Brandelli di storie

Da "Annibale M. Di Francia nella vita e nelle opere"

 

van Gogh, Il buon samaritano, The Good Samaritan Non possiamo tacere un episodio di quell’età giovinetta, che fu come un saggio luminoso della carità che animava il suo cuore.

Un povero accattone, venuto alle porte del Collegio a chiedere un po’ di pane, fu caritatevolmente ammesso, sulla fine del pranzo, a sedere in un posto remoto del refettorio degli educandi, e gli si porse la minestra.

Or ecco che i fanciulli spensierati, traendo di quel povero infelice argomento di giuoco, tra il vocio del conversare, le risa e il rumore delle stoviglie, con a capo il loro prefetto, fecero il povero affamato bersaglio di tutte le bucce e rimasugli di ogni genere, talchè il poverino, mortificato, dolente, si alzò per andarsene.

Quand’ecco M. Annibale con gli occhi rossi, strappa dalla tavola frutta, pane e quanto può, lo segue, gli offre i suoi doni, lo conforta, e quegli si commuove, piange e l’abbraccia.

Preludio di quelle scene che rinnoverà più tardi il P. Francia, quando la sera a cena ripulirà la mensa, e, con le tasche piene, si addentrerà nelle catapecchie di Avignone per sfamare i suoi poveri!

 

 


Continua a suonare!

V

olendo incoraggiare il proprio bambino a fare progressi nel suonare il pianoforte, una madre portò il proprio piccolo ad un concerto di Paderewski.

Dopo essersi seduta, la madre vide un’amica nella platea e andò a salutarla.

Il piccolo, stanco di aspettare, si alzò, attraversò la sala ed arrivò davanti ad una porta su cui c’era scritto: “Vietato entrare”. Quando le luci si attenuarono e il concerto stava per iniziare, la madre ritornò al suo posto e vide che suo figlio non era più là. All’improvviso il sipario si aprì e le luci furono puntate sul grande pianoforte al centro del palcoscenico.

Sgomenta, la madre vide suo figlio seduto tranquillamente davanti al pianoforte mentre suonava il motivetto: “Mambrú andò alla guerra”. A quel punto, il grande maestro fece la sua entrata, si recò velocemente al piano e sussurrò all’orecchio del bambino: “Non smettere, continua pure a suonare”.

Quindi Paderewski stese la mano sinistra e cominciò a suonare la parte del basso. Poi pose la mano destra vicina a quella del bambino e vi aggiunse un bell’accompagnamento musicale.

Entrambi, il vecchio maestro e il piccolo apprendista, trasformarono così una situazione imbarazzante in un evento fortemente creativo. Il pubblico ascoltò emozionato.

Così vanno le cose quando si è con Dio. Ciò che possiamo ottenere con le nostre forze, facciamolo il meglio che possiamo. I risultati non saranno sublimi. Però, con l’aiuto delle mani del Maestro, le opere della nostra vita saranno veramente melodiose. La prossima volta che decidi di fare qualcosa di grande, ascolta attentamente. Potrai udire la voce del Maestro che sussurra al tuo orecchio: “Non ti fermare, continua a suonare”. Senti le sue braccia amorose attorno a te. Senti che le sue forti mani stanno suonando il concerto della tua vita. Ricorda, Dio non chiama i dotati. Dota coloro che egli chiama. Che qualcuno suoni nella nostra vita è un privilegio. Suonare nella vita di qualcuno è un onore. Aiutare gli altri a fare della loro vita una melodia è un piacere indescrivibile.

 


Dalla Leggenda maggiore di 
San Bonaventura da Bagnoregio

S

pesso, discorrendo della povertà, Francesco applicava ai frati quell'espressione del vangelo: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo. 1 (Mt 8,20).

Per questo motivo ammaestrava i frati a costruirsi casupole poverelle, alla maniera dei poveri, ad abitare in esse non come in casa propria, ma come in case altrui, da pellegrini e forestieri.

Diceva che il codice dei pellegrini è questo: raccogliersi sotto il tetto altrui, sentir sete della patria, passar via in pace.

Dava ordine, talvolta, ai frati di demolire le case che avevano costruite o di lasciarle, quando notava in esse qualcosa che, o quanto alla proprietà o quanto al lusso, urtava contro la povertà evangelica.

Il Santo diceva che la povertà è il fondamento del suo Ordine, la base principale su cui poggia tutto l'edificio della sua Religione, in modo tale che, se essa è solida, tutto l'Ordine è solido; se essa si sfalda, tutto l'Ordine crolla.

Insegnava, avendolo appreso per rivelazione, che il primo passo nella santa religione, consiste nel realizzare quella parola del Vangelo: Se vuoi essere perfetto, va vendi quello che possiedi, dallo ai poveri. 2 (Mt 19,21). Perciò ammetteva nell'Ordine solo chi aveva rinunciato alla proprietà e non aveva tenuto assolutamente nulla per sé.

 

Nient'altro possedeva, il povero di Cristo, se non due spiccioli, da poter elargire con liberale carità: il corpo e l'anima. Ma corpo e anima, per amore di Cristo, li offriva continuamente a Dio, poiché quasi in ogni istante immolava il corpo col rigore del digiuno e l'anima con la fiamma del desiderio: olocausto, il suo corpo, immolato all'esterno, nell'atrio del tempio; incenso, l'anima sua, effusa all'interno del tempio.

Ma, mentre quest'eccesso di devozione e di carità lo innalzava alle realtà divine, la sua bontà affettuosa si espandeva verso coloro che natura e grazia rendevano suoi consorti.

Non c'è da meravigliarsi: come la pietà del cuore lo aveva reso fratello di tutte le altre creature, cosi la carità di Cristo lo rendeva ancor più intensamente fratello di coloro che portano in sé l'immagine del Creatore e sono stati redenti dal sangue del Redentore.

Non si riteneva amico di Cristo, se non curava con amore le anime da Lui redente.

Niente, diceva, si deve anteporre alla salvezza delle anime, e confermava l'affermazione soprattutto con quest'argomento: l'Unigenito di Dio, per le anime, si era degnato salire sulla Croce.

 

Leggenda maggiore, II, capp.VII,l‑3.IX,3‑4. Fonti francescane, Padova, 1988,889‑891.913.


I

n un dei miei incontri gli avevo chiesto quasi a bruciapelo: “Monsignore, ma lei non ha paura? Lei si sposta in città senza scorta. I nostri vicini non scherzano, prima o poi potrebbero mettere in atto le loro minacce. Lei ha parlato chiaro dinanzi al mondo intero. Sì, ha salvato dei Tutsi, ma ha anche denunciato, rivelando al mondo intero le loro colpe”. Sapevo che da più parti gli avevano chiesto di lasciare Bukavu. Da molte fonti d'informazione, si sapeva che la città sarebbe stata invasa.., “Padre Luigi - mi aveva risposto con tono beffardo ma anche molto responsabile - non sei solo tu a pormi questa domanda. Sì, ho la possibilità di lasciare, ma la popolazione dove fuggirà? Il Signore Gesù non ci ha forse detto: «Abbiate paura di chi uccide lo spirito ma non di chi uccide il corpo»…La morte fa paura a tutti… ma che pastore sarei se dimostrassi apertamente le mie paure? Siamo stati scelti da Dio per confermare i nostri fratelli nella fede e dar loro speranza di un futuro migliore… sono come la sentinella…”. Aveva deciso di essere pastore e sentinella della sua gente fino alla fine.

(Da un’intervista di P. Luigi Lo Stocco a Mons. Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu)


Investita dall’Amore

Per molti santi la solennità del Corpus Domini ossia “Santissimo Corpo e Sangue di Cristo’’, e in essa la processione, fu ‘luogo teofanico’ di un incontro col Risorto capace di cambiare l’orientamento della vita. Fu così anche, ad esempio, per la Serva di Dio Madre Maria Oliva Bonaldo del Corpo Mistico, fondatrice delle Figlie della Chiesa, della cui esperienza vogliamo riportare una pagina tratta dalla biografica documentata appena edita.

I

l 22 maggio del 1913 segna in modo indelebile la vita della ventenne Maria Oliva Bonaldo. Durante la processione cittadina del Corpus Domini, alla quale partecipa dopo aver vinto un forte senso di riluttanza, la SdD (Serva di Dio n.d.r.) fu raggiunta da una straordinaria grazia, una ‘‘folgorazione’’, come la chiama.

Dovetti lottare con questo sentimento – dirà la SdD, nel 1938 – nell’interno della mia anima si accavallavano pensieri, ricordi; il ricordo caro della mia mamma che era devotissima dell’Eucaristia e che ci preparava alla processione con grande solennità; dava ad ognuna di noi figlie da portare un simbolo, io portavo un calice con un grappolo d’uva. Insomma affrontai la lotta, mi vestii di bianco e con una mia compagna ci mettemmo in fila, dietro a Gesù. La processione era composta di poche persone e chi vi partecipava era segnato come un bigotto.

… Maria Oliva aveva conseguito da soli tre anni il Diploma Magistrale e l’Abilitazione e aveva iniziato subito ad esercitare con passione, impegno e competenza l’insegnamento, quando ‘‘all’improvviso’’, in occasione della processione eucaristica che tradizionalmente si snodava per le vie della città, sentì ‘‘la spinta a professare pubblicamente’’ la sua fede nella presenza reale di Gesù Eucaristia”.

“All’improvviso’’ è l’avverbio usato dalla SdD; ma seguendo il racconto da lei stessa fatto alle sue figlie, fin dalle prime battute, si capisce che era un ‘‘improvviso’’ simile a quel apparente “improvviso” in cui sboccia un fiore di primavera preparato dal lungo inverno.

… Mentre Castelfranco si prepara a portare Gesù Eucaristia lungo le strade, Maria Oliva sostiene una grande lotta in se stessa: l’amor proprio e il rispetto umano vorrebbero farla resistere all’ispirazione e indietreggiare, ma Dio ha deciso di fare irruzione nella sua vita e Maria Oliva non si tira indietro. Sfidando, dunque, l’opinione pubblica si mette in fila dietro a Gesù, fermamente disposta ad affrontare l’ironia dei ‘‘benpensanti’’. Ne consegue una grazia straordinaria di “luce e di forza” che le cambia la vita: decide di farsi religiosa e, appena rientra in casa, lo annota sul suo quaderno di appunti.

Il Signore mi aspettava – dirà Maria Oliva – per pagarmi da Signore. Capii Gesù: ebbi un’idea chiarissima del Corpo Mistico, mi sentii cambiata, il cielo era tutto in me, le cose della terra mi parvero tristi e vanità tutto ciò che non apparteneva a Dio. Ritornai a casa un’altra. Prima di togliermi il velo scrissi nel mio libro d’appunti che mi sarei fatta religiosa.

Da quest’ora M. Oliva, guidata e ammaestrata da Dio, vivrà tutta proiettata verso il compimento dell’Opera [delle Figlie della Chiesa] che la grazia le ha affidato, senza disattendere in alcun modo i suoi doveri. La prima decisione pratica e immediata che, coerentemente, ne consegue in risposta alla grazia, è l’interruzione della relazione col fidanzato, cui M. Oliva provvede con immediatezza e decisione: quella sera stessa rimanda al mittente un pacco regalo, – che rientrando a casa aveva trovato sul tavolo – con un semplice e lapidario: ‘‘Tutto è finito’’. Unica testimone di questo gesto fu la sorella Stella rientrata insieme a M. Oliva dalla processione alla quale lei pure aveva partecipato, senza però avvedersi di nulla. ‘‘Tutto’’, ossia questa prima storia d’amore, finiva qui, ma per lasciare spazio ad una nuova, più intensa e irrevocabile storia d’Amore, iniziata proprio su quella benedetta piazza del Giorgione. Ora davvero ‘‘tutto’’ ricomincia perché, proprio a partire da questo momento, si apre un percorso di amore e di dolore che la SdD dovrà custodire in un ermetico silenzio per circa un ventennio…

Il progetto era nato dalla grazia che nella processione del Corpus Domini 1913 mi aveva illuminato il cuore e rivelato l’Amore di Dio. [scrive la SdD nel 1934 in Fiore di Passione, quando l’opera delle Figlie della Chiesa era avviata da appena cinque anni]…

Quando ci siamo inginocchiati [spiega in una conversazione con le Figlie della Chiesa, durante il pranzo del Corpus Domini ’65] in piazza del Giorgione, dove c’era l’altare e hanno dato la benedizione, allora ho capito per che cosa io dovevo vivere e nello stesso tempo [ho avvertito] come una forza di luce e di forza. Non l’amore: io non ho provato nessun sentimento d’amore.[...] Luce! Ho capito tutto quello che adesso dice la Lumen Gentium; per me sono cose sentite tutte. Avete capito?

Una luce che mi ha spiegato il Mistero: mio, del Signore, della vita. Un mistero molto grande, ma una cosa molto semplice. Non sarei capace di dirlo. Neanche mi sono accorta di avere una grande cosa. È come un cieco che vede la luce e ... dopo, la forza! La forza che mi ha sradicata da tutte le mie abitudini, buone, meno buone e cattive. Mi ha sradicata dolcemente subito e mi ha fatto capire che per seguire una ispirazione il Signore non dà mai la grazia se non dà insieme la forza. [...].

(Gargano F.R., Investita dall’Amore”, Maria Oliva Bonaldo del Corpo Mistico (1893-1976),  ed. Istituto Suore Figlie della Chiesa, Roma 2010, 96-98. 107).

da www.figliedellachiesa.it


Amare con i gesti di Gesù

“(Zorba) prendeva il sole sul balcone… sentì il sibilo di un oggetto volante che non seppe identificare e che si avvicinava a grande velocità. … era un uccello molto sporco. Aveva tutto il corpo impregnato da una sostanza scura e puzzolente. Zorba si avvicinò e la gabbiana tentò di alzarsi trascinando le ali. “Non è stato un atterraggio molto elegante”, miagolò. “Mi dispiace, non ho potuto evitarlo”, ammise la gabbiana.

“Senti, sembri ridotta malissimo. Cos’è quella roba che hai addosso? E come puzzi!”. Miagolò Zorba. “Sono stata raggiunta da un’onda nera. Dalla peste nera. La maledizione dei mari. Morirò”. Stridette accorata la gabbiana. “Morire? Non dire così. Sei solo stanca e sporca. Tutto qua. Perché non voli fino allo zoo? Non è lontano e là hanno veterinari che potranno aiutarti”, miagolò Zorba.

“Non ce la faccio. Questo è stato il mio ultimo volo”, stridette la gabbiana con voce quasi impercettibile e chiuse gli occhi. “Non morire! Riposati un po’ e vedrai che ti riprendi. Hai fame? Ti porterò un po’ del mio cibo, ma non morire”, pregò Zorba avvicinandosi alla gabbiana esausta.

Vincendo la ripugnanza il gatto le leccò la testa. La sostanza di cui era ricoperta aveva anche un sapore orribile. Mentre le passava la lingua sul collo notò che la respirazione dell’uccello si faceva sempre più debole…

L. Sepulveda

daStoria di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”

 

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San Girolamo narra che ad Efeso i cristiani portavano spesso il vecchio San Giovanni Evangelista, che non poteva andare da solo, alle riunioni dei discepoli, e che diceva loro costantemente "Figlioli, amatevi gli uni gli altri". Di fronte a tanta insistenza, gli domandarono perché diceva sempre lo stesso, e San Giovanni rispose: "Perché il Maestro lo faceva. È il comandamento del Signore, e se si compie, esso solo basta".

“Amatevi gli uni gli altri”

(San Girolamo, Comm. In Gal. II, 3, 6.)


 

…. A me, Padre, basta il solo vederti

 

 

 

U

n discepolo chiese al padre Poemen: "Alcuni fratelli vivono con me; vuoi che dia loro ordini?". "No ‑ gli rispose l'anziano ‑ fa' il tuo lavoro tu, prima di tutto; e se vogliono vivere, penseranno a se stessi. Il fratello gli ribatte: "Ma sono proprio loro, padre, a voler che io dia ordini ad essi. Dice a lui l'anziano: “No! Diventa per loro un modello, non un legislatore".

Un giovane andò a trovare un asceta anziano, istruito nelle vie della perfezione. Ma l'anziano non diceva sillaba. L'altro gli domandò la ragione di tal silenzio ostinato. "Sono forse un superiore per darti ordini?" - gli rispose l'anziano. “Non dirò nulla. Fa', se vuoi, quel che mi vedi fare". Da allora il giovane imitò in tutto l'asceta e imparò il senso del silenzio.

Tre padri avevano la consuetudine di andare ogni anno dal beato Antonio: due di loro lo interrogavano sui pensieri e sulla salvezza dell'anima; il terzo invece sempre taceva e non domandava nulla. Dopo lungo tempo, il padre Antonio gli dice: "È tanto ormai che vieni qui e non mi domandi nulla". Gli rispose: "A me, padre, basta il solo vederti”.

 

 Poemen 188. Vita e detti dei Padri del deserto,Trad. Mortari, Roma, 1975,vol.20,124."Contac”,58,1867. Antonio,27.Op.cit.,trad.Mortari,Roma,1975,vo1°,91.

Letture della preghiera notturna dei certosini


Un’esperienza d'amore

T

utto procedeva normalmente. I nostri tre figli, Francesco, Vincenzo e Gabriele, da crescere, la casa e il lavoro. Il nostro rapporto con Dio e con gli altri, non immediatamente prossimi, relegato al tempo “libero”, cioè quando non c’era altro di più “importante” da fare.

E per una mamma che lavora il tempo libero è poco. All’età di due anni, il più piccolo, Gabriele, in seguito ad una grave malattia, entra in coma e così inizia una precipitosa e tragica discesa nel baratro del non senso di un dolore innocente, dell’inutilità di tutte quelle certezze che in quel momento si rivelarono vanità.

La speranza di un miracolo ci portò a rivolgerci con fiducia a Maria e così lentamente iniziò una salita verso quella che cominciavamo a intuire come una luce gentile.

Maria ci ha fatto, e lo fa a ciascuno di noi, il dono più importante della nostra vita: suo figlio Gesù.

Cominciò così la nostra salita verso il Tabor. La legge e i profeti dell’Antico Testamento iniziavano nella nostra vita ad assumere il sapore nuovo dell’Amore e la passione e morte di Cristo ci rivelavano il grande mistero del donarsi, aprendoci una strada impensabile e piena di gioiose sorprese nella nostra sofferenza. Nel tenero e materno grembo della Chiesa che ci custodisce, ci nutre e ci “educa” all’amore, il Padre indica il Figlio manifestando il Suo amore per noi.

Gesù offre il suo dolore innocente perché ogni creatura possa diventare figlia di Dio. In questo modo ci è svelato che l’amore del Padre per noi è così grande da assumere la fragilità della condizione umana, così grande da diventare compagno nelle tante strade della sofferenza: Dio onnipotente si fa fragile per amore!

Questa rivelazione non può che trasfigurare la nostra vita, la nostra maniera di essere. Il tempo “libero” è colmato dalla gioia del condividere con i fratelli, la sorpresa per un Bene infinito e universale: il tempo dedicato agli altri diventa importante. Per me questa scoperta ha significato l’impegno nell’ufficio pastorale disabili e nella Chiesa di Palermo. I tanti fratelli incontrati in questo faticoso ma irrinunciabile servizio sono dei piccoli pezzi unici e originali che insieme costituiscono il volto di Cristo trasfigurato dall’amore.

Una famigliA


Una storia di fedeltà

D

i Iqbal Masih, ci ha parlato qualche giorno fa l’insegnante. Sono ansioso di vederlo quel bambino pakistano coraggioso che per anni è stato costretto a lavorare i tappeti per 12 ore al giorno, legato spesso ad una catena e che una volta fuggito da questa tremenda schiavitù è andato per il mondo a far conoscere e a denunciare le sofferenze di tanti bambini come lui.

Iqbal, il piccolo sindacalista dei bambini, che ha pagato con la vita questo suo desiderio di giustizia.

Preparo la mia macchina del tempo, inserisco l’anno 1995 e di colpo eccomi in Pakistan. Mi ritrovo nella città di Muridke attorniato da tante persone che mi guardano stranite. A fatica riesco a chiedere dove si trovi Iqbal. Un ragazzo di circa 12 anni, suo amico e coetaneo, si offre di accompagnarmi da lui. Finalmente incontro Iqbal che sta scorrazzando felice con la sua bicicletta insieme ai cugini. Invita me e il suo amico a prendere la bicicletta per fare un giro con loro.

Iqbal è un ragazzo sorridente, felice di vivere e di lottare per le persone private dei diritti. Mentre pedaliamo gli chiedo se ha paura e se teme qualche ritorsione del suo ex-padrone. Iqbal scuote il capo e, facendomi capire che non ne ha, mi risponde con piglio risoluto:“Non ho più paura del mio padrone: è lui che ha paura di me, della nostra ribellione. Io voglio studiare, voglio diventare un avvocato per difendere tutti i bambini”. Questa sua determinazione mi lascia stupito. Iqbal se ne

accorge, mi invita a fermarci e una volta scesi dalle biciclette, mi abbraccia dicendomi:“Io ho un sogno…la giustizia. Nessun bambino dovrebbe impugnare mai uno strumento di lavoro. Gli unici strumenti di lavoro che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne e matite”.

