annus sacerdotalis

Santi Sacerdoti:

Quando vedete il sacerdote, pensate a Nostro Signore Gesù Cristo.

S. Giovanni Maria Vianney

 

 

 

 

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY

Una vita sotto lo sguardo di Dio

 

Vita del Santo Curato

Nato l’8 maggio 1786 a Dardilly, vicino a Lione, in una famiglia di coltivatori, Giovanni Maria Vianney conosce un'infanzia segnata dal fervore e dall'amore dei suoi genitori. Il contesto della Rivoluzione francese eserciterà una forte influenza sulla sua gioventù: farà la sua prima confessione ai piedi del grande orologio, nel salone della casa natale, e non nella chiesa del villaggio, e riceverà l'assoluzione da un sacerdote clandestino.

 Due anni più tardi, fa la sua prima comunione in un fienile, durante una Messa clandestina celebrata da un sacerdote ribelle. A 17 anni, sceglie di rispondere alla chiamata di Dio: «Vorrei guadagnare delle anime al Buon Dio», dirà a sua madre, Marie Béluze. Suo padre, però, si oppone per due anni a questo progetto, perché le braccia mancano nella casa paterna.

A 20 anni comincia a prepararsi al sacerdozio con l'abate Balley, Parroco di Écully. Le difficoltà lo faranno crescere: passa rapidamente dallo scoraggiamento alla speranza, si reca in pellegrinaggio a Louvesc, al sepolcro di San François Régis. È costretto a disertare quando viene chiamato ad entrare nell'esercito per andare a combattere durante la guerra in Spagna. L'abate Balley, però, saprà aiutarlo durante questi anni caratterizzati da molte prove. Ordinato sacerdote nel 1815, è in un primo tempo vicario a Écully.

Nel 1818, viene mandato ad Ars. Là, risveglia la fede dei suoi parrocchiani con le sue prediche, ma soprattutto con la sua preghiera e il suo stile di vita. Si sente povero davanti alla missione da compiere, ma si lascia avvolgere dalla misericordia di Dio. Restaura e abbellisce la chiesa, fonda un orfanotrofio che chiama "La Provvidenza" e si prende cura dei più poveri.

Molto velocemente, la sua reputazione di confessore gli attira numerosi pellegrini che vengono a cercare da lui il perdono di Dio e la pace del cuore. Assalito da molte prove e lotte interiori, mantiene il suo cuore ben radicato nell'amore di Dio e dei fratelli; la sua unica preoccupazione è la salvezza delle anime. Le sue lezioni di catechismo e le sue omelie parlano soprattutto della bontà e della misericordia di Dio. Sacerdote che si consuma d’amore davanti al Santissimo Sacramento, tutto donato a Dio, ai suoi parrocchiani e ai pellegrini, muore il 4 agosto 1859, dopo essersi consegnato fino all’estremo dell'Amore. La sua povertà non era simulata. Sapeva che sarebbe morto un giorno come "prigioniero del confessionale". Aveva per tre volte tentato di fuggire dalla sua parrocchia, credendosi indegno della missione di Parroco, e pensando di essere più uno schermo alla bontà di Dio che un vettore del suo Amore. L'ultima volta, fu meno di sei anni prima della morte. Venne ripreso dai suoi parrocchiani, che avevano fatto suonare la campana a martello nel cuore della notte. Si recò allora nella sua chiesa e si mise a confessare fino all'una della mattina. Dirà l'indomani: “mi sono comportato da bambino". In occasione delle sue esequie, la folla era composta da più di mille persone, fra cui il vescovo e tutti i sacerdoti della diocesi, venuti ad abbracciare colui che era già il loro modello.

Beatificato l’8 gennaio 1905, lo stesso anno è stato dichiarato "patrono dei sacerdoti della Francia". Canonizzato nel 1925 da Pio XI, lo stesso anno di Santa Teresa del Bambin Gesù, sarà proclamato nel 1929 "patrono di tutti i parroci dell'universo". Papa Giovanni Paolo II è venuto ad Ars nel 1986.  

Oggi Ars accoglie 450.000 pellegrini ogni anno e il Santuario propone differenti attività. Nel 1986 è stato aperto un seminario per formare i futuri sacerdoti alla scuola del "Signor Vianney". Infatti, dove passano i santi, Dio passa con loro!

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S. Michel Garicoïts

L'educazione esercita abitualmente un'influenza decisiva sull'orientamento di tutta la vita, come dimostra la storia di un santo della provincia basca. «Fin dalla più tenera età, san Michele Garicoïts ha inteso l'appello del Signore che lo chiamava a seguirlo nel sacerdozio. La maturazione della vocazione e la disponibilità di cui ha fatto prova sono legate all'attenzione dei genitori, al loro affetto ed all'educazione morale e religiosa che ha ricevuto, in particolare grazie alle attente cure della madre. Nel suo processo spirituale, la famiglia occupa dunque un posto importante... Grazie ad essa, il giovane Michele ha imparato a rivolgersi al Signore, ad esser fedele a Cristo ed alla sua Chiesa. Ai giorni nostri, in cui i valori coniugali e familiari sono spesso scherniti, la famiglia Garicoïts rimane un esempio per le coppie e per gli educatori, che hanno la responsabilità di trasmettere il senso della vita e di far percepire la grandezza dell'amore umano, nonchè di far nascere il desiderio di incontrare e di seguire Cristo» (Giovanni Paolo II, 5 luglio 1997).

Scellerato o santo?

Michele, primogenito di sei figli, nacque ad Ibarra, villaggio della diocesi di Baiona, il 15 aprile 1797, da Arnaldo Garicoïts e da Graziana Etcheverry. La fede di questa famiglia povera è stata rafforzata dalle prove della Rivoluzione. Molti sacerdoti, braccati dai rivoluzionari, hanno trovato rifugio presso i Garicoïts, prima di esser convogliati discretamente in Spagna da Arnaldo. Michele non è nato santo; il peccato originale ci colpisce tutti. Dirà più tardi: «Senza mia madre, sarei diventato uno scellerato». D'indole vulcanica, dotato di una forza fisica superiore alla media, è volentieri battagliero e violento. Ha soltanto quattro anni, quando entra in casa di un vicino e lancia una pietra contro una donna che sospetta abbia fatto del male a sua madre, prima di scappare a gambe levate. A cinque anni, ruba una cartina di aghi ad un venditore ambulante: «Quando mia madre me la vide in mano, confesserà, mi diede una lezione coi fiocchi». In altre occasioni, essa dovette intervenire nuovamente per fargli restituire gli oggetti rubati. «Avevo solo sette anni, racconta anche, quando strappai una bella mela a mio fratello, più giovane di me di due anni. Credevo certamente di non far nulla di male; ma quando egli mi fece osservare: «Saresti contento che ti si facesse lo stesso?», mi morsi le labbra, e l'idea che non bisogna fare agli altri quel che non si vorrebbe che fosse fatto a sè, mi colpì talmente, che il fatto e tutte le circostanze non sono mai stati cancellati dalla mia memoria».

Per correggere l'indole difficile del figlio, Graziana non lo tempesta di lunghi discorsi, ma, molto semplicemente, lo volge, a partire dal mondo visibile, verso il mondo invisibile. Davanti alle fiamme che si alzano nel camino della cucina, gli dice: «Figlio mio, è in un fuoco molto più terribile che Dio getterà i bambini che commettono un peccato mortale». Il bambino trema verga a verga, ma ne trae una sana lezione sul fine ultimo, nonchè un vivo orrore del peccato. Tuttavia, più spesso dell'inferno, è il Cielo che ricorre nelle osservazioni della madre. Un bel giorno, desiderando salire in Cielo al più presto, Michele immagina che vi giungerà facilmente dall'alto della collina dove pasce il suo gregge. Dopo un'aspra salita, si accorge che il cielo è sempre altrettanto alto, ma che sembra toccare un'altra cima più elevata; ed ecco che parte alla volta della prossima collina. E così, di colle in colle, si perde e deve passare la notte all'addiaccio. Il giorno dopo, ritrova la strada, riesce a radunare il gregge e torna alla casa paterna. Nessuno gli rimprovera la sua fuga infantile, ma egli conserva nel profondo del cuore il desiderio del Cielo.

Nel 1806, Michele frequenta la scuola del paese; l'intelligenza vivace e la memoria sicura lo spingono ben presto al primo posto. Ma, fin dal 1809, suo padre lo sistema come domestico in una fattoria, affinchè guadagni qualche soldo. Quando esce con il gregge, Michele porta sempre con sè un libro per istruirsi. Impara così la grammatica ed il catechismo. Due anni dopo, una grande inquietudine gli invade l'anima: non ha ancora fatto la prima Comunione. In capo a qualche mese, ottiene il permesso di ricevere Gesù. La sete dell'Eucaristia abiterà ormai la sua anima; diventato sacerdote, scriverà: «È il Dio forte: senza di Lui, la mia anima languisce, ha sete... È il Dio vivente: senza di Lui, muoio... Piango giorno e notte quando mi vedo allontanato dal mio Dio... (ved. Sal. 41, 4)»

Michele pensa alla vocazione. A poco a poco s'infiamma al pensiero di farsi sacerdote. Di ritorno a casa, nel 1813, confessa la propria determinazione. Ma cozza contro un rifiuto, poichè la povertà della famiglia non permette di provvedere alle spese occasionate dagli studi. Il giovane ricorre allora alla nonna che, dopo aver convinto i genitori, percorre a piedi una ventina di chilometri per recarsi a Saint-Palais, dove si trova un curato che conosce bene. Ottiene da questi che accolga Michele presso di sè e gli permetta di seguire le lezioni alla scuola media. In canonica, il giovane studente conosce una vita dura: deve assumere numerosi compiti domestici, pur continuando gli studi. Ma, a prezzo di un accanimento eroico, che conviene perfettamente alla sua indole, studiando senza posa, per la strada, mangiando, ed anche durante una parte della notte, ottiene ottimi risultati. Diventa l'amico di un giovane pio che morirà prematuramente, Evaristo. «Dio, dirà più tardi a proposito di lui, gli comunicava lumi superiori a tutto il sapere dei teologi. Univa ad un grado mirabile il raccoglimento e l'unione intima con Dio, con i modi più cortesi e più caritatevoli nei riguardi del prossimo». Dopo tre anni passati a Saint-Palais, Michele viene mandato a Baiona, dove si renderà utile presso il vescovado, pur continuando seri studi presso la scuola San Leone. Gli sforzi che spiega per vincere la propria indole e consacrarsi al prossimo operano in lui una trasformazione notevole. Riferisce lui medesimo un tratto della propria condotta: «Al vescovado, mi toccava spesso subire il cattivo umore della cuoca; mi vendicavo, pulendo allegramente pentole e casseruole; essa finì per impiegare il suo tempo libero a cucirmi fazzoletti e a lavarmi la biancheria».

Spirito lento ma profondo

Nel 1818, Michele entra al Seminario Minore di Aire-sur-l'Adour, poi, l'anno dopo, al Seminario Maggiore di Dax. I professori giudicano inizialmente che ha uno spirito lento; ma, ben presto, si rendono conto che va in fondo a tutti gli argomenti e risponde sempre in modo pertinente. La diocesi di Baiona aveva allora l'abitudine di mandare a Parigi, al seminario San Sulpizio, alcuni soggetti d'eccezione, che ricevevano ivi una formazione più approfondita. All'unanimità, Michele viene designato per tale privilegio. Ma, all'ultimo momento, il vescovo, temendo a giusto titolo di perderlo per la diocesi, lo trattiene a Dax. Nel 1821, gli viene affidata la responsabilità di professore presso il Seminario Minore di Larressore; lì, durante il tempo libero che gli lasciano le lezioni, continua gli studi di teologia. Finalmente, il 20 dicembre 1823, viene ordinato sacerdote.

