Un pensiero

Raggi

Briciole

Brandelli

Granelli

Miniera

Ritagli

Fractio... nati

Punti saldi

 

2008

 

Santi nati in Marzo

 

Risveglio

Renzo Pezzani


 


La primavera
si desta, si veste,
per prati e foreste.
Guarda un giardino,
ci nasce un fioretto.
Guarda un boschetto,
c'è già l'uccellino.
Guarda la neve,
già corre il ruscello:
viene l'agnello
si china e ne beve.
Guarda il campetto,
già il grano germoglia.
Tocca un rametto
ci spunta una foglia.
Canta l'uccello
nel folto del rovo:
Il mondo è bello

vestito di nuovo.


 

 

 

 

 

 

 

 

1 Sab
S. Albino

 

2 Dom
S. Quinto

 

3 Lun
S.Cunegonda

 

4 Mar
S. Casimiro

 

5 Mer
S. Adriano

 

6 Gio
S. Coletta

 

7 Ven
Ss.Perpetua e Felicita

 

8 Sab
S. Giovanni Di Dio

 

 

9 Dom
S. Francesca Romana

 

10 Lun
S. Provino

 

11 Mar
S. Costantino

 

12 Mer
S.Massimiliano

 

13 Gio
S. Rodrigo

 

14 Ven
S. Matilde

 

15 Sab
S. Giuseppe


16 Dom
Palme


17 Lun
S. Patrizio


18 Mar
S. Cirillo di Gerusalemme


19 Mer
S. Giovanni Abate


20 Gio
S. Claudia


21 Ven
S. Nicola di Flue


22 Sab
S. Lea


23 Dom
Pasqua

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24 Lun
dell'Angelo


25 Mar
Annunciazione M.V.


26 Mer
S. Emanuele


27 Gio
S. Augusto


28 Ven
S. Sisto


29 Sab
S. Secondo


30 Dom
S. Amedeo


31 Lun
Annunciazione del Signore

 

 

 

 

 

 

 

Intenzioni affidate dal Santo Padre

all'Apostolato della preghiera per l'anno 2008

 

 

MARZO

 

Generale: Perché la Parola di Dio sia sempre più ascoltata, contemplata, amata e vissuta.

Missionaria:  Perché sia costante preoccupazione dei responsabili delle giovani Chiese formare i catechisti, gli animatori e i laici impegnati al servizio del Vangelo.

 

2008

 

Marzo

____________________________________________________________________

 

 

S. Francesca Romana

Religiosa

 

9

Memoria facoltativa

F

rancesca Romana nacque in Roma nel 1384 da Paolo de Buscis (o Bussa de’ Leoni, secondo relatori diversi). La sua era una famiglia ricca e nobile, il loro palazzo era sito in Piazza Navona e per la nascita di ” Ceccolella” , così venne subito nominata, viene invitata la crèma della società nobiliare e pontificia dell’epoca.

Sin da piccola si dimostra incline alla meditazione ed alla preghiera ed a 11 anni spiega al padre il suo desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Ma non è possibile: un grande numero di importantissimi ed inderogabili motivi (“dobbiamo avere una discendenza / ne va del buon nome della famiglia / dobbiamo imparentarci con altre famiglie importanti / devi avere una vita sontuosa al pari di quella di altre famiglie nobili / cosa direbbero gli altri”... ) impediscono tutto questo, e sia per affermare ciò, sia nel tentativo di allontanare definitivamente Francesca da tali convinzioni, il padre a 12 anni la obbliga ad andare in matrimonio a Lorenzo Ponziani, della famiglia Ponziani anch’essa come i Bussa vicina al potere pontificio, anche se con una inclinazione più moderata a differenza ed in contrasto con i Colonna.

Con tale matrimonio dunque si stabilisce ufficialmente anche un sodalizio politico tra le due famiglie. Come avrà pensato il padre di Francesca, senza curarsi minimamente della sensibilità di lei, sono i classici “due piccioni con una fava”. (Peraltro Francesca farà anche un ultimo estremo tentativo per sfuggire a tale destino, si rivolgerà al suo padre confessore e sostegno spirituale chiedendo di intercedere e soccorrerla , e le verrà risposto di obbedire al volere paterno… ma, come vedremo, l’uomo propone e Dio dispone: le cose andranno comunque diversamente).

Da questo matrimonio vennero alla luce tre figli; due di essi morirono ancora bimbi.

Giovanni Evangelista nasce nel 1403; fin da piccolo si dimostra dotato di capacità inusuali: giocando con il padre estrae il pugnale paterno dalla cintola e glielo appoggia al rene, dicendo ”Così, papà, ti faranno male”, ed alcuni anni dopo il padre verrà ferito nell’esatto modo e punto indicato da Giovanni. Nello stesso anno nasce Agnese, mentre Giovanni, appena inizia a parlare e dialogare compiutamente, ripete spesso a Francesca:“Mamma, ho fretta di arrivare alla Gloria Eterna” e,  giunto a 8 anni, nemmeno nove compiuti, viene colpito dalla peste e prima di morire dice esattamente alla madre:“Non piangere per la mia morte, perchè io starò sempre bene; pregherò per te, a cui voglio tanto bene. Ecco, gli angioli vengono per accompagnarmi in cielo. Mi ricorderò di te”.

Dopo circa un anno riappare in sogno alla madre, e le predice la morte di Agnese, che avviene poco dopo. Sempre nel corso dello stesso sogno afferma:”La nostra unica occupazione è contemplare l’abisso della bontà di Dio, lodare e benedire la sua maestà con profondo rispetto, una viva gioia ed un perfetto amore. Essendo tutti assorbiti da Dio nella celeste beatitudine, non solo non abbiamo ma non possiamo neppure avere alcun dolore”.

A partire da quel sogno, Francesca, come testimoniato ampiamente da tutte le persone vissute accanto a lei e che ne hanno lasciato conferma, vedrà costantemente accanto a se un angelo dall’aspetto di bimbo dell’età approssimativamente di nove anni, con lunghi capelli e vestito con una tunica bianca, che la accompagnerà sempre e sempre le farà da guida.

Gradualmente Francesca, per la quale il matrimonio è stato solamente una forzatura obbligata, pur avendo il massimo rispetto per il marito, prende uno stile di vita sempre più consono alla sua vera natura spirituale. Giunge a ritrarsi, con accordo del marito che ne comprende e rispetta la spiritualità, dalla vita matrimoniale, pur continuando a vivere giornalmente in famiglia, si veste con abiti poveri, si dedica alla preghiera ed alla assistenza dei poveri. Per questo verrà continuamente attaccata, umiliata, derisa, maltrattata ed offesa in ogni modo dai familiari del Ponziani, che la considerano inferiore sotto ogni aspetto e, vergognandosene, cercano anche di nasconderla agli occhi altrui quando, molto spesso, la loro casa è visitata da esponenti dell’alta ed importante società romana dell’epoca.

Ma nulla può arrestare la fede di Francesca e, altre persone, sospinte dal suo esempio di fede, le si accostano, altre donne prendono la sua vita ad esempio, finchè lei stessa decide di dare una ulteriore svolta, ed al fine di potersi dedicare completamente alla preghiera ed all’aiuto dei sofferenti, decide di avviare un gruppo di religiose, detto delle Oblate.

Riceve l’approvazione papale e nel 1433, il 25 marzo, Francesca, insieme ad altre nove donne che ne hanno abbracciato i voti e le regole di vita, dà inizio al nuovo ordine religioso a Tor de Specchi, in un povero casupolo che è nelle vicinanze del Campidoglio. Contemporaneamente alla sua entrata nel convento, avviene un altro fatto: l’Angelo che le era rimasto accanto per 24 anni viene sostituito da una altra presenza Angelica, un Angelo non più con l’aspetto / statura di un bimbo ma dalle fattezze / statura di un adulto, come dice la stessa Francesca “assai più risplendente del primo … teneva nella mano sinistra tre ramoscelli di preziosissimo oro e da essi traeva un filo d’oro che disponeva in matasse intorno al suo collo e con la mano destra faceva gomitoli”. Se possa sembrare strana l’immagine con cui quest’Angelo apparve, se ne svelerà il significato poco più avanti.

Sempre in quegli anni il marito cade malato, Francesca svolge i propri compiti spirituali e contemporaneamente lo assiste coscienziosamente fino al decesso, che avviene a fine 1435; sappiamo, come accennato in precedenza, che lui stesso nel corso degli anni si era reso conto della eccezionale profondità spirituale di Francesca, si era accostato e rafforzato nella fede e ne aveva infine appoggiato pienamente le scelte di vita religiosa.

E, una volta deceduto il marito, l’ultimo legame con la sua passata vita “mondana”, Francesca può ritrarsi nel suo convento e dedicarsi completamente alla vita religiosa. La società romana, che inizialmente la bolla come una visionaria o fanatica o finanche povera illusa, inizia rapidamente a ricredersi, il bene che lei fa concretamente, giornalmente ed anche attraverso una nutritissima serie di fatti “inspiegabili” e miracolosi , sparge rapidamente il suo nome tra tutti coloro che soffrono, ed anche i più riottosi devono ricredersi.

Il 15 agosto 1439 l’Angelo annuncia a Francesca:”Voglio ordire una tela di cento legami, poi ne farò un’altra di sessanta, poi un’altra di trenta”. Da quel momento Francesca vedrà quest’Angelo impegnato nella tessitura di queste tele, ed il progressivo realizzarsi delle tele stesse rappresenterà l’avvicinarsi di Francesca al momento del trapasso.

Il suo tempo scorre velocemente, giunta ai primi giorni del marzo 1440 ha notizia che il figlio giace malato di peste; si reca subito alla sua vecchia dimora, il palazzo Ponziani, e quando entra nella stanza del figlio, inspiegabilmente ed improvvisamente il figlio è guarito.

Ma è giunto il suo momento. La febbre la assale, deve soffermarsi nel palazzo per riposare. Il suo confessore la visita, la saluta poi con un “Spero di rivedervi presto” e lei, con tranquillità, risponde:”Così non sarà, perchè morirò tra non molto”. Nel giorno seguente, sabato, osserva tranquillamente l’Angelo sempre accanto a lei, e pronuncia: “Lode a Dio, mercoledì la mia vita avrà termine”.

Passano i giorni seguenti, lei sempre più debole, le persone si accalcano al di fuori del Palazzo, tutti sanno che Ceccolella ormai sta morendo; giunge il mercoledì, 9 marzo 1440, lei sempre tranquilla e silenziosa fissa il suo Angelo.

“Se vi ho amato e se ho pregato per voi in terra, molto più spero di poterlo fare in cielo, dove aspetto tutte voi e tutte quelle ancora che porteranno il nome di vere Oblate di Maria” è il suo ultimo commiato alle sorelle ed a chi la circonda.

Continua a pregare … “Finisco il mio vespro” è la sua ultima frase; senza far rumore scivola apparentemente nel sonno, che invece è la separazione della morte.

 

I Miracoli : la vita quotidiana di Francesca

La vita quotidiana di Santa Francesca Romana è costellata di eventi miracolosi e dettagliatamente testimoniati, compiuti giornalmente in mezzo alla gente più umile e bisognosa, questi sono solo alcuni. Inoltre la vita di Francesca fu continuamente caratterizzata da aspre lotte contro il maligno.

Nel Luglio del 1399 Francesca sta ritornando a casa dopo aver visitato la Basilica di San Pietro, insieme a Vannozza, una donna di fede che la accompagnerà sempre. Improvvisamente ed inspiegabilmente vengono gettate da una mano invisibile nel Tevere, senza poter ricevere l’aiuto di alcuno, trasportate dalla corrente a lungo si abbracciano ma stanno per affogare quando, altrettanto inspiegabilmente, una altra mano invisibile ma questa volta buona le sbalza, letteralmente le fa uscire di peso dall’acqua gettandole sane e salve sulla riva asciutta.

1402: Roma è colpita da una grave carestia e Francesca, che dedica il suo tempo ad aiutare malati e poveri, apre, lottando contro i parenti, le porte del suo palazzo signorile per aiutare chi muore di fame. Distribuisce lei stessa ciò che ha: pane, olio, grano, denari, una piccola folla di bisognosi è ormai sempre presente ed in attesa. Il bisogno è tanto, le sue possibilità si assottigliano, chiede aiuto anche ai parenti, ma si sa, il cuore delle persone è duro. Ma Francesca va avanti, ed allora lei stessa va per strada, bussa alle porte dei nobili e lei , in prima persona, chiede la carità, chiede ai ricchi e potenti nobili la carità per tutti quei poveri che aspettano con lo stomaco e le membra piegate dalla fame e dalla malattia. Ma Andreozzo, il suocero, interviene: così non va proprio bene, questa folle sta sperperando i beni di famiglia per aiutare chi? Quattro straccioni!

Andreozzo va nel granaio del palazzo, conteggia attentamente il grano lì custodito, mette da parte quanto sia necessario per l’andamento familiare, vende la rimanenza intascando i soldi e lascia a Francesca uno stanzone vuoto, senza più nulla. E, come da testimonianze rilasciate sotto giuramento dal personale del palazzo, Francesca raccoglie per terra quel poco grano rimasto tra gli scarti e la polvere (a chi muore di fame anche una manciata può salvare la vita) e il granaio viene chiuso a chiave, vuoto. Così vuole Andreozzo. Senonchè, dopo alcuni giorni la porta viene riaperta e si trova il granaio ricolmo con quintali di grano della migliore qualità. Ovviamente, con totale stupore del senza-fede Andreozzo, che rimane totalmente allibito anche perchè, oltre a chiudere a chiave il granaio, aveva chiuso a chiave anche la cantina e quando Francesca gli chiede un po’ di vino per i poveri, lui inveisce contro la sua scelleratezza, che li porterà tutti alla rovina. Al che Francesca, che mai era entrata nella cantina, fa notare che nella cantina stessa vi sono botti piene del vino della migliore qualità e Andreozzo, corso subito in cantina , ve le trova senza poter spiegare da dove siano uscite, essendo la stanza stata chiusa a chiave a vietata a tutti… beh… a tal punto pure l’avido Andreozzo deve capitolare e da allora permetterà a Francesca di donare senza più controllare.

Francesca cura i malati ma, si sa, a volte le persone non hanno una grande fede. Così Francesca trova un metodo per farsi accettare, un modo per accostare le persone e permettere di farsi curare. Nel 1413 Roma è colpita dalla peste e Francesca trasforma il palazzo in un ospedale, dove, come può, cura i malati di ogni genere. Lei in persona gira per le strade e le campagne con un carretto tirato da un asino, e raccoglie per strada i malati, portandoli nel suo palazzo. Ma nel suo Ospedale improvvisato Lei ha anche un medicamento speciale, la fede e “l’unguento”, un semplice unguento che, però, dispensato dalle mani di una Santa, diviene miracoloso (l’unguento di Santa Maria Francesca viene tutt’oggi prodotto ancora dalle Oblate seguendo la prescrizione lasciata da Francesca).

Un boscaiolo, che con un colpo di accetta si trancia quasi di netto un piede: i medici lo abbandonano, non c’è nulla da fare; viene portato da Francesca, che spalma sull’arto distrutto il suo unguento … e le sue preghiere: dopo pochi giorni l’uomo si rialza e l’arto è perfetto. Un altro che riceve un colpo di spada sulla spalla, il braccio è quasi staccato e la spalla va in cancrena, le preghiere e le cure di Francesca nel suo palazzo/Ospedale restituiscono, come da testimonianze giurate, la piena funzionalità dell’arto.

Un bimbo nato e morto poco dopo la nascita. La madre piange disperata e si pensa di chiamare Francesca, tutti ne conoscono la santità. Francesca prende il corpicino morto in braccio, culla il bimbo per pochi minuti e lo restituisce alla madre mentre il bimbo inizia a vagire nuovamente.