Con gioia ricambio l’abbraccio, lo ringrazio e quando dico che devo ritornare in Italia con la mia macchina del tempo rimane stupito. Vuole che gli spieghi come ho fatto a costruirla e poi salutandomi mi dice di ricordare sempre a tutti i ragazzi quanto sia bella una vita spesa per la giustizia, per la pace e nell’aiuto degli altri. Con il cuore contento e con un forte desiderio di pace, torno alla mia macchina del tempo e alla mia nazione. Non posso dimenticare una data: il 16 aprile 1995 è il giorno di Pasqua.

Iqbal muore perché era rimasto fedele al suo sogno di giustizia e di libertà per tutti i bambini. Viene ucciso da 2 uomini che gli sparano a bruciapelo.

da “Italia Missionaria” novembre 2005


Le calze di Giovanni

Bruno Ferrero

N

el XIX secolo, in una cittadina inglese, dopo mesi di lavoro, una schiera di muratori aveva terminato la costruzione di un’altissima ciminiera per una fabbrica.

L’ultimo operaio era sceso dalla vertiginosa impalcatura di legno. L’intera popolazione della città era là per festeggiare l’evento e soprattutto per assistere alla caduta spettacolare dell’impalcatura. Appena il castello di assi e travi crollò tra il frastuono, la polvere, le risate e le grida della gente, con stupore si vide spuntare sulla sommità della ciminiera la testa di un muratore che aveva appena terminato il lavoro nel colletto interno. La folla degli spettatori ammutolì di colpo e l’orrore cominciò a serpeggiare in mezzo a loro: “Ci vorranno giorni per alzare un’altra impalcatura… E di qui ad allora quel muratore sarà morto di freddo… o di sete… o di fame…”.

In mezzo alla gente c’era anche la mamma del muratore, che sembrava disperata… Ma poi ad un tratto si fece largo e, arrivata sotto la ciminiera, fece un segno al figlio e gridò: “Giovanni, togliti le calze!”. Un mormorio si diffuse: “Poverina, il dolore le ha fatto perdere la ragione…”. Ma la donna insistette. Per non preoccuparla di più, Giovanni si tolse la calza. La donna gridò di nuovo: “Rovesciala e cerca il nodo, poi tira”.

L’uomo ubbidì e ben presto si trovò in mano una grossa manciata di lana.

“Fai lo stesso con l’altra e lega insieme i fili e poi buttane giù il capo. E tieni l’altro ben saldo fra le dita”. Giovanni eseguì. Al filo di lana fu legato un filo di cotone che l’uomo tirò fino in cima. Poi al filo di cotone fu attaccata una cordicella e alla cordicella una corda e infine un robusto cavo. Giovanni lo fissò saldamente alla ciminiera e scese in mezzo agli “urrà” della gente.

La tua vita e la tua salvezza dipendono da cose piccole e fragili, che molto probabilmente già possiedi. Basta saperle scoprire e utilizzare con fiducia. Con il tuo “poco” il Signore realizzerà il Suo progetto di salvezza su di te.


Sarò carmelitana

(Padre Mariano)

U

na signorina dell'alta società romana. Era fidanzata e stava per sposarsi. Mancavano pochi mesi. Già l'appartamento era pronto, tutto bello, tutto sorridente. Si preparava un matrimonio veramente sontuoso.

Questa signorina stava in villeggiatura ai Castelli Romani. Tutte le sere scendeva giù nel paesino, da una sua villa, per prendere alla posta la lettera del suo fidanzato che in quegli ultimi mesi, per ragione di lavoro, stava in Alta Italia e le scriveva tutti i giorni. Essa imbucava la sua cartolina o lettera e ritirava quella di lui. "Quella sera imbucai la solita lettera. - raccontava, ormai anziana la protagonista. - Era estate, faceva caldo, ero stanca... La cassetta delle lettere stava sopra la parete della chiesa parrocchiale e mi venne la tentazione (perché proprio di una tentazione si trattava per me, che non mettevo piede in chiesa da più di quindici anni) di entrare in quella chiesa per riposarmi un po' al fresco. Mi avviai verso la porta della chiesa e, mentre camminavo, mi passa per la testa un'idea (ma che idea bizzarra!), una domanda, che mai mi ero fatta: Quest'uomo, al quale io sto per dedicare tutta la mia vita, mi vorrà poi bene davvero? -. - Perché no? (mi rispondevo tra me e me) Mi ha dato anelli, gioielli, ha preparato la casa per me... -.

Una seconda domanda mi passò poi per la testa: - Ma quest'uomo, domani se fosse necessario, per il mio bene, un sacrificio anche grave da parte sua, sarebbe disposto a farlo? - Io penso di sì, (continuavo a rispondermi) perché l'anno scorso non è andato a quella crociera per starmi vicino, l'anno prima lo stesso... Insomma, qualche sacrificio per amor mio, lo ha già fatto. E altri li farà certamente in seguito... -. Entro in chiesa, e nella semioscurità, mentre mi sto orientando per cercare un banco per sedermi, mi passa per la mente la domanda più assurda, la più stupida che possa passare per la mente di una fidanzata, che sta per sposarsi: Ma quest'uomo, se dovesse dare la sua vita per me, sarebbe capace di farlo?. Che cretina, che stupida, - mi dissi proprio così- ma se dà la vita... non lo sposo più!.

Ero evidentemente stanca... e come fuori di me, mi siedo, alzo la testa e vedo, là sopra il pulpito di quella povera chiesa, un Crocifisso. Io non sono una visionaria, e nemmeno una sognatrice, ma in quel momento mi sono sentita dire da quel Crocifisso: "Io ho dato la mia vita per te!".

Fu tale lo sconvolgimento della mia anima, tale il rovesciamento dei valori, inesplicabile, istantaneo, che io scattai in piedi e dissi a me stessa:” Sarò suora carmelitana!. E non ci furono ritorni. Io non avrei più potuto sposarmi, non mi sarei più sentita di farlo perché avevo 'sentito' questa affermazione, alla quale non avevo mai pensato prima e ormai la mia vita dovevo impegnarla per Lui. E sono cinquant'anni e più che sono suora carmelitana e sono felicissima. E, se ho un rincrescimento, è quello di non aver ancora saputo rendere al Signore, se non in minima parte, quello che Lui mi ha dato".


I sandali di Josè

M

olti anni fa, talmente tanti che abbiamo ormai dimenticato la data precisa, viveva in un paese del sud del Brasile un bambino di sette anni, di nome José. Aveva perduto i genitori molto presto ed era stato adottato da una zia avara che, malgrado avesse molto denaro, per il nipote non spendeva quasi nulla.

José, che non aveva mai conosciuto il significato dell'amore, pensava che la vita fosse proprio così, e non se ne addolorava. Poiché vivevano in un quartiere di gente ricca, la zia obbligò il direttore della scuola ad accettare suo nipote, pagando solo un decimo della retta mensile e minacciando di protestare con il sindaco se non lo avesse fatto.

Il direttore non ebbe scelta, ma ogni volta che poteva istruiva gli insegnanti ad umiliare José, sperando che il bambino si comportasse male e loro avessero un pretesto per espellerlo. José, tuttavia, che non aveva mai conosciuto l'amore, pensava che la vita fosse proprio così, e non se ne addolorava. Arrivò la notte di Natale.

Tutti gli alunni furono obbligati ad assistere alla messa in una chiesa distante dall'abitato, giacché il parroco locale si trovava in ferie. Strada facendo, i bambini e le bambine parlavano di quello che avrebbero trovato nelle calze l'indomani mattina: vestiti alla moda, giocattoli costosi, dolciumi, skateboard e biciclette. Erano tutti ben vestiti, come sempre accade nei giorni speciali, tranne José che indossava sempre i suoi abiti malandati e i sandali consumati e piccoli per i suoi piedi (la zia glieli aveva comprati quando lui aveva quattro anni, dicendo che ne avrebbe ricevuto un altro paio solo quando avesse compiuto i dieci anni).

Alcuni bambini gli domandarono perché fosse tanto miserabile e gli dissero che si vergognavano di avere un amico con degli abiti e delle scarpe così. Poiché José non conosceva l'amore, non si addolorava per quelle domande.

Quando entrò in chiesa, tuttavia, udì l'organo suonare, vide le luci tutte accese e la gente vestita con quanto aveva di meglio, le famiglie riunite, i genitori che abbracciavano i figli, e José si sentì la più miserabile delle creature. Dopo la comunione, invece di tornare a casa con il gruppo, si sedette sulla soglia della cappella e cominciò a piangere: anche se non conosceva l'amore, ora capiva che cosa significava ritrovarsi da solo e derelitto, abbandonato da tutti.

In quel momento, si accorse che accanto a sé c'era un bambino, scalzo, che sembrava altrettanto miserabile. Poiché non lo aveva visto prima, ne dedusse che doveva aver camminato molto per arrivare fin lì.

Pensò: «Devono fargli molto male i piedi, a questo ragazzino. Gli darò uno dei miei sandali, così per lo meno allevierò metà della sua sofferenza». Perché, malgrado non conoscesse l'amore, José conosceva la sofferenza e non desiderava che altri provassero la stessa cosa. Lasciò al bambino uno dei sandali e tornò indietro con l'altro: se lo cambiava continuamente di piede, così da non ferirsi molto con le pietre della strada.

Appena arrivò a casa, la zia vide che il nipote aveva perduto uno dei sandali e lo minacciò: se non fosse riuscito a recuperarlo entro il mattino seguente, sarebbe stato castigato severamente. José andò a letto impaurito, poiché conosceva i castighi che la zia gli dava di tanto in tanto. Tremò tutta la notte, a stento riuscì a conciliare il sonno, e quando stava quasi per riuscire ad addormentarsi, udì molte voci nel salotto. La zia irruppe  nella sua camera, domandandogli che cosa era accaduto. Ancora intontito, José andò nella sala e vide che il sandalo che aveva lasciato al bambino era lì in mezzo alla stanza, sommerso da giocattoli di ogni tipo, biciclette, skateboard, abiti.

I vicini gridavano, dicendo che i loro figli erano stati derubati, che non avevano trovato niente nelle loro calze quando si erano svegliati. Fu in quel momento che il prete della chiesa in cui avevano assistito alla messa comparve ansimante: sulla soglia della cappella era apparsa la statua di un Gesù Bambino vestito d'oro, ma con ai piedi un solo sandalo.

Immediatamente, si fece silenzio: la comunità rese lodi a Dio e ai suoi miracoli, la zia scoppiò a piangere e chiese perdono. E il cuore di José fu pervaso dalla Gioia e dal  significato dell'Amore.

Racconto di Paulo Coelho

 basato  su un testo del 1903 di François Coppée


Il Dono misterioso

E

ra l’alba a Betlemme. L’ultimo pellegrino se n’era andato e la stella scomparsa. La Vergine Maria guardava dolcemente il Bambino che si era addormentato.

Lentamente e cigolando, si aprì la vecchia porta della stalla. Sembrava spinta da un soffio di vento più che da una mano. Sulla soglia comparve una donna anziana, coperta di stracci. Maria sussultò, come se avesse visto una fata cattiva. Gesù continuava a dormire. L’asino e il bue strappavano bocconi di fieno e paglia da un mucchio che avevano davanti al muso e non degnarono di uno sguardo la nuova venuta. Maria la seguiva con lo sguardo. Ogni passo della sconosciuta sembrava lungo come dei secoli.

La vecchia continuava ad avanzare, finché fu accanto alla mangiatoia.

Gesù Bambino spalancò gli occhi di colpo e Maria si meravigliò vedendo brillare negli occhi del bambino e della donna la medesima luce di speranza. La vecchia si chinò sul Bambino. Maria trattenne il fiato. La vecchia frugò nei suoi abiti stracciati, cercando qualcosa. Parve impiegare dei secoli a trovarla.

Maria continuava a guardarla con inquietudine. Finalmente, dopo un tempo lunghissimo, la vecchia estrasse dai suoi stracci un oggetto, che rimase però nascosto nella sua mano, e lo affidò al Bambino. Dopo tutti i doni dei pastori e dei Re Magi, che cosa poteva mai essere quel dono misterioso?

Maria vedeva solo la schiena della vecchia curva sulla improvvisata culla di Gesù. Poi la vecchia si raddrizzò, come se si fosse liberata di un peso infinito che la tirava verso terra. Le sue spalle si sollevarono, il suo capo si elevò, e quasi toccava il soffitto, il suo viso ritrovò miracolosamente la giovinezza, i suoi capelli ridivennero morbidi e lucenti come seta.

Quando si allontanò dalla mangiatoia, per scomparire nell’oscurità da cui era venuta, Maria poté finalmente vedere il dono misterioso. Nelle piccole mani di Gesù brillava una mela rossa. Quella donna era Eva, la prima donna, la madre dei viventi, che aveva consegnato al Messia il frutto del primo peccato.

Perché ora, con Gesù, era nata una Creazione nuova.

E tutto poteva ricominciare.

“Tu sei benedetta fra le donne”.

Maria è la nuova Eva che con il suo sì a Dio permette di iniziare una nuova creazione.

Maria ascolta e ubbidisce alla parola di Dio per questo è BENEDETTA

Bruno Ferrero, Ave, oh Maria, Elledici, Rivoli 1995


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Le previsioni degli uomini riguardo al futuro brancolano sempre nell'incertezza, quando proprio non ci indovinano affatto.

Sant'Agostino ci racconta un episodio interessante nelle sue Confessioni.

Nella sua giovinezza Agostino aveva preso a leggere i libri degli oroscopi. "C'era, a quei tempi, un uomo di spirito, bravissimo medico di gran fama. Avevo preso a frequentarlo assiduamente e quando parlando con me venne a sapere che mi appassionavo ai libri degli oroscopi mi consigliò, con paterna benevolenza, di buttarli via, e di non sprecare dietro a quelle cose vacue la fatica e il lavoro necessari per quelle utili. Diceva di avere egli stesso studiato quei libri, al punto che nei primi anni della sua vita aveva voluto farsene una professione di cui vivere: e se aveva capito la medicina, certo poteva capire anche quei testi. E invece poi li aveva lasciati perdere e si era messo di nuovo a studiare medicina, per il semplice motivo che, come aveva potuto constatare, erano falsissimi: e lui che era una persona seria non voleva guadagnarsi la vita imbrogliando la gente. "Ma tu," mi disse, "per farti un posto nel mondo possiedi la retorica: e questo imbroglio lo coltivi liberamente, per tuo interesse, non per bisogno di soldi. A maggior ragione in questa materia devi dar credito a me, che l'avevo studiata tanto a fondo da voler vivere solo di quella." E siccome io gli chiedevo perché allora molti responsi risultavano veri, rispose molto plausibilmente che era un effetto del caso, così diffuso ovunque, in natura."

Agostino aveva un altro amico di nome Firmino. Qualche tempo dopo "quest'uomo, dunque, di nome Firmino, venne a chiedermi consiglio - come si fa con un amico carissimo - a proposito di certe questioni cui erano legate le sue speranze terrene: voleva sapere quale fosse il mio parere relativamente all'oroscopo basato sulle sue cosiddette costellazioni. Ma io, che avevo ormai una certa propensione verso il punto di vista del medico, gli feci capire che ormai ero quasi convinto fossero tutte sciocchezze e ridicolaggini. Allora mi raccontò che suo padre aveva una sfrenata curiosità per i libri di quel genere, e un amico altrettanto appassionato a quegli studi, che vi si dedicava insieme con lui. Con pari entusiasmo e interesse i due alimentavano l'intimo fuoco con quelle sciocchezze, al punto che osservavano perfino i parti delle bestie di casa, prendendo nota delle posizioni celesti, in modo da raccogliere dati per la loro arte - per così dire.

E diceva di aver sentito raccontare dal padre che mentre sua madre era incinta di lui, Firmino, anche una donna dell'amico paterno, una della servitù, si gonfiava nell'attesa di un figlio. Il che non poteva sfuggire al padrone. E così avvenne che entrambi calcolarono con minuziosa precisione, l'uno per la moglie e l'altro per la serva, il giorno, l'ora e il minuto di sgravarsi. E partorirono entrambe nello stesso momento, così che furono costretti ad assegnare rispettivamente al figlio e al piccolo servo le stesse identiche costellazioni fino al più minuto dettaglio. Infatti, quando tutt'e due le donne entrarono in travaglio, i due padroni di casa si fecero reciprocamente sapere a che punto stavano le cose in casa propria, e disposero di servi da mandarsi l'un l'altro, appena fosse stata loro annunciata la nascita dei piccoli.

E così, diceva, i messaggeri delle due parti si erano incontrati tanto esattamente a metà strada che i due padroni di casa non avrebbero assolutamente potuto registrare la minima differenza nella posizione delle stelle e nel computo degli istanti. Eppure Firmino, nato signore, se ne andava spedito e brillante per le vie del mondo, vedeva accrescersi il patrimonio, saliva di successo in successo: e quel servo, che non si era per nulla scrollato di dosso il giogo della sua condizione, continuava a servire i suoi padroni: era Firmino stesso, che l'aveva conosciuto, a confermarlo.

Dopo questo racconto - al quale non potevo che prestar fede, visto il narratore - ne dedussi senza più incertezza che i responsi veri ottenuti consultando gli oroscopi non sono opera d'arte ma di sorte, come quelli falsi non sono effetto dell'incompetenza ma dell'infido caso.

Qui termina il racconto. La conclusione per Agostino è chiara: il destino è personale e ognuno è responsabile di se stesso.

Don Daniele Muraro

 


L’ombra del santo

 

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’era un tempo un uomo così pio che anche gli angeli si beavano nel vederlo.

Malgrado fosse così santo, egli non se ne rendeva assolutamente conto.

Compiva i suoi doveri quotidiani irradiando bontà con la stessa naturalezza con cui i fiori diffondono il loro profumo e i lampioni la loro luce.

La sua santità consisteva nel fatto che egli dimenticava il passato delle persone e le vedeva come erano in quel momento e andava al di là delle loro apparenze, per arrivare nell’intimo del loro essere, dove erano innocenti e pure e del tutto ignare di ciò che stavano facendo.

Perciò egli amava e perdonava tutti coloro che incontrava e non trovava in questo nulla di strano, poiché era il risultato del suo modo di vedere gli altri.

Un giorno un angelo gli disse: «Sono stato mandato da Dio; domanda tutto ciò che vuoi e ti sarà dato. Desideri avere il dono di guarire la gente?».

«No, preferisco che sia Dio stesso a guarire», disse il santo. «Vorresti riportare i peccatori sulla retta via?», ribatté l’angelo. «No, non è compito mio toccare il cuore degli uomini. E il lavoro degli angeli», rispose. Soggiunse l’angelo:«Ti piacerebbe essere un tale modello di virtù che la gente si senta spronata a imitarti?». E il santo: «No, perché così sarei sempre al centro dell'attenzione».

Non avendo altro che dire l’angelo concluse: «Che cosa desideri allora?».

E il santo disse: «La grazia di Dio è tutto ciò che desidero». «No, devi chiedere una dote miracolosa o ti verrà imposta». «Beh, allora domando che sia compiuto del bene per mezzo mio, senza che io lo sappia».

Fu quindi deciso che l’ombra di quel santo uomo fosse dotata di proprietà miracolose tutte le volte che egli stava di spalle. Così, dovunque la sua ombra si posasse, purché fosse dietro di lui, i malati erano sanati, la terra diventava fertile, zampillavano le fontane e il volto di coloro che erano oppressi dalle pene e dalle fatiche della vita riprendevano colore. Ma il santo non sapeva niente di tutto questo, poiché l'attenzione di tutti era così concentrata sulla sua ombra che nessuno si ricordava di lui; con il suo desiderio di fare da intermediario senza essere notato fu esaudito fino in fondo.

 

 

L’Angelo di Abramo

(Leggenda popolare)

 

bramo, ormai vecchissimo, era seduto su una stuoia nella sua tenda di capo tribù, quando vide sulla pista del deserto un angelo venirgli incontro.

Ma quando l’angelo gli si fu avvicinato, Abramo ebbe un sussulto: non era l’angelo della vita, era l’angelo della morte.

Appena gli fu di fronte, Abramo si fece coraggio e gli disse: "Angelo della morte, ho una domanda da farti: io sono amico di Dio, hai mai visto un amico desiderare la morte dell’amico?".

L’angelo rispose: "Sono io a farti una domanda: hai mai visto un innamorato rifiutare l’incontro con la persona amata?".

Allora Abramo disse: "Angelo della morte, prendimi".

 

 


La fede del viandante

di Tonio Dell’Olio

 

Caro Bartimeo,

Camineiro vocè sabe no existe o camino. Paso paso, poco a poco, o camino se fais (camminatore tu lo sai che non esiste il cammino. Passo dopo passo e poco a poco si apre il cammino).

Sono i versi di una canzone brasiliana che associo immediatamente alla tua esperienza di cammino. Come il camminatore della foresta, cui si riferisce la canzone, non conosce la strada e la apre ad altri a colpi di machete facendosi largo tra rami, arbusti e foglie, anche tu – che eri cieco fino a qualche minuto prima – hai dovuto conoscere tutto per la prima volta e aprirti un cammino davanti.

Forse sarà anche per questa tua profonda consapevolezza di ex cieco che ti sei affidato ai passi del Figlio di Davide? Ed è per questo che non avendo io coscienza d'essere cieco, non mi lascio aprire la strada e guidare da Lui verso cammini esodali. Ci vuole troppo coraggio per avere fede, ovvero per fidarsi.