All'inizio del 1824, Michele è nominato vicario parrocchiale a Cambo. Il parroco, anziano e paralizzato, lascia al giovane vicario la totalità della carica del ministero. Egli dirà, ridendo: «Se sono stato scelto per questa parrocchia, è stato certamente a causa delle mie solide spalle!» Don Garicoïts riesce in poco tempo ad accattivarsi i cuori dei parrocchiani. Le prediche chiare, alla portata di tutti, animate dall'amor di Dio e del prossimo, attirano in chiesa più d'uno dei suoi compatrioti che ne avevano dimenticato la strada. La sua fama si diffonde in tutta la provincia basca ed egli passa giornate intere nel confessionale, anche a costo di privarsi dei pasti. Si occupa personalmente del catechismo dei piccoli, convinto che la missione del sacerdote è quella di insegnare gli elementi della dottrina cristiana, e che un buon catechismo rimane, per molti uomini, il principale ricordo cristiano nell'ora della morte. Il suo temperamento vigoroso gli permette di dedicarsi a numerose penitenze; tuttavia, nei giorni festivi, partecipa alle gioie della popolazione ed assiste alle partite di pelota basca. Poi, si ritira in chiesa per pregare a lungo davanti al Santissimo Sacramento.

Alla fine del 1825, Michele Garicoïts viene nominato professore di filosofia presso il Seminario Maggiore di Bétharram; ne diventa pure l'economo. Lo stato del Seminario, tanto dal punto di vista materiale che da quello spirituale, è piuttosto mediocre. Gli edifici, addossati ad una collina, sono molto umidi. La disciplina, il fervore spirituale e l'andamento degli studi lasciano a desiderare, perchè il Superiore, quasi ottantenne, non ha più la forza di gestire la casa. Don Garicoïts è mandato a Bétharram per tentare un riassestamento divenuto necessario ed urgente. Il compito non è facile, ma le qualità morali gli assicurano un grande interesse fra i seminaristi, e gli permettono di realizzare, a poco a poco, una sana riforma. Nel 1831, il Superiore del Seminario esala l'ultimo respiro, e don Garicoïts viene chiamato a succedergli. Tuttavia, quello stesso anno, il Vescovo decide di trasferire il Seminario a Baiona, dove manda prima di tutto gli studenti di filosofia. Ben presto, il nuovo Superiore di Bétharram si ritrova solo nei vasti edifici vuoti. Ma la gioia e l'umorismo non lo abbandonano...

Far del bene ed aspettare

Gli edifici del Seminario di Bétharram sono attigui ad un santuario dedicato alla Santa Vergine fin dal XVI secolo, santuario in cui si sono prodotti molti miracoli. Vi vengono, per onorare la Madre di Dio, folle da tutta la contrada, ma anche pellegrini da regioni lontane. Don Garicoïts approfitta del proprio tempo libero per consacrarsi ad un apostolato vasto e fecondo, per mezzo della confessione e della direzione spirituale. La sua sollecitudine si estende alle suore del convento d'Igon, cui rende visita parecchie volte alla settimana. A quattro chilometri da Bétharram, l'istituto religioso ospita una comunità di Figlie della Croce, membri di una Congregazione dedicata all'apostolato in ambiente popolare, fondata recentemente da santa Elisabetta Bichier des Ages. I contatti di don Garicoïts con le Suore gli permettono di apprezzare i vantaggi spirituali della vita religiosa e la sua forza apostolica. Pieno di ammirazione per sant'Ignazio di Loyola e i suoi Esercizi spirituali, desidera farsi Gesuita. Nel 1832, fa un ritiro presso i Padri Gesuiti, a Tolosa. Alla fine del ritiro, il Padre che lo dirige gli afferma: «Dio vuole che lei sia più che Gesuita... Seguirà la sua prima ispirazione, che ritengo venuta dal Cielo, e diventerà il padre di una famiglia religiosa che sarà nostra sorella. In attesa, Dio vuole che lei rimanga a Bétharram, per continuare i ministeri che assolve. Ci faccia del bene ed aspetti».

Don Garicoïts riprende dunque il suo lavoro abituale, senza abbandonare l'idea di formare una comunità religiosa dedita soprattutto all'insegnamento, all'educazione, alla formazione religiosa del popolo operaio e rurale, ma anche ad ogni specie di missione. All'uopo, prende con sè tre sacerdoti. Il vescovo accorda alla piccola comunità i privilegi dei Missionari diocesani che già esistono a Hasparren, all'altra estremità della diocesi. A poco a poco, la comunità aumenta con novizi destinati al sacerdozio e con Frati coadiutori. A Bétharram, Padre Garicoïts crea una «missione» perpetua per assicurare il servizio del santuario, accogliere e confessare i pellegrini, dirigere i ritiri. Nel corso di questi, mette tra le mani dei partecipanti il libro degli «Esercizi spirituali» di sant'Ignazio. Ispirandosi al «Principio e Fondamento» formulato da sant'Ignazio: «L'uomo è creato per lodare, onorare e servire Dio, nostro Signore, e così per salvare la propria anima», afferma: «Possedere Dio eternamente è il bene sovrano dell'uomo. Il di lui male sovrano è la dannazione eterna. Ecco due eternità. La vita presente è come una strada che possiamo far sboccare in quella delle due eternità che sceglieremo».

Che lavoro!

San Michele Garicoïts credeva fermamente, con tutta la Chiesa, all'esistenza dell'inferno. «La Chiesa nel suo insegnamento, ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, afferma l'esistenza dell'inferno e la sua eternità. Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi, dove subiscono le pene dell'inferno, «il fuoco eterno»» (CCC, n. 1035). Molto spesso, nel Vangelo, Gesù ci mette in guardia contro l'inferno. Nel giorno del giudizio finale, si rivolgerà a coloro che saranno alla sua sinistra per dir loro: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli»... E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna (Matt. 25, 41-46). Queste parole della Verità medesima non ci possono ingannare; vi saranno dunque, in quel giorno, reprobi, perduti per sempre per colpa loro. Pertanto, lo zelo di Padre Garicoïts per la salvezza delle anime gli ispirava parole infiammate d'amore: «Operare per la salvezza e la perfezione proprie, per la salvezza e la perfezione del prossimo, è il nostro elemento, dice ai suoi sacerdoti. Adoperarvisi totalmente, per noi, è vivere; adoperarvisi negligentemente, è languire; non adoperarvisi, è la morte. Operare onde evitare l'inferno, guadagnare il cielo, salvare anime che sono costate tanto a Nostro Signore, che il demonio si sforza tanto di perdere, che lavoro! Non richiede forse tutte le nostre cure? Si può temere di strafare? Ne faremo mai abbastanza? Non ne faremo mai quanto il demonio ed il mondo fanno per perderle».

Ma il «Santo di Bétharram» non dimentica nessun aspetto della Verità rivelata. Conosce l'immensità della misericordia divina per coloro che sono disposti a riceverla. Visitando un criminale condannato a morte, gli afferma subito: «Amico, sei in una bella situazione; buttati in seno alla misericordia divina con una fiducia totale. Di': «Dio mio, abbi pietà di me!» e sarai salvato!» Diceva anche: «Se, un bel giorno, mi trovassi in pericolo di perdere la vita fra Bétharram e Igon e mi vedessi carico di peccati mortali, senza soccorso, senza confessore, mi butterei a corpo morto fra le braccia della misericordia divina e mi crederei in una bellissima situazione».

La tenerezza ovunque

Uno dei suoi religiosi scrive di lui: «Era altrettanto compreso e convinto della bontà di Dio, quanto della miseria dell'uomo. Non poteva capire nè il senso di diffidenza nei riguardi di Dio, nè la presenza dell'orgoglio nel cuore dell'uomo». Michele Garicoïts attingeva la dolcezza nella contemplazione di Gesù: «Che cosa ci raccomanda Nostro Signore? La tenerezza ovunque: nell'Incarnazione, nella santa Infanzia, la Passione, nel Sacro Cuore, in tutta la sua persona interiore ed esteriore, nelle parole, negli sguardi... Che cosa deve costituire il carattere principale della nostra vita spirituale? La tenerezza cristiana. Senza tale tenerezza, non possederemo mai quello spirito di generosità con cui dobbiamo servire Dio. Essa è altrettanto necessaria per la nostra vita interiore ed i nostri rapporti con Dio, quanto per la nostra vita esteriore ed i nostri rapporti con gli uomini. Qual è il dono dello Spirito Santo che ha per oggetto speciale di conferire tale tenerezza? Il dono della Pietà».

Nel XIX secolo, nel mondo cattolico francese, prendeva consistenza l'idea che, per ricondurre alla fede cristiana la Francia, dopo la Rivoluzione, era necessario ricondurre alla fede cristiana la scuola. Convinto di tale necessità, Padre Garicoïts apre, nel novembre del 1837, una scuola elementare a Bétharram, non senza incontrare l'opposizione di alcuni membri della sua comunità che desiderano riservare alle missioni tutte le forze disponibili. Tutttavia, il successo è immediato: gli alunni raggiungono ben presto i duecento. Per il nostro Santo, educare vuol dire «formare l'uomo e metterlo in grado di fornire una carriera utile e dignitosa nella condizione che è la sua, e preparare così la vita eterna, elevando la vita presente... L'educazione intellettuale, morale e religiosa è l'opera umana più elevata che si possa compiere; è la continuazione dell'opera divina in quel che essa ha di più nobile e di più elevato, la creazione delle anime... L'educazione imprime la bellezza, l'elevazione, la gentilezza, la grandezza. È un'ispirazione di vita, di grazia e di luce». Incoraggiato dalla trasformazione meravigliosa che constata negli alunni, il fondatore apre o rileva, col passare degli anni, parecchie scuole nella regione.

Sensibile agli attacchi dei nemici della religione, e desideroso di difendere la religione stessa, Michele Garicoïts si adopera a far luce nelle anime attraverso una seria formazione dottrinale; consacra tempo, in particolare, all'apologetica, esposto delle verità che rafforzano la nostra fede. «La fede in un Dio che si rivela, trova un sostegno nei ragionamenti della nostra intelligenza. Quando riflettiamo, constatiamo che le prove dell'esistenza di Dio non mancano. Tali prove sono state elaborate sotto forma di dimostrazioni filosofiche, secondo la concatenazione di una logica rigorosa. Ma esse possono anche rivestire una forma più semplice e, come tali, sono accessibili a chiunque cerchi di capire il significato del mondo che lo circonda» (Giovanni Paolo II, 10 luglio 1985). Il «Direttorio per la catechesi», pubblicato dalla Congregazione per il Clero, nel 1977, afferma: «Una buona apologetica, che favorisca il dialogo tra la fede e la cultura, è oggi indispensabile».

Nel 1838, don Garicoïts chiede al vescovo di poter seguire con i suoi compagni le Costituzioni dei Gesuiti. Monsignor Lacroix accetta provvisoriamente, poi consegna ai Padri, che si chiameranno ormai «Sacerdoti ausiliari del Sacro Cuore di Gesù», una nuova Regola che ha elaborato per loro. Ma tale testo è molto lacunoso: i voti non vi sono riconosciuti in tutta la loro forza; il vescovo si riserva funzioni che dovrebbero spettare al Superiore... Tuttavia, nella sua profonda umiltà e nella sua obbedienza, Padre Garicoïts si sottomette senza la minima riserva. Però certe disposizioni lacunose della nuova Regola causano in seno alla comunità dissensi di cui il Fondatore dovrà soffrire fino alla fine della vita. Egli manifesta a parecchie riprese al vescovo l'incoerenza della situazione, ma senza successo. Tornando un giorno da un colloquio con Monsignor Lacroix, confessa, in tono commosso: «Quanto è laboriosa la creazione di una Congregazione!» Bisognerà aspettare la morte del Fondatore e gli anni 1870 perchè la nuova Congregazione riesca ad impostarsi secondo le idee di Padre Garicoïts.

«Avanti! Fino al Cielo!»