Una donna colpita da paralisi (ictus) viene condotta nella casa/ospedale di Francesca che, postasi accanto a lei, prega intensamente e poi annuncia che la donna si riprenderà perfettamente in tre giorni, e così avviene.

Paolo cade nel Tevere e annega. Viene estratto dall’acqua e ne viene constatato indubitabilmente l’avvenuto decesso per annegamento. Dopo mezz’ora dalla avvenuto accertamento del decesso, la Santa benedice il corpo del defunto che riprende a vivere.

Camilla Clarelli è muta dalla nascita: viene portata dalla Santa che, pregando, le tocca la lingua, e Camilla inizia a parlare.

Spesso, quando Santa Francesca si accosta alla Comunione, è possibile agli astanti vedere (cosa testimoniata in forma scritta con nome e cognome da coloro che vi hanno assistito in diverse occasioni) un globo di luce formarsi sopra il suo capo.

E vi è anche la esperienza mistica e la lotta contro il male, che nel caso di Santa Francesca è stata attentamente ed inoppugnabilmente testimoniata da Don Mattiotti, il quale, vivendo giornalmente accanto a Santa Francesca, ha testimoniato in cinque volumi un centinaio di visioni mistiche contenenti anche la descrizione fatta dalla Santa del mondo spirituale e circa quaranta casi in cui la Santa ha affrontato anche “fisicamente” le percosse del male.

 

  

 

 

S. Matilde di Germania

Regina

 

14

 

M

atilde nacque intorno all’895 in una famiglia aristocratica della Westfalia, nord est della Germania. Secondo i costumi del tempo i suoi genitori, il conte Dietrich e Reinhilde, misero la bambina in un monastero femminile, accanto alla nonna paterna diventata badessa, dopo la sua vedovanza. Matilde, si legge in un documento, fu messa nel monastero non per diventare monaca, ma per acquisire un’educazione e una formazione intellettuale conforme al suo rango. Era la prassi. Nel 909 sposò Enrico di Sassonia. Dal loro matrimonio nacquero ben cinque figli tutti destinati a brillanti carriere: Ottone I chiamato poi il Grande, Gerbera, futura regina di Francia, Edvige, Enrico il Giovane, e Bruno che diventerà arcivescovo di Colonia.

Le prime vere difficoltà per Matilde arrivarono con la morte del consorte che avvenne nel 936, lasciandole un notevole bene patrimoniale. Per la successione lei non era molto favorevole al primogenito Ottone, e tentò di far proclamare Enrico che, secondo lei, era più degno anche perché nato dopo che il marito era diventato re. Si arrivò al conflitto tra i due fratelli, e nonostante l’appoggio della madre, Ottone vinse la partita. Questi liquidò velocemente la disputa dei familiari per la successione, ma rinunciò, saggiamente, alla vendetta. Nel 955 sconfisse poi gli Ungari, ponendo fine ai loro saccheggi in molte parti d’Europa (anche in Italia). Con la corona imperiale ottenuta a Roma nel 962, arrivò anche la piena riconciliazione con tutta la famiglia.

È interessante notare (e questo conferma indirettamente la santità di Matilde) che attorno agli anni 938-941 ad un certo punto i due fratelli, Ottone ed Enrico, già in discordia per la successione al trono, furono invece concordi nell’allontanare la loro madre perché, questa l’accusa che ci fa sorridere, spendeva troppo per soccorrere le chiese e i poveri. La obbligarono a rinunciare ai propri beni e la rinchiusero in un monastero. Le vennero restituiti i suoi diritti solo per intervento della regina Edith. Tuttavia, questo fatto indebolì per un certo tempo la sua influenza in seno alla famiglia. Matilde superò anche questa dura prova. Dal 946 fino alla morte recuperò tutta la sua autorità e influenza, continuando l’opera a favore della chiesa e dei poveri. Creò infatti monasteri maschili a Poelde e Quedlinburg e abbazie femminili a Enger e Nordhausen. Onorata e rispettata dai suoi durante questo periodo, la regina ebbe la gioia di ricevere l’omaggio della propria parentela durante l’assemblea dinastica di Colonia nel 965, dove ella venne festeggiata come simbolo dell’unità familiare. Si spegneva tre anni dopo a Quedlinburg, il 14 marzo 968, e venne sepolta accanto al marito Enrico.

Una vita movimentata quella di Matilde. Come madre di famiglia e come regina. Una vita che però risplendeva per le sue virtù, pur all’interno di un ambiente, dove non mancavano ricchezza e lusso. La sua santità venne riconosciuta subito in ambito locale, specialmente grazie a due sue biografie, anche se le autorità ecclesiastiche non la riconobbero subito.

Il suo culto liturgico si impose proprio a Quedlinburg. Matilde veniva menzionata in alcune compilazioni martirologiche del XV e XVI secolo, finché venne iscritta nel Martirologio Romano, e la sua santità fu riconosciuta anche al di fuori della Germania.

È interessante notare che gli agiografi della regina Matilde avrebbero potuto offrire un’immagine convenzionale della sua santità: insistendo magari sulla sua pia vedovanza e sui legami con monasteri e abbazie. Presentarono invece la sua santità come qualcosa di cresciuto all’interno della sua scelta di vita familiare. Matilde è santa perché ha vissuto santamente il suo essere sposa, il suo essere madre e anche il suo essere regina, con tutte le incombenze proprie di questo stato, non semplice. Potremmo dire che in lei c’è una santità regale, matrimoniale, e familiare. I suoi biografi ci hanno mostrato una santità autentica acquisita giorno dopo giorno in seno alla propria famiglia, nelle gioie e dolori che essa comporta. Veniva proposto così un nuovo modello di santità, diverso da quello vissuto nei monasteri e nelle abbazie.

Naturalmente, anche il marito Enrico era d’accordo con il suo modo di vivere. In una delle biografie si risponde alle voce che già circolava di avere Enrico sposato una monaca, troppo dedita alla preghiera. “Nottetempo... Matilde si alzava, e all’insaputa del marito, abbandonava la camera reale per consacrarsi alla preghiera e ritornare a Dio che lei amava d’un amore puro e serviva con una fede senza tentennamenti. Chi avrebbe dubitato che essa poteva agire così senza che il re non lo sapesse? E di fatto egli se ne accorse, ma faceva finta d’ignorarlo, sapendo che le azioni di Matilde erano buone ed utili ad entrambi. Dava quindi il suo consenso a tutto ciò che lei desiderava”.

Un’ultima annotazione. Appena il marito Enrico morì, Matilde chiese al primo sacerdote che era digiuno di pregare per il defunto marito. Gli diede un suo braccialetto dicendogli:“Ricevi questo oggetto d’oro e canta la messa delle anime”. Sembra che questo sia stato uno dei primi esempi di preghiera di suffragio per le anime. La vedova Matilde non cessava di essere unita spiritualmente al marito anche se defunto. Ella si sentiva ancora “responsabile” di lui perché lo amava ancora, e voleva la salvezza della sua anima. Anche dopo la morte di uno dei coniugi, la coppia di sposi cristiani rimaneva una piccola comunità legata da un amore eterno e indissolubile.

Le preghiere dell’uno servivano (e servono ancora oggi) alla salvezza dell’altro. Il matrimonio veniva visto in questo modo come un autentico ed importante strumento di salvezza per i coniugi. È importante notare, inoltre, la stupefacente visione positiva del matrimonio cristiano. Era visto come un autentico “luogo” di circolazione della grazia di Dio.

Quanti sposi cristiani vivono il loro matrimonio come un “circolo virtuoso” di grazie reciproche come lo è stato per Enrico e Matilde?

MARIO SCUDU

www.donbosco-torino.it

Hemerocallis fulva- Giglio di S. Giuseppe Giglio di San Giuseppe

San Giuseppe

Sposo della Beata Vergine Maria

15 nel 2008

Solennità

 

 

I
l genio pastorale di Papa Giovanni Paolo II gli ha dedicato una esortazione apostolica (Redemptoris custos) per rendere omaggio e stimolo pastorale a questo straordinario santo, a questo straordinario uomo di Dio, a questo "uomo giusto".
Legittimamente la sua figura viene messa in secondo piano dalla centralità del figlio, il Salvatore Gesù e la madre Maria.
Tuttavia l'economia della salvezza deve moltissimo a quest'uomo giusto.
Anzi i nostri tempi in crisi di paternità e di "uomini giusti" esigono una presenza così autorevole ed un amico santo che ci porti meglio a comprendere il mistero dell'Incarnazione. Maria, sua sposa e nostra madre, Maria Madre di Dio non ce ne voglia se concentriamo le attenzioni a questo meraviglioso esempio di padre e di sposo.
Anzi, ne siamo certi, la stessa Vergine ci chiede di dare giusta rilevanza pastorale all'uomo "giusto" che è stato ed è San Giuseppe.

 

Giuseppe uomo giusto

Il concetto di giustizia nell'ambito della Bibbia è ben più ampio di quello del diritto e si rifà al rapporto intimo dell'uomo con Dio.
Matteo, nel suo vangelo, ne parla a proposito di Giuseppe quando egli decide di "ripudiare in segreto" Maria.
La giustizia per la Bibbia si rifà sempre ad un insieme di valori quali la bellezza, l'ordine, l'armonia, la verità, la carità, la bontà e la giustizia appunto.
Per cui dire giusto significa dire di un uomo che è e che vede con gli occhi di Dio ed è in intimità con Lui.
Egli ha ben capito che la legge sul ripudio è giusta, ma che ben più grande è la legge che tratta l'amore e il rispetto della persona e per questo sceglie, non senza intima e grande sofferenza, di "ripudiare in segreto" Maria.
Proprio questa sua apertura del cuore permette a Dio di illuminarlo ulteriormente sulla natura vera della gravidanza di Maria e segna per sempre, vocazionalmente, la chiamata di Giuseppe. Quella appunto di custodire la famiglia che gli è stata affidata.
                                                                               
Giuseppe custode della Sacra Famiglia
Giuseppe dunque è un uomo, una persona pienamente responsabile e concreta che avvolge nell'amore che si fa storia chi gli è stato donato: Maria e Gesù.
Proprio Giuseppe, il padre e custode di questa straordinaria famiglia, pone legittimamente il "nome" al figlio chiamandolo Gesù.
Dio, fonte di ogni paternità in Cielo ed in terra, desidera che l'uomo giusto Giuseppe dia il nome, cioè la vocazione e la missione al figlio chiamandolo Gesù.
Non lo ha fatto Maria.
Dio ha voluto che lo facesse Giuseppe. Questo per alcuni motivi.
Innanzitutto perché Dio desiderava che come Maria collaborasse intimamente alla redenzione, e dunque anche Giuseppe fosse "co-generante" dando il nome al figlio di Dio.
In tal modo Giuseppe era anche lui "partoriente" nella responsabilità che gli era propria dell'uomo Gesù.
In secondo luogo perché Dio è anche ordine creativo e nella paternità e nella sponsalità dell'uomo desidera sia fatto segno della Sua Paternità e della Fecondità.

 

Giuseppe segno del padre
Le lettrici donne diranno: "A trovarne di uomini così!"
Ed è vero. Anche da Giuseppe, il piccolo uomo Gesù ha imparato ad essere uomo e anche noi con l'aiuto dell'uomo giusto e della Beata Vergine Maria siamo chiamati ad imparare il senso della paternità e dell'essere uomini.
Se Maria è specchio della "maternità generante di Dio", Giuseppe, l'uomo giusto è segno della "paternità feconda, ferma e amorevole del Padre". Nei nostri tempi malati di un "femminismo" che ha deformato il senso del femminile e del maschile.
In tempi che, untuosi di "accoglienza" senza amore e giustizia, di livellamento di valori, di cattolici "adulti", di smarrimento del senso di "responsabilità", di cattolici "progressisti" e di teologi e laici del "dissenso" la figura di Giuseppe è fondamentale per la ri-acquisizione, secondo il cuore del Padre, del senso profondo della "mascolinità", e della paternità.
Urge dunque un arricchimento pastorale nella devozione popolare che chieda a Cristo, costantemente, anche per l'intercessione di San Giuseppe, l'uomo "giusto", una guarigione profonda dell'uomo sia come "padre" che come portatore del quid maschile così necessario oggi.

 

Giuseppe un faro di giustizia
Nel caotico presentarsi di coppie omosessuali che chiedono diritti familiari o di adozione; nei problemi di confusione etica e bioetica Giuseppe si pone come l'uomo "giusto" che custodisce l'uomo e la Chiesa; si pone come custode di ogni famiglia.
Si pone come colui che spezza le "isterie" collettive e personali, adolescenziali e narcisistiche davanti al mistero della vita, proprio perché è l'uomo "giusto".
Colui che Dio ha scelto per custodire la Sacra Famiglia e dunque anche la famiglia umana dagli attacchi non infrequenti del nemico dell'uomo.
Per tal motivo Giuseppe è anche faro, stimolo e custode dei sacerdoti, dei Vescovi e del Santo Padre in quanto portatori di paternità nello Spirito.
Costantemente va richiesta la sua preziosa mediazione perché i padri, tutti i padri, quelli nella carne e i vergini, sappiano esercitare la paternità con la stessa giustizia amorosa e ferma di questo uomo straordinario che ha amato radicalmente l'umanità in Maria, sua sposa, e in Gesù Figlio di Dio.
 
Giuseppe il lavoratore mistico
Nella sua straordinaria vita interiore Giuseppe ha maturato quell'equilibrio straordinario che ne fa sintesi  perfetta di chi lavora con il cuore in Dio.
Patrono dei lavoratori, dunque, ma anche patrono del "modo di lavorare".
Non per il profitto, ma per collaborare con Dio al bene della creazione, sempre con lo sguardo rivolto verso il Padre.
Possiamo immaginare che proprio nei tanti anni di vita nascosta Gesù abbia imparato da Giuseppe suo padre l'arte meravigliosa del lavoro con il cuore unito interiormente a Dio.
Certamente è ben di più ciò che Gesù ha donato, anche umanamente a Maria e a Giuseppe. Tuttavia, il Padre, che rispetta l'umanità che Egli ha creato avrà sicuramente permesso un mutuo donarsi di competenze, sensibilità e grazia in questa famiglia semplice fatta di amore, preghiera e lavoro.
In questo equilibrio nello Spirito dell'uomo Giuseppe sta lo stimolo nell'essere anche noi, laici e sacerdoti, lavoratori umili nella "vigna del Signore"; così come suggerisce ed esorta il Papa Benedetto XVI.

 

Giuseppe, patrono della Chiesa del nostro tempo
Nella lettera apostolica, papa Giovanni Paolo II, parla di San Giuseppe in termini di patrocinato amoroso per la Chiesa oggi. Che profezia straordinaria. Che intuito grandioso. E' vero; San Giuseppe è l'uomo "giusto" perché la Chiesa riscopra il valore della paternità e della "mascolinità" nella grazia.
Siamo certi che qui, proprio qui, si apre in realtà una vera apertura al "genio femminile" di cui la Chiesa, anche, ha necessariamente bisogno. In quell'equilibrio tra Giuseppe e Maria, nella grazia dei ruoli e dei ministeri propri, si apre costantemente, per la Chiesa, la prospettiva di una umanità rinnovata che serve la Chiesa e aiuta il mondo intero a recuperare ruoli smarriti per effetto del peccato originale e dei peccati personali.
Ci rivolgiamo a te,
dunque, caro amico e fratello e padre San Giuseppe,
aiuta la Chiesa del tuo figlio e Figlio di Dio
e aiuta l'umanità ed in particolare ogni uomo ad essere "giusto" come tu sei stato.
L'umanità e la Chiesa hanno bisogno di "padri", di uomini che con te e come te sappiano nutrire responsabilità e gioia nel servire la vita
e volgere sempre lo sguardo a Cristo,
autore e perfezionatore della fede.
www.zammerumaskil.it

Domenica delle Palme

 

16

Solennità

Con la Domenica delle Palme o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione.
La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque liturgie domenicali, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singola anima.