Umilmente chiedo la tua intercessione a vincere le mie incertezze a mettermi in cammino sulla strada della vita vera. Incertezze ben nascoste dietro sicurezze ostentate, dietro il paravento di una cultura tronfia, celate nella botte di una razionalità arrogante e non negoziabile. La fede dei semplici. Questa la chiave di volta. La fede di coloro che hanno sperimentato d'essere liberati e che sanno abbandonarsi senza riserve. Se è così per me, sento che è vero anche per le nostre comunità.

Anche nelle scelte cruciali della pace e della solidarietà continuiamo a essere figli del calcolo e dei ragionamenti umani. Solo umani. Di fronte alle minacce alla nostra sicurezza, ad esempio, la ragione dice di costruire muri sempre più alti e di armarli con armi sempre più potenti e di andare a sgominare il nemico fin dentro casa sua… Tu ci insegni questa fede scalza e libera che sa correre il rischio della nonviolenza.

L'unica che non tradisca la via percorsa e segnata dal Cristo dei poveri.

Come Francesco anche tu, Bartimeo ex cieco ed ex mendicante, hai imparato a puntare sull'irrazionale di Dio e a sconfiggere il nemico dentro di te, al punto – ci scommetto – di andare verso l'altro non per sopprimerlo ma per dirgli: ti voglio bene. Dove altro porta questa strada che ti sei messo a percorrere? Lo vorrei tanto sapere. Ma saperlo sarebbe esattamente negare la logica alternativa della fede. Quello che imparo in quest'ultimo tuo insegnamento è che quando la fede si mette per strada fa miracoli e incrocia la vita della gente. Si fa politica, economia… proprio come ci ha insegnato il Figlio di Davide.

Grazie, Bartimeo, e arrivederci, con l'augurio di ritrovarci un giorno viandanti sulla stessa strada.

 


Il Vicebrigadiere di Torrimpietra

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23

 settembre 1943: un lungo, triste periodo di guerra sta ormai per concludersi.

Salvo D’Acquisto, 23 anni, vicebrigadiere dei carabinieri, è in servizio alla caserma di Torrimpietra, presso Roma.

Da alcuni giorni, un reparto tedesco ha preso alloggio nella vicina Torre di Palidoro.

Salvo D’Acquisto non ce l’ha con i tedeschi. «Sono come noi – pensa – obbediscono a un ordine. Se potessero, se ne tornerebbero a casa!». Ma, quella notte, nella Torre scoppia una bomba. Un soldato tedesco muore; altri due rimangono feriti.

La reazione è immediata: «O si trova il colpevole, o ci sarà rappresaglia!». Vanno per i campi, nelle strade: arrestano, a caso, 22 persone. Le caricano su un camion; le portano a Palidoro per la fucilazione.

Accorre il vicebrigadiere D’Acquisto, cerca di rincuorare gli ostaggi. Poi si fa accompagnare dal Maggiore tedesco; cerca inutilmente di convincerlo a rilasciarli.

Per il comando un colpevole da punire ci deve essere, ad ogni costo. Allora, in un attimo, Salvo prende la sua eroica decisione: è innocente, ma dichiara: «Io ho messo la bomba! Io sono il responsabile di quanto è successo!».

Gli ostaggi vengono rilasciati. Salvo D’Acquisto muore, sotto le raffiche dei mitra, quello stesso mattino di settembre. I suoi 23 anni per la salvezza di 22 vite.«Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la sua vita in riscatto per molti»

(Mc 10,45).

Don Bruno Ferrero


I tre monaci di Tolstoj

Henry J.M. Nouwen

 

re monaci russi vivevano in un'isola remota. Nessuno andava mai là, ma un giorno il loro vescovo decise di compiervi una visita pastorale.

Quando arrivò, scoprì che i tre monaci non conoscevano neppure il Padre nostro; allora spese tutto il suo tempo e le sue energie per insegnare loro il Padre nostro, e poi se ne andò soddisfatto della sua opera pastorale.

Ma quando la sua barca lasciò l'isola e prese il mare aperto, all'improvviso egli vide i tre eremiti che camminavano sulle acque: essi correvano infatti dietro la barca!

Quando la raggiunsero, gridarono: "Caro padre, abbiamo dimenticato la preghiera che ci ha insegnato!".

Il vescovo, trasecolato per quel che vedeva e udiva, disse: "Ma cari fratelli allora come fate a pregare?". Essi risposero: "Beh, diciamo semplicemente: Oh Dio, ci sono tre di noi e tre di te, abbi pietà di noi!".

Il vescovo, colpito dalla loro santità e semplicità, disse: "Tornate alla vostra isola e andate in pace".

 


 

E’ buona?

Carissimi Catechisti,

Vi racconto un’esperienza autentica.

Ieri sera stavo amministrando l'eucarestia, durante la messa solenne, quando si è presentato un papà con la figlioletta in braccio. Il Corpo di Cristo. Amen. E gli ho fatto la comunione.

La bambina allora, che osservava con occhi colmi di stupore, si è rivolta a suo padre e gli ha chiesto: «È buona?». Sono rimasto letteralmente bruciato da quell'interrogativo. A tal punto, che mi son dovuto fermare. Poi, con la pisside in mano, mi son fatto largo fra la gente, ho raggiunto quel signore che si era già allontanato, e ho sentito il bisogno di dare un bacio alla sua bambina.

Quella domanda mi è parsa splendida. E siccome nell'omelia avevo detto che in fatto di fede possiamo trasmettere agli altri solo ciò che sperimentiamo noi stessi, ho pensato che il Signore, con la battuta ingenua di una bambina e nel linguaggio spontaneo dei semplici, avesse voluto restituirmi la sintesi del mio lungo discorso.

In effetti, ciò che rende credibili sulle nostre labbra di annunciatori la trasmissione del messaggio di Gesù è soltanto l'esperienza che noi per primi facciamo della Sua verità. Una verità che non passa, se chi la trasmette non ne pregusta un assaggio e non se ne nutre in abbondanza.

La domanda di quella bambina, perciò, ci stringe d'assedio, perché chiama in causa non tanto il nostro sapere religioso, quanto lo spessore del nostro vissuto concreto.

«È buona?». Perché, se la mensa di cui tu parli ti riempie di forze, desidero sedermi anch'io alla tua tavola. Spezzane un po' anche per me di quel pane che tu gusti avidamente. Fammi bere alla stessa brocca, se è vero che quell'acqua toglie la sete e ti placa l'arsura dell'anima. «È buona?».

Mons. Tonino Bello

Racconta una leggenda indiana che una donna, sul punto di morire, ebbe la sensazione di arrivare in cielo davanti al trono della divinità. Una voce le chiese: “Chi sei?” “Sono la moglie del capo del villaggio”. Rispose: “Non ti ho chiesto di chi sei moglie, ma chi sei”. “Sono la mamma di cinque figli” “Non ti ho chiesto se hai figli, ma chi sei”. E andò avanti così, senza mai dare la risposta giusta.

“Chi sei?. “Sono cristiana”. “Non ti ho chiesto di dirmi a che religione appartieni, ma chi sei tu”.

“Andavo sempre in chiesa e aiutavo i poveri”. “Non dirmi quello che facevi, ma chi sei”.

La donna fu rimandata sulla terra; era sconsolata di non aver superato l’esame. Quando guarì, decise di scoprire chi era e allora tutto cambiò in lei e attorno a lei.

 

 


L’uomo più bravo del mondo

Conosco la storia dell’uomo più bravo del mondo ma non so se vi piacerà.

Si chiamava Primo e fin da piccolo aveva deciso:“Primo di nome, primo di fatto. Sarò sempre primo in tutto”. E invece era sempre l’ultimo.

Era l’ultimo ad avere paura, l’ultimo a scappare, l’ultimo a dir bugie, l’ultimo a far cattiverie, ma così ultimo che cattiverie non ne faceva per niente.

I suoi amici erano tutti primi in qualcosa. Uno era il primo ladro della città, l’altro il primo prepotente del quartiere, un terzo il primo sciocco del palazzo. E lui invece era sempre l’’ultimo a dire sciocchezze e quando veniva il turno di dirne una stava zitto.

 


n saggio indiano aveva un caro amico che abitava a Milano. Si erano conosciuti in India, dove l'italiano era andato con la famiglia per fare un viaggio turistico. L'indiano aveva fatto da guida agli italiani, portandoli a esplorare gli angoli più caratteristici della sua patria. Riconoscente, l'amico milanese aveva invitato l'indiano a casa sua. Voleva ricambiare il favore e fargli conoscere la sua città. L'indiano era molto restio a partire, ma poi cedette all'insistenza dell'amico italiano e un bel giorno sbarcò da un aereo alla Malpensa.

Il giorno dopo, il milanese e l'indiano passeggiavano per il centro della città. L'indiano, con il suo viso color cioccolato, la barba nera e il turbante giallo attirava gli sguardi dei passanti e il milanese camminava tutto fiero d'avere un amico così esotico.

Ad un tratto, in piazza San Babila, l'indiano si fermò e disse: "Senti anche tu quel che sento io?". Il milanese, un po' sconcertato, tese le orecchie più che poteva, ma ammise di non sentire nient'altro che il gran rumore del traffico cittadino.

"Qui vicino c'è un grillo che canta", continuò, sicuro di sé, l'indiano.
"Ti sbagli", replicò il milanese "io sento solo il chiasso della città. E poi, figurati se ci sono grilli da queste parti". "Non mi sbaglio. Sento il canto di un grillo", ribatté l'indiano e decisamente si mise a cercare tra le foglie di alcuni alberelli striminziti. Dopo un po' indicò all'amico che lo osservava scettico un piccolo insetto, uno splendido grillo canterino che si rintanava brontolando contro i disturbatori del suo concerto. "Hai visto che c'era un grillo?", disse l'indiano.  "E' vero", ammise il milanese. "Voi indiani avete l'udito molto più acuto di noi bianchi...". "Questa volta ti sbagli tu", sorrise il saggio indiano. "Stai attento...".

L'indiano tirò fuori dalla tasca una monetina e facendo finta di niente la lasciò cadere sul marciapiede. Immediatamente quattro o cinque persone si voltarono a guardare. "Hai visto?", spiegò l'indiano. "Questa monetina ha fatto un tintinnio più esile e fievole del trillare del grillo. Eppure hai notato quanti bianchi lo hanno udito?".

Le piccole storie sono come il canto del grillo in città. Vogliono solo chiederti un momento di attenzione per quelle voci che abbiamo dimenticato di ascoltare.  Quelle voci e quei canti che abbiamo dentro e che ci parlano di cieli azzurri e aria pulita, di sogni e di batticuori, di voglia di abbracciarsi insieme.....

Bruno Ferrero


 

dagli scritti di Daniele Comboni: Il Primo Amore...

 

“Se non che, il cattolico, avvezzo a giudicare delle cose col lume che gli piove dall’alto, guardò l’Africa non attraverso il miserabile prisma degli interessi umani, ma al puro raggio della sua fede; e scorse colà una miriade infinita di fratelli appartenenti alla sua stessa famiglia, aventi un comun Padre su in cielo… (…) . Allora, trasportato egli dall’impeto di quella carità accesa con divina vampa sulla pendici del Golgota, ed uscita dal costato di un Crocifisso, sentì battere più frequenti i battiti del suo cuore; e una virtù divina parve che lo spingesse a quelle … terre, per stringere tra le braccia e dare il bacio di pace e di amore a quegli infelici suoi fratelli...”.

“Il primo amore della mia giovinezza fu per l’infelice Nigrizia, e, lasciando quanto per me v’era di più caro al mondo, venni, or sono sedici anni, in queste contrade per offrire al sollievo delle sue secolari sventure l’opera mia.

Appresso, l’obbedienza mi ritornava in patria, data la cagionevole salute…

Partii per obbedire: ma tra voi lasciai il mio cuore; e, riavutomi come Dio piacque, i miei pensieri e i miei passi furono sempre per voi.

E oggi finalmente riacquisto il mio cuore, ritornando fra voi, per dischiuderlo in vostra presenza al sublime e religioso sentimento della spirituale paternità (…). Si, io sono di già il vostro Padre, e voi siete i miei figli; e come tali, la prima volta vi abbraccio e vi stringo al mio cuore… Io ritorno fra voi per non mai più cessare di essere vostro, e tutto al maggior vostro bene consacrato per sempre. Il giorno e la notte, il sole e la pioggia, mi troveranno egualmente pronto ai vostri spirituali bisogni: il ricco e il povero, il sano e l’infermo, il giovane e il vecchio, il padrone e il servo avranno sempre uguale accesso al mio cuore…

Il vostro bene sarà il mio, e le vostre pene saranno pure le mie.

Io prendo a far causa comune con ognuno di voi, e il più felice dei miei giorni sarà quello in cui potrò dare la vita per voi”.

 


Ecco il colloquio che avvenne con Francesco Besucco, un giovane dell’Oratorio di don Bosco. “Don Bosco, a me sembra di non essere abbastanza buono per comunicarmi di frequente”. “Appunto: per farti più buono è bene accostarsi spesso alla Santa Comunione. Gesù non invitò i sani a cibarsi del suo corpo, ma i deboli, gli stanchi”. “Mi sembra che se andassi più di rado, potrei fare la Santa Comunione con più devozione”, disse il ragazzo. E don Bosco: “Non saprei dirlo. Questo so: che l’uso insegna a far bene le cose, e chi fa sovente una cosa, impara il modo di farla bene: così colui che va di frequenza alla Comunione, impara a farla bene!”.

“Sì, - rispose il ragazzo, - ma chi mangia di rado, mangia con maggior appetito”.

“Chi mangia molto di rado e passa più giorni senza cibo, o cade a terra per debolezza, o quando riprende a mangiare corre il rischio di fare un’indigestione”. Allora il ragazzo riprese: “Beh, cercherò di consigliarmi con il mio confessore...”.

“Bene, fa’ così. Intanto io ti faccio osservare che Gesù ci invita a mangiare il Suo corpo tutte le volte che ci troviamo in bisogno spirituale. E non siamo forse in continuo bisogno?”.

San Giovanni Bosco


Adorazione

U

n gruppo di teologi in crisi chiese al grande teologo gesuita tedesco Karl Rahner se, a suo parere, avesse ancora valore l’adorazione davanti al Santissimo, dato che questa pratica era scomparsa in molte parrocchie. Il grande teologo rispose ponendo, a sua volta, due domande: “Non è, per caso, che voi non credete più tanto alla presenza vera e reale di Gesù nell’Ostia santa? O sarà la vostra condotta che non è più capace di sopportare lo sguardo amoroso di Gesù nel Santissimo?”.

Ringraziamo il Signore perché si sta rinnovando la pratica dell’adorazione al Santissimo anche presso molti laici, che praticano l’adorazione tutti i giorni. L’adorazione quotidiana era caratteristica di comunità religiose, ma abbiamo avuto una sorpresa: quando alcune congregazioni smisero l’adorazione, il Signore ha suscitato adoratori tra i laici.

Quante persone piene di angustie e di tristezze vanno a visitare Gesù; e, dopo aver passato un po’ di tempo davanti a lui, escono con una pace nuova e tanto sollievo. Ho notato nella casa in cui vivo, la “Casa dell’Annunciazione”, che molti laici vengono a visitare il Santissimo e, dopo alcune visite fatte a Gesù, incominciano a sentirsi inquieti davanti a Lui, e chiedono di confessarsi. Non possiamo adorare Gesù con fede, credendo che è veramente presente nel Santissimo Sacramento e continuare a vivere nel peccato mortale: o lasciamo Gesù, o lasciamo il peccato. Gesù ci chiede la fede nella sua Presenza reale.

Padre Emiliano Tardif

 


La Favola del Pane

 

n un lontano paese, una povera vedova si manteneva prestando servizio ad una ricca e misteriosa signora che viveva solitaria in una villa dall’aspetto lugubre, seminascosta nel cuore di un bosco. La buona vedova compiva il suo lavoro con generosità e precisione, e un giorno inaspettatamente la signora le fece un regalo: un anello straordinario.

“Ruotando due volte questo anello intorno al dito, ti potrai trasformare in tutto ciò che vorrai” - le spiegò la strana signora. La vedova non ci fece un gran caso, ma quando una terribile carestia si abbatté sulla regione, si ricordò dell’anello.

Lo girò due volte attorno al dito e si trasformò in un magnifico falco dalle ali affilate. Aveva deciso di volare fino a trovare una terra che potesse fornire sostentamento al figlio e ai suoi vicini.

Volò fino ad esaurire le forze, poi tornò mestamente nella sua casa. La carestia aveva colpito tutte le terre del regno. Non c’era scampo per nessuno.
Ma la donna non si rassegnò. Ruotò l’anello due volte e si trasformò in un’enorme e fragrante forma di pane.

Quando suo figlio tornò a casa e vide quella enorme pagnotta, cominciò a mangiare di gusto. Era solo pane, ma saziava in modo mirabile. Mentre masticava con voluttà, il figlio della vedova vide passare un vicino di casa con cui aveva avuto molti dissapori e che gli ispirava una fortissima antipatia.

Era deciso ad ignorarlo, ma una scossa al cuore lo costrinse ad invitarlo a condividere quel pane miracoloso. La voce si sparse e da tutto il villaggio la gente accorse: grandi e piccoli, giovani e vecchi, poveri, ammalati e sani, disperati e inquieti.

Quel pane sembrava non finire mai. Inoltre non si limitava a togliere la fame, ma infondeva serenità e voglia di pace, senso di bontà e salute per il corpo. Quelli che erano nemici si riconciliavano e quelli che prima si ignoravano si sorridevano cordialmente.

Ogni notte, l’ultima briciola di pane si trasformava di nuovo nella vedova generosa. Ogni mattino, la donna ridiventava una gigantesca pagnotta profumata e deliziosa, che nutriva il corpo e lo spirito della gente del villaggio.
Così fu fino al nuovo raccolto. Quel giorno fu organizzata una grande festa. Naturalmente partecipò anche la vedova. Tutti quelli che si avvicinavano a lei provavano una strana sensazione: la donna profumava di pane appena sfornato.

Gv 6,1-15  ”Distribuì a quelli che erano seduti quanto ne volevano”.

 

Tratto da “I fiori semplicemente fioriscono” di Bruno Ferrero

 

 


Un esercizio spirituale: 
la vacanza.

Anthony de Mello, Alle sorgenti

mmagino di ritirarmi in un posto solitario per fare a me stesso il dono della solitudine, perché la solitudine è un tempo nel quale vedo le cose come sono.

Quali sono le piccole cose nella vita che la mancanza di solitudine ha eccessivamente ingigantito?

Quali sono le cose veramente importanti per le quali trovo troppo poco tempo?

La solitudine è un tempo per prendere decisioni.

Quali decisioni devo prendere o riconsiderare in questo particolare momento della mia vita?

Ora decido che tipo di giornata sarà oggi. Sarà una giornata per fare? Faccio un elenco delle cose che voglio veramente fare oggi.

Sarà anche una giornata per essere, nessuno sforzo per ottenere risultati, per fare cose, per guadagnare o possedere, ma solo per essere?

La mia vita non porterà frutto finché non avrò imparato l'arte di non coltivare, l'arte di "perdere" tempo in modo creativo. 

Così decido quanto tempo dedicare al gioco, ad interessi senza scopo ed improduttivi, al silenzio, all'intimità, al riposo.

E domando a me stesso che cosa assaporerò oggi, che cosa toccherò, odorerò, ascolterò e vedrò.


 

La Missione

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa


 

D

opo un lungo periodo di vita comune, passato nello studio e nella meditazione, tre discepoli avevano lasciato il vecchio maestro per incominciare la loro missione nel mondo.

Dieci anni più tardi, i tre discepoli tornarono a far visita al maestro.
L'anziano monaco li fece accomodare intorno, perché gli acciacchi ormai gli impedivano di alzarsi.

Ognuno cominciò a raccontare la propria esperienza. "Io", cominciò il primo, con una punta di orgoglio, "ho scritto tanti libri e venduto milioni di copie". "Tu hai riempito il mondo di carta", disse il maestro.

"Io", prese a dire il secondo, con fierezza, "ho predicato in migliaia di posti". "Tu hai riempito il mondo di parole", disse il maestro. Si fece avanti il terzo. "Io ti ho portato questo cuscino perché tu possa appoggiare senza dolore le tue gambe malate", disse. "Tu", sorrise il maestro, "tu hai trovato Dio".

 


Un grande asceta, noto in tutto il mondo per la sua grande santità, abitava in una profonda caverna. Sedeva tutto il giorno immerso in profonda meditazione e il suo pensiero era sempre rivolto al Signore.
Ma un giorno, mentre il santo asceta stava meditando, un topolino sbucò dall'ombra e cominciò a morsicargli un sandalo. L'eremita aprì gli occhi arrabbiatissimo.
"Perché mi disturbi durante la meditazione?".
"Ma io ho fame", piagnucolò il topolino.
"Vattene via, topastro della malora", sbraitò l'asceta, "come osi infastidirmi proprio mentre cerco l'unione con Dio?".
"Come fai a trovare l'unione con Dio", chiese il topolino, "se non riesci neppure ad andare d'accordo con me?".