In occasione dei suoi viaggi a Baiona per incontrarvi il vescovo, Padre Garicoïts si reca talvolta dai vecchi genitori. Arriva verso sera, cena e passa la maggior parte della notte a parlare con suo padre, manifestandogli la più viva tenerezza; giunge al punto di fumare utilizzando una delle pipe del vegliardo. Riprende quindi la sua attività frenetica, dividendosi fra la propria Congregazione, le Suore d'Igon, le scuole, le missioni e la direzione delle anime. Verso il 1853, la sua salute tanto robusta comincia a cedere ed un attacco di paralisi lo obbliga momentaneamente a fermarsi. Nel 1859, nuovo attacco; si rimette come per miracolo, e rassicura i suoi: «State tranquilli, andremo ancora avanti, fino a quando vorrà il Buon Dio». Durante la quaresima del 1863, una crisi particolarmente grave fa presagire la fine prossima. Sempre entusiasta, esclama davanti alle Suore d'Igon: «Andiamo! Avanti! Fino al Cielo! Bisogna andare in Paradiso!» Il 14 maggio dello stesso anno, giorno dell'Ascensione, si spegne mormorando: «Abbi pietà di me, Signore, nella tua grande misericordia».

«Eccomi, Padre!» Questo è il grido che traboccava dal cuore di san Michele Garicoïts: «Dio è un Padre, diceva, bisogna finire con l'arrendersi al suo amore, bisogna rispondergli: «Eccomi!» E subito Egli solleverà suo figlio dalla culla della miseria e gli prodigherà tutti i suoi abbracci». Tale è la grazia che chiediamo a san Giuseppe ed a san Michele Garicoïts per Lei e per tutti coloro che Le sono cari.

Dom Antoine Marie osb

da www.annussacerdotalis.org


S. Marcellino Champagnat

 

 

N

el mese di settembre 1828, in una vettura pubblica in viaggio da Saint-Étienne a Saint-Chamond, due preti siedono accanto a tre giovani vestiti di un abito religioso. Uno dei due ecclesiastici chiede al suo confratello chi siano questi religiosi di cui lo colpisce la modestia: «Sono, risponde l'altro prete, dei Fratelli che insegnano ai bambini piccoli delle campagne – Qual è il loro nome? – Si chiamano i Piccoli Fratelli di Maria – Chi ha fondato questa comunità? – Non se ne sa più di tanto. Alcuni giovani si sono riuniti, si sono tracciata una regola conforme al loro obiettivo, un vicario ha loro prodigato le sue cure, Dio ha benedetto la loro comunità e l'ha fatta prosperare al di là di tutte le previsioni umane». Il prete che parla così umilmente, nascondendo il proprio nome e il proprio ruolo, è il loro fondatore, padre Marcellin Champagnat.

Nono figlio di una famiglia che ne conterà dieci, Marcellino è nato il 20 maggio 1789 a Le Rosey, piccola fazione del comune di Marlhes nel dipartimento della Loira. Marlhes è un villaggio di coltivatori lontano da ogni via di comunicazione importante. La fede vi si è mantenuta intatta, coltivata dallo zelo di preti ferventi. Tuttavia, arrivano fino a Marlhes delle informazioni sulla Rivoluzione e le idee nuove non vi sono prive d'influenza. Jean-Baptiste Champagnat, il padre di Marcellino, dotato di una certa istruzione, viene promosso colonnello della Guardia Nazionale del cantone. Questo incarico lo porta a officiare per il culto decadario, che sostituisce la Messa domenicale, nella chiesa di Marlhes trasformata in tempio della dea Ragione. Egli ospita tuttavia presso di sé sua sorella, Religiosa, e lascia che sua moglie e i suoi bambini partecipino alle Messe dei preti refrattari nascosti nei dintorni. Sua moglie, anche se più riservata di lui, non manca di personalità.

Un modo di procedere malaugurato

Sotto la guida di sua madre e di sua zia, Marcellino apprende le verità della fede, ma la sua prima esperienza scolastica non ha seguito. Fin dal primo giorno di lezione, infatti, viene chiamato alla lavagna dal maestro; un altro bambino, più rapido, lo anticipa ma riceve un paio di schiaffi. Marcellino ne è talmente terrorizzato che rifiuta di ritornare a scuola il giorno dopo, nonostante le insistenze dei suoi genitori. Spesso, in seguito, ritornerà su questo episodio che gli sembrava l'esempio da non seguire. Nell'educazione dei bambini, inizierà con il vietarsi l'uso di ogni violenza. L'autorità, così come la concepisce, non richiede sistemi di questo genere.

Marcellino è contento di seguire ovunque suo padre: al forno, al mulino, nei campi, nei pascoli. Si mostra assiduo nei lavori e sviluppa un'attitudine speciale per il commercio: gli sono stati affidati due agnellini di cui si prende cura e che rivende qualche mese dopo. Con suo fratello, Jean-Pierre, progetta di mettere in piedi un'attività di commercio redditizia.

Nel corso dell'estate 1803, si presentano presso la famiglia Champagnat due preti. Percorrono la diocesi, su richiesta dell'arcivescovo di Lione, Mons. Fesch, zio di Napoleone, per incoraggiare le vocazioni sacerdotali. Il parroco di Marlhes ha loro suggerito di rendere visita a questa famiglia in cui ci sono tre ragazzi di buona reputazione. Un po' sorpreso da questa visita, il signor  Champagnat risponde: «I miei figli non hanno mai manifestato il desiderio di farsi preti. Ma eccoli, sono qui vicino; potete vedere voi stessi». I suoi fratelli rispondono che non è loro intenzione, ma Marcellino manifesta il suo desiderio, fino ad allora inconfessato, del sacerdozio. Per avviarlo agli studi, viene inviato da suo cognato, maestro in un borgo delle vicinanze. Vi si trova in buone condizioni per ricuperare il suo ritardo; ma ha il dolore di perdere improvvisamente suo padre. Alla fine dell'anno scolastico, il cognato dichiara alla signora Champagnat: «Vostro figlio s'intesta a voler fare degli studi, ma avreste torto a lasciarlo fare. Ha troppo pochi talenti per riuscire, troppi handicap per farcela». Marcellino è consapevole dei propri limiti, ma sua madre lo sostiene; vanno tutti e due a La Louvesc, a una giornata di cammino da Marlhes, dove si trova la tomba di san Francesco Regis, l'apostolo della regione nel XVI secolo. Al ritorno, il giovane dichiara: «Preparate la mia roba, voglio entrare in seminario. Riuscirò, poiché Dio lo vuole». Parte quindi per il seminario minore di Verrières, nell'autunno del 1805. Là, s'impegna del suo meglio nello studio. Ha sedici anni passati; i suoi compagni di classe, molto più giovani di lui, non gli risparmiano le beffe. Gli inizi sono molto difficili e i maestri poco incoraggianti. Inoltre, la condotta di Marcellino lascia talvolta a desiderare; per il suo onomastico, sotto l'influenza di qualche compagno, va a prendere un bicchiere in un'osteria. Alla fine del primo anno, Marcellino viene giudicato non in grado di proseguire. Rimane tuttavia persuaso della chiamata di Dio e fa un nuovo pellegrinaggio a La Louvesc; poi supplica il Superiore del seminario di lasciarlo provare un altro anno. Grazie a un sacerdote e a un compagno che lo sostengono, questa nuova prova viene coronata da successo. Nel 1810, Marcellino perde sua madre. Prosegue tuttavia i suoi studi per otto anni al seminario minore prima di entrare, il 1° novembre 1813, nel seminario maggiore di Sant'Ireneo di Lione. I tre anni che vi trascorre si svolgono in un'atmosfera di pace, di devozione e di studio, nonostante gli avvenimenti politici legati alla caduta di Napoleone. Avviene una trasformazione nel seminarista nella direzione di una maggiore fedeltà ai suoi doveri. Durante le vacanze, fa il catechismo ai bambini del suo paese.

« Incaricatevi dei Fratelli ! »

Nel corso del loro ultimo anno di seminario, Marcellino e alcuni compagni, colpiti dallo stato di scristianizzazione del paese, pensano di costituire la «Società dei Padri maristi», i cui membri saranno missionari votati al rinnovamento della fede nei cristiani, sotto la protezione della Vergine Santissima. Questa Società vedrà la luce e si organizzerà, poco per volta, dal 1817 al 1836, data della sua approvazione da parte della Santa Sede. Marcellino, che ha molto sofferto durante la sua infanzia della mancanza di istruzione, insiste perché si prenda anche a carico l'educazione scolastica dei bambini. Vorrebbe formare dei Fratelli educatori. La sua insistenza induce gli altri a dirgli: «Ebbene, incaricatevi voi dei Fratelli, poiché ne avete avuta voi l'idea!» Egli vede in questo un invito di Dio.

Il 22 luglio 1816, Marcellino riceve l'ordinazione sacerdotale con cinquantun confratelli. L'indomani, dodici di essi salgono al santuario mariano di Fourvière per consacrare il loro ministero e la loro vita alla Santa Vergine, e impegnarsi a fondare la Congregazione dei Padre maristi. Il 13 agosto seguente, padre Champagnat arriva nel villaggio di La Valla, sulle pendici del Monte Pilat, dove viene nominato viceparroco. La regione è povera: i terreni montagnosi lasciano poco spazio alle coltivazioni. La pratica religiosa è debole a causa di un ambiente abitativo disperso e degli effetti della Rivoluzione. Il parroco di cui Marcellino sarà viceparroco per otto anni, è un uomo anziano dalla parola esitante, che predica il meno possibile e non fa catechismo. Marcellino, che ha allora ventisette anni, si mette all'opera. La sua sollecitudine si rivolge specialmente ai bambini. Li riunisce tutte le domeniche e, d'inverno, tutte le mattine. Le sue istruzioni sono semplici, chiare, arricchite da paragoni tratti dall'ambiente in cui vivono i suoi ascoltatori, da elementi attinti alla Sacra Scrittura e alla vita dei santi. Nelle sue prediche della domenica, Marcellino ricorda le grandi verità della fede. Mostra talvolta un certo rigore che la sua grande bontà fa accettare. Poiché ama il suo gregge, può permettersi di redarguire i suoi parrocchiani quando li vede perdersi nell'alcolismo o nei balli di paese, pericolosi per le anime. Non sopporta le gelosie e i litigi tra vicini e parenti.

Egli stesso studia ogni giorno la teologia. Presto, con l'autorizzazione del suo parroco, celebra la domenica pomeriggio un Ufficio al quale aggiunge alcune riflessioni pratiche tali da toccare i suoi ascoltatori. Questi ultimi partecipano sempre più numerosi a questa riunione. La sua parola semplice e dolce fa loro dire: «Si vede bene che è di Le Rosey (la sua frazione natale); le sue parole sono dolci come rose!» In qualsiasi stagione, anche nella bufera e nella tormenta di neve, Marcellino s'impone delle ore di cammino per andare a trovare i malati, amministrare il sacramento della Penitenza o assistere i morenti. Poco per volta, si compie una vera e propria trasformazione nei cristiani di La Valla e dei dintorni.

Il 28 ottobre 1816, il padre è chiamato in una frazione lontana al capezzale di un bambino malato, Jean-Baptiste Montagne. Constata con dolorosa sorpresa che il ragazzo ignora tutto della religione, non sapendo nemmeno se vi sia un Dio. Per due ore, lo istruisce sui rudimenti della fede poi lo confessa. Quando ritorna dopo aver fatto visita a un altro malato, il bambino non è più di questo mondo. Pieno di riconoscenza nei confronti della divina Provvidenza che lo ha condotto presso il morente, è nondimeno sconvolto dall'aver constatato una così profonda ignoranza in una parrocchia considerata cristiana. Ormai, il pensiero di fondare, senza indugio, una società di Fratelli che possano dare ai bambini l'istruzione cristiana non lo abbandona più.