I Vangeli narrano che giunto Gesù con i discepoli a Betfage, vicino Gerusalemme (era la sera del sabato), mandò due di loro nel villaggio a prelevare un’asina legata con un puledro e condurli da lui; se qualcuno avesse obiettato, avrebbero dovuto dire che il Signore ne aveva bisogno, ma sarebbero stati rimandati subito.

Dice il Vangelo di Matteo (21, 1-11) che questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) “Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”.

I discepoli fecero quanto richiesto e, condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.
Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!”.

A questa festa che metteva in grande agitazione la città, partecipavano come in tutte le manifestazioni di gioia di questo mondo, i tanti fanciulli che correvano avanti al piccolo corteo agitando i rami, rispondendo a quanti domandavano “Chi è costui?”, “Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea”.

La maggiore considerazione che si ricava dal testo evangelico, è che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso in Palestina, acclamato come solo ai re si faceva, a cavalcioni di un’asina.
Bisogna dire che nel Medio Oriente antico e di conseguenza nella Bibbia, la cavalcatura dei re, prettamente guerrieri, era il cavallo, animale nobile e considerato un’arma potente per la guerra, tanto è vero che non c’erano corse di cavalli e non venivano utilizzati nemmeno per i lavori dei campi.
Logicamente anche il Messia, come se lo aspettavano gli ebrei, cioè un liberatore, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, ma Gesù come profetizzato da Zaccaria, sceglie un’asina, animale umile e servizievole, sempre a fianco della gente pacifica e lavoratrice, del resto l’asino è presente nella vita di Gesù sin dalla nascita, nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto della famigliola in pericolo.

Quindi Gesù risponde a quanti volevano considerarlo un re sul modello di Davide, che egli è un re privo di ogni forma esteriore di potere, armato solo dei segni della pace e del perdono, a partire dalla cavalcatura che non è un cavallo simbolo della forza e del potere sin dai tempi dei faraoni.
La liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo adatto al di fuori della chiesa; i fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, che dopo la lettura di un brano evangelico, vengono distribuiti ai fedeli (possono essere già dati in precedenza, prima della benedizione), quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.

Qui giunti continua la celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico; il testo della Passione non è lo stesso che si legge nella celebrazione del Venerdì Santo, che è il testo del Vangelo di S. Giovanni.

Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi delle vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l’arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l’esecuzione, morte e sepoltura.
Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. Si usa in molte regioni, che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

In molte zone d’Italia, con le parti tenere delle grandi foglie di palma, vengono intrecciate piccole e grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace.

La benedizione delle palme è documentata sin dal VII secolo ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto.
In Occidente giacché questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali (il battesimo era amministrato a Pasqua) e all’inizio solenne della Settimana Santa, benedizione e processione delle palme trovarono difficoltà a introdursi; entrarono in uso prima in Gallia (sec. VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor”; poi in Roma dalla fine dell’XI secolo.

L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha origine soltanto devozionale, come augurio di pace.

Da venti anni, nella Domenica delle Palme si celebra in tutto il mondo cattolico la ‘Giornata Mondiale della Gioventù’, il cui culmine si svolge a Roma nella Piazza S. Pietro alla presenza del papa. (A. Borrelli)

 

 

Pasqua del Signore

23

 

Solennità

 

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A
lle donne recatesi al sepolcro, il mattino di Pasqua, l’angelo disse: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto!» (Mc 16,6). Ma Gesù è veramente risorto? Quali garanzie abbiamo che si tratta di un fatto realmente accaduto, e non di un’invenzione o una suggestione?
L’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, a non più di venticinque anni di distanza dai fatti, elenca tutte le persone che hanno visto Gesù dopo la sua risurrezione, la maggioranza dei quali era ancora in vita (1Cor 15,6). Di quale fatto dell’antichità abbiamo testimonianze così forti come di questo?
Ma a convincerci della verità del fatto è anche un’osservazione generale. Dopo la morte di Gesù i discepoli si sono dispersi; il suo caso è chiuso: «Noi speravamo che fosse lui...» (Lc 24,21), dicono i discepoli di Emmaus. Evidentemente, non lo sperano più. Ed ecco che, improvvisamente, vediamo questi stessi uomini proclamare unanimi che Gesù è vivo, affrontando processi e persecuzioni, fino al martirio. Che cosa ha determinato un cambiamento così totale, se non la certezza che Gesù era risorto?
Non possono essersi ingannati, perché hanno parlato e mangiato con lui dopo la sua risurrezione. E poi erano uomini pratici, tutt’altro che facili a esaltarsi: essi stessi sulle prime dubitarono. Neppure possono aver voluto ingannare gli altri, perché, se Gesù non era risorto, i primi a essere stati traditi e a rimetterci (la stessa vita!) erano proprio loro.
Senza il fatto della risurrezione, la nascita del cristianesimo e della Chiesa diventa un mistero ancora più difficile da spiegare che la risurrezione stessa. Questi sono alcuni argomenti storici, oggettivi, ma la prova più forte che Gesù Cristo è risorto sta nel fatto che è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare. «Tocca Cristo chi crede in Cristo», diceva sant’Agostino e i veri credenti fanno l’esperienza della verità di questa affermazione.
Quelli che non credono nella realtà della risurrezione hanno sempre avanzato l’ipotesi che si sia trattato di fenomeni di autosuggestione: gli apostoli hanno creduto di vedere. Ma questo, se fosse vero, costituirebbe, alla fine, un miracolo non meno grande di quello che si vuole evitare di ammettere. Suppone infatti che persone diverse, in situazioni e luoghi diversi, abbiano avuto tutte la stessa allucinazione. Le visioni immaginarie arrivano di solito a chi le aspetta e le desidera intensamente, ma gli apostoli, dopo i fatti del Venerdì santo, non aspettavano più nulla.
La risurrezione di Cristo è, per l’universo spirituale, quello che fu per l’universo fisico, secondo una teoria moderna, il big bang: un’esplosione d’energia tale da imprimere al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi, a distanza di miliardi di anni. Togli alla Chiesa la fede nella risurrezione e tutto si spegne, come quando in una casa cade la corrente elettrica. San Paolo scrive: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9).
La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo», diceva sant’Agostino. Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani e gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che Gesù è anche risorto, e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo dalla morte, è come se Dio avallasse l’operato di Cristo, come se vi imprimesse il suo sigillo. «Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù, risuscitandolo dai morti» (At 17,31).

 

“È veramente risorto”
Padre Raniero Cantalamessa
In famiglia, Speciale domenica, Il Vangelo della speranza
Famiglia Cristiana N. 13, 27 marzo 2005

 

 

 

 

Annunciazione del Signore

 

 

31 nel 2008

 

Solennità

 

 

I

l racconto di Luca sull’Annuncio del Signore a Maria (Lc 1,26-38), è – senza dubbio – il più importante tra tutti i testi del Nuovo Testamento, ed è anche il più conosciuto ed amato della tradizione cristiana. Veramente, questa pagina del Vangelo, sempre ci commuove e ci sorprende come una novità, anche se l’abbiamo ascoltata innumerevoli volte. La Liturgia non si stanca di riproporlo alla riflessione della nostra fede, perché è come una sorgente inesauribile per indicare il cammino della vita cristiana.

Maria è presentata come la parabola vivente dell’incontro della creatura con il progetto di Dio; come la dimostrazione di quello che accade quando la Parola di Dio incontra un ascoltatore credente che la mette in pratica.

Ci parla delle meraviglie che Dio ha operato nella Vergine Maria. In pochi versetti si trova qui espresso l’avvenimento centrale della storia della salvezza: Maria, un’umile fanciulla ebrea di un paese disprezzato, riceve da un angelo l’annuncio sconvolgente che essa sta per diventare la madre del Messia. Il Messia di cui avevano parlato i profeti, il Messia atteso per secoli dal suo popolo.
Maria crede all’annuncio e si offre a Dio in una donazione totale: “Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto”. Sono le parole della fede, della disponibilità, dell’amore. Ce ne voleva di fede e di amore per credere allo straordinario annuncio dell’angelo.

Lo Spirito Santo scende su Maria, su Maria stende la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Come la luce avvolge una persona, senza ferirla, come la rugiada feconda la terra senza sconvolgerla, così lo Spirito scende su Maria e il Figlio sarà veramente suo, perché “nulla è impossibile a Dio”: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”.

Così si manifestano le meraviglie dell’amore di Dio.

Riflettere sulle meraviglie operate da Dio in Maria, ci aiuta a crescere in una vera devozione. La devozione alla Madonna è una cosa seria, un dovere, come è un dovere amare la propria madre, proprio perché da Gesù l’abbiamo avuta per madre. “Non si può essere cristiani, se non si è mariani”, ha detto Paolo VI.
La devozione alla Madonna deve far parte della nostra vita spirituale più profonda e dobbiamo evitare di cadere nel troppo vago, nel generico, nel puro sentimento.
Una cosa non deve uscirci di mente, che la Madonna è donna. Nei nostri discorsi, nelle nostre preghiere, l’immagine della Madre di Dio rischia di naufragare in un mare di evanescente nebbia: i contorni si disciolgono, ne viene fuori come un fantasma luminoso che non dice nulla. La Vergine Madre fu, ed è donna, anche ora che il suo corpo ha acquistato nella Risurrezione e Assunzione, le doti del corpo glorificato di Cristo. La Madonna è una di noi: la sentiamo vicina e ci rivolgiamo a Lei, sede della sapienza. Vogliamo comprendere; oggi sentiamo intorno a noi la confusione delle lingue. La Babele dei cento maestri ci stordisce e ci tenta di scetticismo; ci scoraggia. Ci fa credere che è più saggio dubitare, che affermare; ci fa indifferenti alle verità supreme; ci fa capaci di ogni utopia e di ogni opportunismo.

Oggi sentiamo intorno a noi l’affermazione dogmatica di maestri stranieri; vediamo tanti giovani seguire dottrine che danno solo l’energia dell’odio e della negazione; vediamo nel nostro mondo il bisogno di idee sicure, umane, innovatrici.
Noi ci rivolgiamo a Maria, sede della sapienza. A lei, perché vogliamo comprendere.
Abbiamo bisogno di luce interiore: Abbiamo bisogno di verità: Abbiamo bisogno di principi. Abbiamo bisogno di certezza.

Tante volte sbagliamo; crediamo di conoscere e siamo in errore.
Sant’Agostino, dice di sé e dice per noi: “Avevo le spalle volte alla luce e la faccia volta alle cose da essa illuminate, così, proprio la mia faccia, con cui vedevo le cose illuminate, non era illuminata” (Confessioni, IV, 16).

Maria, da’ a noi il conforto della verità. Maria da’ a noi la difesa dall’errore: Maria rendi limpida la nostra anima, affinché possiamo comprendere; rendi puri i nostri occhi, affinché possiamo vedere. Da’ a noi il dono e la gioia della sapienza. Insegnaci ad ammirare; insegnaci a ben pensare; insegnaci a meditare perché vogliamo portare nel cuore la lampada della verità cristiana.

Gianni Sangalli SDB

www.donbosco-torino.it

 

2008

 

Marzo

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S. Francesca Romana

Religiosa

 

9

Memoria facoltativa

F

rancesca Romana nacque in Roma nel 1384 da Paolo de Buscis (o Bussa de’ Leoni, secondo relatori diversi). La sua era una famiglia ricca e nobile, il loro palazzo era sito in Piazza Navona e per la nascita di ” Ceccolella” , così venne subito nominata, viene invitata la crèma della società nobiliare e pontificia dell’epoca.

Sin da piccola si dimostra incline alla meditazione ed alla preghiera ed a 11 anni spiega al padre il suo desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Ma non è possibile: un grande numero di importantissimi ed inderogabili motivi (“dobbiamo avere una discendenza / ne va del buon nome della famiglia / dobbiamo imparentarci con altre famiglie importanti / devi avere una vita sontuosa al pari di quella di altre famiglie nobili / cosa direbbero gli altri”... ) impediscono tutto questo, e sia per affermare ciò, sia nel tentativo di allontanare definitivamente Francesca da tali convinzioni, il padre a 12 anni la obbliga ad andare in matrimonio a Lorenzo Ponziani, della famiglia Ponziani anch’essa come i Bussa vicina al potere pontificio, anche se con una inclinazione più moderata a differenza ed in contrasto con i Colonna.

Con tale matrimonio dunque si stabilisce ufficialmente anche un sodalizio politico tra le due famiglie. Come avrà pensato il padre di Francesca, senza curarsi minimamente della sensibilità di lei, sono i classici “due piccioni con una fava”. (Peraltro Francesca farà anche un ultimo estremo tentativo per sfuggire a tale destino, si rivolgerà al suo padre confessore e sostegno spirituale chiedendo di intercedere e soccorrerla , e le verrà risposto di obbedire al volere paterno… ma, come vedremo, l’uomo propone e Dio dispone: le cose andranno comunque diversamente).

Da questo matrimonio vennero alla luce tre figli; due di essi morirono ancora bimbi.

Giovanni Evangelista nasce nel 1403; fin da piccolo si dimostra dotato di capacità inusuali: giocando con il padre estrae il pugnale paterno dalla cintola e glielo appoggia al rene, dicendo ”Così, papà, ti faranno male”, ed alcuni anni dopo il padre verrà ferito nell’esatto modo e punto indicato da Giovanni. Nello stesso anno nasce Agnese, mentre Giovanni, appena inizia a parlare e dialogare compiutamente, ripete spesso a Francesca:“Mamma, ho fretta di arrivare alla Gloria Eterna” e,  giunto a 8 anni, nemmeno nove compiuti, viene colpito dalla peste e prima di morire dice esattamente alla madre:“Non piangere per la mia morte, perchè io starò sempre bene; pregherò per te, a cui voglio tanto bene. Ecco, gli angioli vengono per accompagnarmi in cielo. Mi ricorderò di te”.

Dopo circa un anno riappare in sogno alla madre, e le predice la morte di Agnese, che avviene poco dopo. Sempre nel corso dello stesso sogno afferma:”La nostra unica occupazione è contemplare l’abisso della bontà di Dio, lodare e benedire la sua maestà con profondo rispetto, una viva gioia ed un perfetto amore. Essendo tutti assorbiti da Dio nella celeste beatitudine, non solo non abbiamo ma non possiamo neppure avere alcun dolore”.

A partire da quel sogno, Francesca, come testimoniato ampiamente da tutte le persone vissute accanto a lei e che ne hanno lasciato conferma, vedrà costantemente accanto a se un angelo dall’aspetto di bimbo dell’età approssimativamente di nove anni, con lunghi capelli e vestito con una tunica bianca, che la accompagnerà sempre e sempre le farà da guida.

Gradualmente Francesca, per la quale il matrimonio è stato solamente una forzatura obbligata, pur avendo il massimo rispetto per il marito, prende uno stile di vita sempre più consono alla sua vera natura spirituale. Giunge a ritrarsi, con accordo del marito che ne comprende e rispetta la spiritualità, dalla vita matrimoniale, pur continuando a vivere giornalmente in famiglia, si veste con abiti poveri, si dedica alla preghiera ed alla assistenza dei poveri. Per questo verrà continuamente attaccata, umiliata, derisa, maltrattata ed offesa in ogni modo dai familiari del Ponziani, che la considerano inferiore sotto ogni aspetto e, vergognandosene, cercano anche di nasconderla agli occhi altrui quando, molto spesso, la loro casa è visitata da esponenti dell’alta ed importante società romana dell’epoca.

Ma nulla può arrestare la fede di Francesca e, altre persone, sospinte dal suo esempio di fede, le si accostano, altre donne prendono la sua vita ad esempio, finchè lei stessa decide di dare una ulteriore svolta, ed al fine di potersi dedicare completamente alla preghiera ed all’aiuto dei sofferenti, decide di avviare un gruppo di religiose, detto delle Oblate.