 

Lo straordinario 
nell'ordinario

 

 

Morris, un giovane borghese annoiato dalla vita, si recò dal saggio Elia perché aveva sentito parlare della sua condotta eccentrica e della sua attività taumaturgica. Voleva provare nuove emozioni, sperando magari di assistere a qualche prodigio o stranezza.
Fu introdotto in casa da un amico di suo padre. Elia lo salutò e lo invitò a fermarsi da lui per tutta la mattinata. Morris acconsentì. Elia era di poche parole. Gli offrì una tazza di thé, stette per un po' ad ascoltarlo, poi lo lasciò libero. Il giovane diede uno sguardo attorno alla modesta casetta: notò pochi mobili vecchi, una cucina obsoleta, una camera da letto molto comune. Poi vide Elia entrare con una scopa, spazzare attorno e con uno straccio spolverare i mobili. Dopo aver fatto il bucato, andò nel piccolo cortile a stendere la biancheria, a curare l'orto e a sfrondare un cespuglio.

Morris continuava a scrutarlo cercando qualcosa di straordinario: tutto invece rientrava nella normalità: ai suoi occhi appariva un anziano solo, intento alle faccende domestiche, come tanti altri. Insomma nulla di straordinario!
Dopo un paio d'ore il suo sguardo si soffermò su un quadro: era la riproduzione a stampa di Magritte. C'era una strana roccia sospesa sul cielo, con un castello sulla cima.

Morris era già un po' annoiato ed appena vide Elia cominciò a parlare:
- Dicono che fai dei portenti... che sei un mago! - Anche tu fai dei portenti, solo che non te ne accorgi! - interrupe Elia. Morris replicò incuriosito:
- Dei portenti? Io?! - Il solo fatto di "pensare", ad esempio. Ti sei mai chiesto qual è l'origine della tua coscienza? - gli domandò Elia. - Veramente tutti pensano...non è un fatto eccezionale! - ribadì Morris. - Rifletti : Tutti pensano, ma i contenuti della tua coscienza sono tutti diversi. Ognuno vede il mondo e percepisce la vita in modo del tutto soggettivo. Nessuno è uguale all'altro, anche se molte cose ci accomunano. Tu sei l'unico al mondo che pensa in quel determinato modo...sei irripetibile! Rifletti! - lo esortò il saggio.

Morris sentiva, attraverso quelle parole, di entrare in una dimensione interiore che aveva sino a quel momento trascurato. - Tu sei venuto qui per vedere portenti, magie, fatti straordinari, ma sinora non ti sei accorto che ognuno di noi è straordinario, che la vita stessa è un mistero e una meraviglia. Osserva quel quadro! - gli disse Elia puntando il dito sulla stampa relativa a Magritte.
- E' una roccia sospesa...davvero bizzarro? - osservò Morris. - Ti meravigli per quella roccia immaginaria, ma perché non sai meravigliarti per la terra, per la luna, il sole e le stelle che sono sospese nell'Universo? O per i miliardi di atomi che compongono il tuo corpo? O per la tua anima unica ed irripetibile? -
- Hai ragione...- rispose Morris a bassa voce.

Poi aggiunse mestamente: - Sono stato sciocco! Mi hai risvegliato da un lungo sonno. Io cercavo miracoli perché mi annoiavo, ma è dentro me stesso che li trovo. Grazie! Tu sei veramente saggio perché sai rivelare
agli altri la grandezza che hanno già dentro. - Esclamò Morris radioso in volto.

- Coraggio, e non dare nulla per scontato. Niente è banale per chi sa osservare dentro di sé - disse il saggio Elia, congedandolo. Morris cambiò vita e non si annoiava più perché ogni giorno scopriva cose nuove.


Barbieri e Dio

 

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n tizio si reca da un barbiere per farsi tagliare i capelli e radere la barba.

Appena il barbiere comincia a lavorare, iniziano ad avere una buona conversazione. Parlano di tante cose e di vari argomenti. Quando alla fine toccano l’argomento Dio, il barbiere dice:”Io non credo che Dio esista”. “Perché dice questo?” - chiede il cliente. “Be’, basta uscire per strada per rendersi conto che Dio non esiste. Mi dica, se Dio esistesse, ci sarebbero così tante persone malate? Ci sarebbero bambini abbandonati? Se Dio esistesse, non ci sarebbero più sofferenza né dolore. Io non posso immaginare che un Dio amorevole permetta tutte queste cose”. Il cliente pensa per un momento, ma non replica perché non vuole iniziare una discussione.

Il barbiere finisce il suo lavoro ed il cliente lascia il negozio. Appena dopo aver lasciato il negozio del barbiere, vede un uomo in strada con dei capelli lunghi, annodati e sporchi e con la barba sfatta. Sembrava sporco e trasandato. Il cliente torna indietro ed entra di nuovo nel negozio del barbiere e gli dice:”La sa una cosa? I barbieri non esistono”. “Come può dire ciò?”  -chiede il barbiere sorpreso. “Io sono qui e sono un barbiere. Ed ho appena lavorato su di lei!”. “No!” - esclama il cliente. “I barbieri non esistono perché se esistessero non ci sarebbero persone con lunghi capelli sporchi e barbe sfatte come quell’uomo là fuori”. “Ma i barbieri ESISTONO! Questo è ciò che succede quando la gente non viene da me”. “Esattamente!” - afferma il cliente. “Questo è proprio il punto! Anche Dio ESISTE! Questo è ciò che succede quando la gente non va da Lui e cerca il Suo aiuto. Questo è il motivo per cui c’è tanto dolore e sofferenza nel mondo”.

da "Sorgente di Vita Yahoo groups"


Il Professore e il Barcaiolo

Bruno Ferrero da “Il Canto del Grillo”

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n giorno, uno dei più grandi professori dell'Università, candidato al Premio Nobel, famoso in tutto il mondo, giunse sulle rive di un lago.

Chiese ad un barcaiolo di portarlo a fare una passeggiata sul lago con la sua barchetta.

Il brav'uomo accettò. Quando furono lontani dalla riva, il professore cominciò ad interrogarlo. "Sai la storia?" - "No!" - "Allora un quarto della tua vita è perduto". "Sai l'astronomia?" - "No!" - "Allora due quarti della tua vita sono perduti". "Sai la filosofia?" - "No!" - "Allora tre quarti della tua vita sono perduti".

All'improvviso prese ad infuriare una tremenda tempesta. La barchetta, in mezzo al lago, veniva sballottata come un guscio di noce. Gridando sopra il ruggito del vento, il barcaiolo si rivolse al professore. "Sa nuotare?" - "No!", rispose il professore. "Allora tutta la sua vita è perduta!".

Ci sono tante strade, di solito belle e seducenti, che portano alla morte. Una sola è la strada della vita. Quella di Dio. Non perdere mai di vista ciò che è veramente essenziale.

 


I figli del Pellicano

 

 

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n pellicano dalle grandi ali bianche viveva in una vertiginosa insenatura che si insinuava nelle pieghe di pietra di un’aspra scogliera. Là erano usciti dall’uomo i suoi due magnifici figli: due piccoli pellicani robusti e perennemente affamati.

Il pellicano si tuffava con regolare frequenza sfidando onde e scogli per catturare pesci e molluschi in modo da riempire i becchi sempre spalancati dei suoi piccoli.

Ma durante un inverno terribile, il pellicano si trovò in difficoltà. Venti e burrasche si alternavano senza pause. Gli divenne impossibile alzarsi in volo. Il forte vento lo sbatteva contro la scogliera e si ritrovò con un’ala rotta e inutilizzabile. Si rannicchiò nel nido coi suoi due piccoli.

I due piccoli pellicani urlavano a becchi spalancati: “Fame! Fame!”.
Straziato dalla loro sofferenza, il pellicano fece ciò che tramanda nella sua specie, secondo un’antica leggenda: affondò il becco nella sua carne per offrirla ai piccoli.

Così, per qualche giorno, sfamò i propri piccoli strappandosi pezzi di carne. Riuscì a sopravvivere qualche giorno al suo sacrificio. Poi morì. Uno dei piccoli disse all’altro: “Meno male. Non ne potevo più di mangiare tutti i giorni la stessa cosa”.

È il miracolo e lo scandalo di ogni Messa: Prendete e mangiate: questo sono io!”. E la gente dice: “Che barba!”.

 

da  “C’è ancora qualcuno che danza” di Bruno Ferrero, LDC

 

IL GHIACCIOLO CURIOSO

daTutte storie” di Bruno Ferrero

 “Sui verdi fianchi da una balza delle Alpi, sotto un roccione sporgente, c’era la tana di una lepre di montagna. Quella lepre ogni tanto faceva capolino. Come tutti gli animali selvatici, era povera in canna e viveva nutrendosi di ogni sorta di erbaggi. Aveva però due vestiti, un lusso che la natura le concedeva gratuitamente e senza pericolo di farla diventare ambiziosa.

I fiori, che vedevano la lepre d’estate, conoscevano bene il suo giubbetto color grigio-bruno con la gran toppa bianca sul petto. I ghiacci e le nevi che la vedevano d’inverno, conoscevano invece il suo candido, attillato pastrano. Anche i ghiaccioli, che pendevano numerosi e impettiti all’ingresso della tana, stavano ad ammirarla un po’ invidiosi per ore e ore, mentre dormiva avvolta nella sua bianca pelliccia.

Sul finire di un inverno, mentre la lepre si preparava a cambiare vestito perché l’aria si era fatta meno cruda e ormai le nevi avevano preso congedo, sul roccione sovrastante la tana si vide un ghiacciolo ostinatamente aggrappato all’orlo di una fenditura.

“Non ti decidi ad andartene”, gli chiese un giorno l’abete più vicino. “I tuoi fratelli sono già partiti da un pezzo! Finirai col non riuscire a raggiungerli!”.

“Andarmene io?... io non me ne vado: rimango. Durante l’inverno non ho fatto che sentir decantare la primavera con i suoi colori, l’estate con la sua luce e il vento che sembra una carezza e la gioia dei fiori e dell’erba, e il cielo tutto lucido e pulito… Perfino le lepri so che mutano d’abito, come per prepararsi a una festa. Perché proprio io non dovrei conoscere tante belle cose, se sono belle davvero? Ho deciso perciò di restare fino alla primavera, magari fino all’estate!”.

“Resta pure se ci riesci”.

“Questo, amico bello è affar mio!”.

Quando l’aria cominciò a intiepidire, il ghiacciolo volle mettersi al riparo dal sole. Si staccò dalla fenditura con un crepitio secco e si lasciò cadere in una incavatura della roccia nella quale il sole non batteva e da cui avrebbe potuto assistere comodamente allo spettacolo atteso. Ma quando si fu fermato sentì che era caduto addosso a qualcosa.

“Che maniera villana di presentarsi!” - brontolò quel qualcosa.

“Sono veramente mortificato”, esclamò il ghiacciolo. “Non avevo visto che c’era lei. Se permette, anzi mi presento: io sono un ghiacciolo, l’ultimo ghiacciolo dell’inverno”.

”Bene, tanto piacere, io sono una cartuccia, una cartuccia di fucile da caccia”.

“Ma come si trova qui, signora cartuccia? E’ carica o scarica? Che pensa della primavera e dell’estate? Che programmi ha per il futuro?”.

“Ragazzo, non prendiamoci confidenze!”.

Era una cartuccia molto dura e superba e vedeva tutte le cose dal punto di vista delle cartucce. “Sono di ottima marca, e … carica, naturalmente. E se mi trovo qui è solo a causa di uno spiacevole contrattempo. Durante una battuta, il mio padrone mi ha smarrita, povero sciocco! Andava a caccia della lepre, e io ero l’ultima cartuccia che gli restava. La lepre può ringraziare il cielo: se aveva da fare con me non scappava di certo”.

“Ma che le ha fatto la lepre?”

“Niente mi ha fatto. Ma non doveva nascere lepre. Se la trovo, l’accoppo”.

“Via, c’è posto per tutti a questo mondo…”.

“Tu non immischiarti nei miei fatti privati. Spero solo che il cacciatore ripassi di qua e che mi veda. Al resto penserò io!”.

L’aria si era fatta ormai mite e la lepre vagava nei dintorni in cerca di nutrimento. Quanto al ghiacciolo, esso faceva una gran fatica a non sciogliersi e cercava di aderire all’incavatura della roccia nel punto più profondo e più fresco. Voleva a tutti i costi vedere  i fiori dei rododendri, le stelle alpine, il tenero dell’erba novella, il cielo lucido e pulito nello sfolgorio della sua luce cilestrina. Ormai non doveva attendere molto.

Ma un mattino, svegliandosi, non vide più la cartuccia. Orme d’uomo, recenti, erano impresse nel suolo ai piedi del roccione. Il cacciatore era passato di là? La cartuccia aveva ritrovato un fucile? Bisognava avvertire la lepre del pericolo, subito!

“Lepre! Lepre! Ehi, lepre! “, si mise a gridare il ghiacciolo. “Non uscire! C’è gente che ti minaccia qua attorno!”. Nessuno rispose. La lepre certamente era fuori dalla tana. Al ghiacciolo non rimase che starsene rincantucciato nell’incavatura della roccia a rimuginare pensieri uno più triste dell’altro. Nel pomeriggio echeggiò fra le montagne un colpo di fucile. Verso sera, trascinandosi a stento, la lepre fece ritorno nella tana. Era malconcia, grondava sangue, aveva la febbre.

“Oh poveretta, poveretta”, esclamò commosso il ghiacciolo che, in fondo, non aveva un cuore di ghiaccio.” Che cosa ti è successo? Chi è stato? Quella sciagurata cartuccia?”.  “Non so”, rispose la lepre con filo di voce, cadendo sfinita sulla soglia della tana. “Ho visto una vampa. Ho udito un sibilo. Sono ferita. Ho tanta sete…”.

Il ghiacciolo non volle udire altro. Si rotolò fin sul margine dell’incavatura, sulla roccia ancor calda dal sole, e cominciò rapidamente a sciogliersi. Cadde in gocce fitte e refrigeranti sulle ferite della lepre, in gocce ristoratrici sulle sue labbra riarse.

“Chi piange, lassù?”, balbettò la lepre stupita, riavendosi a poco a poco.

Ma il ghiacciolo non poté più rispondere. Si era ormai sciolto del tutto, senza neppur pensare che le stelle alpine e i rododendri non erano ancora fioriti, che il cielo non era ancora terso e azzurro. Tutte cose che dovevano essere belle, oh molto belle, a vedersi.

 

Il ghiacciolo ha sacrificato se stesso perché vivesse ancora la lepre sua amica. Gesù ha “sacrificato” la vita perché gli uomini

potessero avere la via eterna.

Il nostro grazie a Cristo, vero cibo, vera bevanda per tutti gli uomini.

 


 

“Spiegare” la Trinità 
nella catechesi 
di Don Tonino Bello    

 

Carissimi fratelli,

l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale.

Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto.

E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.

E sai come concludo? Dicendo che questo è uno specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti.

Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito.

Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle.

Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente.

* * *

Cari fratelli, lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali.

Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

Coraggio.

Vostro
+ don TONINO, Vescovo


L'Inventore

Immagine lettera Dopo lunghi anni di lavoro, un inventore scopri l’arte di accendere il fuoco.

Portò con sé i suoi attrezzi nelle regioni del nord ammantate di neve e insegnò a una tribù quell’arte e i suoi vantaggi. La gente era così affascinata da quella novità che a nessuno venne in mente di ringraziare l’inventore, il quale un giorno se ne andò in silenzio. Poiché era uno di quei rari esseri umani dotati di vera grandezza, non aveva alcun desiderio di essere ricordato o riverito; si accontentava di sapere che la sua scoperta era servita a qualcuno. La seconda tribù presso cui si recò era altrettanto ansiosa di imparare della prima. Ma i preti locali, gelosi dell’ascendente che egli esercitava sul popolo, lo fecero assassinare.

Per sviare i sospetti, fecero collocare un ritratto del Grande inventore in bella vista sull’altare principale del tempio, studiarono una speciale liturgia che rendesse omaggio al suo nome e ne mantenesse vivo il ricordo e posero la massima cura nell’evitare che si modificasse o omettesse anche solo una rubrica di tale liturgia.

Gli attrezzi per accendere il fuoco furono conservati in uno scrigno e si diceva che avessero il potere di guarire tutti coloro che vi ponevano sopra le mani con spirito di fede.

Il Sommo Sacerdote si incaricò personalmente di redigere una biografia dell’inventore, il Libro Sacro in cui venivano presentate la sua tenerezza e la sua generosità come esempio da imitare per tutti, si tesseva l’elogio delle sue opere grandiose e la sua origine soprannaturale era diventata un articolo di fede.

I preti si occuparono di tramandare il Libro alle generazioni successive, mentre interpretavano con autorevolezza il senso delle sue parole e il significato profondo della santità della sua vita e della sua morte.

Chiunque si discostasse dai loro insegnamenti veniva punito senza pietà con la morte o la scomunica. Assorta com’era nelle attività religiose, la gente finì col dimenticare come si accendeva il fuoco.

 


Angeli smemorati

 n giorno Dio si rallegrava e si compiaceva più del solito nel vedere quello che aveva creato. Osservava l’universo con i mondi e le galassie, ed i venti stellari sfioravano la sua lunga barba bianca accompagnati da rumori provenienti da lontanissime costellazioni che finivano per rimbombare nelle sue orecchie. Le stelle nel firmamento brillavano dando significato all’infinito.

Mentre ammirava tutto ciò, uno stuolo di Angeli gli passò davanti agli occhi ed Egli istintivamente abbassò le palpebre, ma così facendo gli Angeli caddero rovinosamente.

Poveri angioletti, poco tempo prima si trovavano a lodare il Creatore rincorrendosi tra le stelle ed ora si trovavano su di un pianeta a forma di grossa pera!

“Che luogo è questo?” chiesero gli Angeli a Dio.

“E’ la Terra.” Rispose il Creatore.

“Dacci una mano per risalire”, chiesero in coro le creature, “perché possiamo ritornare in cielo”.

Dopo una pausa di attesa (secondo i tempi divini!), Egli rispose: “No! Quanto è accaduto non è avvenuto per puro caso. Da molti secoli odo il lamento dei miei figli e mai hanno permesso che rispondessi loro. Una volta andai di persona, ma non tutti mi ascoltarono. Forse ora ascolteranno voi, dopo quello che hanno passato e passano seguendo falsi dei.

Andate creature celesti, amate con il mio cuore, cantate inni di gioia, mischiatevi tra i popoli in ogni luogo della terra e quando avrete compiuto la missione, allora ritornerete e faremo una grande festa nel mio Regno”.

Da allora tutti gli Angeli, felici di quanto si apprestavano a compiere per il bene degli uomini, se ne vanno in giro a toccare i cuori della gente e gioiscono quando un’anima trova l’Amore.

Ma la cosa più sorprendente era che, toccando i cuori, scoprirono che molti di essi erano … Angeli che urtando il capo nella caduta avevano perduto la memoria.

E la missione continua anche se ancora ci sono molti Angeli smemorati, che magari alla sera, seduti sul davanzale della propria casa, guardano il cielo stellato in attesa di un significato scritto nel loro cuore.

Se solo si guardassero “dentro”!

 


La Leggenda della Vite

arrano i cantastorie che ci fu un tempo remoto in cui la vite era una semplice pianta ornamentale: non produceva né fiori né frutti.

Venne la primavera e il contadino decise di tagliarla: questa pianta fa solo ombra! La ridurrò piccola piccola.

Detto fatto: il contadino la potò così energicamente che della verde pianta non rimasero che pochi rami nudi e corti.

La vite cominciò a piangere ed un usignolo ebbe pietà di lei: "Non piangere, disse, io canterò per te, e le stelle si muoveranno a compassione".

Volò sui poveri rami tronchi, vi si afferrò con le zampette e, giunta la notte, cominciò a cantare tanto dolcemente che la vite si sentì via via rinascere.
        Per molte notti le note brillanti dell'usignolo salirono verso le stelle, finchè alla fine esse si commossero e fecero discendere un po' della loro forza sulla povera pianta mutilata.

Allora la vite sentì scorrere in sé una linfa nuova; i suoi nodi si gonfiarono, le sue gemme si aprirono. I primi pampini verdi fremettero alla brezza e tenui riccioli verdi, i viticci, si allungarono per avvolgersi come una delicata carezza intorno alle zampine dell'usignolo.

Quando l'usignolo volò via, già i primi acini cominciavano a dorarsi alla luce dell'alba.

La vite era divenuta una pianta fruttifera. E che pianta! Il suo frutto possedeva la forza delle stelle!

 

 


da “Gesù chiamato il Cristo”

J. LOEW, Brescia 1971, 182s., passim

Q

uando Gesù dice: «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore», bisogna attribuire al termine 'conoscere' tutto quanto di più profondo, di più amorevole c'è sulle labbra del Signore Gesù.

«E le mie pecore conoscono me», perché così dobbiamo conoscerlo noi, a nostra volta, con quella conoscenza vitale che supera ogni conoscenza.

Un giorno ho compreso in modo esistenziale che cosa sia la 'conoscenza' del buon pastore. Ero alla mensa, a mezzogiorno. Avevamo lavorato tutta la mattina, un lavoro sporco, dei sacchi di zucchero che ci lasciavano tutti impiastricciati. Mi trovavo a capotavola in fondo alla mensa e così, data la disposizione dei posti, vedevo faccia a faccia tutti i miei compagni di lavoro. Ero colpito dal fatto che i loro volti sembravano coperti da una specie di maschera anonima, fatta di polvere, di sporcizia, di stanchezza... Si assomigliavano tutti.