«Emergenza educativa»

Ancora oggi, l'educazione cristiana dei bambini rimane un compito primordiale. Il Papa Benedetto XVI ce lo ricorda: «Si parla di una grande «emergenza educativa», della crescente difficoltà che s'incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell'esistenza e di un retto comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia la famiglia« Possiamo aggiungere che si tratta di un'emergenza inevitabile: in una società e in una cultura che troppo spesso fanno del relativismo il proprio credo – il relativismo è diventato una sorta di dogma –, in una simile società viene a mancare la luce della verità, anzi si considera pericoloso parlare di verità, lo si considera «autoritario», e si finisce per dubitare della bontà della vita« Questa è quindi una priorità essenziale del nostro lavoro pastorale: avvicinare a Cristo e al Padre la nuova generazione, che vive in un mondo per gran parte lontano da Dio. Cari fratelli e sorelle, dobbiamo sempre essere consapevoli che una simile opera non può essere realizzata con le nostre forze, ma soltanto con la potenza dello Spirito. Sono necessarie la luce e la grazia che vengono da Dio e agiscono nell'intimo dei cuori e delle coscienze. Per l'educazione e formazione cristiana, dunque, è decisiva anzitutto la preghiera e la nostra amicizia personale con Gesù: solo chi conosce e ama Gesù Cristo può introdurre i fratelli in un rapporto vitale con Lui« Nell'educazione alla fede un compito molto importante è affidato alla scuola cattolica. Essa infatti adempie alla propria missione basandosi su un progetto educativo che pone al centro il Vangelo e lo tiene come decisivo punto di riferimento per la formazione della persona e per tutta la proposta culturale. In convinta sinergia con le famiglie e con la comunità ecclesiale, la scuola cattolica cerca dunque di promuovere quell'unità tra la fede, la cultura e la vita che è obiettivo fondamentale dell'educazione cristiana» (Discorso dell'11 giugno 2007).

Al ritorno dalla sua visita al giovane Montagne, Marcellino riceve due giovani che costituiranno le fondamenta della sua nuova Congregazione. Gli inizi dell'opera sono molto umili. Il 2 gennaio 1817, padre Champagnat insedia i suoi due novizi in una casetta vicino alla canonica. La povertà è estrema. Il loro tempo è distribuito tra la preghiera, lo studio e il lavoro manuale. Per vivere, si fabbricano chiodi, come fanno tutte le famiglie dei dintorni. Presto, quattro postulanti si uniscono ai due primi novizi. Uno di essi, Gabriel Rivat, è un bambino di dieci anni, allevato nella devozione religiosa. Da due anni, segue assiduamente i catechismi di padre Champagnat e, dopo la sua prima comunione, si è sentito chiamato a unirsi al gruppo dei Fratelli riuniti a La Valla. Il 6 maggio 1818, sua madre, che l'ha consacrato a Maria nella sua infanzia, lo conduce presso il viceparroco. Gabriel, che prende il nome di fratel Francesco, diventerà il successore del Fondatore a capo dei Fratelli maristi.

« È la vostra opera ! »

La cura dei suoi Fratelli non impedisce a padre Champagnat di svolgere i suoi incarichi parrocchiali. Tuttavia, il parroco trova che il suo viceparroco esagera nel fare. Marcellino chiede allora e ottiene il permesso di installarsi nella casa dei Fratelli, per la cui formazione si fa aiutare da un maestro. Ma quattro anni dopo il suo arrivo a La Valla, constatando che non troverà sul posto altre vocazioni di Fratelli, fa una novena alla Santa Vergine: « È la vostra opera, le dice, non la mia. Inviatemi dei Fratelli». La sua preghiera viene ascoltata e si presentano dei giovani venuti da più lontano. Ma i locali risultano presto troppo esigui: diventa urgente costruire. Tutta la comunità si mette all'opera sotto la direzione di Marcellino che si fa muratore o falegname.

Nel frattempo, Padre Champagnat ha iniziato la fondazione di scuole, di cui una a Marlhes, la sua parrocchia natale. Tuttavia, nelle canoniche della regione, girano osservazioni aspre sul viceparroco di La Valla: «La sua congregazione, si insinua, è una chimera generata dall'orgoglio e dalla temerarietà. Come può pensare, lui, che non ha né risorse né talenti, di creare una comunità?» Lungi dal sostenere la sua opera, certi parroci ne distolgono le vocazioni. «Si aveva torto a diffidare di noi, dirà uno dei discepoli di Marcellino, di sospettare dei motivi che ci conducevano a Champagnat. Se questi motivi fossero stati umani, non saremmo rimasti un solo giorno. Chi avrebbe potuto trattenerci in una casa dove avevamo per dormitorio solo un fienile, per letto solo un po' di paglia o delle foglie secche, per nutrimento del pane nero che cadeva in briciole tanto era mal cotto, qualche verdura e dell'acqua per bevanda?... Quello che poteva piacerci in una posizione così contraria alla natura« fu la devozione professata per Maria. Tutti noi fummo così toccati dalle belle cose che ci diceva il nostro padre Champagnat della Santa Vergine, che nulla al mondo avrebbe potuto distoglierci dalla nostra vocazione».

Nello smarrimento

Le dicerie contro l'opera del viceparroco di La Valla arrivano fino all'arcivescovado di Lione. Uno dei vicari generali, che governa di fatto la diocesi, rivolge dei rimproveri al padre Champagnat; un altro vicario generale lo approva. Poco per volta, si sviluppa un clima di diffidenza nei confronti dei Fratelli insegnanti. La comunità vive nell'attesa di una catastrofe. Nello smarrimento, essa si rivolge alla Vergine Maria. Ma, il 22 dicembre 1823, viene nominato amministratore apostolico della diocesi di Lione Mons. de Pins, che si mostra favorevole a padre Champagnat.

Per aiutarlo nel suo compito, Marcellino fa appello al padre Courveille, suo ex compagno di seminario, che dirige la Società dei Padri maristi. Nello stesso periodo, viene sollevato dal suo incarico di viceparroco di La Valla. I due preti decidono di acquistare un grande terreno vicino a Saint-Chamond e di costruirvi un vasto edificio per centocinquanta Fratelli. Il progetto è inaudito e, nei dintorni, molti non lo comprendono. Si scatena una nuova campagna di denigrazione. Nonostante tutto, il cantiere progredisce rapidamente. Si chiamerà la casa Notre-Dame de l'Hermitage.

Tuttavia, il padre Courveille si attribuisce la missione di dirigere i Fratelli che però considerano Marcellino come loro Padre. Egli si ostina e mette ai voti la scelta del Superiore. Viene eletto Marcellino all'unanimità. Il padre Courveille non desiste; approfitta delle assenze del fondatore, che va a visitare le scuole, per tormentare i fratelli. Alla fine del dicembre 1825, quando Marcellino ritorna da un viaggio, lo subissa di rimproveri. Esausto per la stanchezza e oppresso da numerose preoccupazioni, in particolare riguardo alle finanze della sua opera, Padre Champagnat crolla e deve mettersi a letto. Una settimana dopo, è alle soglie della morte. A questa notizia, i creditori si presentano in massa. Fortunatamente, il parroco di Saint-Chamond paga una parte dei debiti; ma lo sgomento è totale nella casa. La Congregazione sembra persa quando, contro ogni aspettativa, la salute del fondatore inizia a migliorare. Tuttavia, Padre Champagnat non ricupererà mai tutte le sue forze. Padre Courveille cerca sempre di essere riconosciuto come Superiore dei Fratelli. Tuttavia, nel maggio 1826, una sua grave mancanza lo costringe a ritirarsi alla Trappa di Aiguebelle. Preoccupato di stabilizzare la vocazione dei Fratelli, il fondatore fa loro pronunciare dei voti religiosi in occasione del ritiro della comunità del 1826.

Saper stare tranquilli

Dieci anni dopo la sua fondazione, l'Istituto conta più di ottanta Fratelli distribuiti in sedici istituti. Padre Champagnat si preoccupa del suo riconoscimento ufficiale da parte dei poteri pubblici, specialmente al fine di ottenere per i suoi Fratelli la dispensa dal servizio militare che durava allora sette anni. Di fronte all'insuccesso dei suoi sforzi, scrive: «Presto o tardi, otterremo questa autorizzazione. « Quello che più ci importa è fare da parte nostra quello che Dio vuole che facciamo; voglio dire il nostro possibile; dopo questo, dobbiamo solo stare tranquilli, lasciar agire la sua Provvidenza. Dio sa meglio di noi quello che ci fa bene, quello che ci giova. Sono ben certo che un po' di ritardo non ci farà male». In realtà, il riconoscimento arriverà solo dopo la morte del fondatore.

Spesso, Marcellino invita i suoi Fratelli a donarsi totalmente a Dio e agli altri. Egli stesso predica con l'esempio. Quando gli si rimprovera di strafare, risponde: «Nessuno è indispensabile, ma Gesù ci dice: Finché c'è luce, bisogna camminare (Gv 12,35)». S'impegna a suscitare nei Fratelli una solida devozione alla Santa Vergine. «Altri religiosi, dice, si santificano, gli uni con la povertà, gli altri con l'obbedienza, altri ancora con uno zelo ardente per la salvezza delle anime. Voglio che nessuno sorpassi i Fratelli nell'amore per Maria, nella devozione nei confronti di Maria». Non solo Maria è la patrona dei Fratelli che portano fieramente il suo nome, ma è anche la loro Madre, il loro modello, la loro prima Superiora, e, secondo l'espressione del Fondatore, la loro «risorsa ordinaria». Ci si rivolge a lei in ogni occasione, si ricorre a lei in tutti i pericoli, le si attribuisce la gloria di tutti i successi. « È lei, proclama il Padre, che ha fatto tutto a casa nostra!» Il 12 maggio 2007, il Papa Benedetto XVI diceva, nello stesso senso: «Non c'è frutto della grazia nella storia della salvezza che non abbia come strumento necessario la mediazione di Nostra Signora».

Verso la fine dell'anno 1839, le forze di Marcellino diminuiscono notevolmente. Padre Colin, Superiore della Società dei Padri maristi, gli suggerisce di darsi un successore a capo dei Fratelli. Nel mese di ottobre, una votazione ha come risultato l'elezione del Fratello François Rivat. Il Fondatore non resta tuttavia inoperoso, ma presto dei mali di stomaco gli impediscono di alimentarsi e lo costringono a riguardarsi. All'inizio del mese di maggio, apre gli esercizi del mese di Maria; di ritorno nella sua camera, dichiara: « È finita per me, sento che me ne vado». L'11 maggio riceve l'Estrema Unzione, alla presenza di tutta la comunità. «Miei amici, dice ai suoi Fratelli, l'importante è amarci gli uni gli altri. Ricordatevi che siete fratelli, che Maria è vostra Madre, che siete tutti chiamati alla stessa eredità che è il Cielo». La fine del mese di maggio diventa molto penosa per il Padre. Il 6 giugno, verso le due e trenta del mattino, Marcellino fa osservare al Fratello che lo veglia che la sua lampada si spegne. Il Fratello lo disillude: la lampada non ha perso la sua luminosità. «Capisco, è la mia vista che se ne va, risponde il morente. È giunta la mia ora. Che Dio ne sia benedetto!» Poco dopo, entra in agonia. La comunità, riunita all'aurora, canta presso di lui la Salve Regina e il Fondatore termina dolcemente il suo soggiorno sulla terra.

Giovanni Paolo II dirà, nell'omelia della canonizzazione di Marcellino Champagnat, il 18 aprile 1999: «Grazie alla sua fede incrollabile, è rimasto fedele a Cristo, anche nelle difficoltà, in mezzo a un mondo talvolta privo del senso di Dio. Siamo chiamati, anche noi, ad attingere la nostra forza nella contemplazione del Cristo risorto, mettendoci alla scuola della Vergine Maria ».

Dom Antoine Marie osb


S. Arcangelo Tadini 

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rcangelo Tadini nacque il 12 ottobre 1846 a Verolanuova nella provincia e diocesi di Brescia,ultimo di undici fratelli nati dai due matrimoni di Pietro Tadini con Giulia e Antonia Gadola. La sua nascita coincide in un clima risorgimentale, vissuto con diversa profondità anche a Brescia. Sono gli anni anche della svolta industriale di notevole spessore con l’innovazione delle macchine industriali, soprattutto nel settore tessile che troveranno spazio nell’attenzione al sociale del Tadini. Il 16 giugno 1846 veniva eletto papa (1846/1878) Mastai Ferretti, il grande Papa Pio IX che si fece apprezzare per il suo spirito riformistico e attento ad  una promozione sensibile per un laicato impegnato verso responsabilità associative e partecipative.