Riceve l’approvazione papale e nel 1433, il 25 marzo, Francesca, insieme ad altre nove donne che ne hanno abbracciato i voti e le regole di vita, dà inizio al nuovo ordine religioso a Tor de Specchi, in un povero casupolo che è nelle vicinanze del Campidoglio. Contemporaneamente alla sua entrata nel convento, avviene un altro fatto: l’Angelo che le era rimasto accanto per 24 anni viene sostituito da una altra presenza Angelica, un Angelo non più con l’aspetto / statura di un bimbo ma dalle fattezze / statura di un adulto, come dice la stessa Francesca “assai più risplendente del primo … teneva nella mano sinistra tre ramoscelli di preziosissimo oro e da essi traeva un filo d’oro che disponeva in matasse intorno al suo collo e con la mano destra faceva gomitoli”. Se possa sembrare strana l’immagine con cui quest’Angelo apparve, se ne svelerà il significato poco più avanti.

Sempre in quegli anni il marito cade malato, Francesca svolge i propri compiti spirituali e contemporaneamente lo assiste coscienziosamente fino al decesso, che avviene a fine 1435; sappiamo, come accennato in precedenza, che lui stesso nel corso degli anni si era reso conto della eccezionale profondità spirituale di Francesca, si era accostato e rafforzato nella fede e ne aveva infine appoggiato pienamente le scelte di vita religiosa.

E, una volta deceduto il marito, l’ultimo legame con la sua passata vita “mondana”, Francesca può ritrarsi nel suo convento e dedicarsi completamente alla vita religiosa. La società romana, che inizialmente la bolla come una visionaria o fanatica o finanche povera illusa, inizia rapidamente a ricredersi, il bene che lei fa concretamente, giornalmente ed anche attraverso una nutritissima serie di fatti “inspiegabili” e miracolosi , sparge rapidamente il suo nome tra tutti coloro che soffrono, ed anche i più riottosi devono ricredersi.

Il 15 agosto 1439 l’Angelo annuncia a Francesca:”Voglio ordire una tela di cento legami, poi ne farò un’altra di sessanta, poi un’altra di trenta”. Da quel momento Francesca vedrà quest’Angelo impegnato nella tessitura di queste tele, ed il progressivo realizzarsi delle tele stesse rappresenterà l’avvicinarsi di Francesca al momento del trapasso.

Il suo tempo scorre velocemente, giunta ai primi giorni del marzo 1440 ha notizia che il figlio giace malato di peste; si reca subito alla sua vecchia dimora, il palazzo Ponziani, e quando entra nella stanza del figlio, inspiegabilmente ed improvvisamente il figlio è guarito.

Ma è giunto il suo momento. La febbre la assale, deve soffermarsi nel palazzo per riposare. Il suo confessore la visita, la saluta poi con un “Spero di rivedervi presto” e lei, con tranquillità, risponde:”Così non sarà, perchè morirò tra non molto”. Nel giorno seguente, sabato, osserva tranquillamente l’Angelo sempre accanto a lei, e pronuncia: “Lode a Dio, mercoledì la mia vita avrà termine”.

Passano i giorni seguenti, lei sempre più debole, le persone si accalcano al di fuori del Palazzo, tutti sanno che Ceccolella ormai sta morendo; giunge il mercoledì, 9 marzo 1440, lei sempre tranquilla e silenziosa fissa il suo Angelo.

“Se vi ho amato e se ho pregato per voi in terra, molto più spero di poterlo fare in cielo, dove aspetto tutte voi e tutte quelle ancora che porteranno il nome di vere Oblate di Maria” è il suo ultimo commiato alle sorelle ed a chi la circonda.

Continua a pregare … “Finisco il mio vespro” è la sua ultima frase; senza far rumore scivola apparentemente nel sonno, che invece è la separazione della morte.

 

I Miracoli : la vita quotidiana di Francesca

La vita quotidiana di Santa Francesca Romana è costellata di eventi miracolosi e dettagliatamente testimoniati, compiuti giornalmente in mezzo alla gente più umile e bisognosa, questi sono solo alcuni. Inoltre la vita di Francesca fu continuamente caratterizzata da aspre lotte contro il maligno.

Nel Luglio del 1399 Francesca sta ritornando a casa dopo aver visitato la Basilica di San Pietro, insieme a Vannozza, una donna di fede che la accompagnerà sempre. Improvvisamente ed inspiegabilmente vengono gettate da una mano invisibile nel Tevere, senza poter ricevere l’aiuto di alcuno, trasportate dalla corrente a lungo si abbracciano ma stanno per affogare quando, altrettanto inspiegabilmente, una altra mano invisibile ma questa volta buona le sbalza, letteralmente le fa uscire di peso dall’acqua gettandole sane e salve sulla riva asciutta.

1402: Roma è colpita da una grave carestia e Francesca, che dedica il suo tempo ad aiutare malati e poveri, apre, lottando contro i parenti, le porte del suo palazzo signorile per aiutare chi muore di fame. Distribuisce lei stessa ciò che ha: pane, olio, grano, denari, una piccola folla di bisognosi è ormai sempre presente ed in attesa. Il bisogno è tanto, le sue possibilità si assottigliano, chiede aiuto anche ai parenti, ma si sa, il cuore delle persone è duro. Ma Francesca va avanti, ed allora lei stessa va per strada, bussa alle porte dei nobili e lei , in prima persona, chiede la carità, chiede ai ricchi e potenti nobili la carità per tutti quei poveri che aspettano con lo stomaco e le membra piegate dalla fame e dalla malattia. Ma Andreozzo, il suocero, interviene: così non va proprio bene, questa folle sta sperperando i beni di famiglia per aiutare chi? Quattro straccioni!

Andreozzo va nel granaio del palazzo, conteggia attentamente il grano lì custodito, mette da parte quanto sia necessario per l’andamento familiare, vende la rimanenza intascando i soldi e lascia a Francesca uno stanzone vuoto, senza più nulla. E, come da testimonianze rilasciate sotto giuramento dal personale del palazzo, Francesca raccoglie per terra quel poco grano rimasto tra gli scarti e la polvere (a chi muore di fame anche una manciata può salvare la vita) e il granaio viene chiuso a chiave, vuoto. Così vuole Andreozzo. Senonchè, dopo alcuni giorni la porta viene riaperta e si trova il granaio ricolmo con quintali di grano della migliore qualità. Ovviamente, con totale stupore del senza-fede Andreozzo, che rimane totalmente allibito anche perchè, oltre a chiudere a chiave il granaio, aveva chiuso a chiave anche la cantina e quando Francesca gli chiede un po’ di vino per i poveri, lui inveisce contro la sua scelleratezza, che li porterà tutti alla rovina. Al che Francesca, che mai era entrata nella cantina, fa notare che nella cantina stessa vi sono botti piene del vino della migliore qualità e Andreozzo, corso subito in cantina , ve le trova senza poter spiegare da dove siano uscite, essendo la stanza stata chiusa a chiave a vietata a tutti… beh… a tal punto pure l’avido Andreozzo deve capitolare e da allora permetterà a Francesca di donare senza più controllare.

Francesca cura i malati ma, si sa, a volte le persone non hanno una grande fede. Così Francesca trova un metodo per farsi accettare, un modo per accostare le persone e permettere di farsi curare. Nel 1413 Roma è colpita dalla peste e Francesca trasforma il palazzo in un ospedale, dove, come può, cura i malati di ogni genere. Lei in persona gira per le strade e le campagne con un carretto tirato da un asino, e raccoglie per strada i malati, portandoli nel suo palazzo. Ma nel suo Ospedale improvvisato Lei ha anche un medicamento speciale, la fede e “l’unguento”, un semplice unguento che, però, dispensato dalle mani di una Santa, diviene miracoloso (l’unguento di Santa Maria Francesca viene tutt’oggi prodotto ancora dalle Oblate seguendo la prescrizione lasciata da Francesca).

Un boscaiolo, che con un colpo di accetta si trancia quasi di netto un piede: i medici lo abbandonano, non c’è nulla da fare; viene portato da Francesca, che spalma sull’arto distrutto il suo unguento … e le sue preghiere: dopo pochi giorni l’uomo si rialza e l’arto è perfetto. Un altro che riceve un colpo di spada sulla spalla, il braccio è quasi staccato e la spalla va in cancrena, le preghiere e le cure di Francesca nel suo palazzo/Ospedale restituiscono, come da testimonianze giurate, la piena funzionalità dell’arto.

Un bimbo nato e morto poco dopo la nascita. La madre piange disperata e si pensa di chiamare Francesca, tutti ne conoscono la santità. Francesca prende il corpicino morto in braccio, culla il bimbo per pochi minuti e lo restituisce alla madre mentre il bimbo inizia a vagire nuovamente.

Una donna colpita da paralisi (ictus) viene condotta nella casa/ospedale di Francesca che, postasi accanto a lei, prega intensamente e poi annuncia che la donna si riprenderà perfettamente in tre giorni, e così avviene.

Paolo cade nel Tevere e annega. Viene estratto dall’acqua e ne viene constatato indubitabilmente l’avvenuto decesso per annegamento. Dopo mezz’ora dalla avvenuto accertamento del decesso, la Santa benedice il corpo del defunto che riprende a vivere.

Camilla Clarelli è muta dalla nascita: viene portata dalla Santa che, pregando, le tocca la lingua, e Camilla inizia a parlare.

Spesso, quando Santa Francesca si accosta alla Comunione, è possibile agli astanti vedere (cosa testimoniata in forma scritta con nome e cognome da coloro che vi hanno assistito in diverse occasioni) un globo di luce formarsi sopra il suo capo.

E vi è anche la esperienza mistica e la lotta contro il male, che nel caso di Santa Francesca è stata attentamente ed inoppugnabilmente testimoniata da Don Mattiotti, il quale, vivendo giornalmente accanto a Santa Francesca, ha testimoniato in cinque volumi un centinaio di visioni mistiche contenenti anche la descrizione fatta dalla Santa del mondo spirituale e circa quaranta casi in cui la Santa ha affrontato anche “fisicamente” le percosse del male.

 

  

 

 

S. Matilde di Germania

Regina

 

14

 

M

atilde nacque intorno all’895 in una famiglia aristocratica della Westfalia, nord est della Germania. Secondo i costumi del tempo i suoi genitori, il conte Dietrich e Reinhilde, misero la bambina in un monastero femminile, accanto alla nonna paterna diventata badessa, dopo la sua vedovanza. Matilde, si legge in un documento, fu messa nel monastero non per diventare monaca, ma per acquisire un’educazione e una formazione intellettuale conforme al suo rango. Era la prassi. Nel 909 sposò Enrico di Sassonia. Dal loro matrimonio nacquero ben cinque figli tutti destinati a brillanti carriere: Ottone I chiamato poi il Grande, Gerbera, futura regina di Francia, Edvige, Enrico il Giovane, e Bruno che diventerà arcivescovo di Colonia.

Le prime vere difficoltà per Matilde arrivarono con la morte del consorte che avvenne nel 936, lasciandole un notevole bene patrimoniale. Per la successione lei non era molto favorevole al primogenito Ottone, e tentò di far proclamare Enrico che, secondo lei, era più degno anche perché nato dopo che il marito era diventato re. Si arrivò al conflitto tra i due fratelli, e nonostante l’appoggio della madre, Ottone vinse la partita. Questi liquidò velocemente la disputa dei familiari per la successione, ma rinunciò, saggiamente, alla vendetta. Nel 955 sconfisse poi gli Ungari, ponendo fine ai loro saccheggi in molte parti d’Europa (anche in Italia). Con la corona imperiale ottenuta a Roma nel 962, arrivò anche la piena riconciliazione con tutta la famiglia.

È interessante notare (e questo conferma indirettamente la santità di Matilde) che attorno agli anni 938-941 ad un certo punto i due fratelli, Ottone ed Enrico, già in discordia per la successione al trono, furono invece concordi nell’allontanare la loro madre perché, questa l’accusa che ci fa sorridere, spendeva troppo per soccorrere le chiese e i poveri. La obbligarono a rinunciare ai propri beni e la rinchiusero in un monastero. Le vennero restituiti i suoi diritti solo per intervento della regina Edith. Tuttavia, questo fatto indebolì per un certo tempo la sua influenza in seno alla famiglia. Matilde superò anche questa dura prova. Dal 946 fino alla morte recuperò tutta la sua autorità e influenza, continuando l’opera a favore della chiesa e dei poveri. Creò infatti monasteri maschili a Poelde e Quedlinburg e abbazie femminili a Enger e Nordhausen. Onorata e rispettata dai suoi durante questo periodo, la regina ebbe la gioia di ricevere l’omaggio della propria parentela durante l’assemblea dinastica di Colonia nel 965, dove ella venne festeggiata come simbolo dell’unità familiare. Si spegneva tre anni dopo a Quedlinburg, il 14 marzo 968, e venne sepolta accanto al marito Enrico.

Una vita movimentata quella di Matilde. Come madre di famiglia e come regina. Una vita che però risplendeva per le sue virtù, pur all’interno di un ambiente, dove non mancavano ricchezza e lusso. La sua santità venne riconosciuta subito in ambito locale, specialmente grazie a due sue biografie, anche se le autorità ecclesiastiche non la riconobbero subito.

Il suo culto liturgico si impose proprio a Quedlinburg. Matilde veniva menzionata in alcune compilazioni martirologiche del XV e XVI secolo, finché venne iscritta nel Martirologio Romano, e la sua santità fu riconosciuta anche al di fuori della Germania.

È interessante notare che gli agiografi della regina Matilde avrebbero potuto offrire un’immagine convenzionale della sua santità: insistendo magari sulla sua pia vedovanza e sui legami con monasteri e abbazie. Presentarono invece la sua santità come qualcosa di cresciuto all’interno della sua scelta di vita familiare. Matilde è santa perché ha vissuto santamente il suo essere sposa, il suo essere madre e anche il suo essere regina, con tutte le incombenze proprie di questo stato, non semplice. Potremmo dire che in lei c’è una santità regale, matrimoniale, e familiare. I suoi biografi ci hanno mostrato una santità autentica acquisita giorno dopo giorno in seno alla propria famiglia, nelle gioie e dolori che essa comporta. Veniva proposto così un nuovo modello di santità, diverso da quello vissuto nei monasteri e nelle abbazie.

Naturalmente, anche il marito Enrico era d’accordo con il suo modo di vivere. In una delle biografie si risponde alle voce che già circolava di avere Enrico sposato una monaca, troppo dedita alla preghiera. “Nottetempo... Matilde si alzava, e all’insaputa del marito, abbandonava la camera reale per consacrarsi alla preghiera e ritornare a Dio che lei amava d’un amore puro e serviva con una fede senza tentennamenti. Chi avrebbe dubitato che essa poteva agire così senza che il re non lo sapesse? E di fatto egli se ne accorse, ma faceva finta d’ignorarlo, sapendo che le azioni di Matilde erano buone ed utili ad entrambi. Dava quindi il suo consenso a tutto ciò che lei desiderava”.

Un’ultima annotazione. Appena il marito Enrico morì, Matilde chiese al primo sacerdote che era digiuno di pregare per il defunto marito. Gli diede un suo braccialetto dicendogli:“Ricevi questo oggetto d’oro e canta la messa delle anime”. Sembra che questo sia stato uno dei primi esempi di preghiera di suffragio per le anime. La vedova Matilde non cessava di essere unita spiritualmente al marito anche se defunto. Ella si sentiva ancora “responsabile” di lui perché lo amava ancora, e voleva la salvezza della sua anima. Anche dopo la morte di uno dei coniugi, la coppia di sposi cristiani rimaneva una piccola comunità legata da un amore eterno e indissolubile.

