui: aveva accorciato la sua croce e ora era
troppo corta e non arrivava dall'altra parte del baratro. Si mise a piangere e a
disperarsi: " Ah, se l'avessi saputo…".
La croce è l'unica via di salvezza per gli uomini, l'unico ponte che conduce alla vita eterna.

a
nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più grande è che noi siamo potenti al di là di ogni misura.
E’ la nostra luce, non il nostro buio ciò che ci spaventa.
Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, magnifico,
pieno di talento, favoloso?”.
In realtà, chi sei tu per non esserlo? Tu sei un figlio dell’Universo.
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi
in modo che gli
altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini.
Noi siamo
fatti per rendere manifesta
la gloria dell’universo
che è in noi.
Non solo in alcuni di noi, è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi, inconsciamente,
diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa.
Quando ci liberiamo
dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
![]()

Madeleine Delbrêl
l
Vangelo non è un libro fra i libri. Non è parola d'uomo fra parole d'uomo. È
Parola del Verbo di Dio, è il Verbo di Dio fattosi vita umana contemplata e
raccontata.
Il segreto del Vangelo non è un segreto di curiosi, un'iniziazione di
intellettuali; il segreto del Vangelo è essenzialmente una comunicazione di
vita. Non è fatto per spiriti in cerca di idee, ma per discepoli che vogliono
obbedire.
La luce del Vangelo non è un'illuminazione al di fuori di noi: è un fuoco che ha bisogno di entrare in noi per operarvi una trasformazione.
Chi lascia penetrare dentro di sé una sola parola del Signore e la lascia attuarsi nella propria vita, conosce meglio il Vangelo di colui il cui sforzo resterà meditazione astratta o considerazione storica.
Il Vangelo va letto come si mangia il pane... Non si può incontrare Gesù per conoscerlo, amarlo, imitarlo, senza un ricorso continuo, concreto, ostinato al Vangelo; senza che questo ricorso faccia intimamente parte della nostra vita.
Anche una sola frase del Signore, strappata al Vangelo un mattino a Messa, o durante un viaggio in metrò, in casa tra un lavoro e l'altro, la sera nel nostro letto, non ci deve più lasciare, se non come ci abbandona la vita o lo spirito.


Madeleine Delbrêl
oi,
gente delle strade, siamo sicuri che possiamo amare Dio tanto quanto Egli
desidera essere amato da noi.
Non pensiamo che l'amore sia una cosa che brilla, ma una cosa che consuma;
pensiamo che fare delle piccole cose per Dio ce lo fa amare tanto quanto fare
delle grandi azioni. Noi credenti non sappiamo che due cose: la prima, che tutto
quello che facciamo non può essere che piccolo; la seconda, che tutto ciò che fa
Dio è grande.
Questo ci rende tranquilli di fronte all'azione.
Noi sappiamo che tutto il nostro lavoro consiste nel non agitarci sotto la
grazia, nel non scegliere le cose da fare e che è Dio che agirà per mezzo
nostro.
Poiché troviamo nell'amore un'occupazione sufficiente, non perdiamo tempo per
classificare gli atti in preghiere e in azioni. Troviamo che la preghiera è
un'azione e l'azione una preghiera; ci sembra che l'azione veramente amorosa sia
tutta piena di luce.
Non ci sembra che l'azione ci inchiodi sul nostro terreno di lavoro, di
apostolato o di vita. Al contrario, ci pare che l'azione compiuta alla
perfezione là dove ci è richiesta ci saldi su tutta la Chiesa, ci diffonda in
tutto il suo corpo, ci faccia disponibili in essa. Per questo i nostri piccoli
atti, nei quali non sappiamo distinguere tra azione e preghiera, uniscono così
perfettamente l'amore di Dio e l'amore dei nostri fratelli.
Ogni atto docile ci fa ricevere con pienezza Dio e donare con pienezza Dio in una grande libertà di spirito. Allora la vita è una festa.