Dopo pranzo, siccome rimaneva un po' di tempo libero, una mezz'oretta prima di riprendere il lavoro, con cinque o sei di loro vado in un piccolo caffè, il Bar Gaby, dal nome della padrona. Era una vera marsigliese: prosperosa, vivace, allegra; e ogni volta che andavo al Bar Gaby, pensavo alla frase di Gesù: «lo conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me». Infatti la padrona del Bar Gaby conosceva le pecore che andavano al suo abbeveratoio; conosceva nome, cognome e soprannome di ognuno. E anche i nomi che sarebbero potuti essere ingiuriosi in bocca a un altro, detti da lei assumevano un tono amichevole. Lei mi conosceva. Per lei ero qualche volta Jackie, talvolta 'Occhialone'. Ognuno era qualcuno.

Allora, a contatto con quella donna che conosceva le sue pecore e che le sue pecore conoscevano, ho visto cadere la maschera che mi aveva tanto colpito un momento prima in refettorio: davanti a quella donna erano ridiventati uomini, col proprio nome e cognome.

E, improvvisamente, spuntava qualcosa di limpido e semplice nei loro sguardi, che ridiventavano come lo sguardo di un bambino.

 

 


Credere senza vedere

U n imperatore disse al rabbino Yeoshua Ben Hanania: "Vorrei tanto vedere il vostro Dio".
"È impossibile",rispose il rabbino.
"Impossibile? Allora, come posso affidare la mia vita a qualcuno che non posso vedere?".
"Mostratemi la tasca dove avete riposto l'amore per vostra moglie. E lasciate che io lo pesi, per vedere se è grande".
"Non siate sciocco. Nessuno può serbare l'amore in una tasca", rispose l'imperatore.
"Il sole è soltanto una delle opere che il Signore ha messo nell'universo, eppure non potete vederlo bene. Tanto meno potete vedere l'amore, ma sapete di essere capace di innamorarvi di una donna e di affidarle la vostra vita. Non vi sembra evidente che esistano alcune cose nelle quali confidiamo anche senza vederle?".


 

La cocorita Francesca

 

da “Storie bellebuone” di Bruno Ferrero

 

 

 n una giungla piena di suoni e di colori, viveva una cocorita   che  aveva  il carattere festoso e vivace come le sue

piume azzurre,verdi, oro e arancione. Si divertiva a svolazzare nell’intrico dei rami, giocava a nascondino con altri pappagallini colorati e con i bengalini candidi. Si chiamava Francesca e ovunque arrivava riusciva a comunicare la sua intensa gioia di vivere. Perfino le scimmie, che non sopportavano cocorite e pappagallini, facevano eccezione per la cocorita Francesca.

Era un uccellino felice, grato di essere vivo e di avere avuto in dono un paio di ali per volare e un bellissimo vestito di piume morbido e screziato.

Ogni mattina, appena il sole irrompeva attraverso lo spesso fogliame, si levava il suo grido: “E’ una bellissima giornata! Forza fratelli, non fate i pigroni, spalancate le ali: il cielo è tutto nostro! “. E incominciava a tracciare arabeschi nell’aria, come un fiore multicolore portato dal vento.

Ma, un brutto giorno, il cielo sulla foresta si fece improvvisamente nero e minaccioso come una palude senza sole. Un silenzio pesante, pieno di paura, attanagliò le creature della giungla. Le cocorite si strinsero tremanti le une alle altre, a formare una nube tremante. Un vento violento afferrò le chiome degli alberi più alti e cominciò a scuoterli come se volesse sradicarli, rovesciando nidi e piccoli pappagallini che non sapevano ancora volare. Poi cominciò la sarabanda dei tuoni e dei fulmini. Staffilate di fuoco sibilavano dal cielo e colpivano senza pietà i vecchi tronchi, finché improvvisa si levò una fiamma e un albero centenario prese fuoco, urlando il suo dolore, con i rami nodosi levati verso il cielo come un’ultima disperata invocazione di aiuto.

“Il fuoco! Si salvi chi può!”, tutte le lingue animali della foresta gridarono all’unisono il loro terrore.

Migliaia di animaletti cominciarono a fuggire, ma il fumo acre e impenetrabile toglieva loro il respiro, faceva bruciare gli occhi e impediva crudelmente di vedere le vie di scampo. La cocorita Francesca volava affannata, cercando di guidare i più piccoli e i più spaventati: “Di qua! Correte di qua! Il fiume è da questa parte!”. Molti animali, sentendo il suo grido, si affrettarono a fuggire verso il corso d’acqua, altri invece finivano intrappolati dal fuoco e dal fumo. Francesca, invece di mettersi in salvo, come tutti gli uccelli, continuava a sorvolare i più sfortunati, cercando un modo per aiutarli. La disperazione le suggerì un’idea.

Volò sino al fiume che scorreva ai margini della foresta e lì si immerse nelle acque scure. Poi riemerse con il corpicino intriso d’acqua e volò sull’inferno di fiamme, scrollando e scuotendo le piume per liberare le gocce d’acqua e farle piovere sulle fiamme. Incurante del pericolo, sfiorando coraggiosamente le fiamme, tornò indietro e si immerse di nuovo nel fiume. Poi, via, a scagliare il suo carico prezioso sul fuoco che continuava a ruggire. Piccole gemme piovevano sul rogo.

Una cosa insignificante, ma la cocorita coraggiosa e testarda ripetè più e più volte il suo viaggio tra il fiume e le fiamme.

Le sue belle piume erano tutte bruciacchiate e il suo colore era quello della cenere, non riusciva più a tenere aperti gli occhi, ma non le importava. “Che altro posso fare!”, si ripeteva. “Solo volare, ed io volerò fino allo stremo delle forze pur di salvare una sola vita”.

Due occhi acuti, ma vagamente annoiati osservavano tutto dall’alto. Un gigantesco avvoltoio veleggiava, godendosi lo spettacolo della giungla in fiamme.

Scorse la cocorita impegnata nella sua lotta contro il fuoco e sghignazzò: “Che stupida bestia. Come può pensare di domare il fuoco con quattro gocce d’acqua? Chi ha mai visto una cosa del genere?”. Il coraggio dell’uccellino però lo aveva commosso un po’ e scese in picchiata verso la foresta in fiamme. La cocorita stava ancora sfidando il fuoco quando vide apparire al suo fianco l’enorme avvoltoio dagli occhi gialli.

“Vattene, uccellino, il tuo compito è senza speranza!”, gracchiò imperioso l’avvoltoio. “Cosa possono fare poche gocce d’acqua contro questo inferno? Vola lontano prima che sia troppo tardi”.

“Non posso. Devo fare qualcosa, devo tentare!”, rispose la cocorita.

“Guarda in che stato sei”, continuò l’avvoltoio. “Fra un po’ finirai in una fiammata, mi sembri un tizzone affumicato”.

“Riesco ancora a volare…Qualcosa farò”.

“Ma che ti importa di loro? Non hanno mai fatto niente per te”.

“Sono miei amici: li voglio salvare”.

La cocorita, stremata e ferita non ascoltava più. Ostinata, continuava a fare la spola tra l’acqua e il fuoco. L’avvoltoio, prima di sparire oltre le colonne di fumo, gridò:”Basta! Fermati stupida piccola cocorita! Salva te stessa!”. Francesca era irremovibile. “Ci mancava anche l’avvoltoio con i suoi consigli”, brontolava. “Consigli! Anche la nonna e tutti i miei parenti mi direbbero le stesse cose. Non ho bisogno di consigli, ma di qualcuno che mi aiuti!”. Proprio in quel momento, un gran frullare di ali riempì il cielo. Una nube colorata, gialla, verde, blu, rossa e bianca si affiancò alla piccola cocorita.

Migliaia e migliaia di cocorite, pappagallini, bengalini, tucani, uccelli piccoli e grandi, si immergevano nell’acqua e andavano a scrollare le piume sul fuoco. Le fiamme erano violente, ma gli uccelli erano milioni e arrivavano a ondate successive, senza smettere mai. Come stupito, il fuoco si arrestò. E cominciò lentamente a sfrigolare e illanguidire. La cocorita Francesca, insieme alle poche gocce d’acqua che aveva raccolto, scagliò sulle fiamme anche le sue lacrime. Ma erano lacrime di gioia. “Grazie”, mormorò e cadde a terra, senza più un filo di forza.

Quando si risvegliò il temporale era scoppiato e l’acqua del cielo stava completando l’opera iniziata dalla coraggiosa cocorita. “Urrà per Francesca!”, gridarono gli abitanti della foresta, che le stavano tutti intorno. La piccola cocorita aprì gli occhi e disse: “E’ una bellissima giornata!”.

 

 

.… nonostante tutto, Gesù  porta a termine la sua missione di salvezza per tutti gli uomini.

 


La Barca a Vela

C'era una volta un ragazzino che aveva costruito una barca a vela. Ne aveva scavato con cura lo scafo nel legno, l'aveva smerigliato con estrema attenzione dipingendolo, infine, con ogni possibile delicatezza; poi aveva ritagliato la vela dalla più candida delle stoffe. Una volta terminato, non vedeva l'ora di varare la sua barchetta e così la portò subito al largo. Trovò uno spiazzo d'erba vicino alla riva e, inginocchiatosi, depose con cautela il piccolo vascello sul pelo dell'acqua. Soffiò un pochino nella vela e si mise ad aspettare. Ma la barca non si muoveva e così il ragazzo soffiò più forte, finché il vento colmò la piccola vela e la barchetta prese il largo. "Si muove! Si muove!" - gridava, battendo le mani e saltando sulla riva del lago.
All'improvviso il ragazzo si fermò. Si era reso conto di non aver assicurato la barchetta con uno spago. Vide la sua creatura spingersi sempre più lontano finché non sparì del tutto dalla sua vista. Il ragazzino era felice e triste nello stesso tempo: orgoglioso che la sua barca veleggiasse bene, ma triste di averla perduta. Corse a casa in lacrime.

Qualche tempo dopo, stava andando a zonzo in paese quando per caso passò davanti a una bottega che vendeva giocattoli vecchi e nuovi. E in vetrina c'era la sua barca. Era in estasi. Corse dentro e disse entusiasta al negoziante: "Quella è la mia barca. La mia". L'uomo squadrò il ragazzino e rispose: "Ti sbagli. L'ho comprata. Adesso è in vendita".
"Ma è la mia barca!", gridò il piccolo. "L'ho fatta io. L'ho varata e poi l'ho persa. E' mia!".
"Ti sbagli", ripeté il negoziante. "Se la vuoi te la devi comperare".
"Quanto costa?", chiese il ragazzo. Quando ebbe sentito il prezzo ebbe un tuffo al cuore. Nella sua piccola cassaforte, a casa, c'era soltanto qualche spicciolo. A capo chino se ne uscì dal negozio. Ma il ragazzino era un tipo deciso. Tornato a casa, andò nella sua stanza e contò i suoi averi fino all'ultima monetina per scoprire quanto denaro gli mancava per potersi ricomprare la sua preziosa barca.
Fece qualche lavoretto e risparmiò: adesso aveva i soldi. Corse di nuovo al negozio, sperando che la barca fosse ancora lì. Sorrise: eccola in mezzo alla vetrina al solito posto. Entrò nel negozio, rovesciò le tasche e depose tutto il suo denaro vicino alla cassa. "Voglio comprare la mia barca", esclamò. Il negoziante prese la barca dalla vetrina e la mise nelle mani del ragazzino, eccitatissimo. Il piccolo strinse la barchetta al petto e corse a casa dicendosi pieno di orgoglio: "Tu sei la mia barca. La mia! Sei due volte mia! Mia perché ti ho fatto, e mia perché ti ho riconquistato!".

Immagina di essere quella barchetta: in questo caso, devi sapere che qualcuno ti ama. Tu sei davvero quella barca, Gesù è quel ragazzino e la sua croce è il prezzo. Tu sei due volte il Figlio di Dio: in primo luogo perché Lui ti ha creato ed anche perché ti ha riconquistato con la sua Incarnazione e con la sua morte sul calvario pagando il prezzo più alto pur di ricondurti a casa.

 


Storia di un chicco di grano 

 ome il seminatore ebbe terminato l'opera sua, il chicco di grano venne a trovarsi tra due zolle di terra nera e umidiccia, e divenne terribilmente triste. Era buio, era umido, e l'oscurità e l'umidore aumentavano sempre di più, poiché al calar della sera la nebbia s'era disciolta in pioggia fitta fitta.

C'era da darsi alla disperazione. E il chicco di grano fece proprio cosi: prese a frugare nella memoria per farne uscire il ricordo di tempi belli e non belli - cosa, come tutti sanno, che porta alla disperazione. Bei tempi quelli - quando il chicco di grano stava al caldo e al riparo in una spiga diritta e cullata dal vento, in compagnia dei fratellini! Bei tempi si, ma cosi presto passati! Poi era venuta la falce, con il suo suono stridulo e devastatore, a sbattere a terra le spighe.

Poi i mietitori con i loro rastrelli avevano caricato sui carri le spighe legate in covoni; Poi, cosa più terribile ancora, i battitori si erano accaniti sulle spighe pestandole senza pietà. E le famigliole dei chicchi, vissute sempre insieme sin dalla verde giovinezza, erano state sbalzate fuori dalle loro spighe, e i chicchi scaraventati all'ingiro, ciascuno per conto suo, per non incontrarsi mai più.

Ma nel sacco del grano almeno ci si trovava ancora in compagnia. Un po' pigiati, è vero, e magari si respirava a fatica, ma insomma si poteva chiacchierare un po'... Ora invece, era l'abbandono assoluto, la solitudine tetra, la distruzione sicura! Il chicco di grano pativa l'umidità, e sentiva che in breve tutto quell'umidore lo avrebbe completamente inzuppato... 

Ma l'indomani fu peggio, quando l'erpice passò sul campo, e il chicco di grano si trovò nel tenebrore più denso, con terra sopra, terra sotto, terra da tutte le parti. L'acqua lo penetrava tutto, non sentiva più in sé il minimo cantuccio asciutto. « Ma perché fui creato », gemeva, «se dovevo finire in modo cosi miserando? Non sarebbe stato meglio per me non aver mai conosciuto la vita, la luce del sole? ». Allora dal profondo della terra una voce si fece sentire. Gli diceva: «Abbandonati con fiducia. Volentieri, senza paura. Tu muori per rinascere a una vita più bella ». « Chi sei? » domandò il povero chicco, mentre un senso di rispetto sorgeva in lui. Poiché sembrava che la Voce parlasse a tutta la terra, anzi all'universo intero. « lo sono Colui che ti ha creato, e che ora ti vuole creare un'altra volta ».

Allora il chicco di grano si abbandonò alla volontà del suo Creatore, e non seppe più nulla di nulla.

Un mattino di primavera, un germoglio verde mise fuori la testolina dalla terra umida. Si guardò intorno inebriato. Era proprio lui, il chicco di grano, tornato a vivere un'altra volta. Nell'azzurro del cielo il sole splendeva e la lodoletta cantava. Era tornato a vivere... E non da solo, poiché intorno a sé vedeva uno stuolo di germogli in cui riconobbe i suoi fratellini. Allora la tenera pianticella si sentì invadere dalla gioia di esistere, e avrebbe voluto alzarsi fino al cielo per accarezzarlo con le sue foglie.

« Se il chicco di grano non muore... »

 


 

U n fratello chiese al padre Ammone: «Dimmi una parola». L’anziano gli disse:

«Ecco, poniti in mente ciò che pensano i malfattori in prigione: essi

domandano sempre a tutti dov’è il giudice e quando verrà, e piangono

nell’attesa del castigo. Allo stesso modo il monaco deve sempre essere

attento, e accusare l’anima sua dicendo: “Guai a me, come potrò

presentarmi al tribunale di Cristo? Come potrò giustificarmi dinanzi a Lui?".

Se tu ripeti questo incessantemente, potrai salvarti».

 

Un fratello che viveva alle Celle era molto turbato dalla solitudine, e venne

dal padre Teodoro di Ferme per dirglielo. Questi gli disse: «Va’, umilia il tuo

pensiero, sottomettiti e vivi insieme con altri». Ma il fratello ritornò dall’anziano

e gli disse: «Nemmeno con altri uomini trovo pace». E il vecchio gli disse: «Se

non trovi pace né da solo né con altri, perché sei venuto a farti monaco? Non

forse per sopportare le tribolazioni? Dimmi, da quanti anni hai indossato

l’abito?». «Otto», rispose. E l’anziano gli disse: «In verità sono settant’anni che

porto l’abito e nemmeno un giorno ho avuto quiete. E tu pretendi averla dopo

otto?». Ciò udendo se ne andò, reso più forte.

 

Il padre Poemen chiese al padre Giuseppe: «Dimmi, come posso diventare

monaco?». Dice: «Se vuoi trovare pace in qualsiasi luogo tu sia e in qualsiasi

circostanza, di’:“Chi sono io?”. E non giudicare nessuno».

Il padre Lot si recò dal padre Giuseppe a dirgli: «Padre, io faccio come posso la

mia piccola liturgia, il mio piccolo digiuno, la preghiera, la meditazione, vivo nel

raccoglimento, cerco di essere puro di pensieri. Che cosa devo fare ancora?». Il

vecchio, alzatosi, aprì le braccia verso il cielo, e le sue dita divennero come

dieci fiaccole: «Se vuoi – gli disse – diventa tutto di fuoco».

 

PADRI DEL DESERTO, Vita e detti dei Padri del deserto,

Roma 1975, vol. I, pp. 124.221.271.274

Tratto da: Comunità monastica di Bose, Letture per ogni giorno, Elledici 2006


Il giardino

Si tratta di una preghiera che prende spunto da un racconto della tradizione induista. Il “giardino” potrebbe essere Gesù o la Parola di Dio: chi incontra la bellezza di Gesù e della Parola di Dio non li può tenere egoisticamente per se stesso ma deve saperli condividere con tutti. Soprattutto in casa.

C’era una volta un giardino chiuso da altissime mura, che suscitava la curiosità di molti. Finalmente una notte quattro uomini si munirono di un’altissima scala per vedere che mai ci fosse di là.

Quando il primo raggiunse la sommità del muro, si mise a ridere forte e saltò nel giardino. Salì a sua volta il secondo, si mise a ridere e saltò anch’egli.

Così il terzo.

Quando toccò al quarto, questi vide dall’alto del muro uno splendido giardino con alberi da frutta, fontane, statue, fiori di ogni genere e mille altre delizie. Forte fu il desiderio di gettarsi in quell’oasi di verde e di quiete, ma un altro desiderio ebbe il sopravvento: quello di andare per il mondo a parlare a tutti dell’esistenza di quel giardino e della sua bellezza.

È questo il tipo di uomo che salva l’umanità. Colui che avendo visto Dio desidera condividerne con gli altri la visione. Costui avrà un giorno nel giardino un posto speciale, accanto al cuore di Dio.

Pino Marelli, Nuovi Incontri per i genitori, Elledici p. 88.

 

Una catechista chiese ai bambini quali luci ci fossero in chiesa, uno rispose i lampadari, un altro le candele, altri il lumino del tabernacolo e le finestre, infine un bambino alzò la mano e disse:”Gli occhi delle persone”.

Io l’ho visto il volto trasfigurato delle persone: il volto di colui che dopo la riconciliazione ha ricevuto Cristo, il volto degli sposi cristiani aperti alla vita anche nelle difficoltà, il volto del malato terminale che abbraccia la sua situazione ripetendo un “sì” quotidiano, il volto del bimbo che ritrova il sorriso nella nuova famiglia nonostante la guerra l’ha reso orfano; ho visto ed ho rivisto tanti volti trasfigurati, ma ho potuto vederli solo perché anche io mi sono lasciato trasfigurare!!   

Bruno Ferrero


 

Io seguo il mio Re

 

 

Un potente sovrano viaggiava nel deserto seguito da una lunga carovana che trasportava il suo favoloso tesoro di oro e pietre preziose. A metà del cammino, sfinito dall’infuocato sole, un cammello della carovana crollò boccheggiante e non si rialzò più. Il forziere che trasportava rotolò per i fianchi della duna, si sfasciò e sparse tutto il suo contenuto, perle e pietre preziose, nella sabbia. Il principe non voleva rallentare la marcia, anche perché non aveva altri forzieri e i cammelli erano già sovraccarichi. Con un gesto tra il dispiaciuto e il generoso invitò i suoi paggi e i suoi scudieri a tenersi le pietre preziose che riuscivano a raccogliere e portare con sé. Mentre i giovani si buttavano avidamente sul ricco bottino e frugavano affannosamente nella sabbia, il principe continuò il suo viaggio nel deserto. Si accorse però che qualcuno continuava a camminare dietro di lui. Si voltò e vide che era uno dei suoi paggi, che lo seguiva ansimante e sudato. «E tu – gli chiese il principe –, non ti sei fermato a raccogliere niente?». Il giovane diede una risposta piena di dignità e di fierezza: «Io seguo il mio re».