Le preghiere dell’uno servivano (e servono ancora oggi) alla salvezza dell’altro. Il matrimonio veniva visto in questo modo come un autentico ed importante strumento di salvezza per i coniugi. È importante notare, inoltre, la stupefacente visione positiva del matrimonio cristiano. Era visto come un autentico “luogo” di circolazione della grazia di Dio.

Quanti sposi cristiani vivono il loro matrimonio come un “circolo virtuoso” di grazie reciproche come lo è stato per Enrico e Matilde?

MARIO SCUDU

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Hemerocallis fulva- Giglio di S. Giuseppe Giglio di San Giuseppe

San Giuseppe

Sposo della Beata Vergine Maria

15 nel 2008

Solennità

 

 

I
l genio pastorale di Papa Giovanni Paolo II gli ha dedicato una esortazione apostolica (Redemptoris custos) per rendere omaggio e stimolo pastorale a questo straordinario santo, a questo straordinario uomo di Dio, a questo "uomo giusto".
Legittimamente la sua figura viene messa in secondo piano dalla centralità del figlio, il Salvatore Gesù e la madre Maria.
Tuttavia l'economia della salvezza deve moltissimo a quest'uomo giusto.
Anzi i nostri tempi in crisi di paternità e di "uomini giusti" esigono una presenza così autorevole ed un amico santo che ci porti meglio a comprendere il mistero dell'Incarnazione. Maria, sua sposa e nostra madre, Maria Madre di Dio non ce ne voglia se concentriamo le attenzioni a questo meraviglioso esempio di padre e di sposo.
Anzi, ne siamo certi, la stessa Vergine ci chiede di dare giusta rilevanza pastorale all'uomo "giusto" che è stato ed è San Giuseppe.

 

Giuseppe uomo giusto

Il concetto di giustizia nell'ambito della Bibbia è ben più ampio di quello del diritto e si rifà al rapporto intimo dell'uomo con Dio.
Matteo, nel suo vangelo, ne parla a proposito di Giuseppe quando egli decide di "ripudiare in segreto" Maria.
La giustizia per la Bibbia si rifà sempre ad un insieme di valori quali la bellezza, l'ordine, l'armonia, la verità, la carità, la bontà e la giustizia appunto.
Per cui dire giusto significa dire di un uomo che è e che vede con gli occhi di Dio ed è in intimità con Lui.
Egli ha ben capito che la legge sul ripudio è giusta, ma che ben più grande è la legge che tratta l'amore e il rispetto della persona e per questo sceglie, non senza intima e grande sofferenza, di "ripudiare in segreto" Maria.
Proprio questa sua apertura del cuore permette a Dio di illuminarlo ulteriormente sulla natura vera della gravidanza di Maria e segna per sempre, vocazionalmente, la chiamata di Giuseppe. Quella appunto di custodire la famiglia che gli è stata affidata.
                                                                               
Giuseppe custode della Sacra Famiglia
Giuseppe dunque è un uomo, una persona pienamente responsabile e concreta che avvolge nell'amore che si fa storia chi gli è stato donato: Maria e Gesù.
Proprio Giuseppe, il padre e custode di questa straordinaria famiglia, pone legittimamente il "nome" al figlio chiamandolo Gesù.
Dio, fonte di ogni paternità in Cielo ed in terra, desidera che l'uomo giusto Giuseppe dia il nome, cioè la vocazione e la missione al figlio chiamandolo Gesù.
Non lo ha fatto Maria.
Dio ha voluto che lo facesse Giuseppe. Questo per alcuni motivi.
Innanzitutto perché Dio desiderava che come Maria collaborasse intimamente alla redenzione, e dunque anche Giuseppe fosse "co-generante" dando il nome al figlio di Dio.
In tal modo Giuseppe era anche lui "partoriente" nella responsabilità che gli era propria dell'uomo Gesù.
In secondo luogo perché Dio è anche ordine creativo e nella paternità e nella sponsalità dell'uomo desidera sia fatto segno della Sua Paternità e della Fecondità.

 

Giuseppe segno del padre
Le lettrici donne diranno: "A trovarne di uomini così!"
Ed è vero. Anche da Giuseppe, il piccolo uomo Gesù ha imparato ad essere uomo e anche noi con l'aiuto dell'uomo giusto e della Beata Vergine Maria siamo chiamati ad imparare il senso della paternità e dell'essere uomini.
Se Maria è specchio della "maternità generante di Dio", Giuseppe, l'uomo giusto è segno della "paternità feconda, ferma e amorevole del Padre". Nei nostri tempi malati di un "femminismo" che ha deformato il senso del femminile e del maschile.
In tempi che, untuosi di "accoglienza" senza amore e giustizia, di livellamento di valori, di cattolici "adulti", di smarrimento del senso di "responsabilità", di cattolici "progressisti" e di teologi e laici del "dissenso" la figura di Giuseppe è fondamentale per la ri-acquisizione, secondo il cuore del Padre, del senso profondo della "mascolinità", e della paternità.
Urge dunque un arricchimento pastorale nella devozione popolare che chieda a Cristo, costantemente, anche per l'intercessione di San Giuseppe, l'uomo "giusto", una guarigione profonda dell'uomo sia come "padre" che come portatore del quid maschile così necessario oggi.

 

Giuseppe un faro di giustizia
Nel caotico presentarsi di coppie omosessuali che chiedono diritti familiari o di adozione; nei problemi di confusione etica e bioetica Giuseppe si pone come l'uomo "giusto" che custodisce l'uomo e la Chiesa; si pone come custode di ogni famiglia.
Si pone come colui che spezza le "isterie" collettive e personali, adolescenziali e narcisistiche davanti al mistero della vita, proprio perché è l'uomo "giusto".
Colui che Dio ha scelto per custodire la Sacra Famiglia e dunque anche la famiglia umana dagli attacchi non infrequenti del nemico dell'uomo.
Per tal motivo Giuseppe è anche faro, stimolo e custode dei sacerdoti, dei Vescovi e del Santo Padre in quanto portatori di paternità nello Spirito.
Costantemente va richiesta la sua preziosa mediazione perché i padri, tutti i padri, quelli nella carne e i vergini, sappiano esercitare la paternità con la stessa giustizia amorosa e ferma di questo uomo straordinario che ha amato radicalmente l'umanità in Maria, sua sposa, e in Gesù Figlio di Dio.
 
Giuseppe il lavoratore mistico
Nella sua straordinaria vita interiore Giuseppe ha maturato quell'equilibrio straordinario che ne fa sintesi  perfetta di chi lavora con il cuore in Dio.
Patrono dei lavoratori, dunque, ma anche patrono del "modo di lavorare".
Non per il profitto, ma per collaborare con Dio al bene della creazione, sempre con lo sguardo rivolto verso il Padre.
Possiamo immaginare che proprio nei tanti anni di vita nascosta Gesù abbia imparato da Giuseppe suo padre l'arte meravigliosa del lavoro con il cuore unito interiormente a Dio.
Certamente è ben di più ciò che Gesù ha donato, anche umanamente a Maria e a Giuseppe. Tuttavia, il Padre, che rispetta l'umanità che Egli ha creato avrà sicuramente permesso un mutuo donarsi di competenze, sensibilità e grazia in questa famiglia semplice fatta di amore, preghiera e lavoro.
In questo equilibrio nello Spirito dell'uomo Giuseppe sta lo stimolo nell'essere anche noi, laici e sacerdoti, lavoratori umili nella "vigna del Signore"; così come suggerisce ed esorta il Papa Benedetto XVI.

 

Giuseppe, patrono della Chiesa del nostro tempo
Nella lettera apostolica, papa Giovanni Paolo II, parla di San Giuseppe in termini di patrocinato amoroso per la Chiesa oggi. Che profezia straordinaria. Che intuito grandioso. E' vero; San Giuseppe è l'uomo "giusto" perché la Chiesa riscopra il valore della paternità e della "mascolinità" nella grazia.
Siamo certi che qui, proprio qui, si apre in realtà una vera apertura al "genio femminile" di cui la Chiesa, anche, ha necessariamente bisogno. In quell'equilibrio tra Giuseppe e Maria, nella grazia dei ruoli e dei ministeri propri, si apre costantemente, per la Chiesa, la prospettiva di una umanità rinnovata che serve la Chiesa e aiuta il mondo intero a recuperare ruoli smarriti per effetto del peccato originale e dei peccati personali.
Ci rivolgiamo a te,
dunque, caro amico e fratello e padre San Giuseppe,
aiuta la Chiesa del tuo figlio e Figlio di Dio
e aiuta l'umanità ed in particolare ogni uomo ad essere "giusto" come tu sei stato.
L'umanità e la Chiesa hanno bisogno di "padri", di uomini che con te e come te sappiano nutrire responsabilità e gioia nel servire la vita
e volgere sempre lo sguardo a Cristo,
autore e perfezionatore della fede.
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Domenica delle Palme

 

16

Solennità

Con la Domenica delle Palme o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione.
La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque liturgie domenicali, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singola anima.

I Vangeli narrano che giunto Gesù con i discepoli a Betfage, vicino Gerusalemme (era la sera del sabato), mandò due di loro nel villaggio a prelevare un’asina legata con un puledro e condurli da lui; se qualcuno avesse obiettato, avrebbero dovuto dire che il Signore ne aveva bisogno, ma sarebbero stati rimandati subito.

Dice il Vangelo di Matteo (21, 1-11) che questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) “Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”.

I discepoli fecero quanto richiesto e, condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.
Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!”.

A questa festa che metteva in grande agitazione la città, partecipavano come in tutte le manifestazioni di gioia di questo mondo, i tanti fanciulli che correvano avanti al piccolo corteo agitando i rami, rispondendo a quanti domandavano “Chi è costui?”, “Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea”.

La maggiore considerazione che si ricava dal testo evangelico, è che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso in Palestina, acclamato come solo ai re si faceva, a cavalcioni di un’asina.
Bisogna dire che nel Medio Oriente antico e di conseguenza nella Bibbia, la cavalcatura dei re, prettamente guerrieri, era il cavallo, animale nobile e considerato un’arma potente per la guerra, tanto è vero che non c’erano corse di cavalli e non venivano utilizzati nemmeno per i lavori dei campi.
Logicamente anche il Messia, come se lo aspettavano gli ebrei, cioè un liberatore, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, ma Gesù come profetizzato da Zaccaria, sceglie un’asina, animale umile e servizievole, sempre a fianco della gente pacifica e lavoratrice, del resto l’asino è presente nella vita di Gesù sin dalla nascita, nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto della famigliola in pericolo.

Quindi Gesù risponde a quanti volevano considerarlo un re sul modello di Davide, che egli è un re privo di ogni forma esteriore di potere, armato solo dei segni della pace e del perdono, a partire dalla cavalcatura che non è un cavallo simbolo della forza e del potere sin dai tempi dei faraoni.
La liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo adatto al di fuori della chiesa; i fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, che dopo la lettura di un brano evangelico, vengono distribuiti ai fedeli (possono essere già dati in precedenza, prima della benedizione), quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.

Qui giunti continua la celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico; il testo della Passione non è lo stesso che si legge nella celebrazione del Venerdì Santo, che è il testo del Vangelo di S. Giovanni.

Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi delle vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l’arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l’esecuzione, morte e sepoltura.
Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. Si usa in molte regioni, che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

In molte zone d’Italia, con le parti tenere delle grandi foglie di palma, vengono intrecciate piccole e grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace.

La benedizione delle palme è documentata sin dal VII secolo ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto.
In Occidente giacché questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali (il battesimo era amministrato a Pasqua) e all’inizio solenne della Settimana Santa, benedizione e processione delle palme trovarono difficoltà a introdursi; entrarono in uso prima in Gallia (sec. VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor”; poi in Roma dalla fine dell’XI secolo.

L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha origine soltanto devozionale, come augurio di pace.

Da venti anni, nella Domenica delle Palme si celebra in tutto il mondo cattolico la ‘Giornata Mondiale della Gioventù’, il cui culmine si svolge a Roma nella Piazza S. Pietro alla presenza del papa. (A. Borrelli)

 

 

Pasqua del Signore

23

 

Solennità

 

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A
lle donne recatesi al sepolcro, il mattino di Pasqua, l’angelo disse: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto!» (Mc 16,6). Ma Gesù è veramente risorto? Quali garanzie abbiamo che si tratta di un fatto realmente accaduto, e non di un’invenzione o una suggestione?
L’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, a non più di venticinque anni di distanza dai fatti, elenca tutte le persone che hanno visto Gesù dopo la sua risurrezione, la maggioranza dei quali era ancora in vita (1Cor 15,6). Di quale fatto dell’antichità abbiamo testimonianze così forti come di questo?
Ma a convincerci della verità del fatto è anche un’osservazione generale. Dopo la morte di Gesù i discepoli si sono dispersi; il suo caso è chiuso: «Noi speravamo che fosse lui...» (Lc 24,21), dicono i discepoli di Emmaus. Evidentemente, non lo sperano più. Ed ecco che, improvvisamente, vediamo questi stessi uomini proclamare unanimi che Gesù è vivo, affrontando processi e persecuzioni, fino al martirio. Che cosa ha determinato un cambiamento così totale, se non la certezza che Gesù era risorto?
Non possono essersi ingannati, perché hanno parlato e mangiato con lui dopo la sua risurrezione. E poi erano uomini pratici, tutt’altro che facili a esaltarsi: essi stessi sulle prime dubitarono. Neppure possono aver voluto ingannare gli altri, perché, se Gesù non era risorto, i primi a essere stati traditi e a rimetterci (la stessa vita!) erano proprio loro.
Senza il fatto della risurrezione, la nascita del cristianesimo e della Chiesa diventa un mistero ancora più difficile da spiegare che la risurrezione stessa. Questi sono alcuni argomenti storici, oggettivi, ma la prova più forte che Gesù Cristo è risorto sta nel fatto che è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare. «Tocca Cristo chi crede in Cristo», diceva sant’Agostino e i veri credenti fanno l’esperienza della verità di questa affermazione.
Quelli che non credono nella realtà della risurrezione hanno sempre avanzato l’ipotesi che si sia trattato di fenomeni di autosuggestione: gli apostoli hanno creduto di vedere. Ma questo, se fosse vero, costituirebbe, alla fine, un miracolo non meno grande di quello che si vuole evitare di ammettere. Suppone infatti che persone diverse, in situazioni e luoghi diversi, abbiano avuto tutte la stessa allucinazione. Le visioni immaginarie arrivano di solito a chi le aspetta e le desidera intensamente, ma gli apostoli, dopo i fatti del Venerdì santo, non aspettavano più nulla.
La risurrezione di Cristo è, per l’universo spirituale, quello che fu per l’universo fisico, secondo una teoria moderna, il big bang: un’esplosione d’energia tale da imprimere al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi, a distanza di miliardi di anni. Togli alla Chiesa la fede nella risurrezione e tutto si spegne, come quando in una casa cade la corrente elettrica. San Paolo scrive: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9).
La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo», diceva sant’Agostino. Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani e gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che Gesù è anche risorto, e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo dalla morte, è come se Dio avallasse l’operato di Cristo, come se vi imprimesse il suo sigillo. «Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù, risuscitandolo dai morti» (At 17,31).

 

“È veramente risorto”
Padre Raniero Cantalamessa
In famiglia, Speciale domenica, Il Vangelo della speranza
Famiglia Cristiana N. 13, 27 marzo 2005

 

 

 

 

Annunciazione del Signore

 

 

31 nel 2008

 

Solennità

 

 

I

l racconto di Luca sull’Annuncio del Signore a Maria (Lc 1,26-38), è – senza dubbio – il più importante tra tutti i testi del Nuovo Testamento, ed è anche il più conosciuto ed amato della tradizione cristiana. Veramente, questa pagina del Vangelo, sempre ci commuove e ci sorprende come una novità, anche se l’abbiamo ascoltata innumerevoli volte. La Liturgia non si stanca di riproporlo alla riflessione della nostra fede, perché è come una sorgente inesauribile per indicare il cammino della vita cristiana.