Bruno Ferrero da “C'è Qualcuno Lassù”
uando
il buon Dio decise di creare il padre, cominciò con una struttura piuttosto alta
e robusta.
Allora un angelo che era lì vicino gli chiese: "Ma che razza di padre è questo? Se i bambini li farai alti come un soldo di cacio, perché hai fatto il padre così grande? Non potrà giocare con le biglie senza mettersi in ginocchio, rimboccare le coperte al suo bambino senza chinarsi e nemmeno baciarlo senza quasi piegarsi in due!".
Dio sorrise e rispose: "E' vero, ma se lo faccio piccolo come un bambino, i
bambini non avranno nessuno su cui alzare lo sguardo".
Quando poi fece le mani del padre, Dio le modellò abbastanza grandi e muscolose.
L'angelo scosse la testa e disse: "Ma... mani così grandi non possono aprire e
chiudere spille da balia, abbottonare e sbottonare bottoncini e nemmeno legare
treccine o togliere una scheggia da un dito".
Dio sorrise e disse: "Lo so, ma sono abbastanza grandi per contenere tutto quello che c'è nelle tasche di un bambino e abbastanza piccole per poter stringere nel palmo il suo visetto".
Dio stava creando i due più grossi piedi che si fossero mai visti, quando l'angelo sbottò: "Non è giusto. Credi davvero che queste due barcacce riuscirebbero a saltar fuori dal letto la mattina presto quando il bebè piange? O a passare fra un nugolo di bambini che giocano, senza schiacciarne per lo meno due?".
Dio sorrise e rispose: "Sta' tranquillo, andranno benissimo. Vedrai: serviranno
a tenere in bilico un bambino che vuol giocare a cavalluccio o a scacciare i
topi nella casa di campagna oppure a sfoggiare scarpe che non andrebbero bene a
nessun altro".
Dio lavorò tutta la notte, dando al padre poche parole, ma una voce ferma e
autorevole; occhi che vedevano tutto, eppure rimanevano calmi e tolleranti.
Infine, dopo essere rimasto un po' sovrappensiero, aggiunse un ultimo tocco: le
lacrime. Poi si volse all'angelo e domandò: "E adesso sei convinto che un padre
possa amare quanto una madre?". (Ernia Bombeck)
Degli studenti universitari ebbero come compito per il fine settimana un lungo e caloroso abbraccio al loro papà.
"Non posso farlo" - protestò uno - "mio padre morirebbe".
"E poi" - disse un altro - "mio padre sa che lo amo".
"Allora è facile" replicò il professore. "Perché non lo fai?".
Il lunedì seguente tutti parlavano,
sorpresi, di come fosse stata soddisfacente l'esperienza.
"Mio padre si è messo a piangere!" - diceva uno.
E un altro: "Strano. Mio padre mi ha ringraziato".

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa”
na
catechista aveva raccontato ai suoi ragazzi del catechismo la parabola del
figliol prodigo, ma si era accorta che dopo un po' molti si erano distratti.
Allora aveva chiesto che gliene scrivessero il riassunto.
Uno di loro scrisse così: Un uomo aveva due figli, quello più giovane però non
ci stava volentieri a casa, e un giorno se ne andò via lontano, portando con sé
tutti i soldi. Ma ad un certo punto questi soldi finirono e allora il ragazzo
decise di tornare a casa perché non aveva neanche da mangiare. Quando stava per
arrivare, suo padre lo vide e tutto contento prese un bel bastone e gli corse
incontro. Per strada incontrò l'altro figlio, quello buono, che gli chiese dove
stava andando così di corsa e con quell'arnese: "E' tornato quel disgraziato di
tuo fratello; dopo quel che ha fatto si merita un bel po' di botte!". "Vuoi che
ti aiuti anch'io, papà?". "Certo", rispose il padre.
E così, in due, lo riempirono di bastonate. Alla fine il padre chiamò un servo e gli disse di uccidere il vitello più grasso e di fare una grande festa, perché s'era finalmente tolto la voglia di suonargliele a quel figlio che gliel'aveva combinata proprio grossa!
Capire la logica del cuore di Dio è difficile per tutti.

Bruno Ferrero da “Ma Noi Abbiamo le Ali”

Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al Maestro di Falconeria perchè li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
"E l'altro?" chiese il re.
"Mi dispiace, sire, ma
l'altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia
rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo
dell'albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve
arrampicarsi ogni giorno per portargli cibo".
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì
a far volare il falco.
Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno potè schiodare il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull'albero, giorno e notte.
Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re
spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava
superbamente tra gli alberi del giardino.
"Portatemi l'autore di questo miracolo", ordinò.
Poco dopo gli presentarono un giovane contadino.
"Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?" gli chiese il re.
Intimidito e felice, il giovane spiegò:"Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare".
Talvolta, Dio permette a qualcuno di tagliare il ramo a cui siamo tenacemente attaccati, affinchè ci rendiamo conto di avere le ali.