Luigi Ginami - Seguo il mio re! / Una regola di vita per i giovani, Paoline


 

 

 

Camilla

 

 

 

C

’era una volta una bambina di nome Camilla. Aveva nove anni, i suoi capelli ricci e lunghi si adagiavano su quelle tenere sue spalle, i suoi occhi azzurri come il cielo davano pace a chi li guardasse, le sue labbra come petali di rosa risaltavano su quel viso roseo pallido. Camilla era paralitica dalla vita in giù dalla nascita, ed era costretta a stare sulla carrozzella.

Non c’era domenica che non mancasse alla Messa, e che non si cibasse del corpo e sangue di Gesù. Un martedì mattina Camilla si era alzata con l’idea di andare in chiesa, che per fortuna non distava molto dalla sua casa, fece di tutto per andarci da sola - per gli scalini avrebbe chiesto aiuto ai fedeli che come tutte le mattine andavano a Messa - fino a quando i genitori acconsentirono.

Ora era sola nella strada imbiancata dalla neve che era caduta durante la notte, fece un lungo sospiro e poi con quelle mani fragili e gelide fece girare le ruote della carrozzella finchè non arrivò davanti alla chiesa. Ora davanti a lei si presentarono cinque grandi gradini, e nessuno quella mattina andò a Messa; “Come faccio ora ha superare quell’ostacolo? Tanta fatica per niente”, pensò.

Nel frattempo ricominciò a nevicare, “domani sarebbe stato Natale”, disse dentro di se; si guardava intorno sperando che passasse qualcuno che l’aiutasse, aspettò più di un’ora, si era rassegnata e stava per ritornare a casa, quando dal grigio cielo si aprì uno squarcio di azzurro e ne discesero due meravigliosi Angeli che sollevarono la carrozzella e la deposero davanti all’altare e con reverenza da lei si congedarono. Camilla fece a tempo a regalargli un sorriso ed una lacrima prima che ritornassero da dove erano venuti. Prima di pregare volle ringraziarLo per averle mandato i suoi Angeli in aiuto, poi fu silenzio e con il cuore incominciò a pregare, e il suo pregare spontaneo ma vero, patito e pianto commosse anche Gesù, che come premio alla sua devozione volle donarle una goccia del suo sangue che gli scivolava giù dalla fronte su cui fu posta la corona di spine. Quella goccia ora cadde sulle sue gambe, e subito un grande calore l’avvolse in tutto il corpo. Ella s’impaurì e pregò Gesù di aiutarla. Mentre il calore aumentava, (lei non poteva sapere che quell’immenso calore era l’amor di Lui che la stava guarendo) gridò: “Dio, Dio mio” e si alzò in piedi facendo un passo e poi un altro.

Quando il calore andava attenuandosi si rese conto di essere in piedi e di camminare, s’inginocchiò sotto alla croce, alzò il capo e il suo sguardo fissò quello del Cristo inchiodato, e gli disse: “Grazie, per quella goccia di sangue che mi hai voluto regalare come dono di Natale”, e la carrozzella rimase un ricordo che il tempo impolverò.

Da quel giorno e da quell’anno quella chiesa divenne pellegrinaggio non solo di malati e d’invalidi, ma anche di gente che non aveva niente da chiedere, se non di credere in una Fede, in quella Fede che non si vede, ma che esiste e vive.


Come era possibile darTi ascolto?

A

vevi guarito il primo lebbroso che Ti si era parato dinanzi, inginocchiandosi e, dopo un gesto così pietoso,  lo ammonivi severamente di non far saper niente a nessuno. Come era possibile darTi ascolto, se un lebbroso era persona pubblica, ahimè, solo per essere detestata, tenuta lontano anche dagli abitati?

Capisco la Tua prudenza, che voleva evitare pubblicità indiscrete, a rischio di messianismi che respingevi; soprattutto, perché, lasciandoTi avvicinare dai lebbrosi e interessandoTi a loro, sconfessavi l’atteggiamento dei signori della religiosità ufficiale. Ma Tu, Maestro mio, volevi convincermi che il vero bene non è merce da poter reclamizzare e commercializzare, senza deturparlo. Mi disgusta, oh Gesù, certa convinzione dei miei contemporanei, assai più virtuosi e zelanti di me e che, intanto, continuano a dichiarare che il bene debba essere pubblicizzato come il male, perché questo non prevalga sull’opinione pubblica. Ma davvero è così difficile da capire che il male è grossolano, attrae i bassi istinti dell’uomo e, pertanto si presta ottimamente a far da cassa di risonanza per ogni commercializzazione più sfacciata, mentre il bene è sottile, delicato, impalpabile, avvistabile dove è realmente, solo attraverso la finezza di percezione propria dello spirito?

Se fosse stato il contrario, tutta la Tua vicenda terrena avrebbe preso ben altre dimensioni; non una grotta per nascere, ma una reggia; non un popolo sottosviluppato come l’ebreo dei tuoi tempi, ma il romano, il greco; non l’assenza di ogni propaganda in una zona fuori della grande civiltà, ma Atene, Roma, semmai Antiochia; non collaboratori privi di cultura e di strumenti adatti all’impegno, ma di quelli che avresti potuto trovare al foro romano, all’aeropago, all’accademia di Atene o di Alessandria

Così la Tua opera sarebbe stata efficacemente pubblicizzata e in poche battute avrebbe raggiunto i confini del mondo allora conosciuto. Ma così non avresti mai rivelato il vero volto di Dio.

Aiutami, oh Salvatore, a non condannare chi crede ancora di' "farTi propaganda”, reclamizzando ciò che riguarda Te e la Tua Chiesa con metodi concorrenziali. A me continua a chiedere "di non far saper niente a nessuno” di quanto mi concedi, perché i Tuoi doni risultino più preziosi per l'umiltà che li nasconde; e di far sapere a tutti il mistero della Croce, preferendo metodi e momenti che non facciano rumore.
Il rumore è un prodotto del vuoto.

da www.viedellospirito.it


Il Narratore

Bruno Ferrero

 

C

'era una volta un narratore. Viveva povero, ma senza preoccupazioni, felice di niente, con la testa sempre piena di sogni. Ma il mondo intorno gli pareva grigio, brutale, arido di cuore, malato d'anima. E ne soffriva.

Un mattino, mentre attraversava una piazza assolata, gli venne un'idea: "E se raccontassi loro delle storie? Potrei raccontare il sapore della bontà e dell'amore, li porterei sicuramente alla felicità!". Salì su una panchina e cominciò a raccontare ad alta voce. Anziani, donne, bambini, si fermarono un attimo ad ascoltarlo, poi si voltarono e proseguirono per la loro strada.

Il narratore, ben sapendo che non si può cambiare il mondo in un giorno, non si scoraggiò. Il giorno dopo tornò nel medesimo luogo e di nuovo lanciò al vento le più commoventi parole del suo cuore. Nuovamente della gente si fermò, ma meno del giorno prima. Qualcuno rise di lui. Qualche altro lo trattò da pazzo. Ma lui continuò imperterrito a narrare.

Ostinato, tornò ogni giorno sulla piazza per parlare alla gente, offrire i suoi racconti d'amore e di meraviglie. Ma i curiosi si fecero rari, e ben presto si ritrovò a parlare solo alle nubi e alle ombre frettolose dei passanti che lo sfioravano appena. Ma non rinunciò. Scoprì che non sapeva e non desiderava far altro che raccontare le sue storie, anche se non interessavano a nessuno. Cominciò a narrarle ad occhi chiusi, per il solo piacere di sentirle, senza preoccuparsi di essere ascoltato. La gente lo lasciò solo dietro le palpebre chiuse.

Passarono così degli anni. Una sera d'inverno, mentre raccontava una storia prodigiosa nel crepuscolo indifferente, sentì che qualcuno lo tirava per la manica. Aprì gli occhi e vide un ragazzo. Il ragazzo gli fece una smorfia beffarda: "Non vedi che nessuno ti ascolta, non ti ha mai ascoltato e non ti ascolterà mai? Perché diavolo vuoi perdere così il tuo tempo?". "Amo i miei simili!", rispose il narratore. "Per questo mi è venuto voglia di renderli felici!". Il ragazzo ghignò: "Povero pazzo, lo sono diventati?". "No!", rispose il narratore, scuotendo la testa. "Perché ti ostini allora?", domandò il ragazzo, preso da una improvvisa compassione. "Continuo a raccontare. E racconterò fino alla morte. Un tempo era per cambiare il mondo!". Tacque, poi il suo sguardo si illuminò.

E disse ancora: "Oggi racconto perché il mondo non cambi me!".


"Dio è dentro il nostro cuore per dirti che devi essere bravo!",
scrive una bambina nel quaderno di catechismo.
La catechista le domanda: "E se una bambina non lo ascolta?".
La bambina sgrana gli occhi e risponde tranquilla: "Oh, lui ripete!".

Per questo ostinatamente, nonostante tutto,
anche Dio continua a raccontare la sua storia!


U

n nuovo parroco era venuto in un certo villaggio ed aveva cominciato a far visita alle famiglie della comunità per presentarsi. Si era così fermato ad una casa dove aveva incontrato una donna.

Quando il marito di questa ritornò a casa, sua moglie gli disse: "Oggi è venuto a farci visita il nuovo parroco". "E che cos’ha detto?" chiese l’uomo. "Oh," rispose la donna, "ha detto una cosa strana: mi ha chiesto: Cristo vive qui? E io non sapevo che rispondergli". Il viso dell’uomo diventò così rosso.

"Perché non gli hai detto che noi siamo gente rispettabile?" - disse. "Be’" - rispose la moglie - "avrei potuto dirglielo, ma non era quello che mi aveva chiesto". "E perché non gli hai detto che possediamo una Bibbia, che paghiamo le tasse di chiesa?". "Ma perché questa non era la sua domanda". "E perché non gli hai detto che noi spesso andiamo al culto?". "Ma non mi ha chiesto questo! Mi ha solo chiesto se Cristo vive qui!" rispose la donna innervosita.

Quell’uomo e quella donna rifletterono così per diversi giorni su quanto il nuovo pastore aveva loro chiesto e che cosa mai avesse voluto dire con quelle parole. Poco alla volta, però, la loro vita prese una nuova direzione; poco per volta compresero che Cristo, e non le forme religiose, doveva diventare una realtà vivente nella loro vita, che Cristo doveva davvero regnare come re nella loro vita, altrimenti tutto il resto sarebbe stato inutile. E in qualche modo, senza che se ne accorgessero, scoprendo l’amore di Cristo ed il fulgore della Sua luce, essi Lo conobbero e lo fecero sedere sul  trono della loro vita. Ora sì che Cristo veramente era presente, ora si che il Regno di Dio veramente aveva fatto irruzione nella loro vita!”.


... Dove abita Dio?

U

n giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì chiedendo loro a bruciapelo: "Dove abita Dio?". Quelli risero di lui: "Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?". Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta alla domanda: "Dio abita dove lo si lascia entrare".

Ecco ciò che conta in ultima analisi: lasciar entrare Dio. Ma lo si può lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si vive, e dove si vive una vita autentica. Se instauriamo un rapporto santo con il piccolo mondo che ci è affidato, se, nell'ambito della creazione con la quale viviamo, noi aiutiamo la santa essenza spirituale a giungere a compimento, allora prepariamo a Dio una dimora nel nostro luogo, allora lasciamo entrare Dio.

Martin Buber, IL CAMMINO DELL’UOMO
Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose


E

ro in viaggio e alla radio stavano trasmettendo alcune canzoni. Una di queste, più o meno diceva così: ‹‹Anche gli uomini vogliono brillare, ma devono prima essere delle stelle…››. Quando ero un giovane liceale studiavo astronomia, due ore settimanali per tre anni. Il nostro professore, fisico matematico austero e astronomo rinomato, scopritore di un piccolo pianeta, ci massacrava con calcoli interminabili e difficili che la mia povera mente a fatica riusciva ad afferrare. Perfino i numeri erano tanto complicati. Io mi ero iscritto a quel liceo perché volevo vedere le stelle; attendevo l’ora di astronomia per poter conoscere il cielo. Ho visitato una specola, ma mai ho potuto mettere gli occhi sul cannocchiale astronomico, ho visto tanti documentari sul cielo, fatti bene e a colori, ho lavorato su calcoli astronomici, ma non ho mai imparato a conoscere il cielo.

Ricordo che avevamo un libro che conteneva una cartina astronomica: quello era l’unico cielo che ho visto! Ma mi è rimasta la voglia di conoscere il cielo, di guardarlo e sognare di essere una stella che brilla, proprio come diceva la canzone. Forse per questo mi appassiona la storia dei magi che dall’oriente seguirono una stella particolare e quando giunsero sul luogo videro ciò che non avevano mai visto: il Salvatore.

Si dice che può essere un racconto che ha del leggendario, ma questo lo lascio ai biblisti; per me invece esprime una verità che è scritta dentro ciascuno di noi: il desiderio di seguire una stella. Immaginate: essi videro una stella particolare e subito intuirono che, seguendola, avrebbero partecipato alla nascita di un grande, di un re. Hanno avuto coraggio. Chi assicurava a loro che non era pura fantasia?

Noi teologi saremmo giunti a conclusioni forse opposte: è una stella banale e comune, nulla di più. Non per niente a Gerusalemme gli scribi e i sommi sacerdoti del popolo non si accorsero che qualcosa di miracoloso stava accadendo. I magi, pagani, vedevano quell’evento con occhi diversi: era l’opportunità per andare oltre. E andarono oltre. Se non avessero avuto il coraggio di seguire quella stella non sarebbero mai giunti al luogo dove si trovava il Bambino.

I veri bambini erano loro che provavano una grandissima gioia nel vedere la stella. La seguirono e videro il bambino con Maria sua madre e lo adorarono (cfr. Mt 2,1-12). Adorarono il Signore solo dopo aver seguito la stella! Poi fecero ritorno al loro paese oramai illuminati dalla vera luce del ‹‹sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace›› (Lc 1,78-79).

Ora anche loro, dopo aver seguito la stella, brillavano come le stelle del cielo e potevano rischiarare le loro terre e i loro fratelli. Hanno avuto fede. Perché seguire un ammasso di materia, una creatura non intelligente, perché dare ascolto ad un’intuizione? Non sarebbe meglio andare sul sicuro? Vale la pena correre i rischi di un cammino di cui non si conosce la fine?

E poi, trovato il re, cosa avranno pensato i magi: ‹‹Tutto qui, tanta strada per un semplice bambino povero e sconosciuto?››. Hanno avuto umiltà per seguire e affidarsi ad una stella, bella quanto si vuole, ma pur sempre una stella. Avviene che, a chi ha il coraggio e la fiducia di seguire una stella, durante il cammino un velo viene tolto dagli occhi e vede ciò che altri non possono vedere e non vogliono vedere perché mancano di fede e coraggio per seguire una stella.

E il velo è stato tolto alla fine del cammino. Ora, qual è la stella che io devo seguire? Forse è questo il vero problema: scegliere una stella da seguire. I libri di astronomia non mi aiutano, gli studi teologici mi mettono in guardia e mi dicono di scegliere solo dopo un attento discernimento, i saggi mi dicono che è necessaria una seria analisi e consultazione prima di ogni decisione, i carismatici mi consigliano di chiedere ai profeti… ma potrebbe succedere quello che è successo a quel malato che, in attesa che i medici decidessero la cura, è morto.

Certo, il dubbio è sempre in agguato, nemico della fiducia. Cammina, segui la stella e vincerai ogni tentennamento. Il dubbio si vince camminando in avanti, non tornando indietro; si vincono le paure rimanendo aggrappati saldamente al primo amore. Serve solo un po’ di coraggio, neppure tanto; serve un balzo di fede, un piccolo salto che non è poi tanto difficile, basta solo fare il primo passo; serve infine un granello di umiltà che ci fa comprendere che da soli non faremo grandi cose.

Io ho scelto la mia stella a cui aggrapparmi e che oramai da tanti anni sto seguendo. Francamente non sempre è facile, ma so che nei momenti di buio io mi aggrappo più forte e continuo nel mio camminare. Forse è questo ciò che conta: scegliere una stella, forse non sarà la più bella o la più perfetta, ma è la tua. E so che seguendola un velo cadrà dai miei occhi e incontrerò il Salvatore. E se un giorno mi accorgerò che ho sbagliato stella? Avrò almeno conquistato il dono della fede che fa vedere ciò che occhi umani non sanno vedere, avrò conquistato l’amore per colui che ho seguito da vicino. Forse dove c’è amore fedele non c’è Dio? Scegli una stella, seguila, aggrappati e anche tu diventerai una stella, brillerai e sarai motivo di gioia per i tuoi. Non fermarti a metà strada perché ‹‹colui che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto per il regno di Dio›› (Lc 9,62).

Seguire una stella è promessa e caparra della tua luce.
p. Alvaro Grammatica


Alla Fine dei Tempi

Bruno Ferrero da “Solo il Vento lo sa
 

Alla fine dei tempi, miliardi di persone furono portate su di una grande pianura davanti al trono di Dio.

Molti indietreggiarono davanti a quel bagliore. Ma alcuni in prima fila parlarono in modo concitato. Non con timore reverenziale, ma con fare provocatorio.

"Può Dio giudicarci? Ma cosa ne sa lui della sofferenza?", sbottò una giovane donna. Si tirò su una manica per mostrare il numero tatuato di un campo di concentramento nazista. "Abbiamo subìto il terrore, le bastonature, la tortura e la morte!".

In un altro gruppo un giovane nero fece vedere il collo. "E che mi dici di questo?", domandò mostrando i segni di una fune. "Linciato. Per nessun altro crimine se non per quello di essere un nero".
In un altro schieramento c'era una studentessa in stato di gravidanza con gli occhi consumati. "Perché dovrei soffrire?", mormorò. "Non fu colpa mia".

Più in là nella pianura c'erano centinaia di questi gruppi. Ciascuno di essi aveva dei rimproveri da fare a Dio per il male e la sofferenza che Egli aveva permesso in questo mondo.

Come era fortunato Dio a vivere in un luogo dove tutto era dolcezza e splendore, dove non c'era pianto né dolore, fame o odio. Che ne sapeva Dio di tutto ciò che l'uomo aveva dovuto sopportare in questo mondo? Dio conduce una vita molto comoda, dicevano.

Ciascun gruppo mandò avanti il proprio rappresentante, scelto per aver sofferto in misura maggiore. Un ebreo, un nero, una vittima di Hiroshima, un artritico orribilmente deformato, un bimbo cerebroleso. Si radunarono al centro della pianura per consultarsi tra loro. Alla fine erano pronti a presentare il loro caso. Era una mossa intelligente.

Prima di poter essere in grado di giudicarli, Dio avrebbe dovuto sopportare tutto quello che essi avevano sopportato. Dio doveva essere condannato a vivere sulla terra.

"Fatelo nascere ebreo. Fate che la legittimità della sua nascita venga posta in dubbio. Dategli un lavoro tanto difficile che, quando lo intraprenderà, persino la sua famiglia pensi che debba essere impazzito. Fate che venga tradito dai suoi amici più intimi. Fate che debba affrontare accuse, che venga giudicato da una giuria fasulla e che venga condannato da un giudice codardo. Fate che sia torturato. Infine, fategli capire che cosa significa sentirsi

terribilmente soli. Poi fatelo morire. Fatelo morire in un modo che non possa esserci dubbio sulla sua morte. Fate che ci siano dei testimoni a verifica di ciò".

Mentre ogni singolo rappresentante annunciava la sua parte di discorso, mormorii di approvazione si levavano dalla moltitudine delle persone riunite.

Quando l'ultimo ebbe finito ci fu un lungo silenzio. Nessuno osò dire una sola parola. Perché improvvisamente tutti si resero conto che Dio aveva già rispettato tutte le condizioni.

"E il Verbo si fece carne" (Giovanni 1,14).


Beata te che hai creduto

Fratel Carlo Carretto

….Sono venuto nel deserto proprio per questo. Volevo rompere la frontiera tra il visibile e l'invisibile, tra il cielo e la terra e nella fede sovente ci sono riuscito.

Che pace andare al di là delle cose! Vivere come se il Vangelo fosse scritto ora, vissuto ora. Vedere il segno delle cose di Dio rompersi per mostrarti l'invisibile sua presenza, la sua realtà divina. Poter parlare con i santi. Fare esperienza della presenza eucaristica sotto la tenda trasformata in tabernacolo.

Una sera tentai il discorso con Maria. Mi era così facile! Le volevo così bene! Maria, dimmi come è andata? Raccontalo a me come l'hai raccontato a Luca l'evangelista. Tu lo sai, mi disse, perché conosci il Vangelo. È stato tutto molto bello! Io vivevo a Nazaret, in Galilea, e la mia vita era la vita di tutte le ragazze del popolo: lavoro, preghiera, povertà, molta povertà, gioia di vivere e soprattutto speranza nelle sorti di Israele. Abitavo con Anna, mia madre, in una casetta molto semplice che aveva un cortile davanti ed un gran muro di cinta fatto apposta perché noi donne ci sentissimo in libertà ed intimità. Lì sostavo sovente per lavorare e pregare. In me l'una e l'altra cosa si mescolavano ed ero piena di pace e di gioia.

Quel giorno ero sola nel piccolo cortile e una gran luce mi avvolgeva.
Pregavo, seduta su uno sgabello. Tenevo gli occhi socchiusi e sentivo una gioia invadermi tutta. La luce aumentava ed io incominciai a socchiudere le palpebre che avevo chiuso per non restare abbacinata.