Maria è presentata come la parabola vivente dell’incontro della creatura con il progetto di Dio; come la dimostrazione di quello che accade quando la Parola di Dio incontra un ascoltatore credente che la mette in pratica.

Ci parla delle meraviglie che Dio ha operato nella Vergine Maria. In pochi versetti si trova qui espresso l’avvenimento centrale della storia della salvezza: Maria, un’umile fanciulla ebrea di un paese disprezzato, riceve da un angelo l’annuncio sconvolgente che essa sta per diventare la madre del Messia. Il Messia di cui avevano parlato i profeti, il Messia atteso per secoli dal suo popolo.
Maria crede all’annuncio e si offre a Dio in una donazione totale: “Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto”. Sono le parole della fede, della disponibilità, dell’amore. Ce ne voleva di fede e di amore per credere allo straordinario annuncio dell’angelo.

Lo Spirito Santo scende su Maria, su Maria stende la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Come la luce avvolge una persona, senza ferirla, come la rugiada feconda la terra senza sconvolgerla, così lo Spirito scende su Maria e il Figlio sarà veramente suo, perché “nulla è impossibile a Dio”: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”.

Così si manifestano le meraviglie dell’amore di Dio.

Riflettere sulle meraviglie operate da Dio in Maria, ci aiuta a crescere in una vera devozione. La devozione alla Madonna è una cosa seria, un dovere, come è un dovere amare la propria madre, proprio perché da Gesù l’abbiamo avuta per madre. “Non si può essere cristiani, se non si è mariani”, ha detto Paolo VI.
La devozione alla Madonna deve far parte della nostra vita spirituale più profonda e dobbiamo evitare di cadere nel troppo vago, nel generico, nel puro sentimento.
Una cosa non deve uscirci di mente, che la Madonna è donna. Nei nostri discorsi, nelle nostre preghiere, l’immagine della Madre di Dio rischia di naufragare in un mare di evanescente nebbia: i contorni si disciolgono, ne viene fuori come un fantasma luminoso che non dice nulla. La Vergine Madre fu, ed è donna, anche ora che il suo corpo ha acquistato nella Risurrezione e Assunzione, le doti del corpo glorificato di Cristo. La Madonna è una di noi: la sentiamo vicina e ci rivolgiamo a Lei, sede della sapienza. Vogliamo comprendere; oggi sentiamo intorno a noi la confusione delle lingue. La Babele dei cento maestri ci stordisce e ci tenta di scetticismo; ci scoraggia. Ci fa credere che è più saggio dubitare, che affermare; ci fa indifferenti alle verità supreme; ci fa capaci di ogni utopia e di ogni opportunismo.

Oggi sentiamo intorno a noi l’affermazione dogmatica di maestri stranieri; vediamo tanti giovani seguire dottrine che danno solo l’energia dell’odio e della negazione; vediamo nel nostro mondo il bisogno di idee sicure, umane, innovatrici.
Noi ci rivolgiamo a Maria, sede della sapienza. A lei, perché vogliamo comprendere.
Abbiamo bisogno di luce interiore: Abbiamo bisogno di verità: Abbiamo bisogno di principi. Abbiamo bisogno di certezza.

Tante volte sbagliamo; crediamo di conoscere e siamo in errore.
Sant’Agostino, dice di sé e dice per noi: “Avevo le spalle volte alla luce e la faccia volta alle cose da essa illuminate, così, proprio la mia faccia, con cui vedevo le cose illuminate, non era illuminata” (Confessioni, IV, 16).

Maria, da’ a noi il conforto della verità. Maria da’ a noi la difesa dall’errore: Maria rendi limpida la nostra anima, affinché possiamo comprendere; rendi puri i nostri occhi, affinché possiamo vedere. Da’ a noi il dono e la gioia della sapienza. Insegnaci ad ammirare; insegnaci a ben pensare; insegnaci a meditare perché vogliamo portare nel cuore la lampada della verità cristiana.

Gianni Sangalli SDB

www.donbosco-torino.it

 

2008

 

Marzo

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S. Francesca Romana

Religiosa

 

9

Memoria facoltativa

F

rancesca Romana nacque in Roma nel 1384 da Paolo de Buscis (o Bussa de’ Leoni, secondo relatori diversi). La sua era una famiglia ricca e nobile, il loro palazzo era sito in Piazza Navona e per la nascita di ” Ceccolella” , così venne subito nominata, viene invitata la crèma della società nobiliare e pontificia dell’epoca.

Sin da piccola si dimostra incline alla meditazione ed alla preghiera ed a 11 anni spiega al padre il suo desiderio di dedicarsi alla vita religiosa. Ma non è possibile: un grande numero di importantissimi ed inderogabili motivi (“dobbiamo avere una discendenza / ne va del buon nome della famiglia / dobbiamo imparentarci con altre famiglie importanti / devi avere una vita sontuosa al pari di quella di altre famiglie nobili / cosa direbbero gli altri”... ) impediscono tutto questo, e sia per affermare ciò, sia nel tentativo di allontanare definitivamente Francesca da tali convinzioni, il padre a 12 anni la obbliga ad andare in matrimonio a Lorenzo Ponziani, della famiglia Ponziani anch’essa come i Bussa vicina al potere pontificio, anche se con una inclinazione più moderata a differenza ed in contrasto con i Colonna.

Con tale matrimonio dunque si stabilisce ufficialmente anche un sodalizio politico tra le due famiglie. Come avrà pensato il padre di Francesca, senza curarsi minimamente della sensibilità di lei, sono i classici “due piccioni con una fava”. (Peraltro Francesca farà anche un ultimo estremo tentativo per sfuggire a tale destino, si rivolgerà al suo padre confessore e sostegno spirituale chiedendo di intercedere e soccorrerla , e le verrà risposto di obbedire al volere paterno… ma, come vedremo, l’uomo propone e Dio dispone: le cose andranno comunque diversamente).

Da questo matrimonio vennero alla luce tre figli; due di essi morirono ancora bimbi.

Giovanni Evangelista nasce nel 1403; fin da piccolo si dimostra dotato di capacità inusuali: giocando con il padre estrae il pugnale paterno dalla cintola e glielo appoggia al rene, dicendo ”Così, papà, ti faranno male”, ed alcuni anni dopo il padre verrà ferito nell’esatto modo e punto indicato da Giovanni. Nello stesso anno nasce Agnese, mentre Giovanni, appena inizia a parlare e dialogare compiutamente, ripete spesso a Francesca:“Mamma, ho fretta di arrivare alla Gloria Eterna” e,  giunto a 8 anni, nemmeno nove compiuti, viene colpito dalla peste e prima di morire dice esattamente alla madre:“Non piangere per la mia morte, perchè io starò sempre bene; pregherò per te, a cui voglio tanto bene. Ecco, gli angioli vengono per accompagnarmi in cielo. Mi ricorderò di te”.

Dopo circa un anno riappare in sogno alla madre, e le predice la morte di Agnese, che avviene poco dopo. Sempre nel corso dello stesso sogno afferma:”La nostra unica occupazione è contemplare l’abisso della bontà di Dio, lodare e benedire la sua maestà con profondo rispetto, una viva gioia ed un perfetto amore. Essendo tutti assorbiti da Dio nella celeste beatitudine, non solo non abbiamo ma non possiamo neppure avere alcun dolore”.

A partire da quel sogno, Francesca, come testimoniato ampiamente da tutte le persone vissute accanto a lei e che ne hanno lasciato conferma, vedrà costantemente accanto a se un angelo dall’aspetto di bimbo dell’età approssimativamente di nove anni, con lunghi capelli e vestito con una tunica bianca, che la accompagnerà sempre e sempre le farà da guida.

Gradualmente Francesca, per la quale il matrimonio è stato solamente una forzatura obbligata, pur avendo il massimo rispetto per il marito, prende uno stile di vita sempre più consono alla sua vera natura spirituale. Giunge a ritrarsi, con accordo del marito che ne comprende e rispetta la spiritualità, dalla vita matrimoniale, pur continuando a vivere giornalmente in famiglia, si veste con abiti poveri, si dedica alla preghiera ed alla assistenza dei poveri. Per questo verrà continuamente attaccata, umiliata, derisa, maltrattata ed offesa in ogni modo dai familiari del Ponziani, che la considerano inferiore sotto ogni aspetto e, vergognandosene, cercano anche di nasconderla agli occhi altrui quando, molto spesso, la loro casa è visitata da esponenti dell’alta ed importante società romana dell’epoca.

Ma nulla può arrestare la fede di Francesca e, altre persone, sospinte dal suo esempio di fede, le si accostano, altre donne prendono la sua vita ad esempio, finchè lei stessa decide di dare una ulteriore svolta, ed al fine di potersi dedicare completamente alla preghiera ed all’aiuto dei sofferenti, decide di avviare un gruppo di religiose, detto delle Oblate.

Riceve l’approvazione papale e nel 1433, il 25 marzo, Francesca, insieme ad altre nove donne che ne hanno abbracciato i voti e le regole di vita, dà inizio al nuovo ordine religioso a Tor de Specchi, in un povero casupolo che è nelle vicinanze del Campidoglio. Contemporaneamente alla sua entrata nel convento, avviene un altro fatto: l’Angelo che le era rimasto accanto per 24 anni viene sostituito da una altra presenza Angelica, un Angelo non più con l’aspetto / statura di un bimbo ma dalle fattezze / statura di un adulto, come dice la stessa Francesca “assai più risplendente del primo … teneva nella mano sinistra tre ramoscelli di preziosissimo oro e da essi traeva un filo d’oro che disponeva in matasse intorno al suo collo e con la mano destra faceva gomitoli”. Se possa sembrare strana l’immagine con cui quest’Angelo apparve, se ne svelerà il significato poco più avanti.

Sempre in quegli anni il marito cade malato, Francesca svolge i propri compiti spirituali e contemporaneamente lo assiste coscienziosamente fino al decesso, che avviene a fine 1435; sappiamo, come accennato in precedenza, che lui stesso nel corso degli anni si era reso conto della eccezionale profondità spirituale di Francesca, si era accostato e rafforzato nella fede e ne aveva infine appoggiato pienamente le scelte di vita religiosa.

E, una volta deceduto il marito, l’ultimo legame con la sua passata vita “mondana”, Francesca può ritrarsi nel suo convento e dedicarsi completamente alla vita religiosa. La società romana, che inizialmente la bolla come una visionaria o fanatica o finanche povera illusa, inizia rapidamente a ricredersi, il bene che lei fa concretamente, giornalmente ed anche attraverso una nutritissima serie di fatti “inspiegabili” e miracolosi , sparge rapidamente il suo nome tra tutti coloro che soffrono, ed anche i più riottosi devono ricredersi.

Il 15 agosto 1439 l’Angelo annuncia a Francesca:”Voglio ordire una tela di cento legami, poi ne farò un’altra di sessanta, poi un’altra di trenta”. Da quel momento Francesca vedrà quest’Angelo impegnato nella tessitura di queste tele, ed il progressivo realizzarsi delle tele stesse rappresenterà l’avvicinarsi di Francesca al momento del trapasso.

Il suo tempo scorre velocemente, giunta ai primi giorni del marzo 1440 ha notizia che il figlio giace malato di peste; si reca subito alla sua vecchia dimora, il palazzo Ponziani, e quando entra nella stanza del figlio, inspiegabilmente ed improvvisamente il figlio è guarito.

Ma è giunto il suo momento. La febbre la assale, deve soffermarsi nel palazzo per riposare. Il suo confessore la visita, la saluta poi con un “Spero di rivedervi presto” e lei, con tranquillità, risponde:”Così non sarà, perchè morirò tra non molto”. Nel giorno seguente, sabato, osserva tranquillamente l’Angelo sempre accanto a lei, e pronuncia: “Lode a Dio, mercoledì la mia vita avrà termine”.

Passano i giorni seguenti, lei sempre più debole, le persone si accalcano al di fuori del Palazzo, tutti sanno che Ceccolella ormai sta morendo; giunge il mercoledì, 9 marzo 1440, lei sempre tranquilla e silenziosa fissa il suo Angelo.

“Se vi ho amato e se ho pregato per voi in terra, molto più spero di poterlo fare in cielo, dove aspetto tutte voi e tutte quelle ancora che porteranno il nome di vere Oblate di Maria” è il suo ultimo commiato alle sorelle ed a chi la circonda.

Continua a pregare … “Finisco il mio vespro” è la sua ultima frase; senza far rumore scivola apparentemente nel sonno, che invece è la separazione della morte.

 

I Miracoli : la vita quotidiana di Francesca

La vita quotidiana di Santa Francesca Romana è costellata di eventi miracolosi e dettagliatamente testimoniati, compiuti giornalmente in mezzo alla gente più umile e bisognosa, questi sono solo alcuni. Inoltre la vita di Francesca fu continuamente caratterizzata da aspre lotte contro il maligno.

Nel Luglio del 1399 Francesca sta ritornando a casa dopo aver visitato la Basilica di San Pietro, insieme a Vannozza, una donna di fede che la accompagnerà sempre. Improvvisamente ed inspiegabilmente vengono gettate da una mano invisibile nel Tevere, senza poter ricevere l’aiuto di alcuno, trasportate dalla corrente a lungo si abbracciano ma stanno per affogare quando, altrettanto inspiegabilmente, una altra mano invisibile ma questa volta buona le sbalza, letteralmente le fa uscire di peso dall’acqua gettandole sane e salve sulla riva asciutta.

1402: Roma è colpita da una grave carestia e Francesca, che dedica il suo tempo ad aiutare malati e poveri, apre, lottando contro i parenti, le porte del suo palazzo signorile per aiutare chi muore di fame. Distribuisce lei stessa ciò che ha: pane, olio, grano, denari, una piccola folla di bisognosi è ormai sempre presente ed in attesa. Il bisogno è tanto, le sue possibilità si assottigliano, chiede aiuto anche ai parenti, ma si sa, il cuore delle persone è duro. Ma Francesca va avanti, ed allora lei stessa va per strada, bussa alle porte dei nobili e lei , in prima persona, chiede la carità, chiede ai ricchi e potenti nobili la carità per tutti quei poveri che aspettano con lo stomaco e le membra piegate dalla fame e dalla malattia. Ma Andreozzo, il suocero, interviene: così non va proprio bene, questa folle sta sperperando i beni di famiglia per aiutare chi? Quattro straccioni!

Andreozzo va nel granaio del palazzo, conteggia attentamente il grano lì custodito, mette da parte quanto sia necessario per l’andamento familiare, vende la rimanenza intascando i soldi e lascia a Francesca uno stanzone vuoto, senza più nulla. E, come da testimonianze rilasciate sotto giuramento dal personale del palazzo, Francesca raccoglie per terra quel poco grano rimasto tra gli scarti e la polvere (a chi muore di fame anche una manciata può salvare la vita) e il granaio viene chiuso a chiave, vuoto. Così vuole Andreozzo. Senonchè, dopo alcuni giorni la porta viene riaperta e si trova il granaio ricolmo con quintali di grano della migliore qualità. Ovviamente, con totale stupore del senza-fede Andreozzo, che rimane totalmente allibito anche perchè, oltre a chiudere a chiave il granaio, aveva chiuso a chiave anche la cantina e quando Francesca gli chiede un po’ di vino per i poveri, lui inveisce contro la sua scelleratezza, che li porterà tutti alla rovina. Al che Francesca, che mai era entrata nella cantina, fa notare che nella cantina stessa vi sono botti piene del vino della migliore qualità e Andreozzo, corso subito in cantina , ve le trova senza poter spiegare da dove siano uscite, essendo la stanza stata chiusa a chiave a vietata a tutti… beh… a tal punto pure l’avido Andreozzo deve capitolare e da allora permetterà a Francesca di donare senza più controllare.