La vita religiosa  di Arcangelo è segnata dall’educazione familiare, dalla iniziazione ai Sacramenti, battezzato dopo una settimana dalla nascita e confermato con il sacramento della Cresima il 14 maggio 1855; dalla formazione culturale elementare  nel paese natale e Media Superiore nel famoso Collegio di Lovere con molta lode, lasciando fondata speranza di ottima riuscita nel suo futuro.

Vocazione di Arcangelo

Nel 1865 all’età di 19 anni, Arcangelo entra nel Seminario  diocesano di Brescia, egli, pur provato fin dalla nascita da una salute cagionevole, inizia gli studi filosofici e teologici, distinguendosi per pietà e per profitto. Arcangelo, così laconico sulla sua vita, raccontò, negli anni avanzati, l’origine della sua scelta di seguire Cristo (proc.ord.815-17):”A me capitò, prima che vestissi queste gloriose insegne di sacerdote che, trovandomi in mezzo a persone che si lamentavano di non poter avere la gente pronte alle loro voglie, gridavano – questo non lo otterremo mai, finchè non li avremo staccati dal confessionale, finchè li lasceremo in mano ai preti…”.

Fu allora che mi decisi di farmi prete!

Nel seminario di Brescia l’alunno Tadini seguiva i corsi saltuariamente, a causa della salute malferma, infatti  i registri delle pagelle sono  contrassegnate dalla nota ”aegrotus”, tuttavia non ci sono stati impedimenti all’ammissione agli Ordini Minori e Maggiori. Il 6 novembre 1865 vestì l’abito talare dei chierici con l’attestazione del suo parroco don Francesco Sguazzi; il 13 dicembre 1868 ricevette gli Ordini minori e il 19 dicembre 1868 il Suddiaconato. A Padova l’11 giugno 1870 il Diaconato con altri 12 compagni e il 19 giugno 1870 a Trento l’Ordinazione sacerdotale all’età di 23 anni.

Tadini, uomo del sacro, secondo il concilio Tridentino, rivive nella vita il sacrificio di Cristo che attualizza nella Messa, ma nello stesso tempo è il pastore che dà la vita per il gregge dei fedeli e corre alla ricerca della pecorella smarrita. Tadini, uomo del sacro e uomo per gli altri. Scriverà:” Tutti gli affari più importanti del mondo che cosa sono in confronto alla salvezza delle anime? Niente. L’anima del più miserabile pezzente uomo della terra, vale più di tutto l’oro del mondo, più della vita di tutti gli uomini; essa è la cosa più preziosa”. Il sacerdozio era la fonte della sua forza e la croce la sintesi del suo sapere. Presentandosi ai suoi parrocchiani diceva:”Tutta la mia scienza, la Croce; tutta la mia forza, la Stola”.

Don Tadini visse il suo sacerdozio come dono, spezzando anche il pane della cultura nelle scuole elementari di Lodrino (1871/1873) e della Noce ( 1873-1885), luoghi dove prodigò i primi quindici anni del suo ministero.

Pur vivendo prima del Concilio sorprende la sua visione moderna del rapporto tra prete e laico. Per esplicitarla usava il paragone del rapporto tra le diverse parti del corpo:”Come nel nostro corpo umano, dal perfetto accordo di ogni sua parte dipendono lo sviluppo e la sua salute, così dai sublimi rapporti tra il laico e il sacerdote, scaturisce, come  un fiume dalla  sorgente, il benessere della società”.

Don Tadini, parroco a Botticino

All’età di 39 anni, don Arcangelo arriva a Botticino Sera, prima come vicario cooperatore, poi come economo spirituale e il 22 marzo 1887 venne nominato parroco di questa comunità cristiana, avendo già assunto tutte le funzioni ministeriali “con zelo e soddisfazione della popolazione “. Botticino è il periodo determinante della vita di don Arcangelo. I lunghi anni sono densi di avvenimenti, di iniziative parrocchiali e di istituzioni religiose che fisionomizzano la comunità cristiana. Iniziò il suo ministero con una certa trepidazione non nascondendola ai suoi parrocchiani ai quali confidava:” E’ vero, non è solo da oggi che io sapevo di venire qui, ma ora ne sento tutto il peso. Forse me lo scorgeva lontano ed irrealizzabile, ma adesso non posso celarvelo; un timore mi opprime, non perché mi trovi con voi, che anzi mi sembra di essere in mezzo ad antichi amici e, all’aspetto dei vostri cari volti, mi sembra che l’affetto vince sopra il timore, dimodochè dimentico quasi la mia pochezza, ma il pensiero della responsabilità dinanzi a Dio…” Successivamente:” Io mi raffiguro in voi una buona pasta, disposta a ricevere le più eccellenti impressioni. M’aspetto da voi miracoli e grandi miracoli. Mi aspetto un miracolo di cristiana pietà in mezzo a tanto dissipamento di spirito; un miracolo di amore scambievole in mezzo a tanto assideramento di cuori…”.

 Al termine della Professione di Fede nel giorno della presa di possesso della parrocchia, disse: “Starò con voi, vivrò con voi, morirò con voi”.

Durante il suo ministero parrocchiale si adoperò instancabilmente per edificare una comunità cristiana impegnandosi nella fioritura di molte iniziative che si espressero nelle forme più diverse, dalle più tradizionali: quali le Figlie di Maria, le varie Confraternite, le Compagnie del Rosario, delle Anime del purgatorio, della Congregazione del SS. Sacramento, il Terz’Ordine Francescano, alle più innovative come il far nascere e fiorire della Compagnia delle Figlie di S. Angela Merici, lo zelo per la Liturgia, il Decoro della Chiesa, la Scuola di Canto, la Banda Musicale ecc… Infine le opere tipicamente sociali vissute in chiave pastorale, come: la Società Operaia Cattolica di Mutuo Soccorso, l’impianto di una filanda per lavoratrici con annesso Convitto per alloggio e formazione e nel 1900 la fondazione della Congregazione religiosa femminile delle Suore Operaie della santa casa di Nazareth.

Don Arcangelo concepiva la parrocchia come una comunità che doveva avere nella chiesa il suo centro di spiritualità, ma anche il riferimento per ogni persona in bisogno e non. Ha sempre pensato che la vita di una parrocchia non segue percorsi di sacrestia, ma abita le contrade del paese, percorre le strade del mondo, è cuore pulsante in cui i parrocchiani devono poter trarre richiami sicuri per vivere. Una comunità missionaria di solidarietà, di contemplazione, di vita e di condivisione, di Parola di Dio e di Grazia, di uomini e di donne contenti di vivere, di crescere e di credere.

Questo concetto e questo sforzo determinò tutto il corso della sua esistenza con i suoi dolori, i suoi affanni, le sue opposizioni, ma soprattutto la riuscita di quanto si era proposto di raggiungere. Egli non ebbe aiuti da nessuno se non dall’umile popolo e da umili persone che lo seguirono devotamente, pari alla tenacia del loro parroco, che raggiunse il coronamento della sua opera, rendendola benedetta agli occhi di Dio e benemerita agli uomini.

Un’attenzione peculiare nella pastorale del santo parroco fu la famiglia; egli era convinto che se si voleva una società sana, si doveva curare la famiglia; se si volevano genitori esemplari, si doveva dare esemplarità di vita cristiana già ai bambini, agli adolescenti e ai giovani con catechesi mirate e articolate.

Il Santo ripeteva spesso (richiamandosi la responsabilità di guida del popolo di Dio): “Sono indegnissimo sacerdote della santa Chiesa di Dio”. Egli era servitore della Parola di Dio. La grande stima è sintetizzata in queste brevi considerazioni.”Mille mezzi ha la Chiesa per santificare le anime, ma si serve in modo speciale della Parola di Dio, perché con la Parola di Dio fu stabilita, diffusa, conservata e perfezionata la Chiesa, quindi causa del suo impianto. Questo mezzo non lo trovò la Chiesa, ma Gesù Cristo che non usò altro mezzo per evangelizzare e diffondere il regno di Dio”.

Utilizzava la parola in vari modi:l’affermazione categorica, l’esortazione, il rimprovero, la sentenza, l’ironia, la provocazione, la poesia… Affrontava i temi dalle Verità di fede e della Storia della Chiesa a quelli relativi allo stato di vita dei suoi fedeli, a quelli morali come il peccato, lo scandalo, la bestemmia, i divertimenti, il lavoro e la festa. Spiegava i documenti pontifici e le lettere pastorali dei Vescovi.

 L’ascoltatore poteva facilmente ritenere alcune affermazioni scolpite nella mente come preziose sentenze.

L’impegno per la Parola di Dio e la catechesi erano solidi e coltivati con scrupolo sacerdotale, lui stesso sottolineava umilmente la serietà e la realtà:”Non ho mai lasciato i miei fedeli senza nutrimento spirituale”.

Le virtù di don Arcangelo

Vigoroso stimolo alla perfezione e all’azione caritativa fu la sua costante preghiera e la continua attenzione alla presenza di Dio. Ricordi, impressioni, fatti, contatti si ricollegano in una ricca conclusione di giudizi espliciti : “Che cosa vuol dire pregare? Creati che siamo da Dio, circondati da tutti i suoi benefici, assediati da tanti bisogni, pregare vuol dire gettarci in braccio al Padre di tutti i beni e gridargli: Gran padre della bontà, dateci tutto voi, che da voi solo possiamo aspettarci tutto il bene”. E ancora: “ Non è l’orazione la bella pratica e, nel tempo stesso, il sostegno di tutte le cristiane virtù che dall’orazione sono esercitate e sono nutrite? Si, o cari, per noi pregare è versare tutto il nostro cuore nelle viscere di Dio. Vogliamo andare in Cielo? Coraggio, la preghiera è la scala per giungervi”.

Tutta questa esperienza venne tradotta in norme ascetiche trasmesse alla congregazione religiosa da lui fondata. Una profonda pietà eucaristica  lo metteva in ginocchio per ore davanti al Santissimo e contemplava il grande mistero:” Grande fu l’abbassamento nell’Incarnazione che dell’essere uguale a Dio, si umiliò a uomo vile, ma assai più nell’Eucaristia: nell’Incarnazione nascose la propria divinità, nell’Eucaristia anche l’umanità: Con il dono dell’Eucaristia Dio ha esaurito e posto un limite alle sue inesauribili e illimitate perfezioni”.

La sua fiducia nella Provvidenza non venne mai meno. Davanti a situazioni umane disperate, quali il pignoramento dei mobili della canonica, davanti alle maldicenze, non pronunziò una parola contro:” Tutto ciò che Dio vuole è bene e sommo bene”.

Si è dimostrato sempre obbedientissimo verso i suoi superiori anche quando  l’obbedienza gli ha chiesto il sacrificio della sua opera. Come Abramo, accetta e scrive:”Per mio conto non metto nessuna condizione alle decisioni della Santa Sede, sicuro che tutto sarà disposto a bene mio e dell’Istituto”.

La sua umiltà, la sua  fede rocciosa, la sua carità operosa esprimono la sua intima e costante unione con Dio e voleva i suoi cristiani senza paure e senza rispetto umano, capaci e coraggiosi per tessere l’unità nella carità:” Per quanto soffriamo di fatiche, di stenti e di patimenti, se tutto ciò non è diretto alla carità, non potremo ottenere salvezza, saremmo dei famigerati filantropi…”.

Va evidenziato che tutta la sua formazione umana venne arricchita da un intenso lavorio spirituale sotto l’influsso della grazia. Ad ispirare ogni atto della sua vita al principio soprannaturale della fede fu il continuo anelito alla santità in una generosa azione apostolica a beneficio di tanti fratelli bisognosi.

Egli mise la sua cultura al servizio della evangelizzazione, convinto che il Vangelo possiede la capacità di forgiare l’esistenza individuale e di plasmare il tessuto sociale.

E’ stato detto dai Teologi di don Arcangelo:”Colpisce soprattutto la maniera con cui egli riesce a comporre la fedeltà franca alla Verità e alla tradizione con la creatività fiduciosa in risposta alle urgenze emergenti dai segni dei tempi. La sua vita e il suo insegnamento possono oggi essere di fecondo incoraggiamento e stimolo al popolo di Dio nell’impegno di nuova evangelizzazione, che esige in maniera particolare fedeltà creativa”.