Ero contenta di lasciarmi riempire di quella luce. Mi pareva il segno della presenza di Dio che mi avvolgeva come un manto. Ad un tratto quella luce prese l'aspetto di un angelo. Ho sempre pensato agli angeli così come lo vidi in quel momento. Tu sai com'è la questione della fede. Non sai mai se la visione è dentro o fuori.

È certamente dentro perché se fosse solo fuori potresti dubitare come fosse un'illusione. Ma dentro l'illusione non c'è, è così, sai che è così: ne è testimone Dio. Io stavo molto ferma per paura che tutto scomparisse.
E invece l'Angelo parlò. Anche qui: non sai mai se la voce la senti nell'orecchio o più in profondo.

Certamente in profondo perché se fosse solo nell'orecchio potresti illuderti.
La voce la senti là dove lo stesso Dio è il testimone. E che ti disse?
Mi disse: Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te.
E tu che provasti? È evidente che ne fui turbata. Era come se fossi visitata da cose troppo grandi per me e per la mia dimensione così piccola.
Tu puoi pensare alle cose di Dio con immenso desiderio ma quando ti toccano non puoi non spaventarti. Difatti mi disse subito:
« Non temere, Maria» (Luca 1,30). Mi feci coraggio perché la stessa frase l'avevo sentita alla Sinagoga quando si leggeva la storia di Abramo.
«Non temere, Abramo. lo sono il tuo scudo»
(Genesi 15, 1).
Poi l'Angelo mi diede l'annuncio della maternità con poche parole, ma così chiare che avevo l'impressione mi stessero nascendo dentro. Non mi era mai capitato di sentire parole come fossero avvenimenti.

Dimmi, Maria, sei stata colta di sorpresa? Non avevi mai pensato prima che tu... proprio tu... Oh sì! Ci avevo pensato. Noi ragazze ebree non pensavamo ad altro. Sentivamo che i tempi erano quelli e quando pregavamo nella Sinagoga l'aria era satura di attesa del Messia.
Che hai capito quando l'angelo ti disse che eri tu la scelta e che il Messia sarebbe nato da te? Capii esattamente cosa voleva dirmi, e rimasi soltanto stupita della straordinarietà della cosa. Com'era possibile se io ero vergine?
L'Angelo mi spiegò le cose e mi fu facile accettarle perché mi sentivo immersa in Dio come in quella luce vivissima del mezzogiorno.
Confusamente capii anche che pasticci ce ne sarebbero stati, che non sarei riuscita a spiegarmi con mia madre, specialmente col mio fidanzato Giuseppe, ma non avrei potuto fermarmi tanto era forte la presa di Dio su di me e tanta era la certezza che mi veniva dalle parole dell'Angelo.
« Nulla è impossibile a Dio» (Luca 1,37). Adagio, adagio la luce diminuì e non vidi più l'Angelo. Vidi mia madre Anna attraversare il cortile e mi venne voglia di parlarle, ma non ne fui capace perché non trovai le parole adatte.
Capii subito che non c'erano parole con cui potevo spiegare le cose.
Così nei giorni che seguirono, anzi, più andavo avanti e più diventavo silenziosa.

         Fu più difficile il discorso con Giuseppe, mio fidanzato. Tu sai come avvenivano le cose nelle nostre tribù. La sposa veniva promessa molto presto. Era come un patto tra famiglie. Ma essendo così giovane la futura sposa continuava a vivere in famiglia in attesa della maturità.
Allora con grande festa, di notte, si compiva lo sposalizio e lo sposo accompagnato dai suoi amici veniva con tante luci e canti e gioia a prendere la sua sposa ed a condurla a casa. Da quel momento si era veramente sposati. Quando l'Angelo mi apparve per annunciarmi la maternità, io ero ancora in casa. Ero stata promessa a Giuseppe, ma non ero ancora andata ad abitare con lui. Bastarono pochi mesi perché tutto divenisse complicato agli occhi degli uomini. lo non potevo nascondere la mia maternità e il mio ventre mi denunciava. Capii allora cos' era la fede oscura, dolorosa. Come potevo spiegarmi con mia madre?
Come potevo discutere col mio fidanzato Giuseppe?

Vissi tempi veramente dolorosi e l'unico conforto mi veniva nel ripetere: « Tutto è possibile a Dio, tutto è possibile a Dio ». Toccava a Lui spiegarsi ed io avevo tanta confidenza. Ma ciò non toglieva la mia sofferenza che in certi momenti mi straziava l'anima. Come potevo trovare le parole per dire che quel bimbo che portavo in seno era il figlio dell'Altissimo? Intanto non osavo più uscire di casa ed una volta vidi una vicina guardarmi da sopra il muro del cortile con evidente attenzione puritana. Ci furono dei momenti terribili ed io tremai al pensiero di essere denunziata come adultera. Ci voleva così poco. Bastava che Giuseppe andasse alla Sinagoga a spiegare la cosa e non gli sarebbero mancati gli zelanti che l'avrebbero seguito con le pietre per lapidarmi. Non era la prima volta che a Nazaret veniva uccisa un'adultera.

Ma è vero: « Dio può tutto ». E si spiegò Lui. Si spiegò con Giuseppe per primo che mi disse di avere avuto un sogno veramente straordinario e che non aveva perduto la confidenza in me e che mi avrebbe sposata lo stesso.
Che gioia quando me lo disse! Ma che paura avevo provato! Che oscurità!
Sì, il fatto mi aveva spiegato che la fede è di quella natura e che dobbiamo abituarci a vivere nell' oscurità. Ci fu anche un fatto straordinario che alleviò le mie pene in quei mesi. Tu sai che l'Angelo mi aveva dato un segno per aiutare la mia debolezza. Mi aveva detto che mia cugina Elisabetta era al sesto mese di una maternità straordinaria perché tutti noi della famiglia sapevamo che era sterile. Dovevo andare a trovarla in Giudea ad Ain-Karim dove abitava. Non mi feci pregare a partire. L'idea venne a mia madre perché era preoccupata che la gente del paese mi vedesse con quel ventre grosso e non voleva dicerie. Partii di notte, ma così contenta di allontanarmi da Nazaret dove c'erano troppi occhi indiscreti e non potevo raccontare a tutti le mie faccende. Trovai mia cugina già vicina al parto e così felice, poverina! Aveva aspettato tanto un figlio! Il Signore si era spiegato anche perché quando giunsi fu come se sapesse  tutto! Tutto! Tutto! Si mise a cantare per la gioia ed io cantavo con lei. Sembravamo due pazze, ma pazze di amore. E c'era un terzo che sembrava impazzito di gioia.

Era il piccolino, il futuro Giovanni che danzava nel ventre di Elisabetta come per fare festa a Gesù che era nel mio. Furono giorni indimenticabili.
Ma Elisabetta, che se ne intendeva di fede e di fede oscura e che aveva tanto sofferto nella vita, mi disse una cosa che mi fece piacere e che fu come il premio a tutta la mia solitudine di quei mesi. «Beata te che hai creduto» (Luca 1,44). E me lo ripeteva tutte le volte che mi incontrava e mi toccava il ventre, come per toccare Gesù, il nuovo Mosè che stava per venire al mondo.

Il fuoco con cui avevo cotto il pane si stava spegnendo. La notte era già alta e mi sentii solo. La presenza di Maria ora era nel rosario che avevo in mano e che mi invitava a pregare. Sentivo freddo e mi avvolsi nel «bournous » (Mantello arabo di lana di pecora) che avevo con me.
L'oscurità divenne totale, ma non avevo nessuna voglia di addormentarmi.
Volevo gustare la meditazione che Maria mi aveva regalata. Soprattutto volevo entrare con dolcezza e forza nel mistero della fede, la vera, quella dolorosa, oscura, arida. Oh no! Non è facile credere, è più facile ragionare.
Non è facile accettare il mistero che ti supera sempre e che ti allarga sempre i limiti della tua povertà. Povera Maria! Dover credere che quel bimbo che portava in seno era figlio dell'Altissimo. Sì, è stato semplice concepirlo nella carne, estremamente più impegnativo concepirlo nella fede! Quale cammino! Eppure non ne esiste un altro. Non c'è altra scelta.
Vuoi tu, Maria, spaventata dal credere, tornare indietro, pensare che non è vero, che è inutile tentare, che è una illusione quella di
un Dio che si fa uomo, che non c'è Messia di salvezza, che tutto è un caos, che sul mondo domina l'irrazionale, che sarà la morte a vincere sul traguardo e non la vita? No!

Se credere è difficile, non credere è morte certa. Se sperare contro ogni speranza è eroico, il non sperare è angoscia mortale. Se amare ti costa il sangue, non amare è inferno. Credo, Signore! Credo perché voglio vivere.
Credo perché voglio salvare qualcuno che affoga: il mio popolo.
Credo perché quella del credere è l'unica risposta degna di Te che sei il Trascendente, l'Infinito, il Creatore, la Salvezza, la Vita, la Luce, l'Amore, il Tutto.

Che cosa strana per non dire meravigliosa: appena ho detto con tutte le viscere la parola « credo» ho visto la notte farsi chiara.

Ora chiudo gli occhi perché è proprio lei, la notte, che mi abbaglia con la sua luce al di là di ogni luce. Sì, nulla è più chiaro di questa notte oscura, nulla è più visibile dell'invisibile Dio, nulla è più vicino di questo infinitamente lontano, nulla è più piccolo di questo infinito Iddio. Difatti è riuscito a stare nel tuo piccolo seno di donna, Maria, e tu l'hai potuto scaldare col tuo corpicino bello. Maria! Sorella mia! Beata te che hai creduto, ti dico stasera con entusiasmo, come te lo disse tua cugina Elisabetta, in quel vespero caldo ad AinKarim.


Il Midrash di Rabbi BARUC

G

ianni era un attore famoso: aveva girato in molte grandi città: Parigi, Londra, Vienna, New York... Dovunque andava riceveva applausi, consensi, congratulazioni. Egli era il protagonista e la sua compagnia era molto orgogliosa di lui.

Ma Gianni nelle ultime settimane era molto cambiato: partecipava alle prove con poco entusiasmo e recitava con molta distrazione, inoltre in scena faceva molte papere. Gli altri attori pensando fosse stanco, gli consigliarono di prendersi una vacanza prima della successiva tournée.

Un giorno Gianni si confidò con il regista della commedia: "Ho in testa una confusione grandissima e non capisco più quello che faccio. Ultimamente mi sono venuti molti dubbi sulla mia professione. Vedi, io mi sento una marionetta: devo muovermi come dice il copione e come tu vuoi, devo imparare un'infinita di battute che trovo gia pronte. Non ho libertà, devo sempre pronunciare parole che altri hanno scritto e che non sono mie. Sono stanco di essere il portavoce di qualcuno, non ce la faccio più a recitare testi ideati da altri: non c'é realizzazione in questo"!

Il regista, dopo una lunga pausa di silenzio, gli disse: "E' vero che tu non sei l'autore dei copioni e devi solo riferire ciò che gli scrittori hanno messo sulla carta. Ma questo non é sbagliato! Tu non sei un registratore che meccanicamente ripete quello che gli si dice. Tu sei un uomo con sentimenti, passioni e emozioni. Anche ripetendo frasi di qualcun'altro puoi esprimere la tua sensibilità, puoi dimostrare non solo che hai buona memoria, ma che partecipi con tutto il tuo essere a ciò che dici. Devi recitare non solo con la mente, ma anche con il tuo cuore; in questo modo sembrerà che reciti le battute per la prima volta. Tu devi annunciare al pubblico il messaggio che viene dagli autori: é attraverso le tue parole e i tuoi gesti che essi stessi rivivono. Il tuo é un ruolo importante ed esige coerenza".

Gianni meditò a lungo quelle parole, ma gli ci vollero ancora dei giorni per capirne il vero senso. Finalmente giunse la gran serata della prima...

Gianni recitò come non aveva mai fatto: sembrava che le parole gli sgorgassero dal cuore con stupenda naturalezza. Ora aveva compreso che senza la sua voce il messaggio sarebbe rimasto nascosto.


Il Midrash di Rabbi GEREMIA

C

'era fino a poco tempo fa, su un monte della Galilea, uno spuntone di roccia che tutti chiamavano il "picco del vecchio". Lì vi abitava, anni or sono, uno strano e leggendario vecchio (così almeno lo immaginavano tutti) il quale aveva deciso, chissà perché e chissà come, di vivere tutto solo. Le mamme, esasperate dai capricci dei figli, spesso lo nominavano per ottenere quanto desideravano: "Se non fai come ti dico guarda che chiamo il vecchio del picco!".

Lo spauracchio dell'anziano eremita, immaginato come burbero, cattivo, come una specie di Orco mangiabambini, otteneva sempre l'effetto desiderato.

Un giorno, però, si presentò un giovane stranamente vestito che, chiamati a se un gruppetto di bambini litigiosi, disse loro, consegnando un cesto di datteri: "Ve li manda il vecchio del picco invitandovi ad essere più gentili tra voi".

Qualche giorno dopo, un uomo, che aveva tutta l'aria di un rabbi, si presentò ad un altro gruppo di ragazzi, che avevano appena finito la loro preghiera nella sinagoga, e disse loro: "Prendete questi libri di midrash. Ve li manda il vecchio del picco, invitandovi a leggerli e a prestare più attenzione ai salmi e alle letture durante la preghiera nella sinagoga". Quei racconti erano tanto belli che ci vollero le urla paterne per far addormentare i ragazzi. In seguito, il vecchio del picco diede segni della sua presenza inviando altri doni: palle di stoffa, dolciumi, libri e libretti. Non solo, il vecchio del picco non faceva ormai più paura ai bambini, ma addirittura, qualcuno di loro tentò di salire fino alla cima del picco dove era posta la sua baracca. Un ragazzo, una volta, riuscì ad arrivare fino a una finestra della baracca. Chissà che cosa avrebbe pagato per poter vedere di persona quell'eccezionale benefattore.

Vide solamente un grosso quadro, grande tutta una parete, dove erano disegnati con colori intensissimi, fiori mai visti, animali che sembravano vivi, frutti esotici...

Un giorno si presentò al villaggio un giovane sconosciuto. Chi era? Lo mandava il vecchio del picco? Quali doni portava? Ma le sue mani erano vuote. Chiese solo di poter giocare con loro. Poi medicò le ferite di un ragazzino che si era sbucciato il ginocchio. Aiutò una vecchia che stava portando a casa due pesanti secchi d'acqua attinta al pozzo. Convinse un carrettiere, che trasportava dell'uva a darne un po' a tutti i ragazzi. Giunto a sera, quasi bisbigliando, disse: "Ragazzi, sono io il vecchio del picco. Sono sempre stato io travestito in modi diversi a portarvi i regali".

Nessuno di quei ragazzi volle credergli ed é così che continuarono ad attendere, giorno dopo giorno, un inviato del vecchio del picco. Ma l'inviato non arrivò mai più.

 

Così ha fatto Dio: prima ha mandato i suoi doni; poi si è "travestito" da profeta, da re, da rabbi, da papà, da mamma, da compagno...

Alla fine si presentò nella persona del figlio col nome di Gesù.

Molti stanno ancora aspettando la "sua venuta".

 

 


 

Il Midrash di Rabbi Ioachim

U

n giorno Rabbi Ioachim uscì di casa e si sedette in riva al mare. Alcune persone cominciarono a raccogliersi attorno a lui e uno gli chiese: “Rabbi, come mai, pur ascoltando spesso la parola del nostro Dio è così difficile comprenderla? Perchè facciamo così fatica a metterla in pratica?”.

“Volete davvero saperlo? – rispose Rabbi Ioachim – Sedete qui, accanto a me, e ascoltate attentamente...

C’erano una volta sei piccoli nani che vivevano insieme nella foresta. Ogni giorno, a mezzogiorno, si riunivano in una piccola radura nel bosco per accendere il fuoco e prepararsi il pranzo. Ciascuno portava con se una lente che una fata gentile aveva regalato loro quand’erano nati. E ogni giorno ciascuno cercava di accendere il fuoco catturando con la lente i raggi del sole. Ma ogni volta, nonostante i loro sforzi, cinque non ci riuscivano, mentre il sesto ci riusciva senza problemi! Eppure era sempre lo stesso sole e le lenti erano perfettamente uguali!

Il primo nano non allineava la lente col sole, non la teneva nella direzione giusta, così catturava solo pochi raggi. Il secondo nano catturava bene i raggi, ma non  manteneva la lente lustra e pulita, così essi non la attraversavano. Il terzo nanetto riusciva a catturare i raggi e la sua lente era pulita... ma non sapeva concentrare il calore in un sol punto, non riusciva cioè a rimanere calmo e immobile, e così il calore si disperdeva qua e là... e il fuoco non si accendeva! Il quarto nanetto catturava tutti i raggi, li faceva convergere in un sol punto con la sua lente lucente, era calmo e immobile, ma non aspettava mai abbastanza a lungo da permettere al fuoco di attecchire... e il fuoco non si accendeva! Il quinto concentrava i raggi del sole con la sua lente lucidissima aspettava, continuava ad aspettare... ma non succedeva niente perchè non aveva fatto i preparativi necessari, e cercava di accendere il fuoco con le foglie umide e l’erba verde!

Ma le cose andavano diversamente con il sesto piccolo nano: egli infatti concentrava i raggi con la sua lente lucida e brillante, riusciva a stare fermo e tranquillo, con pazienza, e preparava prima un mucchietto di foglie secche, ramoscelli e qualche pezzetto di legno più grosso. E ogni volta... tutto andava per il meglio: al momento giusto la fiamma si accendeva!”

da “Dabar”, AA.VV., Bologna

 


Il volto di Gesù
Bruno Ferrero da “A volte basta un raggio di sole

            n Sicilia, il monaco Epifanio un giorno scoprì in sé un dono del Signore: sapeva dipingere bellissime icone.

Voleva dipingerne una che fosse il suo capolavoro: voleva ritrarre il volto di Cristo. Ma dove trovare un modello adatto che esprimesse insieme sofferenza e gioia, morte e risurrezione, divinità e umanità?

Epifanio non si dette più pace: si mise in viaggio; percorse l'Europa scrutando ogni volto. Nulla. Il volto adatto per rappresentare Cristo non c'era.

Una sera si addormentò ripetendo le parole del salmo: "Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto".

Fece un sogno: un angelo lo riportava dalle persone incontrate e gli indicava un particolare che rendeva quel volto simile a quello di Cristo: la gioia di una giovane sposa, l'innocenza di un bambino, la forza di un contadino, la sofferenza di un malato, la paura di un condannato, la bontà di una madre, lo sgomento di un orfano, la severità di un giudice, l'allegria di un giullare, la misericordia di un confessore, il volto bendato di un lebbroso.

Epifanio tornò al suo convento e si mise al lavoro.  Dopo un anno l'icona di Cristo era pronta e la presentò all'Abate e ai confratelli, che rimasero attoniti e piombarono in ginocchio. Il volto di Cristo era meraviglioso, commovente, scrutava nell'intimo e interrogava.

Invano chiesero a Epifanio chi gli era servito da modello.

 

Non cercare il Cristo nel volto di un solo uomo,

ma cerca in ogni uomo un frammento del volto di Cristo.


 

L'Occhio del Falegname

Bruno Ferrero da “ Cerchi nell'Acqua
 

     C'era una volta, tanto tempo fa, in un piccolo villaggio, la bottega di un falegname. Un giorno, durante l'assenza del padrone, tutti i suoi arnesi da lavoro tennero un gran consiglio.

La seduta fu lunga e animata, talvolta anche veemente. Si trattava di escludere dalla onorata comunità degli utensili un certo numero di membri.
Uno prese la parola: "Dobbiamo espellere nostra sorella Sega, perché morde e fa scricchiolare i denti. Ha il carattere più mordace della terra".
Un altro intervenne: "Non possiamo tenere fra noi nostra sorella Pialla: ha un carattere tagliente e pignolo, da spelacchiare tutto quello che tocca".
"Fratel Martello - protestò un altro - ha un caratteraccio pesante e violento. Lo definirei un picchiatore. E' urtante il suo modo di ribattere continuamente e dà sui nervi a tutti. Escludiamolo!"

"E i Chiodi? Si può vivere con gente così pungente? Che se ne vadano! E anche Lima e Raspa. A vivere con loro è un attrito continuo. E cacciamo anche Cartavetro, la cui unica ragion d'essere sembra quella di graffiare il prossimo!".
Così discutevano, sempre più animosamente, gli attrezzi del falegname. Parlavano tutti insieme. Il martello voleva espellere la lima e la pialla; questi volevano a loro volta l'espulsione di chiodi e martello, e così via. Alla fine della seduta tutti avevano espulso tutti.

La riunione fu bruscamente interrotta dall'arrivo del falegname. Tutti gli utensili tacquero quando lo videro avvicinarsi al bancone di lavoro. L'uomo prese un asse e lo segò con la Sega mordace. Lo piallò con la Pialla che spela tutto quello che tocca. Sorella Ascia che ferisce crudelmente, sorella Raspa dalla lingua scabra, sorella Cartavetro che raschia e graffia, entrarono in azione subito dopo.

Il falegname prese poi i fratelli Chiodi dal carattere pungente e il Martello che picchia e batte.