Francesca cura i malati ma, si sa, a volte le persone non hanno una grande fede. Così Francesca trova un metodo per farsi accettare, un modo per accostare le persone e permettere di farsi curare. Nel 1413 Roma è colpita dalla peste e Francesca trasforma il palazzo in un ospedale, dove, come può, cura i malati di ogni genere. Lei in persona gira per le strade e le campagne con un carretto tirato da un asino, e raccoglie per strada i malati, portandoli nel suo palazzo. Ma nel suo Ospedale improvvisato Lei ha anche un medicamento speciale, la fede e “l’unguento”, un semplice unguento che, però, dispensato dalle mani di una Santa, diviene miracoloso (l’unguento di Santa Maria Francesca viene tutt’oggi prodotto ancora dalle Oblate seguendo la prescrizione lasciata da Francesca).

Un boscaiolo, che con un colpo di accetta si trancia quasi di netto un piede: i medici lo abbandonano, non c’è nulla da fare; viene portato da Francesca, che spalma sull’arto distrutto il suo unguento … e le sue preghiere: dopo pochi giorni l’uomo si rialza e l’arto è perfetto. Un altro che riceve un colpo di spada sulla spalla, il braccio è quasi staccato e la spalla va in cancrena, le preghiere e le cure di Francesca nel suo palazzo/Ospedale restituiscono, come da testimonianze giurate, la piena funzionalità dell’arto.

Un bimbo nato e morto poco dopo la nascita. La madre piange disperata e si pensa di chiamare Francesca, tutti ne conoscono la santità. Francesca prende il corpicino morto in braccio, culla il bimbo per pochi minuti e lo restituisce alla madre mentre il bimbo inizia a vagire nuovamente.

Una donna colpita da paralisi (ictus) viene condotta nella casa/ospedale di Francesca che, postasi accanto a lei, prega intensamente e poi annuncia che la donna si riprenderà perfettamente in tre giorni, e così avviene.

Paolo cade nel Tevere e annega. Viene estratto dall’acqua e ne viene constatato indubitabilmente l’avvenuto decesso per annegamento. Dopo mezz’ora dalla avvenuto accertamento del decesso, la Santa benedice il corpo del defunto che riprende a vivere.

Camilla Clarelli è muta dalla nascita: viene portata dalla Santa che, pregando, le tocca la lingua, e Camilla inizia a parlare.

Spesso, quando Santa Francesca si accosta alla Comunione, è possibile agli astanti vedere (cosa testimoniata in forma scritta con nome e cognome da coloro che vi hanno assistito in diverse occasioni) un globo di luce formarsi sopra il suo capo.

E vi è anche la esperienza mistica e la lotta contro il male, che nel caso di Santa Francesca è stata attentamente ed inoppugnabilmente testimoniata da Don Mattiotti, il quale, vivendo giornalmente accanto a Santa Francesca, ha testimoniato in cinque volumi un centinaio di visioni mistiche contenenti anche la descrizione fatta dalla Santa del mondo spirituale e circa quaranta casi in cui la Santa ha affrontato anche “fisicamente” le percosse del male.

 

  

 

 

S. Matilde di Germania

Regina

 

14

 

M

atilde nacque intorno all’895 in una famiglia aristocratica della Westfalia, nord est della Germania. Secondo i costumi del tempo i suoi genitori, il conte Dietrich e Reinhilde, misero la bambina in un monastero femminile, accanto alla nonna paterna diventata badessa, dopo la sua vedovanza. Matilde, si legge in un documento, fu messa nel monastero non per diventare monaca, ma per acquisire un’educazione e una formazione intellettuale conforme al suo rango. Era la prassi. Nel 909 sposò Enrico di Sassonia. Dal loro matrimonio nacquero ben cinque figli tutti destinati a brillanti carriere: Ottone I chiamato poi il Grande, Gerbera, futura regina di Francia, Edvige, Enrico il Giovane, e Bruno che diventerà arcivescovo di Colonia.

Le prime vere difficoltà per Matilde arrivarono con la morte del consorte che avvenne nel 936, lasciandole un notevole bene patrimoniale. Per la successione lei non era molto favorevole al primogenito Ottone, e tentò di far proclamare Enrico che, secondo lei, era più degno anche perché nato dopo che il marito era diventato re. Si arrivò al conflitto tra i due fratelli, e nonostante l’appoggio della madre, Ottone vinse la partita. Questi liquidò velocemente la disputa dei familiari per la successione, ma rinunciò, saggiamente, alla vendetta. Nel 955 sconfisse poi gli Ungari, ponendo fine ai loro saccheggi in molte parti d’Europa (anche in Italia). Con la corona imperiale ottenuta a Roma nel 962, arrivò anche la piena riconciliazione con tutta la famiglia.

È interessante notare (e questo conferma indirettamente la santità di Matilde) che attorno agli anni 938-941 ad un certo punto i due fratelli, Ottone ed Enrico, già in discordia per la successione al trono, furono invece concordi nell’allontanare la loro madre perché, questa l’accusa che ci fa sorridere, spendeva troppo per soccorrere le chiese e i poveri. La obbligarono a rinunciare ai propri beni e la rinchiusero in un monastero. Le vennero restituiti i suoi diritti solo per intervento della regina Edith. Tuttavia, questo fatto indebolì per un certo tempo la sua influenza in seno alla famiglia. Matilde superò anche questa dura prova. Dal 946 fino alla morte recuperò tutta la sua autorità e influenza, continuando l’opera a favore della chiesa e dei poveri. Creò infatti monasteri maschili a Poelde e Quedlinburg e abbazie femminili a Enger e Nordhausen. Onorata e rispettata dai suoi durante questo periodo, la regina ebbe la gioia di ricevere l’omaggio della propria parentela durante l’assemblea dinastica di Colonia nel 965, dove ella venne festeggiata come simbolo dell’unità familiare. Si spegneva tre anni dopo a Quedlinburg, il 14 marzo 968, e venne sepolta accanto al marito Enrico.

Una vita movimentata quella di Matilde. Come madre di famiglia e come regina. Una vita che però risplendeva per le sue virtù, pur all’interno di un ambiente, dove non mancavano ricchezza e lusso. La sua santità venne riconosciuta subito in ambito locale, specialmente grazie a due sue biografie, anche se le autorità ecclesiastiche non la riconobbero subito.

Il suo culto liturgico si impose proprio a Quedlinburg. Matilde veniva menzionata in alcune compilazioni martirologiche del XV e XVI secolo, finché venne iscritta nel Martirologio Romano, e la sua santità fu riconosciuta anche al di fuori della Germania.

È interessante notare che gli agiografi della regina Matilde avrebbero potuto offrire un’immagine convenzionale della sua santità: insistendo magari sulla sua pia vedovanza e sui legami con monasteri e abbazie. Presentarono invece la sua santità come qualcosa di cresciuto all’interno della sua scelta di vita familiare. Matilde è santa perché ha vissuto santamente il suo essere sposa, il suo essere madre e anche il suo essere regina, con tutte le incombenze proprie di questo stato, non semplice. Potremmo dire che in lei c’è una santità regale, matrimoniale, e familiare. I suoi biografi ci hanno mostrato una santità autentica acquisita giorno dopo giorno in seno alla propria famiglia, nelle gioie e dolori che essa comporta. Veniva proposto così un nuovo modello di santità, diverso da quello vissuto nei monasteri e nelle abbazie.

Naturalmente, anche il marito Enrico era d’accordo con il suo modo di vivere. In una delle biografie si risponde alle voce che già circolava di avere Enrico sposato una monaca, troppo dedita alla preghiera. “Nottetempo... Matilde si alzava, e all’insaputa del marito, abbandonava la camera reale per consacrarsi alla preghiera e ritornare a Dio che lei amava d’un amore puro e serviva con una fede senza tentennamenti. Chi avrebbe dubitato che essa poteva agire così senza che il re non lo sapesse? E di fatto egli se ne accorse, ma faceva finta d’ignorarlo, sapendo che le azioni di Matilde erano buone ed utili ad entrambi. Dava quindi il suo consenso a tutto ciò che lei desiderava”.

Un’ultima annotazione. Appena il marito Enrico morì, Matilde chiese al primo sacerdote che era digiuno di pregare per il defunto marito. Gli diede un suo braccialetto dicendogli:“Ricevi questo oggetto d’oro e canta la messa delle anime”. Sembra che questo sia stato uno dei primi esempi di preghiera di suffragio per le anime. La vedova Matilde non cessava di essere unita spiritualmente al marito anche se defunto. Ella si sentiva ancora “responsabile” di lui perché lo amava ancora, e voleva la salvezza della sua anima. Anche dopo la morte di uno dei coniugi, la coppia di sposi cristiani rimaneva una piccola comunità legata da un amore eterno e indissolubile.

Le preghiere dell’uno servivano (e servono ancora oggi) alla salvezza dell’altro. Il matrimonio veniva visto in questo modo come un autentico ed importante strumento di salvezza per i coniugi. È importante notare, inoltre, la stupefacente visione positiva del matrimonio cristiano. Era visto come un autentico “luogo” di circolazione della grazia di Dio.

Quanti sposi cristiani vivono il loro matrimonio come un “circolo virtuoso” di grazie reciproche come lo è stato per Enrico e Matilde?

MARIO SCUDU

www.donbosco-torino.it

Hemerocallis fulva- Giglio di S. Giuseppe Giglio di San Giuseppe

San Giuseppe

Sposo della Beata Vergine Maria

15 nel 2008

Solennità

 

 

I
l genio pastorale di Papa Giovanni Paolo II gli ha dedicato una esortazione apostolica (Redemptoris custos) per rendere omaggio e stimolo pastorale a questo straordinario santo, a questo straordinario uomo di Dio, a questo "uomo giusto".
Legittimamente la sua figura viene messa in secondo piano dalla centralità del figlio, il Salvatore Gesù e la madre Maria.
Tuttavia l'economia della salvezza deve moltissimo a quest'uomo giusto.
Anzi i nostri tempi in crisi di paternità e di "uomini giusti" esigono una presenza così autorevole ed un amico santo che ci porti meglio a comprendere il mistero dell'Incarnazione. Maria, sua sposa e nostra madre, Maria Madre di Dio non ce ne voglia se concentriamo le attenzioni a questo meraviglioso esempio di padre e di sposo.
Anzi, ne siamo certi, la stessa Vergine ci chiede di dare giusta rilevanza pastorale all'uomo "giusto" che è stato ed è San Giuseppe.

 

Giuseppe uomo giusto

Il concetto di giustizia nell'ambito della Bibbia è ben più ampio di quello del diritto e si rifà al rapporto intimo dell'uomo con Dio.
Matteo, nel suo vangelo, ne parla a proposito di Giuseppe quando egli decide di "ripudiare in segreto" Maria.
La giustizia per la Bibbia si rifà sempre ad un insieme di valori quali la bellezza, l'ordine, l'armonia, la verità, la carità, la bontà e la giustizia appunto.
Per cui dire giusto significa dire di un uomo che è e che vede con gli occhi di Dio ed è in intimità con Lui.
Egli ha ben capito che la legge sul ripudio è giusta, ma che ben più grande è la legge che tratta l'amore e il rispetto della persona e per questo sceglie, non senza intima e grande sofferenza, di "ripudiare in segreto" Maria.
Proprio questa sua apertura del cuore permette a Dio di illuminarlo ulteriormente sulla natura vera della gravidanza di Maria e segna per sempre, vocazionalmente, la chiamata di Giuseppe. Quella appunto di custodire la famiglia che gli è stata affidata.
                                                                               
Giuseppe custode della Sacra Famiglia
Giuseppe dunque è un uomo, una persona pienamente responsabile e concreta che avvolge nell'amore che si fa storia chi gli è stato donato: Maria e Gesù.
Proprio Giuseppe, il padre e custode di questa straordinaria famiglia, pone legittimamente il "nome" al figlio chiamandolo Gesù.
Dio, fonte di ogni paternità in Cielo ed in terra, desidera che l'uomo giusto Giuseppe dia il nome, cioè la vocazione e la missione al figlio chiamandolo Gesù.
Non lo ha fatto Maria.
Dio ha voluto che lo facesse Giuseppe. Questo per alcuni motivi.
Innanzitutto perché Dio desiderava che come Maria collaborasse intimamente alla redenzione, e dunque anche Giuseppe fosse "co-generante" dando il nome al figlio di Dio.
In tal modo Giuseppe era anche lui "partoriente" nella responsabilità che gli era propria dell'uomo Gesù.
In secondo luogo perché Dio è anche ordine creativo e nella paternità e nella sponsalità dell'uomo desidera sia fatto segno della Sua Paternità e della Fecondità.

 

Giuseppe segno del padre
Le lettrici donne diranno: "A trovarne di uomini così!"
Ed è vero. Anche da Giuseppe, il piccolo uomo Gesù ha imparato ad essere uomo e anche noi con l'aiuto dell'uomo giusto e della Beata Vergine Maria siamo chiamati ad imparare il senso della paternità e dell'essere uomini.
Se Maria è specchio della "maternità generante di Dio", Giuseppe, l'uomo giusto è segno della "paternità feconda, ferma e amorevole del Padre". Nei nostri tempi malati di un "femminismo" che ha deformato il senso del femminile e del maschile.
In tempi che, untuosi di "accoglienza" senza amore e giustizia, di livellamento di valori, di cattolici "adulti", di smarrimento del senso di "responsabilità", di cattolici "progressisti" e di teologi e laici del "dissenso" la figura di Giuseppe è fondamentale per la ri-acquisizione, secondo il cuore del Padre, del senso profondo della "mascolinità", e della paternità.
Urge dunque un arricchimento pastorale nella devozione popolare che chieda a Cristo, costantemente, anche per l'intercessione di San Giuseppe, l'uomo "giusto", una guarigione profonda dell'uomo sia come "padre" che come portatore del quid maschile così necessario oggi.

 

Giuseppe un faro di giustizia
Nel caotico presentarsi di coppie omosessuali che chiedono diritti familiari o di adozione; nei problemi di confusione etica e bioetica Giuseppe si pone come l'uomo "giusto" che custodisce l'uomo e la Chiesa; si pone come custode di ogni famiglia.
Si pone come colui che spezza le "isterie" collettive e personali, adolescenziali e narcisistiche davanti al mistero della vita, proprio perché è l'uomo "giusto".
Colui che Dio ha scelto per custodire la Sacra Famiglia e dunque anche la famiglia umana dagli attacchi non infrequenti del nemico dell'uomo.
Per tal motivo Giuseppe è anche faro, stimolo e custode dei sacerdoti, dei Vescovi e del Santo Padre in quanto portatori di paternità nello Spirito.
Costantemente va richiesta la sua preziosa mediazione perché i padri, tutti i padri, quelli nella carne e i vergini, sappiano esercitare la paternità con la stessa giustizia amorosa e ferma di questo uomo straordinario che ha amato radicalmente l'umanità in Maria, sua sposa, e in Gesù Figlio di Dio.
 
Giuseppe il lavoratore mistico
Nella sua straordinaria vita interiore Giuseppe ha maturato quell'equilibrio straordinario che ne fa sintesi  perfetta di chi lavora con il cuore in Dio.
Patrono dei lavoratori, dunque, ma anche patrono del "modo di lavorare".
Non per il profitto, ma per collaborare con Dio al bene della creazione, sempre con lo sguardo rivolto verso il Padre.
Possiamo immaginare che proprio nei tanti anni di vita nascosta Gesù abbia imparato da Giuseppe suo padre l'arte meravigliosa del lavoro con il cuore unito interiormente a Dio.
Certamente è ben di più ciò che Gesù ha donato, anche umanamente a Maria e a Giuseppe. Tuttavia, il Padre, che rispetta l'umanità che Egli ha creato avrà sicuramente permesso un mutuo donarsi di competenze, sensibilità e grazia in questa famiglia semplice fatta di amore, preghiera e lavoro.
In questo equilibrio nello Spirito dell'uomo Giuseppe sta lo stimolo nell'essere anche noi, laici e sacerdoti, lavoratori umili nella "vigna del Signore"; così come suggerisce ed esorta il Papa Benedetto XVI.