Don Arcangelo Tadini, santo

 La Chiesa ha riconosciuto la santità di questo sacerdote proclamandolo BEATO il 3 OTTOBRE 1999 e il 26 APRILE 2009  CANONIZZANDOLO.

La santità di don Arcangelo si può scriverla così: una santità della quotidianità, aperta a tutti, perché fatta di accettazione della propria piccolezza e normalità, qualificata eroica, perché vissuta lungo l’arco della sua missione sacerdotale che realizzò con fedeltà e con perseveranza straordinarie. Egli è stato una presenza in tutti gli eventi  della sua gente: lieti e tristi, presenza che percorre le strade alla ricerca degli ultimi che hanno bisogno di conforto spirituale e materiale.

Il Santo Padre Benedetto XVI, proclamandolo santo nell’anno sacerdotale da lui indetto, ebbe a dire:” Quanto profetica fu l’intuizione carismatica di don Tadini e quanto attuale resta il suo esempio anche oggi, in un’epoca di grave crisi economica. Egli ci ricorda che solo coltivando un costante e profondo rapporto col Signore, specialmente nel sacramento dell’eucaristia, possiamo essere in grado di recare il fermento del Vangelo nelle varie attività lavorative e in ogni ambito della società”.

E domenica 8 novembre 2009 Papa Benedetto XVI nella sua visita a Brescia ha voluto essere pellegrino di preghiera a Botticino, prima tappa del suo viaggio, per venerare il corpo di Sant’Arcangelo, ora definitivamente custodito nella parrocchia, eretta   Basilica e Santuario di Sant’Arcangelo, che don Tadini ha servito fedelmente per 25 anni come parroco.

Dopo la preghiera personale e silenziosa all’urna, uscendo sul sagrato gremito di folla, il Papa ha pronunziato queste parole:”Cari fratelli e sorelle sono molto felice di essere nella parrocchia di sant’Arcangelo Tadini, che ho canonizzato poco tempo fa e dal quale sono edificato. Questo santo, vissuto a cavallo tra l’800 e il ’900,  ci ha insegnato con la sua vita spirituale e l’impegno sociale a lavorare per un mondo fraterno dove non si vive solo per se stessi, ma per gli altri. E’ stato un grande dono alla società, affinché nasca in essa un amore fraterno”.

La visita del santo Padre, seppur breve, davanti a don Tadini, si inserisce in un tempo di grazia per la Chiesa italiana e per la chiesa bresciana, perché ci fa scoprire la santità di un parroco semplice, vicino a ciascuno di noi, “Uno di noi e con noi”.

da www.annussacerdotalis.org


S. Alberto Hurtado

In occasione del suo viaggio in Cile nel 1987, il Papa Giovanni Paolo II pronunciò queste parole piene di speranza: «Potrà ancora ai nostri giorni lo Spirito suscitare apostoli della statura di padre Hurtado, che mostrino con la loro infaticabile testimonianza di carità la vitalità della Chiesa? Siamo sicuri di sì; e lo imploriamo con fede».

Alberto Hurtado Cruchaga è nato a Viña del Mar in Cile, il 22 gennaio 1901. Ha appena quattro anni quando muore suo padre. Sua madre, Ana, nello sconforto di questa improvvisa vedovanza che la lascia senza mezzi, si rifugia con i due figli nella capitale. Santiago. Senza domicilio, essi devono trasferirsi di casa in casa alla mercé di parenti più o meno ben disposti. Alberto soffre molto di questa condizione familiare precaria; nonostante tutto, riesce nei suoi studi e, nel marzo 1918, inizia a studiare legge all'Università cattolica del Cile.

«Chi amare?»

Gli anni difficili della sua infanzia hanno lasciato un segno profondo nel giovane Alberto: per tutta la sua vita, sarà portato ad occuparsi dei miseri. Egli si dedica ad attività apostoliche in loro favore, e s'impegna nella politica per procurare loro un'assistenza sociale. Non può, infatti, vedere il dolore né una qualunque necessità senza cercare di porvi rimedio. Più tardi, egli scriverà: «Chi amare? Tutti i miei fratelli umani. Soffrire dei loro fallimenti, delle loro miserie, dell'oppressione di cui sono le vittime. Rallegrarmi delle loro gioie. Cominciare con il ricordarmi di tutti coloro che ho incontrato sul mio cammino. Di quelli da cui ho ricevuto la vita, la luce e il pane. Di quelli con cui ho condiviso il tetto e il cibo« Quelli contro cui ho combattuto, che ho fatto soffrire, che ho deluso, ai quali ho arrecato danno « Tutti quelli che ho soccorso, aiutato, ai quali ho potuto prestare manforte « Coloro che si sono opposti a me, che mi hanno disprezzato, o che mi hanno arrecato danno « Tutti gli abitanti della mia città, del mio paese« Tutti gli abitanti del mondo sono miei fratelli».

Ma un simile amore del prossimo è possibile? Sì, spiega il Papa Benedetto XVI: «Si rivela così possibile l'amore del prossimo nel senso enunciato dalla Bibbia, da Gesù. Esso consiste appunto nel fatto che io amo, in Dio e con Dio, anche la persona che non gradisco o neanche conosco. Questo può realizzarsi solo a partire dall'intimo incontro con Dio, un incontro che è diventato comunione di volontà arrivando fino a toccare il sentimento. Allora imparo a guardare quest'altra persona non più soltanto con i miei occhi e con i miei sentimenti, ma secondo la prospettiva di Gesù Cristo. Il suo amico è mio amico. Al di là dell'apparenza esteriore dell'altro scorgo la sua interiore attesa di un gesto di amore, di attenzione« Posso dare all'altro ben più che le cose esternamente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno» (Enciclica Deus caritas est, 25 dicembre 2005, n. 18).

Alberto esita tra il sacerdozio, la vita consacrata e il matrimonio. Alla fine, dopo un'intensa preghiera, egli si offre al Signore: «Io Ti dono tutto ciò che sono e possiedo, voglio donarTi tutto, serviTi dove non ci sarà nessun limite al dono totale di me stesso», poi opta per il noviziato nella Compagnia di Gesù. Il 7 agosto 1923, il giovane supera brillantemente l'esame finale all'Università cattolica e consegue il titolo di avvocato. Nonostante la prospettiva di un avvenire che si annuncia molto promettente, egli entra nel noviziato dei Gesuiti. Scrive a un amico: «Eccomi finalmente Gesuita, felice e contento come non è possibile esserlo di più a questo mondo. Rendo grazie a Dio che mi ha guidato fino a questo Paradiso, dove si può appartenerGli completamente 24 ore su 24». Inviato a Córdoba, in Argentina, egli vi pronuncia i suoi voti, il 15 agosto 1925. Il suo spirito di servizio gli fa chiedere gli umili lavori della cucina. S'impegna nella pratica delle virtù, in particolare nel rispetto del prossimo: «Non criticare i miei confratelli, coprire il loro difetti, parlare delle loro qualità. Parlare sempre bene dei Superiori e delle loro disposizioni». In effetti, «l'onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all'onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Ecco perché la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2479).

Alberto Hurtado viene inviato in Spagna per studiarvi teologia. Ma nel 1931, i disordini politici che imperversano nella penisola iberica lo costringono a trasferirsi all'Università di Lovanio, in Belgio. Le testimonianze dei suoi confratelli sono unanimi nel descriverlo gioioso, ardente lavoratore, servitore di tutti. Il 24 agosto 1933, viene ordinato prete. «Ci siamo, mi vedi d'ora in avanti sacerdote del Signore! - scrive a un amico.  « Dio mi ha concesso la grande grazia di vivere contento in tutte le case in cui ho vissuto, e con tutti i compagni che ho avuto. Ma ora, ricevendo per sempre l'ordinazione sacerdotale, sono al colmo della felicità. Da questo momento, non desidero altro che esercitare il mio ministero con la più intensa vita interiore e un'attività esteriore compatibile con la prima. Il segreto di questa armonia e del successo è nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, cioè nell'Amore traboccante di Nostro Signore».

Il più in alto possibile

Egli collabora alla fondazione della Facoltà di teologia dell'Università cattolica del Cile e si dà molto da fare per trovare professori, libri e riviste. Il 10 ottobre 1935, discute brillantemente la sua tesi di dottorato in pedagogia all'Università di Lovanio, poi visita diversi istituti d'insegnamento in vari paesi d'Europa. Di ritorno a Santiago del Cile nel febbraio 1936, il Padre Alberto tiene delle lezioni al collegio dei Gesuiti. Egli attira i giovani e li trascina in azioni caritative e sociali. Nel corso dei ritiri predicati secondo gli Esercizi di sant'Ignazio, esorta le anime a un incontro sempre più profondo con il Signore e le aiuta a cercare con serietà la volontà di Dio: «I ritiri sono per le anime che vogliono elevarsi, e il più in alto possibile; sono per coloro che hanno compreso il significato della parola amare, e che il cristianesimo è amore e il comandamento per eccellenza è quello di amare».

Animato da un grandissimo fervore sacerdotale, il Padre Hurtado è un modello di devozione eucaristica; un missionario cappuccino ha potuto dire che se i preti celebrassero la Messa nello stesso suo modo, diventerebbero tutti santi. Nel 1941, viene nominato assistente dell'Azione Cattolica giovanile per la città di Santiago, il che estende il suo apostolato agli allievi dei licei pubblici. Egli incoraggia le vocazioni. In un libro intitolato: Il Cile è un Paese cattolico? egli apre gli occhi dei suoi contemporanei sulla situazione del loro paese, segnalando il grave problema della mancanza di vocazioni sacerdotali. Ma questa difficoltà non intacca il suo ottimismo di base, e presto il suo successo pastorale lo fa nominare assistente nazionale della gioventù cattolica. Egli percorre il paese, predicando ovunque dei ritiri.

In occasione di una grande fiaccolata in onore della Santissima Vergine Maria, sulla collinetta che domina Santiago, il Padre Alberto si rivolge alle migliaia di giovani presenti: «Se Cristo scendesse questa notte, vi ripeterebbe guardando la città: Ho pietà di lei; e, voltandosi verso di voi, vi direbbe con molta tenerezza: Voi siete la luce del mondo. Voi dovete illuminare queste tenebre. Chi vuole collaborare con me? Volete essere miei apostoli?» Il Padre fa così eco a sant'Ignazio che, nei suoi Esercizi spirituali, impresta a Gesù queste parole: «La mia volontà è quella di conquistare il mondo intero, di sottomettere tutti i miei nemici, e di entrare così nella gloria di mio Padre. Colui che vuol venire a me lavori con me; mi segua nelle mie fatiche, per seguirmi anche nella gloria» (n. 95). E il Padre Hurtado commenta, mettendo queste parole in bocca a Gesù: «Ho bisogno di te. Non ti obbligo, ma ho bisogno di te per realizzare i miei progetti di amore. Se tu non vieni, resterà incompiuta un'opera che tu, e tu solo, puoi realizzare. Nessuno può farsi carico di quell'opera, perché ognuno ha il suo ruolo da svolgere. Guarda il mondo, le messi già mature, quanta fame, quanta sete nel mondo!« Molti hanno fame di religione, di spiritualità, di fiducia, di senso della vita».

Il trionfo dei fallimenti

Ma lo zelo del Padre non è compreso da tutti: Lo si accusa di mancare di sottomissione alla gerarchia, di avere delle idee troppo avanzate ed eccessive nel campo sociale nonché una indipendenza esagerata nei confronti degli altri rami dell'Azione cattolica. L'opposizione gli arriva in particolare dall'assistente generale della gioventù. Nel novembre 1944, il Padre Hurtado ritiene preferibile dare le dimissioni dal suo incarico di assistente dell'Azione cattolica; ne prova una sofferenza profonda. Tuttavia, non perde di vista la fecondità di questa prova: «Nel lavoro cristiano, scrive, c'è il trionfo dei fallimenti! I trionfi tardivi! Nel mondo dell'invisibile, quello che apparentemente non serve a nulla è ciò che è più efficace. Un fallimento completo accettato di buon grado è fonte di maggior successo soprannaturale di tutti i trionfi. Seminare, senza preoccuparsi di ciò che crescerà. Continuare a seminare nonostante tutto. Ringraziare il Signore dei frutti apostolici dei miei fallimenti. Quando Cristo parlò al giovane ricco del Vangelo, Egli fallì, ma quanti ne hanno compreso la lezione! E quando Egli annunciò l'Eucaristia, quanti sono fuggiti; ma anche, quanti sono accorsi! Tu lavorerai! Il tuo zelo sembrerà morto alla nascita, ma quanti vivranno grazie a te!».

