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Da: DIO AMORE NELLA TRADIZIONE CRISTIANA E NELLA DOMANDA DELL’UOMO CONTEMPORANEO.

Autori Vari, Roma 1992 - Le pagine riportate sono nel cap. 3° da pag. 97 a pag. 102

Sulla terra è piuttosto l'amore materno che i figli sperimentano. Clemente d'Alessandria, per far capire con quale amore Dio ci ama, dice: "Dio è Padre, ma la tenerezza con cui ci ama lo fa diventare madre. Il Padre si femminizza amando". E Salviano di Marsiglia gli fa eco affermando che Dio ci ama più di quanto un padre ama il proprio figlio: "Dio, che infonde anche negli animali più piccoli l'amore per le loro opere, avrà privato solo Se stesso dell'amore per le sue creature? Tanto più che l'amore per ogni cosa buona discende in noi grazie al suo amore sublime. È Lui infatti la fonte, l'origine di tutto (...) da Lui abbiamo ricevuto tutto l'affetto con cui amiamo le nostre creature. Ma tutto il mondo, tutto il genere umano è una sua creatura, ed è dall'amore con cui amiamo le nostre creature che egli ha voluto farci capire quanto Lui ama le sue creature (...). E volle che noi riconoscessimo il suo affetto paterno. Dirò solo paterno? No, più che paterno (...). "Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unico per la vita del mondo" (Gv 3, 16). (...). Ecco, dunque, come ho detto: Dio ci ama più di quanto un padre ama il proprio figlio. Ed è evidente che il suo affetto per noi è maggiore dell'affetto nostro per i figli, perché per amore nostro non risparmiò il suo Figlio. E aggiungo: il Figlio giusto, il Figlio unigenito, il Figlio di Dio. Cosa si può dire ancora? Per noi: cioè per i malvagi, gli iniqui, gli empi. Chi può allora misurare l'amore di Dio verso di noi?".

Ma l'amore ha come caratteristica di fare eguali per poter essere in comunione totale. Ciò è avvenuto quando Dio, nel Verbo, si è fatto uomo, eguale a noi, perché noi potessimo in Lui essere in qualche modo uguali a Dio. Sant'Atanasio esprime così questo concetto: "L'amore di Dio per gli uomini consiste in questo, che di quelli di cui è il Creatore ne sia anche Padre secondo la grazia. E lo diventa quando gli uomini, creati, ricevono nei loro cuori lo Spirito del Figlio che grida: Abbà, Padre (Gal 4, 6; Rm 8, 15). Non potrebbero del resto diventare figli, essi che sono creature per natura, se non accolgono lo Spirito di Colui che è Figlio per natura in senso autentico. Per questo il Verbo si è fatto carne: per rendere la natura umana capace di ricevere la divinità".

Più esplicitamente Agostino afferma: "Se siamo diventati figli di Dio, siamo per ciò stesso diventati dèi", e quando preghiamo possiamo parlare a tu a tu con Dio come figli col Padre, poiché la preghiera in questo caso - dice Cassiano - è un amore di fuoco: "È uno sguardo diretto unicamente su Dio, un grande fuoco d'amore. L'anima si fonde e si inabissa in Lui in un santo affetto, e si intrattiene con Lui come con un padre in un rapporto familiare e tenero", proprio come il Figlio è unito al Padre, poiché allora "l'unità che c'è tra il Padre e il Figlio e tra il Figlio e il Padre si stabilirà nell'intimo della nostra anima: Dio sarà tutto il nostro amore e tutto il nostro desiderio, tutto il nostro ideale da raggiungere (..), tutto il nostro pensiero, la nostra vita, il nostro parlare e il nostro respiro" . Si realizza cosi la preghiera che Gesù ha rivolto per noi al Padre: che siamo anche noi, figli nel Figlio, uno col Padre.

È del resto Gesù che ci ha rivelato il Padre: il Verbo "si è fatto uomo allo scopo di far di noi degli dèi - scrive sant'Atanasio -; si è reso visibile col suo corpo perché avessimo l'immagine del Padre invisibile". E poiché "la vocazione dell'uomo è diventare Dio", si comprende l'espressione di Clemente Alessandrino: "non conoscere il Padre è la morte, mentre conoscerlo è la vita eterna".

"Dio - dice paradossalmente Origene - vuole essere non soltanto Dio, ma Padre". L'idea era già di Ireneo per il quale "Dio ha plasmato Adamo non perché ha bisogno dell'uomo, ma per avere qualcuno a cui dare i suoi doni". "Il nome che conviene propriamente a Dio è quello di "Padre", piuttosto che "Dio"; il secondo esprime infatti una dignità, mentre il primo rivela una proprietà personale. Dire "Dio" significa indicare colui che sostiene nell'essere tutte le cose; dire "Padre" significa invece raggiungere la ragione di una proprietà intima, poiché è manifestare che Dio ha generato. "Padre" è dunque in certo qual modo il nome più vero di Dio, il suo nome proprio per eccellenza". Essendo Padre, il suo amore non viene mai meno, poiché la caratteristica della bontà di Dio è di "vincere con i suoi benefici coloro che egli ama", anche quando sembra imporre ai suoi figli cose dure: "Se non fosse utile alla conversione dei peccatori castigarli in qualche modo, mai e poi mai il Dio buono e misericordioso punirebbe i peccati con castighi. Ma essendo un Padre molto buono, corregge un figlio per educarlo così come fa un maestro accorto che corregge l'alunno colpevole mostrando un volto severo, per paura che sentendosi privilegiato quegli si perda (...). Tutte le cose di Dio che sembrano amare sono volte all'educazione e alla guarigione. Dio è medico, Dio è Padre". E non è stato forse "per amore dell'uomo che il Figlio è venuto [sulla terra] a morire"? Sì, il Figlio aveva per l'uomo "una passione d'amore; ma anche il Padre, Dio dell'universo, Lui che è pieno di longanimità, di misericordia e di pietà, forse che anche Lui non soffre in qualche modo? (...). Quando ad esempio lo si prega, sente pietà e compassione, soffre una passione d'amore". E l'amore, così personalizzato, di Dio diventa misericordia: "Nel suo amore per l'uomo, l’Impassibile ha sofferto una passione di misericordia". Così, poiché "Dio è misericordia per tutti, se noi vogliamo essere suoi figli dobbiamo imitarlo facendo del bene a tutti gli uomini, senza distinzione".