Si servì di tutti i suoi attrezzi di brutto carattere per fabbricare una culla. Una bellissima culla per accogliere un bambino che stava per nascere.

Per accogliere la Vita.

Questa storia ci permette di comprendere come la ricchezza del dono di ciascuno è soprattutto data dall'insieme dei doni di tutti. Ancora non sappiamo riconoscere l'altro in quanto altro, perchè guardiamo troppo a noi stessi e abbiamo paura dell'altro, anzichè vederlo per il dono che è per l'umanità stessa. Ciascuno ha un talento prezioso da offrire e da ricevere dagli altri. E' nella gioia del frutto che è possibile entrare nella gioia del Signore: il desiderio di Dio, infatti, è che cresca e si sviluppi l'umanità ed in essa tutto ciò che è vero, giusto, bello, buono.

E' nell'accogliere l'altro, nel metterlo in condizione di esprimere il suo "talento", nel permettergli di dare frutto, che siamo accolti dal Signore e partecipiamo alla pienezza della sua gioia.

Dio ci guarda con l'occhio del falegname

 

 


 

Il Campo

Bruno Ferrero da “Cerchi nell'Acqua
 

n padre lasciò in eredità ai suoi due figli un campo di grano. I due fratelli divisero equamente il campo. Uno era ricco e non sposato, l'altro povero e con numerosi figli.

Una volta, al tempo della mietitura, il fratello ricco si rigirava nel letto di notte e diceva tra sé:"Io sono ricco, a che mi servono tutti quei covoni? Mio fratello è povero e ha bisogno di molto frumento per la sua famiglia".
Si alzò da letto, andò nella sua parte di campo, prese una gran quantità di mannelli di grano e li portò nel campo del fratello.
Nella stessa notte, suo fratello pensò: "Mio fratello non ha moglie né figli. L'unica cosa in cui può trovare gioia è la sua ricchezza. Io gliela voglio accrescere".

Lasciò il proprio giaciglio, andò nella sua parte di campo e portò una gran quantità di mannelli nel campo del fratello.

Quando entrambi, al mattino, si recarono nel proprio campo, si meravigliarono che il grano non fosse diminuito.

Nelle notti che seguirono fecero la stessa cosa. Ognuno dei due portava il proprio grano nel campo dell'altro. E ogni mattina scoprivano che il grano non diminuiva.

Ma una notte i due fratelli, con le braccia cariche di grano, si incontrarono sul confine dei campi. Si resero conto ridendo di quello che era accaduto e si abbracciarono.

Allora udirono una voce dal cielo: "Questo luogo, sul quale si è manifestato tanto amore fraterno, merita di essere scelto perché su di esso si edifichi il mio tempio: il tempio dell'amore fraterno".
E in effetti il re Salomone scelse quel posto per la costruzione del tempio.

 

Oggi il re Salomone riuscirebbe ancora a trovare un posto per il tempio?

 

 

 


 

Per entrare in paradiso

U

n uomo andò in paradiso. Appena giunto alla porta coperta di perle incontrò San Pietro, che gli disse: "Ci vogliono 1.000 punti per essere ammessi. Le buone opere da te compiute determineranno i tuoi punti".
L'uomo rispose: "A parte le poche volte in cui ero ammalato, ho ascoltato la Messa ed ho cantato nel coro".
"Quello fa 50 punti", disse San Pietro.
"Ho sempre messo una bella sommetta nel piatto dell'elemosina che il sacrestano metteva davanti a me durante la Messa".
"Quello vale 25 punti", disse San Pietro.
Il pover'uomo, vedendo che aveva solo 75 punti, cominciò a disperarsi.
"La domenica ho fatto scuola di Catechismo – disse – e mi pare che sia una bella opera per Iddio".
" – disse San Pietro – e quello fa altri 25 punti".
L'uomo ammutolì, poi aggiunse: "Se andiamo avanti così, sarà solo la Grazia di Dio che mi darà accesso al paradiso".
San Pietro sorrise: "Quello fa 900 punti. Entra pure".

Smettiamola di voler accumulare i cosiddetti "punti Paradiso": se siamo salvi è prima di tutto per Grazia di Dio! La stessa Grazia ci ispiri stupore per un amore così grande e desideri buoni, di vera conversione, di autentica carità, per puro amore di Dio, non per aspettarci un contraccambio nell'aldilà.

 


 

Il Teologo

Piero Gribaudi da “Il Libro della Saggezza Interiore”
 

"Sei molto diverso da come Ti pensavo ", disse un teologo a Dio quando giunse alla Sua presenza. "Perché, tu pensavi qualcosa di Me?" - chiese Dio. "Non avrei dovuto?".

L'importante è che tu non abbia forzato altri a pensarmi secondo il tuo pensiero"."Forzato... ho cercato di convincerli". E' la stessa cosa. La convinzione sposata al pensiero lo rende ancor più contagioso".
"Ho fatto male? Io credevo...". Tutti credono di poter dire qualcosa di Me, che sono l'Ineffabile. Ma Io vengo colto in mille modi che nulla hanno a che fare col pensiero e la parola: l'istinto, l'intuizione, l'adorazione, la meraviglia, persino l'odio e la paura".

"Ma se Tu hai dotato l'uomo di pensiero", azzardò a questo punto il teologo, "lo avrai pur fatto per qualche motivo...". "Perché pensasse ai fatti suoi, non ai fatti miei".

"Ma l'uomo giunge a Te ragionando su se stesso!" "Non gliel'ho chiesto io. Continua infatti a proiettare su di Me la sua ombra, oscurando la mia chiarità. Qualsiasi ragionamento umano, invece di aggiungere un grammo alla mia gloria, gliela sottrae. Io vengo conosciuto soltanto attraverso l'amore".

"Ma Tu sai, mio Dio, quanti equivoci si nascondano in questa parola...".
"Nessun equivoco. L'infinita, varietà delle forme d'amore, l'impossibilità di definirlo e giudicarlo, l'incalcolabile possibilità di esprimerlo sono tutti modi per accostarsi alla mia Realtà".

"Allora...". "Allora, amico, quando ritornerai sulla terra, non penserai minimamente a Me. Cercherai solo di amare, così che gli altri, vedendoti, sentano Me, riuscendo a cogliere un grammo della mia sostanza".

 

 

 

L'artigiano

 


 

Specchio al Sole

Mentre passeggiavo una sera con un mio amico, da una discarica illuminata dagli ultimi raggi d'un sole rosso, rosso, il nostro occhio restò colpito da una fonte luminosissima, quasi un prisma gigante che mandava luce a raggiera. Incuriositi, ci avvicinammo a quell'oggetto straordinariamente risplendente. Era un frammento di uno specchio fatto a pezzi e gettato tra i rifiuti. Abbiamo colto l'importanza di stare sempre e comunque al sole. Uno specchio, bello o brutto, piccolo o grande, intero o spezzato che sia, quando sta al sole, desta sempre stupore; non può riflettere che il sole. Ogni riflesso allora risulta una meraviglia. Se pensassi a chi sono io, mi sorprenderei dei risultati ottenuti. Gli effetti supererebbero di gran lunga la causa. La causa non è lo specchio, ma la potente luminosità del sole. Al sole tutto acquista significato ed importanza: anche la pochezza e la nullità dello specchio che se si mette a disposizione del sole, diventa importante tanto da essere scambiato per lo stesso sole. Risulta addirittura positivo, per lo specchio che sta al sole, l'essere ridotto a mille pezzi, perché ogni pezzo riflette il sole e da quello che in origine era un solo specchio vengono irradiati mille riflessi di luce. Credere all'amore di Dio è vivere immersi nella luce: stare al sole è creare meraviglia là dove si è, così come si è. Guardando il sole riflesso non si bada più allo specchio o alla sua qualità, ma si beneficia della luce e degli effetti salutari del sole.
Ogni creatura che sta al sole diventa subito riflesso del sole e benefattrice delle altre creature che ancora non hanno conosciuto il sole, ma ne siano indirettamente irradiate. Mi disse allora l'amico: ti ringrazio di questa bellissima metafora del sole e dello specchio in frantumi. Finora mi sono sempre rammaricato con Dio di come mi sono ridotto con le mie incorrispondenze. Mi sono spesso sentito un'anima a pezzi. Ho sempre guardato lo specchio della mia anima all'ombra del mio modo di vedere, di valutare cose e debolezze. Ora tu mi hai messo al sole dell'amore di Dio, partecipe del gaudio del suo gioioso perdono. E mi glorierò del mio specchio, infranto, ma esposto continuamente al sole, anche in una discarica, affinché ogni pezzetto rifletta il sole intero per coloro che vivono ancora all'ombra della loro poca fede.

Mi hai insegnato a ringraziare il sole per i riflessi di luce che mi manda a raggiera da ogni fratello, dall'umanità frantumata. È meraviglioso essere una raggiera per gli altri e godere che gli altri lo siano per noi. Testimoni gli uni per gli altri della luce di Dio.

 


 

 

I doni di Dio

Bruno Ferrero

I

n un paese lontano, un uomo, camminando tra i vicoli nella parte vecchia della città, si imbatte in una bottega dall'insegna consumata dal tempo ma ancora ben leggibile.

C'era scritto: "Qui si vendono i doni di Dio".

Entrò e visto un vecchietto dietro un bancone gli chiese: "Che vendi buon vecchio?". Gli rispose: "Ogni ben di Dio". "Fa pagare caro?".
"No! I doni di Dio sono tutti gratuiti".

Si guardò intorno stupito per gli scaffali pieni di anfore d'amore, vasi di coraggio, lattine di gioia, flaconi di fede, pacchi di speranza, bottiglioni di pace, scatole di salvezza, casse di amicizia...

Si fece coraggio e disse al vecchietto: "Mi dia un bel po' d'amore di Dio, tutta la pace e la gioia, un cartoccio di fede e salvezza quanto basta".
Questi con pazienza, curvo sulla schiena, preparò tutto sul bancone. L'uomo fece un balzo. Con grande meraviglia vide che di tutti i grandi doni che aveva chiesto il vecchietto fece solo un piccolissimo pacco che stava sul pugno delle mani.
Esclamò: "Possibile? Tutto qui?".

Il vecchietto, raddrizzatosi di colpo, rispose solennemente:
"E sì, mio caro, nel negozi di Dio non si vendono frutti maturi, ma soltanto piccoli semi da coltivare".

 


Giallo in fabbrica

Bruno Ferrero da “C’è qualcuno lassù”

 

U

na fabbrica aveva un problema di furti. Ogni giorno veniva rubata della merce. I dirigenti affida­rono quindi ad una società specializzata il compito di perquisire ogni dipendente che usciva alla fine del lavoro.

La maggior parte degli operai apriva spontanea­mente la borsa e faceva esaminare i contenitori della colazione. I detective erano molto diligenti e control­lavano tutti i dipendenti, fino all'ultimo: un omino che tutti i giorni chiudeva la fila degli operai con un carrello pieno di rifiuti. Una guardia doveva passare una buona mezz'ora, quando ormai tutti gli altri se ne stavano tornando a casa, a rovistare tra involucri di alimenti, mozziconi di sigarette e bicchieri di pla­stica per controllare se veniva portato fuori qualcosa di valore. Non trovava mai niente.

Una sera, il guardiano, esasperato, disse all'uo­mo: «Senti, lo so che stai combinando qualcosa, ogni giorno controllo ogni più piccolo pezzetto di rifiuto nel carrello e non trovo mai niente che valga la pena di essere rubato. Sto diventando pazzo. Dimmi quello che stai facendo e ti prometto che non farò nessun rapporto».
L'uomo alzò le spalle e disse: «E' semplice, rubo carrelli».

 

Noi fraintendiamo completamente il senso della vita quando pensiamo che la nostra vita sia tempo da usare alla ricerca di premi e piaceri. Freneticamente e con sempre maggiore frustrazione, rovistiamo fra i nostri giorni, i nostri anni, alla ricerca della ricom­pensa, del successo che dia valore alla nostra vita, come la guardia che cerca le cose di valore tra i ri­fiuti del carrello lasciandosi scappare la risposta più ovvia:

quando avrete imparato a vivere, la vita stes­sa sarà la ricompensa.
E la vita è tutto quello che abbiamo.

 

 


 

Crucem tuam...

 

P

erché la Croce – che oggi la chiesa celebra solennemente – è così importante per la religione cristiana? Del resto, materialmente, si tratta di due assi di legno messi insieme e niente più! Non è possibile rispondere a questa domanda se non a partire dal mistero della volontà di Dio. La croce, infatti, sarebbe rimasta un normale pezzo di legno se ad abbracciarla non ci fosse stato qualcuno il cui unico scopo era quello compiere la volontà di Dio.

E a motivare le ragioni di questo folle sacrificio è Gesù stesso: «E di nuovo, allontanatosi, pregava dicendo: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà”» (Mt 26, 42); «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49); «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera» (Gv 4, 34). Si può essere dispensati dall’obbligo di compiere la volontà di Dio? Faustina Kowalska scriveva nel suo Diario: “Io debbo essere soltanto uno strumento nelle Sue mani. Ed eccomi dunque, Signore, per fare la Tua volontà. Comandami secondo i Tuoi eterni disegni e le Tue predilezioni, concedimi però la grazia di esserTi sempre fedele”.

La volontà di Dio si compie pienamente con la crocifissione del Figlio unigenito, diventando in quel preciso istante “compito” per l’intera umanità. Quando, infatti, la Passione di Gesù  volgeva ormai verso il suo doloroso epilogo. Secondo il racconto dei Vangeli, Maria, Sua Madre, le altre donne e il discepolo prediletto si strinsero attorno al Maestro. Essi avevano seguito Gesù fino alla croce e adesso ne raccoglievano le ultime parole, gli spasimi finali. Ai piedi della croce sosta l’intera umanità, il primo nucleo di cristiani; Maria, Giovanni, le altre donne sono immagine della Chiesa che rimarrà impressa nello sguardo e nel cuore di Dio. Tutto è ormai compiuto! Alcuni istanti ancora per affidare il genere umano al Padre, e poi il soffio del Suo ultimo respiro benedirà la giovane Chiesa radunata sotto la croce.

Racconta la piccola Teresa di Lisieux: “Una domenica, guardando una immagine di Nostro Signore in Croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una mano Sua divina, provai un dolore grande pensando che quel sangue cadeva a terra senza che alcuno si desse premura di raccoglierlo; e risolsi di tenermi in ispirito a piè della Croce per ricevere la divina rugiada, com­prendendo che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime... Un grido di Gesù sulla Croce mi echeggiava continuamente nel cuore: «Ho sete!». Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo... Volli dare da bere all'Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete delle anime. Non erano ancora le anime dei sacerdoti che mi attraevano, ma quelle dei grandi peccatori, bruciavo dal desiderio di strapparli alle fiamme eterne...” (Teresa di Gesù Bambino).

 

 


 

Correzione fraterna: 
la correzione evangelica

Q

uando vuoi ammonire qualcuno alle cose belle, prima da' ristoro al suo corpo e onoralo con una parola colma di amore. Non c'è nulla che renda modesto un uomo e lo persuada a convertirsi dalle cose cattive a quelle buone, come il bene corporale e l'onore dimostratogli da qualcuno. Un secondo strumento di persuasione è lo sforzo di un uomo a essere lui stesso uno spettacolo lodevole. Colui che ha ottenuto di possedere se stesso per mezzo della preghiera e della vigilanza, potrà facilmente avvicinare il suo compagno alla vita, anche senza la fatica delle parole o l'ammonizione esplicita. Colui che prende le difese dell'oppresso, trova un difensore nel suo Creatore. Colui che presta il suo braccio per aiutare il suo prossimo, riceve il braccio di Dio per lui. Colui che accusa suo fratello per i suoi mali, troverà Dio come suo accusatore.

Colui che raddrizza suo fratello nel segreto di una stanza, cura il suo male; ma colui che lo accusa nell'assemblea, rinsalda le sue ferite.

Colui che cura suo fratello in privato, rivela la forza del suo amore; ma colui che lo espone all'occhio dei suoi compagni, fa conoscere la forza della sua propria invidia. L'amico che cura nel segreto, è un medico sapiente; ma colui che cura all'occhio di molti, in verità è uno che ingiuria. Il segno della misericordia è il perdono di qualsiasi offesa, e il segno di una cattiva intelligenza è che si mutino le parole rivolte al peccatore. Colui che accosta la medicina alla correzione, corregge con amore, ma colui che cerca la vendetta è vuoto di amore. Dio corregge nell'amore e non per amore di vendetta. Non sia mai! Perché egli cerca di guarire la sua immagine e non conserva la sua collera. Se sei adirato contro qualcuno, o ardi di zelo a motivo della fede o a motivo delle sue opere cattive, o lo accusi o lo ammonisci, vigila sulla tua anima, perché tutti abbiamo nei cieli un giudice giusto.

Se infatti tu hai pietà e cerchi di convertirlo alla verità, soffrirai sofferenza a causa sua. Con lacrime e con amore gli dirai una o due parole, senza ardere d'ira contro di lui, allontanando da te i segni dell'inimicizia.

L'amore non sa adirarsi, non si irrita, non rimprovera con passione. Il segno dell'amore e della conoscenza è una profonda umiltà che proviene dall'intelligenza dell'intimo. Guarda di non essere dominato dalla passione di coloro che sono ammalati del desiderio di correggere gli altri e che da se stessi vogliono essere i censori e i correttori di tutte le infermità degli uomini. Questa è una dura passione...

In verità, è meglio per te trovarti a cadere nella lussuria, piuttosto che in questa malattia.

ISACCO DI NINIVE, Un’ umile speranza
Edizioni Qiqajon, 1999 - pp. 198 -200


 

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Un lampo
Piero Gribaudi, Bimbi del Vangelo

uando vide che il tramonto stava dipingendo di viola le nubi, Eleazar si accorse, come ridestandosi da un sogno, di averla fatta grossa. Che cosa avrebbe detto a casa? Gli avrebbero creduto? Ma soprattutto che cosa avrebbero mangiato, quella sera, il babbo e la mamma?
Fu quest'ultimo pensiero a spingerlo di corsa verso i 12 canestri allineati accanto a un pozzo abbandonato. Vuoti! Vuoti anch'essi come la sua bisaccia, che sentiva pendergli sul fianco floscia come un pensiero inutile.
La sua bisaccia che poche ore prima conteneva un tesoro:

cinque pani e due grandi pesci essiccati.
Che cosa era successo? Perché si era prestato con tanta spontaneità, lui - l'unico che avesse con sé un po' di cibo - a quell'incredibile gioco cui aveva assistito con stupore, gioia, emozione, sino a dimenticare il correre del tempo?
Stentava ancora a raccapezzarsi, in quel susseguirsi di eventi: la richiesta del suo prezioso cibo da parte dei discepoli di Gesù, il suo sì immediato, e poi il movimento continuo della mano del Rabbi nell'estrarre dalla sua bisaccia quel che non poteva contenere: migliaia di pani, migliaia di pesci, a saziare le migliaia di persone tra le quali si era infilato anche lui quasi per caso, per curiosità, per udire parole che solo in parte aveva capite ma che gli erano scese nel cuore come il più squisito dei cibi.
E poi, quell'allegro desinare in gruppi a forma di aiuole di cinquanta, cento persone, rese un po' ebbre dell'abbondanza del cibo spirituale e di quello materiale; al punto che il Rabbi, vedendo lo spreco dei rifiuti nell'erba, aveva ordinato di raccoglierli in dodici cesti.
Tutto straordinario, incredibile, quasi magico. Ma la conclusione? Lui, che pure si era saziato, aveva completamente dimenticato

i suoi cinque pani e i suoi due pesci.
Ce n'erano talmente tanti! Ce n'erano, appunto... Ma adesso, che tutti se n'erano andati, pure i cesti degli avanzi erano stati svuotati. E lui che era costretto a tornare a casa a raccontare cose dell'altro mondo,

però a mani vuote.
A Eleazar venne un groppo in gola, un grosso nodo di pianto e rabbia. E diede un gran calcio all'ultimo cesto. Vide così, acceso dall'ultimo raggio dell'ultimo sole, un piccolissimo lampo. Gli si avvicinò.
Era un pesciolino non più lungo del suo mignolo, rimasto incastrato fra le maglie del cesto. Lo raccolse, e fu allora che notò una formica trascinare una mollica di pane dieci volte più grande di lei.
Raccolse anche la mollica. Forse, mostrando a casa quei minuscoli avanzi, avrebbe potuto illustrare meglio tutte le meraviglie cui aveva assistito. Ne era assai poco convinto, Eleazar, ma tentar non nuoce.
Fu così che lo avrete già capito, Eleazar trasse quella sera a casa, sul povero tavolo disadorno, di fronte alle ghirlande di occhi dei fratellini e di mamma e papà, non uno ma diecimila pesciolini piccini e diecimila briciole di pane.
Sinché il tavolo fu colmo sino al soffitto, e i pesciolini scivolavano a terra e ai piedi del tavolo si moltiplicavano pure i gatti e le galline

facendo un gran chiasso.
Alla fine, smise di affondare la mano nella bisaccia, perché le dita gli dolevano, il sole era ormai alto, i fratellini dormivano per la grande abbuffata. Mamma e papà continuavano a chiedergli di quell'uomo, Gesù, e di quale magia avesse fatto lui, il loro figliolo generoso e distratto.

E lui non sapeva che rispondere, se non con un sorriso.