La spiritualità di
scena al Festival di Cannes. La kermesse cinematografica, conclusa da pochi
giorni, ha assegnato Palma d’Oro al film thailandese
Uncle Boonmee.
Il Grand Prix, invece, se lo è aggiudicato il film
Des Hommes et des
diuex del
regista francese Xavier Beauvois. Film che pone al centro della propria
narrazione la spiritualità, adattandovi anche il linguaggio cinematografico.
Des Hommes et des
diuex,
molto applaudito durante il festival, ha ricevuto consensi di critica e
pubblico. La pellicola racconta la drammatica vicenda dei religiosi rapiti e
assassinati a Tibhirine nella primavera del 1996. Un fatto ancora oggi al centro
di una difficile indagine giudiziaria, poiché la strage inizialmente attribuita
alla GIA (Gruppo Islamico Armato), in una fase processuale successiva è stata
imputata ad un «errore dell’esercito algerino».
Tuttavia, ad
interessare il regista è soprattutto la vita monastica. Significativa la scelta
di non mostrare la strage e la successiva indagine, per concentrarsi sulla vita
dei monaci: il lavoro, le preghiere, i canti, i lunghi silenzi, l’impegno per il
prossimo. I monaci, guidati dal priore Christian de Chergé vivono accanto agli
islamici come fratelli di cui si prendono cura e con i quali recitano anche
passi del Corano, testimoniando con la propria
vita un amore per il
prossimo che supera le barriere culturali e religiose. Amore spinto fino al
sacrificio quello del film francese, ha saputo conquistare un festival
cinematografico, spesso emblema di mondanità.
da
http://asuaimmagine.blog.rai.it


vince il Fiuggi Family Festival 2009

01/08/2009
"As We
Forgive" di Laura Waters Hinson vince la seconda edizione del
Family Festival di Fiuggi. “Il motivo della nostra scelta" – spiega
Alessandro D’Alatri, presidente di giuria - "nasce dai valori espressi
e dalla qualità di questo documentario che affronta i temi, oggi largamente
attuali, della ferita familiare e del perdono. L’opera di Laura Hinson -
aggiunge il regista - contiene tutti gli elementi innovativi di cui il Family
Festival è portatore, in modo particolare i valori etici e morali, spesso
trascurati dal mercato cinematografico”.
Alessandro D’Alatri sottolinea che la Giuria riconosce agli organizzatori del festival
“di aver fatto un lavoro qualitativamente elevato e coraggioso nella scelta
di un parco così eterogeneo di film" - ed auspica che - "anche a fronte
di questo risultato, i documentari ottengano una maggiore visibilità nei
circuiti cinematografici italiani”
“Non abbiamo assegnato altri premi" – conclude il regista - "per
sottolineare appieno il valore del progetto che ha vinto, nonostante siano stati
molti i film da noi ritenuti meritevoli. Su tutti Snijeg (Snow) di Aida Begic;
con Zana Marjanovic, Jasna Beri, Irena Mulamuhic”.
"As We
Forgive" racconta le storie di due donne ruwandesi, Rosaria e Chantal, che
si trovano faccia a faccia a faccia con gli uomini che hanno massacrato le loro
famiglie durante il genocidio del 1994 che lasciò uno strascico di milioni di
morti. Questa commovente rievocazione, che si concentra sul tema del perdono
(con riferimento alla pratica dell’ubuntu, il sistema tribale che ha permesso di
ricostruire la comunità di un Paese distrutto dall’odio), vive dei volti e delle
voci di donne provate nel corpo e nello spirito, ma che non rinunciano a
rimettere in piedi la loro vita per amore di chi è rimasto, ma anche in memoria
di chi non c’è più. L’ardua accettazione dell’incontro con i loro aguzzini di un
tempo, ora pentiti, è possibile anche grazie all’appoggio della Chiesa, che ha
sostenuto i processi di riconciliazione e i progetti si sostegno alle famiglie
realizzati in questo ambito.



Un film di
Giacomo
Campiotti
Con
Fatou Kine
Boye,
Fabio Sartor,
Stefania
Rocca,
Sonia
Bergamasco,
Francesco
Salvi,
Ettore Bassi,
Giulia
Elettra Gorietti,
Maria Grazia
Bon.
Formato Serie TV
Genere
Commedia,
colore
Produzione Italia
2008.
1948.
Aurora Marin giunge nel convento delle Canossiane di Schio dove è appena spirata
suor Bakhita e rievoca, insieme alle figlie che l’hanno accompagnata,
l'incredibile vita della donna che l'ha cresciuta. Nata in un villaggio del
Sudan, rapita dai negrieri e venduta al Marin, un mercante di Zianigo, Bakhita -
il cui nome significa "fortunata", perché è scampata al leone - diviene la balia
di Aurora, che ha perso sua madre al momento della nascita. Violentemente
osteggiata dai contadini e dagli altri servi del padrone, Bakhita si avvicina
alla fede cattolica, grazie al prete del paese, ma Marin non rinuncia a lei e la
perseguita per riaverla. Ne sortirà un processo di grande eco e la decisione di
Bakhita di farsi suora. Giovanni Paolo II, nel 2000, ne farà una santa.
Tra
una rosa di progetti Rai, Giacomo Campiotti ha deciso di dedicarsi a
Bakhita e ha realizzato un
racconto su tre piani temporali, lontano dal "santino", ma non abbastanza
lontano dalla classica narrazione popolare per il piccolo schermo.
Spiace soprattutto, in questo senso, la presa di distanza marcata della
sceneggiatura dalla vita vera del personaggio narrato, in nome di un "romanzo"
da inventare che non ha, però, i tratti della novità, né letteraria né
cinematografica.
Piace, invece l'adozione del punto di visto di Bakhita, che guarda, stranita e
curiosa, alla nostra società e punta involontariamente il riflettore sulla
condizione di schiavi dei contadini veneti, la cui sussistenza dipende
quotidianamente dai capricci del padrone. Piacciono l'incontro con Cristo, che
Bakhita ricollega alla crocifissione di un poveretto che ha visto da bambina nel
suo villaggio, e, in generale, le scene africane, per le quali il regista
sfodera le tinte forti.
Mentre la cornice al convento, con Stefania Rocca nel ruolo di Aurora adulta,
non riesce a mascherare la propria natura posticcia, l'affresco della vita
contadina a Zianigo è intessuto con mano accurata e rispettosa: Campiotti,
"figlio" di Ipotesi Cinema, qui riprende ed omaggia l'Albero
degli zoccoli del suo maestro
Ermanno Olmi.
L'esordiente Fatou Kine Boye riempie lo schermo. Punto di colore nel grigio
delle valli del Veneto, il suo volto nero riflette più luce di qualsiasi altro e
non c'è dubbio che sia l'attrice, ben più che l'azione, a dare al personaggio la
forza e la centralità che richiede.
Produttivamente impegnativa, ovvero costosa, la miniserie
Bakhita s'inserisce nel
filone delle storie di grandi uomini sconosciute al pubblico di massa, mentre si
scarta dalle biografie prettamente religiose, poiché non c’è traccia né di
miracoli né di apparizioni celesti.
L'insegnamento di Bakhita non passa dai monologhi ma dalla sua stessa presenza
di schiava nera nella villa del feudatario bianco: la sua libertà interiore è di
per sé critica pungente alla società del possesso.
1. Un sogno per domani
2. La gang di Gridiron
3. L'orchestra di Piazza Vittorio