"Dio è giusto?" - si chiede Isaac il Siro. Sì, ma la sua giustizia si è rivelata nella follia d'amore che ha avuto per noi sulla croce. La sua misericordia ha cancellato la giustizia. "A paragone della provvidenza e della misericordia di Dio, le colpe di tutti gli uomini non sono che un pugno di sabbia nell'oceano immenso. E come un po' di terra non riesce a tappare una sorgente impetuosa, così la misericordia del Creatore non può essere fermata dalla malvagità delle creature (...). Come puoi chiamare Dio giusto, quando leggi la parabola della paga data agli operai? (...). Come si può chiamare Dio giusto, quando si legge la parabola del figliolo prodigo che sprecò nei vizi la ricchezza di suo Padre, il quale, appena lui mostrò un po' di nostalgia [della casa paterna] gli corse incontro, lo abbracciò e gli mise a disposizione tutte le sue ricchezze? E non è stato uno qualunque ad averci detto questo su Dio (...) è stato suo Figlio stesso. Lui ha dato del Padre questa testimonianza. Dov'è allora la giustizia di Dio? (...). Al posto di ciò che i peccatori meriterebbero per giustizia, Lui dona loro la resurrezione".

Come rispondere a questo oceano di amore? In Guglielmo di Saint-Thierry possiamo trovare una sintesi del pensiero dei Padri che va da Origene a Gregorio di Nissa e Agostino. Egli è convinto, come afferma San Bernardo suo contemporaneo, che "Dio è amore, e che niente di tutto il mondo sarebbe in grado di colmare l'uomo creato a immagine di Dio all'infuori di Dio-Amore che è il solo a essere più grande di ogni creatura". Anzitutto - spiega Guglielmo - perché "ogni vero amore ha la sua origine in Dio, dove ha preso esistenza, dove è stato nutrito e cresciuto, dove ha la sua cittadinanza non come straniero ma come uno che ha lì la sua patria". Ogni amore rivolto alle creature allontana l'uomo da questa sua patria, mentre se "rimane nella sua propria natura è rivolto soltanto a Dio, l'unico a cui si deve amore (...)". Infatti "chi cerca qualcosa al di sopra di Te quasi fosse migliore di Te, cerca in realtà ciò che non è (...) e per questo, allontanandosi da Te che sei il solo a dover essere amato veramente, si riduce a essere un nulla (...). Come si è detto e come si dirà ancora, l'amore si deve solo a Te, Signore, dove solo ha esistenza chiunque veramente esiste". E insiste ancora: "Siamo stati creati da Te per andare a Te, e perciò la nostra vita deve essere orientata a Te!".

Si può qui notare la consonanza col pensiero di Sant’Agostino riassunto nella celebre dichiarazione: "Ci hai fatti per Te, e il nostro cuore è insoddisfatto fino a quando non riposa in Te". Solo Dio infatti può soddisfare le aspirazioni profonde dell'uomo; poiché anche l'amore che questi ha istintivamente per se stesso non è che la manifestazione universale, evidente, di "poter" amare anche Dio e, di conseguenza, di "doverlo" amare, al punto che il vero amore di se stessi non può che portare a darsi a Dio. "È il desiderio di Lui stesso che Dio ha deposto nel cuore dell'uomo", dice anche Massimo il Confessore. Ora, poiché al concetto di persona è coessenziale quello di "essere in comunione", la persona non può realizzarsi pienamente se non nella comunione d'amore con Dio. Lo afferma chiaramente anche Gregorio di Nissa quando dice: "Il nostro Creatore ci ha dato l’amore come espressione della nostra fisionomia [identità] umana". E giustamente P. Evdokimov commenta questa frase con l’espressione di un poeta che cambia il "Cogito, ergo sum" di Cartesio con "Amo, ergo sum". E’ il pensiero dei Padri: se vuoi realizzarti, ama. Agostino scrive: "Domanda a un uomo che cosa desidera, ti risponderà che cerca la felicità. Ma gli uomini non conoscono né la strada né dove trovarla, e brancolano. Cristo ci ha rimessi sulla buona strada, quella che porta alla Patria. Come camminare? Se ami, corri. Più forte ami e più velocemente corri". È evidente, quando si sa che "quell’amore con cui amiamo Dio o il prossimo è Dio stesso".

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