Madeleine Delbrêl
elle
strade, sui metrò, in questa folla, cuore contro cuore, schiacciati tra tanti
corpi, il nostro cuore palpita come un pugno chiuso su un uccellino.
Lo Spirito Santo, tutto lo Spirito Santo nel nostro povero cuore, è come un mare che vuole a tutti i costi uscire, espandersi e penetrare in tutti questi esseri senza vie d'uscita.
Poter
percorrere tutte le strade, sedersi in tutti i metrò, salire tutte le scale,
portare il Signore dappertutto: ci sarà bene qui o là un'anima che abbia
mantenuto la sua fragilità umana davanti alla grazia di Dio, un'anima che abbia
dimenticato di corazzarsi d'oro o di cemento.
E poi pregare, pregare come si prega in mezzo ad altri deserti, pregare per
tutta questa gente, così vicina a noi, così vicina a Dio.
Deserto di folle.
Immergersi nella folla come nella sabbia bianca.
Deserto di folle, deserto d'amore.
Nudità dell'amore vero.
Non rimpiangiamo né la compagna né l'amico che comprenderebbero tutto ciò che abbiamo nel cuore, né l'ora dolce in un angolo di chiesa, né il libro amato nella nostra casa.
Deserto dove si è preda dell'amore.
Missioni nel deserto, missioni senza fallimento, missioni sicure, missioni in cui si semina Dio all'interno del mondo, sicuri che germoglierà da qualche parte, poiché: «Dove non c'è amore, mettete amore e raccoglierete amore».
Questo amore che ci abita, questo amore che esplode in noi, non ci modellerà forse?

Piero Gribaudi
da “Il Libro della Saggezza Interiore”

Un uomo molto buono aveva una faccia cattiva, mentre aveva una faccia buona un uomo molto cattivo. Ma mentre il secondo approfittava della sua faccia per fare cose molto cattive, il primo, a causa della sua faccia, poteva fare pochissime cose buone.
Una sera s'incontrarono. L'uomo cattivo dalla faccia buona, al vedere una faccia tanto cattiva si disse:"Una faccia così non può che appartenere a un uomo molto più cattivo di me", e girò alla larga. L'uomo buono dalla faccia cattiva, invece, al vedere una faccia così buona si disse:"Una faccia così chissà quante cose buone saprà fare". E decise di seguirla per partecipare di tanta bontà.
Quella notte stessa, l'uomo cattivo compì un terribile misfatto. L'altro non volle credere ai suoi occhi."E' stato certamente uno sbaglio", si disse; e per non fargli perdere la faccia si accusò lui del misfatto.
L'uomo dalla faccia buona, vedendosi salvato da uno dalla faccia tanto cattiva, si disse:"Se uno dalla faccia così può fare un gesto tanto generoso, figurarsi io che ho la faccia buona". E, convertitosi, divenne buono.
Tutti furono contenti di avere fra loro un nuovo buono, la cui bontà aveva stampata in faccia. E furono ugualmente contenti di poter dire: "Quella faccia cattiva non poteva che finire in galera".
Ma la loro contentezza non aveva niente a che fare con quella dell'uomo buono dalla faccia cattiva, che aveva finalmente potuto fare la cosa più incredibilmente buona che si possa fare al mondo: cambiare, con la sola propria faccia, la vita di un altro e fare tutti contenti.

Madeleine Delbrêl
are
silenzio è ascoltare Dio; è eliminare tutto ciò che ci impedisce di ascoltare o
di capire Dio. Fare silenzio è ascoltare Dio dovunque parli, da coloro nei quali
parla nella Chiesa fino a coloro coi quali Cristo si è identificato in un altro
modo e che ci chiedono la luce, o il nostro cuore, o del pane. Fare silenzio è
ascoltare Dio dovunque esprima la sua volontà, nella preghiera e al di fuori
della preghiera propriamente detta.
Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo. Il giorno in cui ci
mancasse, significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo.
Tutti i rumori che ci circondano fanno molto meno strepito di noi stessi. Il
vero rumore è l'eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe
inevitabilmente il silenzio.
Il silenzio è la sede della Parola di Dio e se, quando parliamo,
ci limitiamo a ripetere quella Parola, non cessiamo di tacere.
Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come
altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposare e risuonare.
In
certi ammassi umani dove l'odio, l'avidità, l'alcool segnano il peccato,
conosciamo un silenzio di deserto e il nostro cuore si raccoglie con una
facilità estrema perché Dio vi faccia squillare il suo nome: «Voce che risuona
nel deserto».
![]()