 

Giuseppe, patrono della Chiesa del nostro tempo
Nella lettera apostolica, papa Giovanni Paolo II, parla di San Giuseppe in termini di patrocinato amoroso per la Chiesa oggi. Che profezia straordinaria. Che intuito grandioso. E' vero; San Giuseppe è l'uomo "giusto" perché la Chiesa riscopra il valore della paternità e della "mascolinità" nella grazia.
Siamo certi che qui, proprio qui, si apre in realtà una vera apertura al "genio femminile" di cui la Chiesa, anche, ha necessariamente bisogno. In quell'equilibrio tra Giuseppe e Maria, nella grazia dei ruoli e dei ministeri propri, si apre costantemente, per la Chiesa, la prospettiva di una umanità rinnovata che serve la Chiesa e aiuta il mondo intero a recuperare ruoli smarriti per effetto del peccato originale e dei peccati personali.
Ci rivolgiamo a te,
dunque, caro amico e fratello e padre San Giuseppe,
aiuta la Chiesa del tuo figlio e Figlio di Dio
e aiuta l'umanità ed in particolare ogni uomo ad essere "giusto" come tu sei stato.
L'umanità e la Chiesa hanno bisogno di "padri", di uomini che con te e come te sappiano nutrire responsabilità e gioia nel servire la vita
e volgere sempre lo sguardo a Cristo,
autore e perfezionatore della fede.
www.zammerumaskil.it

Domenica delle Palme

 

16

Solennità

Con la Domenica delle Palme o più propriamente Domenica della Passione del Signore, inizia la solenne annuale celebrazione della Settimana Santa, nella quale vengono ricordati e celebrati gli ultimi giorni della vita terrena di Gesù, con i tormenti interiori, le sofferenze fisiche, i processi ingiusti, la salita al Calvario, la crocifissione, morte e sepoltura e infine la sua Risurrezione.
La Domenica delle Palme giunge quasi a conclusione del lungo periodo quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri e che per cinque liturgie domenicali, ha preparato la comunità dei cristiani, nella riflessione e penitenza, agli eventi drammatici della Settimana Santa, con la speranza e certezza della successiva Risurrezione di Cristo, vincitore della morte e del peccato, Salvatore del mondo e di ogni singola anima.

I Vangeli narrano che giunto Gesù con i discepoli a Betfage, vicino Gerusalemme (era la sera del sabato), mandò due di loro nel villaggio a prelevare un’asina legata con un puledro e condurli da lui; se qualcuno avesse obiettato, avrebbero dovuto dire che il Signore ne aveva bisogno, ma sarebbero stati rimandati subito.

Dice il Vangelo di Matteo (21, 1-11) che questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato annunziato dal profeta Zaccaria (9, 9) “Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”.

I discepoli fecero quanto richiesto e, condotti i due animali, la mattina dopo li coprirono con dei mantelli e Gesù vi si pose a sedere avviandosi a Gerusalemme.
Qui la folla numerosissima, radunata dalle voci dell’arrivo del Messia, stese a terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma, abbondanti nella regione, e agitandoli festosamente rendevano onore a Gesù esclamando “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei cieli!”.

A questa festa che metteva in grande agitazione la città, partecipavano come in tutte le manifestazioni di gioia di questo mondo, i tanti fanciulli che correvano avanti al piccolo corteo agitando i rami, rispondendo a quanti domandavano “Chi è costui?”, “Questi è il profeta Gesù da Nazareth di Galilea”.

La maggiore considerazione che si ricava dal testo evangelico, è che Gesù fa il suo ingresso a Gerusalemme, sede del potere civile e religioso in Palestina, acclamato come solo ai re si faceva, a cavalcioni di un’asina.
Bisogna dire che nel Medio Oriente antico e di conseguenza nella Bibbia, la cavalcatura dei re, prettamente guerrieri, era il cavallo, animale nobile e considerato un’arma potente per la guerra, tanto è vero che non c’erano corse di cavalli e non venivano utilizzati nemmeno per i lavori dei campi.
Logicamente anche il Messia, come se lo aspettavano gli ebrei, cioè un liberatore, avrebbe dovuto cavalcare un cavallo, ma Gesù come profetizzato da Zaccaria, sceglie un’asina, animale umile e servizievole, sempre a fianco della gente pacifica e lavoratrice, del resto l’asino è presente nella vita di Gesù sin dalla nascita, nella stalla di Betlemme e nella fuga in Egitto della famigliola in pericolo.

Quindi Gesù risponde a quanti volevano considerarlo un re sul modello di Davide, che egli è un re privo di ogni forma esteriore di potere, armato solo dei segni della pace e del perdono, a partire dalla cavalcatura che non è un cavallo simbolo della forza e del potere sin dai tempi dei faraoni.
La liturgia della Domenica delle Palme, si svolge iniziando da un luogo adatto al di fuori della chiesa; i fedeli vi si radunano e il sacerdote leggendo orazioni ed antifone, procede alla benedizione dei rami di ulivo o di palma, che dopo la lettura di un brano evangelico, vengono distribuiti ai fedeli (possono essere già dati in precedenza, prima della benedizione), quindi si dà inizio alla processione fin dentro la chiesa.

Qui giunti continua la celebrazione della Messa, che si distingue per la lunga lettura della Passione di Gesù, tratta dai Vangeli di Marco, Luca, Matteo, secondo il ciclico calendario liturgico; il testo della Passione non è lo stesso che si legge nella celebrazione del Venerdì Santo, che è il testo del Vangelo di S. Giovanni.

Il racconto della Passione viene letto alternativamente da tre lettori rappresentanti: il cronista, i personaggi delle vicenda e Cristo stesso. Esso è articolato in quattro parti: l’arresto di Gesù; il processo giudaico; il processo romano; la condanna, l’esecuzione, morte e sepoltura.
Al termine della Messa, i fedeli portano a casa i rametti di ulivo benedetti, conservati quali simbolo di pace, scambiandone parte con parenti ed amici. Si usa in molte regioni, che il capofamiglia utilizzi un rametto, intinto nell’acqua benedetta durante la veglia pasquale, per benedire la tavola imbandita nel giorno di Pasqua.

In molte zone d’Italia, con le parti tenere delle grandi foglie di palma, vengono intrecciate piccole e grandi confezioni addobbate, che vengono regalate o scambiate fra i fedeli in segno di pace.

La benedizione delle palme è documentata sin dal VII secolo ed ebbe uno sviluppo di cerimonie e di canti adeguato all’importanza sempre maggiore data alla processione. Questa è testimoniata a Gerusalemme dalla fine del IV secolo e quasi subito fu accolta dalla liturgia della Siria e dell’Egitto.
In Occidente giacché questa domenica era riservata a cerimonie prebattesimali (il battesimo era amministrato a Pasqua) e all’inizio solenne della Settimana Santa, benedizione e processione delle palme trovarono difficoltà a introdursi; entrarono in uso prima in Gallia (sec. VII-VIII) dove Teodulfo d’Orléans compose l’inno “Gloria, laus et honor”; poi in Roma dalla fine dell’XI secolo.

L’uso di portare nelle proprie case l’ulivo o la palma benedetta ha origine soltanto devozionale, come augurio di pace.

Da venti anni, nella Domenica delle Palme si celebra in tutto il mondo cattolico la ‘Giornata Mondiale della Gioventù’, il cui culmine si svolge a Roma nella Piazza S. Pietro alla presenza del papa. (A. Borrelli)

 

 

Pasqua del Signore

23

 

Solennità

 

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A
lle donne recatesi al sepolcro, il mattino di Pasqua, l’angelo disse: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto!» (Mc 16,6). Ma Gesù è veramente risorto? Quali garanzie abbiamo che si tratta di un fatto realmente accaduto, e non di un’invenzione o una suggestione?
L’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, a non più di venticinque anni di distanza dai fatti, elenca tutte le persone che hanno visto Gesù dopo la sua risurrezione, la maggioranza dei quali era ancora in vita (1Cor 15,6). Di quale fatto dell’antichità abbiamo testimonianze così forti come di questo?
Ma a convincerci della verità del fatto è anche un’osservazione generale. Dopo la morte di Gesù i discepoli si sono dispersi; il suo caso è chiuso: «Noi speravamo che fosse lui...» (Lc 24,21), dicono i discepoli di Emmaus. Evidentemente, non lo sperano più. Ed ecco che, improvvisamente, vediamo questi stessi uomini proclamare unanimi che Gesù è vivo, affrontando processi e persecuzioni, fino al martirio. Che cosa ha determinato un cambiamento così totale, se non la certezza che Gesù era risorto?
Non possono essersi ingannati, perché hanno parlato e mangiato con lui dopo la sua risurrezione. E poi erano uomini pratici, tutt’altro che facili a esaltarsi: essi stessi sulle prime dubitarono. Neppure possono aver voluto ingannare gli altri, perché, se Gesù non era risorto, i primi a essere stati traditi e a rimetterci (la stessa vita!) erano proprio loro.
Senza il fatto della risurrezione, la nascita del cristianesimo e della Chiesa diventa un mistero ancora più difficile da spiegare che la risurrezione stessa. Questi sono alcuni argomenti storici, oggettivi, ma la prova più forte che Gesù Cristo è risorto sta nel fatto che è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, ci fa sperare. «Tocca Cristo chi crede in Cristo», diceva sant’Agostino e i veri credenti fanno l’esperienza della verità di questa affermazione.
Quelli che non credono nella realtà della risurrezione hanno sempre avanzato l’ipotesi che si sia trattato di fenomeni di autosuggestione: gli apostoli hanno creduto di vedere. Ma questo, se fosse vero, costituirebbe, alla fine, un miracolo non meno grande di quello che si vuole evitare di ammettere. Suppone infatti che persone diverse, in situazioni e luoghi diversi, abbiano avuto tutte la stessa allucinazione. Le visioni immaginarie arrivano di solito a chi le aspetta e le desidera intensamente, ma gli apostoli, dopo i fatti del Venerdì santo, non aspettavano più nulla.
La risurrezione di Cristo è, per l’universo spirituale, quello che fu per l’universo fisico, secondo una teoria moderna, il big bang: un’esplosione d’energia tale da imprimere al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi, a distanza di miliardi di anni. Togli alla Chiesa la fede nella risurrezione e tutto si spegne, come quando in una casa cade la corrente elettrica. San Paolo scrive: «Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo» (Rm 10,9).
La fede dei cristiani è la risurrezione di Cristo», diceva sant’Agostino. Tutti credono che Gesù sia morto, anche i pagani e gli agnostici lo credono. Ma solo i cristiani credono che Gesù è anche risorto, e non si è cristiani se non lo si crede. Risuscitandolo dalla morte, è come se Dio avallasse l’operato di Cristo, come se vi imprimesse il suo sigillo. «Dio ha dato a tutti gli uomini una prova sicura su Gesù, risuscitandolo dai morti» (At 17,31).

 

“È veramente risorto”
Padre Raniero Cantalamessa
In famiglia, Speciale domenica, Il Vangelo della speranza
Famiglia Cristiana N. 13, 27 marzo 2005

 

 

 

 

Annunciazione del Signore

 

 

31 nel 2008

 

Solennità

 

 

I

l racconto di Luca sull’Annuncio del Signore a Maria (Lc 1,26-38), è – senza dubbio – il più importante tra tutti i testi del Nuovo Testamento, ed è anche il più conosciuto ed amato della tradizione cristiana. Veramente, questa pagina del Vangelo, sempre ci commuove e ci sorprende come una novità, anche se l’abbiamo ascoltata innumerevoli volte. La Liturgia non si stanca di riproporlo alla riflessione della nostra fede, perché è come una sorgente inesauribile per indicare il cammino della vita cristiana.

Maria è presentata come la parabola vivente dell’incontro della creatura con il progetto di Dio; come la dimostrazione di quello che accade quando la Parola di Dio incontra un ascoltatore credente che la mette in pratica.

Ci parla delle meraviglie che Dio ha operato nella Vergine Maria. In pochi versetti si trova qui espresso l’avvenimento centrale della storia della salvezza: Maria, un’umile fanciulla ebrea di un paese disprezzato, riceve da un angelo l’annuncio sconvolgente che essa sta per diventare la madre del Messia. Il Messia di cui avevano parlato i profeti, il Messia atteso per secoli dal suo popolo.
Maria crede all’annuncio e si offre a Dio in una donazione totale: “Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga di me quello che hai detto”. Sono le parole della fede, della disponibilità, dell’amore. Ce ne voleva di fede e di amore per credere allo straordinario annuncio dell’angelo.

Lo Spirito Santo scende su Maria, su Maria stende la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Come la luce avvolge una persona, senza ferirla, come la rugiada feconda la terra senza sconvolgerla, così lo Spirito scende su Maria e il Figlio sarà veramente suo, perché “nulla è impossibile a Dio”: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”.

Così si manifestano le meraviglie dell’amore di Dio.

Riflettere sulle meraviglie operate da Dio in Maria, ci aiuta a crescere in una vera devozione. La devozione alla Madonna è una cosa seria, un dovere, come è un dovere amare la propria madre, proprio perché da Gesù l’abbiamo avuta per madre. “Non si può essere cristiani, se non si è mariani”, ha detto Paolo VI.
La devozione alla Madonna deve far parte della nostra vita spirituale più profonda e dobbiamo evitare di cadere nel troppo vago, nel generico, nel puro sentimento.
Una cosa non deve uscirci di mente, che la Madonna è donna. Nei nostri discorsi, nelle nostre preghiere, l’immagine della Madre di Dio rischia di naufragare in un mare di evanescente nebbia: i contorni si disciolgono, ne viene fuori come un fantasma luminoso che non dice nulla. La Vergine Madre fu, ed è donna, anche ora che il suo corpo ha acquistato nella Risurrezione e Assunzione, le doti del corpo glorificato di Cristo. La Madonna è una di noi: la sentiamo vicina e ci rivolgiamo a Lei, sede della sapienza. Vogliamo comprendere; oggi sentiamo intorno a noi la confusione delle lingue. La Babele dei cento maestri ci stordisce e ci tenta di scetticismo; ci scoraggia. Ci fa credere che è più saggio dubitare, che affermare; ci fa indifferenti alle verità supreme; ci fa capaci di ogni utopia e di ogni opportunismo.

Oggi sentiamo intorno a noi l’affermazione dogmatica di maestri stranieri; vediamo tanti giovani seguire dottrine che danno solo l’energia dell’odio e della negazione; vediamo nel nostro mondo il bisogno di idee sicure, umane, innovatrici.
Noi ci rivolgiamo a Maria, sede della sapienza. A lei, perché vogliamo comprendere.
Abbiamo bisogno di luce interiore: Abbiamo bisogno di verità: Abbiamo bisogno di principi. Abbiamo bisogno di certezza.

Tante volte sbagliamo; crediamo di conoscere e siamo in errore.
Sant’Agostino, dice di sé e dice per noi: “Avevo le spalle volte alla luce e la faccia volta alle cose da essa illuminate, così, proprio la mia faccia, con cui vedevo le cose illuminate, non era illuminata” (Confessioni, IV, 16).

Maria, da’ a noi il conforto della verità. Maria da’ a noi la difesa dall’errore: Maria rendi limpida la nostra anima, affinché possiamo comprendere; rendi puri i nostri occhi, affinché possiamo vedere. Da’ a noi il dono e la gioia della sapienza. Insegnaci ad ammirare; insegnaci a ben pensare; insegnaci a meditare perché vogliamo portare nel cuore la lampada della verità cristiana.

Gianni Sangalli SDB

www.donbosco-torino.it

 

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