In una notte fredda e piovosa, egli incontra un pover'uomo, malato, tremante, che si avvicina e gli dice di non avere dove ripararsi. La sua miseria lo fa fremere. Qualche giorno dopo, predicando un ritiro a un gruppo di signore, egli parla della povertà che regna a Santiago: «Cristo vaga per le nostre strade nella persona di tanti poveri, sofferenti, malati, cacciati fuori dai loro poveri tuguri. Cristo non ha un focolare! Non potremmo offrirgliene uno, noi che abbiamo la fortuna di avere una casa confortevole, cibo in abbondanza, i mezzi necessari per educare i nostri figli e garantire il loro avvenire? Tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l'avete fatto a me, (Mt 25,40)». Alla fine del ritiro riceve un terreno, dei gioielli, alcuni assegni, che permettono la nascita del «Hogar de Cristo» (Focolare di Cristo). Sei mesi dopo, l'arcivescovo di Santiago ne benedice la prima sede. Quest'opera non cessa da quel momento di ampliarsi per ricevere i più poveri, creando una corrente di solidarietà che oltrepasserà le frontiere del paese. Ma il suo scopo è principalmente spirituale: «Una delle prime qualità che noi dobbiamo restituire ai nostri poveri è la coscienza de loro valore personale, della loro dignità di cittadini e, ancor più, di figli di Dio».

La prima povertà

Questa esperienza del Padre Hurtado illustra bene le parole del Papa Benedetto XVI, nel suo messaggio per la Quaresima 2006: «Dinanzi alle terribili sfide della povertà di tanta parte dell'umanità, l'indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile con lo «sguardo» di Cristo« Anche oggi, nel tempo della interdipendenza globale, si può constatare che nessun progetto economico, sociale o politico sostituisce quel dono di sé all'altro nel quale si esprime la carità. Chi opera secondo questa logica evangelica vive la fede come amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come diceva la beata Teresa di Calcutta: «La prima povertà dei popoli è di non conoscere Cristo». Perciò occorre far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi solide».

Nel 1947, il Padre Hurtado fonda con dei giovani universitari l'Azione Sindacale ed Economica Cilena (ASICH), come mezzo per «realizzare un lavoro che renda la Chiesa presente nell'ambiente professionale». L'opera offre agli operai una formazione cristiana incentrata sull'insegnamento sociale della Chiesa per difendere la dignità del lavoro umano al di fuori di qualsiasi influenza ideologica. «Ci sono delle persone, scrive il Padre, che vogliono progredire, ma senza dolore. Non hanno compreso che cosa vuol dire crescere. Vogliono svilupparsi attraverso il canto, lo studio, il piacere, ma non attraverso la fame, l'angoscia, il fallimento, il duro sforzo quotidiano, né attraverso l'accettazione dell'impotenza che ci insegna ad affidarci al potere di Dio, né attraverso l'abbandono dei progetti personali, che ci fa riconoscere quelli di Dio. La sofferenza è benefica perché mi mostra i miei limiti, mi purifica, mi fa stendere sulla croce di Cristo, mi obbliga a volgermi verso Dio». Nel contesto di questo lavoro, il Padre si reca negli Stati Uniti e in Europa, partecipando, tra l'altro, alla 34a settimana sociale a Parigi, poi alla Settimana internazionale dei Gesuiti a Versailles. A Lione, egli partecipa al congresso di teologi moralisti sulle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. La sua opinione sul movimento cattolico sociale in Francia è positiva, ma comporta diverse riserve, in particolare sui discorsi sentiti al Congresso di Lione. Egli nota «un desiderio eccessivo di rinnovamento e una certa tendenza a dimenticare i veri valori della Chiesa, la visione tradizionale». Questa tendenza ha come conseguenza di lasciare la Chiesa «senza dirigenti autenticamente cristiani, ma solo con uomini dalla mistica sociale, e non social-cristiana»; tuttavia, egli osserva che vi è «un grande desiderio di servire la Chiesa e una dedizione molto reale». In occasione di un pellegrinaggio a Roma, nell'ottobre di quello stesso anno, egli riceve gli incoraggiamenti del Generale dei Gesuiti nonché del Papa Pio XII.

Come uno scoglio battuto dalle onde

Rientrato in Cile, il Padre Hurtado radica solidamente l'opera dell'ASICH sul fondamento di Cristo e della Chiesa. Nel 1948, egli tiene delle conferenze molto apprezzate che attirano talvolta fino a quattromila persone e che sono trasmesse dalla radio. È tuttavia oggetto di malintesi e di critiche ingiustificate. Egli aveva scritto: «Se qualcuno ha cominciato a vivere per Dio, con abnegazione e amore per gli altri, tutte le miserie busseranno alla sua porta». In effetti, egli annota: «Mi sento spesso come uno scoglio battuto da tutti i lati dalle onde che salgono all'assalto. Non vi sfuggo che verso l'alto. Per un'ora, un giorno, le lascio infrangersi contro lo scoglio, non guardo l'orizzonte, alzo gli occhi verso l'alto, verso Dio. Oh benedetta vita attiva, interamente consacrata al mio Dio, interamente donata agli uomini. I suoi stessi eccessi mi costringono a rivolgermi a Dio, per trovare me stesso! Egli è l'unica via d'uscita possibile nelle mie preoccupazioni, il mio unico rifugio».

Ma il Padre Hurtado, che è un santo, tiene i piedi per terra: egli sa che l'uomo, anche nel servizio di Dio, deve risparmiare le sue energie: «Non bisogna esagerare ed esaurire le proprie forze in un eccesso di tensione verso la conquista. L'uomo generoso ha tendenza ad avanzare troppo in fretta: egli vorrebbe instaurare il bene e polverizzare l'ingiustizia, ma vi è un'inerzia degli uomini e delle cose di cui bisogna tener conto. Misticamente, si tratta di camminare al passo di Dio, di situarsi esattamente nel piano di Dio. Qualsiasi sforzo che volesse oltrepassarlo è inutile, anzi peggio ancora, dannoso. L'attività verrà sostituita dall'attivismo che monta come lo champagne, pretende di raggiungere obiettivi inaccessibili e non lascia tempo alla contemplazione. L'uomo cessa di essere padrone della sua vita. «Il pericolo dell'azione eccessiva è la compensazione. Una persona esaurita la cerca facilmente. Questo momento è tanto più pericoloso per il fatto che si è perso in parte il controllo di se stessi. Il corpo è stanco, i nervi a fior di pelle, la volontà vacillante. Le più grandi sciocchezze diventano possibili in queste circostanze. Allora, bisogna semplicemente ridurre il ritmo, ritrovare la calma con amici veramente buoni, recitare macchinalmente il proprio rosario e sonnecchiare dolcemente in Dio».

Nel gennaio del 1950, l'episcopato boliviano lo invita a partecipare al primo «Incontro Nazionale dei Dirigenti dell'Apostolato Economico e Sociale». La Gioventù Agricola Cattolica boliviana sollecita anch'essa la sua presenza a un'assemblea nazionale. «È giunta l'ora, egli dice ai giovani, in cui la nostra azione economico-sociale non può limitarsi a ripetere delle consegne generali tratte dalle encicliche papali, ma deve proporre soluzioni ben studiate e di applicazione immediata nel campo economico e sociale». Nel frattempo, il suo interesse per l'apostolato intellettuale lo spinge a fondare la rivista «Mensaje» (Messaggio), rivista che egli desidera di «alto livello», per offrire una formazione religiosa, filosofica e sociale.

Una collaborazione di ogni istante

Ma la profondità d'anima del Padre Hurtado si rivela soprattutto al momento della sua ultima malattia e della sua morte. Sapendosi affetto da un tumore del pancreas, egli esclama: «Perché non dovrei essere felice? Ne sono tutto riconoscente verso il Buon Dio! Invece di una morte violenta, mi concede una malattia lunga perché io mi possa preparare. Il Buon Dio è stato per me veramente un Padre pieno di tenerezza, il migliore dei Padri». Da tempo, il nostro santo aveva ordinato la sua intensa attività in vista di questa ora: «La vita è stata donata all'uomo per cooperare con Dio, per realizzare il suo piano; la morte è il complemento di questa collaborazione, perché è la consegna di tutti i nostri poteri nelle mani del Creatore. Che ogni giorno io possa prepararmi alla morte, dedicandomi ogni istante a cooperare a quello che Dio mi chiede, compiendo la mia missione, quella che Dio si aspetta da me, quella che io solo posso compiere». Sempre ha desiderato la vita eterna, cioè l'incontro definitivo con Cristo: «Ed io? Davanti a me, l'eternità. Io sono una freccia lanciata verso l'eternità« - ha scritto. Non aggrapparmi qui ma, attraverso ogni cosa, guardare la vita futura. Che tutte le creature mi siano trasparenti e mi lascino sempre vedere Dio e l'eternità. Quando esse diventano opache, io divento terreno e sono perduto. Dopo di me, l'eternità. È là che io vado, e molto presto« Quanto si pensa che il tempo presente passerà così in fretta, si conclude: essere cittadino del Cielo e non di ciò che è terreno». L'immagine della freccia manifesta nello stesso tempo la fugacità della vita e la sua concentrazione su un obiettivo unico: l'eternità. È del resto questa prospettiva dell'eternità che gli aveva impedito di essere indifferente di fronte alle sofferenze degli uomini. «Chiudere tutti gli uomini nel mio cuore, tutti insieme, scrive. Ognuno al suo posto, perché naturalmente ci sono diversi posti in un cuore di uomo« Unificare tutti i miei amori nel Cristo. Tutto questo in me, come un'offerta, come un dono che fa scoppiare il cuore; un movimento del Cristo in me che risveglia e infiamma la mia carità, un movimento dell'umanità verso Cristo attraverso di me. Questo è essere sacerdote!»

Il Padre Hurtado muore santamente il 18 agosto 1952, circondato dai confratelli della comunità. Poco prima, aveva scritto: «Partendo, ritornando presso mio Padre, vorrei affidarvi un ultimo desiderio: ogni volta che si fanno sentire le necessità e le pene dei poveri, cercate il mezzo per aiutarli come si aiuterebbe il Maestro». La Messa del suo funerale è un vero e proprio trionfo. All'uscita dalla chiesa, si forma una croce di nuvole nel Cielo, fatto impressionante rilevato dai giornali dell'epoca.

Il Padre Hurtado è stato beatificato il 16 ottobre 1994 da Giovanni Paolo II, e canonizzato il 23 ottobre 2005 da Benedetto XVI, che faceva notare: «Nel suo ministero sacerdotale [sant'Alberto Hurtado] si distinse per la sua semplicità e la sua disponibilità verso gli altri, essendo un'immagine viva del Maestro, «mite e umile di cuore». Alla fine dei suoi giorni, tra i forti dolori causati dalla malattia, ebbe ancora forze per ripetere: «Contento, Signore, contento» esprimendo così la gioia con la quale visse sempre».

Chiediamo a sant'Alberto Hurtado di ottenerci la grazia di una gioia profonda al servizio di Dio e del prossimo, attraverso le sofferenze che questa dedizione impone.

Dom Antoine Marie osb


S. Pierre-Julien Eymard

 

 

«Come la donna dell'unzione a Betania, la Chiesa non ha temuto di «sprecare», investendo le massime risorse per esprimere la propria ammirazione e la propria adorazione di fronte al dono incommensurabile dell'Eucaristia. Come i primi discepoli incaricati di preparare la «grande sala», essa si è sentita spinta, nel corso dei secoli e nel succedersi delle culture, a celebrare l'Eucaristia in un contesto degno di un tanto grande Mistero» (Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, EE, 17 aprile 2003, n. 48). San Pietro Giuliano Eymard, fondatore della Congregazione dei Sacerdoti del Santissimo Sacramento, aveva scritto, nello stesso senso: «Non mi preoccupo affatto del pane quotidiano. Tocca al Re nutrire i suoi soldati. Per noi, la nostra miglior cura consiste nell'alloggiarLo come si deve, nel darGli un tabernacolo, un altare, degli addobbi... Gli dedicheremo tutto quello che abbiamo: il Re Eucaristico merita tutto ciò». Chi è mai questo Santo?