Piero Gribaudi da “Il Libro della Saggezza Interiore”

Di un uomo dalle ricche e molteplici doti si diceva che era di una grande umiltà
poiché rifuggiva le lodi, disdegnava gli onori, detestava l'ammirazione. Viveva
appartato. Non si apriva con nessuno, anche se era solito osservare ed ascoltare
gli altri. Pur disponendo di mezzi, conduceva una vita frugale.
Un giorno, tra le molte sue attività, ne scelse una cui non aveva ancora potuto
dedicarsi: scrisse un libro, un libro sull'umiltà.
Ebbe un grandissimo successo. E anche se apparve anonimo, nessuno ebbe alcun dubbio che fosse lui l'autore. Lucida, profonda e appassionata, l'opera colpì i cuori e commosse le anime.
"Solo una grande umiltà vissuta, fatta tutt'uno con sé, poteva far nascere un'opera simile", commentarono tutti.
Tutti tranne uno, che sapeva guardare dietro le apparenze. Letto il libro, fu felice dei frutti che avrebbe dato. Ma non poté nascondersi questo pensiero: "Solo una grande superbia vissuta, fatta tutt'uno con sé, ha potuto dar vita ad un'opera simile". Egli era fra quei pochissimi che sanno come, diversamente da quanto appaia, dietro a molte opere sante si nascondano sovente uomini peccatori.

Bruno Ferrero da
”Il Segreto dei Pesci Rossi”

C'era una volta una piccola pozzanghera. Era felice di esistere e si divertiva maliziosamente quando schizzava qualcuno con l'aiuto di un'automobile. Aveva paura solo di una cosa: del sole.
"E' la morte delle pozzanghere", pensava rabbrividendo.
Un poeta che camminava con
la testa sognante finì dentro alla pozzanghera con tutti e due i piedi, ma
invece di arrabbiarsi fece amicizia con lei.
"Buongiorno" disse, e la pozzanghera rispose: "Buongiorno!".
"Come sei arrivata quaggiù?" chiese il poeta.
Invece di rispondere la pozzanghera raccolse tutte le sue forze e rispecchiò la volta celeste.
Parlarono a lungo del Grande Padre, la pioggia, e del fatto che la pozzanghera aveva tanta paura del sole.
Il buon poeta volle farle
passare quella paura. Le parlò dell'incredibile vastità del mare, del guizzare
dei pesci e della gioia delle onde. Le raccontò anche che il mare era la patria
e la madre di tutte le pozzanghere del mondo e che la vita della terra e del
mare era dovuta al sole. Anche la vita delle pozzanghere.
La sera abbracciò il poeta e la pozzanghera ancora assorti nel loro muto
dialogo.
Alcuni giorni dopo, il poeta tornò dalla sua umida amica.
La trovò che danzava nell'aria alla calda luce del sole.
La pozzanghera spiegò: "Grazie a te ho capito. Quando il sole mi ha avvolto con la sua tenerezza, non ho più avuto paura. Mi sono lasciata prendere e ora parto sulle rotte delle oche selvatiche che mi indicano la via verso il mare. Arrivederci e non mi dimenticare".
Un pezzo di carbone si sentiva sporco, brutto e inutile. Decise di diventare bianco e levigato. Provò diversi prodotti chimici e varie operazioni chirurgiche. Niente da fare.
"C'è soltanto il fuoco", gli dissero.
Il pezzo di carbone si buttò nel fuoco. Divenne una creatura luminosa, splendente, calda, irradiante, magnifica.
"Ti stai consumando", gli dissero.
"Ma dono luce e calore",
rispose il pezzo di carbone, finalmente felice.
Lasciati prendere dal sole e dal fuoco dello Spirito. Splenderai come un astro
del cielo sulle rotte dell'infinito.
![]()

Charlie Chaplin

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino.
Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato... lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano". Allora la moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio." Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.
Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo... lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa." Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.
Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!" Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.
Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: "Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta: gli spaccheranno la schiena!". Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino.
Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: "Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!
Conclusione: Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che
incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi.
Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi: canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi
Siti consigliati