Il capo contro il tabernacolo

Un giorno del 1804, un arrotino giunge nella cittadina di La Mure, nella diocesi di Grenoble (Francia): si chiama Giuliano Eymard. La morte gli ha devastato la famiglia, di cui sopravvivono soltanto due figli, Antonio e Maria Anna; quest'ultima ha dodici anni quando nasce Pietro Giuliano, il 4 febbraio 1811. Il Sig. Eymard fa battezzare il neonato sin dal giorno seguente. La madre di Pietro Giuliano non lascia trascorrere un giorno solo senza andare ad inginocchiarsi per qualche minuto in chiesa: porta con sè il piccolo Pietro Giuliano avvolto nel grembiule, e lo offre a Gesù. Non appena il bambino comincia a camminare, accompagna la madre in chiesa; ci andrà ben presto da solo, parecchie volte al giorno. Maria Anna lo sorprende, una volta, dietro l'altare, arrampicato su uno sgabello, con la testa china verso il tabernacolo: «È perchè ascolto, e da qui lo sento meglio», spiega Pietro Giuliano. Una straordinaria passione per il Santissimo Sacramento gli si radica nel cuore. Tuttavia, egli non è senza difetti: è testardo, collerico, curioso. Ma, leale per natura, non può vivere nella menzogna. Studioso, ha anche una spiccata inclinazione per il lavoro manuale. Siccome nella regione vi sono numerosi noci, Giuliano Eymard costruisce un frantoio, augurandosi che il figlio diventi fabbricante d'olio di noci.

Il tanto atteso giorno della prima Comunione giunge quando Pietro Giuliano ha già 12 anni: «Quali grazie mi ha fatto il Signore quel giorno!» esclamerà trent'anni dopo, piangendo. Vi coglie la chiamata al sacerdozio. Il ragazzo parla al padre del suo desiderio di entrare in seminario, ma questi non comprende quale onore Dio gli faccia chiamando suo figlio. No! Il ragazzo gli succederà nel suo commercio. Il bambino viene addirittura tolto dalla scuola: ne sa abbastanza per fabbricare e vendere olio. La mamma tace, prega e spera.

Nel santuario mariano di Nostra Signora di Laus, Pietro Giuliano incontra Padre Touche, oblato di Maria Immacolata, che, ammirando la bellezza della sua anima, gli consiglia di orientare la vita verso il sacerdozio, studiando il latino e comunicandosi più di frequente. Pieno di gioia e di speranza, Pietro Giuliano, tornato al frantoio, studia, di nascosto, la grammatica latina. La Provvidenza lo mette in relazione con don Desmoulins che ottiene dal Sig. Eymard di portarlo con sè a Grenoble per farlo studiare gratuitamente, in cambio di piccoli servizi. È lì che il fanciullo apprende brutalmente la morte della mamma e si lascia cadere in lacrime ai piedi della statua della Santa Vergine: «Ah! Fin da oggi, sii la mia sola Madre, esclama. Ma, soprattutto, fammi questa grazia: che un giorno io diventi sacerdote!» Nel giorno della sepoltura, suo padre, anch'egli sconvolto, lo supplica di rimanergli accanto. Egli acconsente. Sembra perduta qualsiasi speranza, quando un Padre Oblato di Maria, di passaggio, dopo averlo ascoltato, gli dice: «E se venissi da noi, a Marsiglia? – Mio padre accetterà? – Sì, sì, accetterà». Il padre sussulta, si confonde, obietta, si mette a piangere, poi... consente. A Marsiglia, Pietro Giuliano si mette a studiare con un tale accanimento che si ammala gravemente. Riportato da suo padre, guarisce, ma la convalescenza sarà lunga.

Il 3 marzo 1828, dopo aver chiesto perdono al figlio per essersi opposto alla sua vocazione, il Sig. Eymard esala l'ultimo respiro. Pietro Giuliano entra allora al Seminario Maggiore di Grenoble. Deve presentare la raccomandazione scritta del Parroco, che gliela consegna in busta chiusa. Maria Anna, inconsapevole del gesto imprudente, apre la busta: la lettera presenta il candidato come «inintelligente e inetto». Di comune accordo, bruciano l'ingiusta testimonianza. Affidandosi alla grazia di Dio, Pietro Giuliano va a Grenoble, dove, provvidenzialmente, incontra Monsignor de Mazenod, il santo fondatore degli Oblati di Maria. Pietro Giuliano gli narra tutto: «Ebbene, dice il vescovo, ti presenterò io al Superiore del Seminario». Il giovane può finalmente seguire la sua vocazione; sarà ordinato sacerdote a 23 anni, il 20 luglio 1834. Gli viene affidato il ministero di vicario, poi di curato nella diocesi, ma, in segreto, Pietro Giuliano desidera farsi monaco.

Il 20 luglio 1839, autorizzato dal Vescovo, malgrado le lacrime della sorella e il rammarico dei parrocchiani, entra al noviziato dei Maristi, Congregazione fondata da Padre Colin. Nel diario intimo, annota i temi di meditazione che predilige: «Gesù nel Santissimo Sacramento e il Paradiso». Dopo il noviziato, viene nominato successivamente direttore spirituale del convitto di Belley (Ain), poi Provinciale di Francia e Direttore del Terz'Ordine di Maria. Nel 1850, diventa Superiore nel convitto di La Seyne-sur-Mer, presso Tolone. In tutte le missioni che gli vengono affidate, quale sacerdote secolare o quale monaco marista, Padre Eymard incoraggia sempre le anime di cui ha l'incarico spirituale a praticare l'adorazione del Santissimo Sacramento. I risultati sono notevoli, sia presso i bambini e i giovani, che presso le famiglie; l'insieme della società viene rigenerata.

Valore inestimabile

«Il culto reso all'Eucaristia, all'infuori della Messa, ha un valore inestimabile nella vita della Chiesa, afferma Papa Giovanni Paolo II. Tale culto è strettamente legato alla celebrazione del Sacrificio eucaristico. La presenza di Cristo sotto le sante specie conservate dopo la Messa – presenza che permane finchè sussistono le specie del pane e del vino – emana dalla celebrazione del Sacrificio e tende alla Comunione sacramentale e spirituale. Tocca ai pastori incoraggiare, anche attraverso la loro personale testimonianza, il culto eucaristico, ed in particolare le esposizioni del Santissimo Sacramento, come pure l'adorazione davanti a Cristo, presente sotto le specie eucaristiche» (EE, n. 25).

Il Buon Dio ispira a Pietro Giuliano l'idea di fondare una Congregazione di monaci e suore consacrati all'adorazione del Santissimo Sacramento ed alla propagazione di tale devozione fra i laici. È ai piedi di Nostra Signora di La Salette che egli concepisce il disegno dell'opera. Sarà la grande preoccupazione della sua vita. Papa Pio IX, da cui riesce ad ottenere un'udienza, gli afferma: «La vostra opera viene da Dio, ne sono convinto. La Chiesa ne ha bisogno». Ma quanti ostacoli da sormontare! Se Dio non spingesse Padre Eymard, egli non oserebbe mai lanciarsi in un'avventura che, umanamente, non ha nessuna probabilità di successo. Il Superiore Generale marista, dopo aver ampiamente esaminato il progetto, lo scioglie dai voti, per lasciargli la massima latitudine di realizzare l'opera. Poi si ricrede e lo manda dall'Arcivescovo di Parigi. Il Vescovo ausiliario, che deve ricevere Pietro Giuliano a nome dell'Arcivescovo, ha la risposta pronta: un «no» categorico.

Ma la divina Provvidenza salva tutto: Padre Eymard, in compagnia del suo primo discepolo, attende nell'anticamera dell'arcivescovado, quando l'Arcivescovo di Parigi in persona, Monsignor Sibour, li scorge: «Chi siete? – Due sacerdoti forestieri – Cosa desiderate? – Monsignore, attendiamo il Vescovo ausiliario. – Ma insomma, replica Monsignor Sibour, quel che fa qui il Vescovo ausiliario, può farlo l'Arcivescovo!» Padre Eymard espone lo scopo della visita. «Siete un Padre marista? – Sì, Monsignore. – Il Vescovo ausiliario mi ha informato». Credendo che Padre Eymard desideri fondare una Congregazione contemplativa, aggiunge: «Si tratta di una Congregazione puramente contemplativa... Non sono favorevole a queste cose... No! No! – Ma, Monsignore, non si tratta di una Congregazione puramente contemplativa. Noi adoriamo, effettivamente, ma vogliamo anche far adorare. Dobbiamo occuparci della prima Comunione degli adulti». A queste parole, il volto dell'Arcivescovo si illumina. «La prima Comunione degli adulti! esclama. Ah! è proprio l'opera che mi manca, l'opera che desidero». L'Eucaristia è, infatti, «come la sorgente e il vertice di tutta l'evangelizzazione, poichè il suo scopo è la Comunione di tutti gli uomini con Cristo ed in Cristo, con il Padre e lo Spirito Santo» (EE, n. 22). La causa è vinta: la Congregazione dei Sacerdoti e delle Serve del Santissimo Sacramento ottiene una prima approvazione, prima ancora di esistere.

Un gesto intempestivo

Tuttavia, l'avventura è lungi dall'esser terminata. Padre Eymard non sa dove alloggiare la sua futura comunità. Non ha denaro, ed i primi novizi, che patiscono la fame, si ritirano uno dopo l'altro. La morte di Monsignor Sibour lo priva di una preziosa protezione. Il di lui successore, Monsignor Morlot, rifiuta di ascoltare il fondatore e brucia i titoli dell'opera senza leggerli, convinto che si tratti di una «società segreta»; poi si pente del gesto intempestivo, ascolta Padre Eymard, e conferma le approvazioni di Monsignor Sibour. Pietro Giuliano, sempre senza alloggio, affida il suo progetto alla Provvidenza, che gli offre ben presto la possibilità di acquistare due edifici in rue du Faubourg Saint-Jacques.

L'apostolato eucaristico si esercita proprio ai piedi degli altari. L'adoratore è anche un sostituto: egli intende offrire riparazione delle offese commesse contro il Santissimo Sacramento; adora e ama per gli innumerevoli peccatori che ignorano, non adorano e non amano. Ma colui che ama, si sforza di far amare. I religiosi del Santissimo Sacramento operano dunque per la conversione dei peccatori attraverso l'apostolato eucaristico.

All'epoca, negli antichi quartieri di Parigi, la maggior parte degli adolescenti in età di guadagnarsi qualche soldo, ignorano quasi tutto della religione del loro battesimo. Anche molti adulti si trovano nello stesso caso, come del resto oggi. Padre Eymard organizza corsi di catechismo, per preparare quelle anime a ricevere la santa Comunione. Una sera, riceve nel parlatorio due straccivendoli, un uomo ed una donna, senza fede nè istruzione, che vivono in concubinaggio. Con il passar dei giorni, insegna loro il catechismo, li confessa, li ammette alla prima Comunione e li unisce in matrimonio. Quel giorno, li invita a cena nel parlatorio e vuol servirli lui medesimo, rivolgendo loro buone parole che quelle brave persone ascoltano rapite.

Per ricevere la santa Comunione, sono richieste certe disposizioni. Commentando il versetto di san Paolo: Ciascuno, pertanto, esamini se stesso, e poi mangi di questo pane e beva di questo calice (1 Cor. 11, 28), il Santo Padre le ricorda chiaramente: «Con tutta la forza della sua eloquenza, san Giovanni Crisostomo esortava i fedeli: «Anch'io alzo la voce, prego e vi supplico di non avvicinarvi a questa sacra mensa con una coscienza sporca e corrotta. Un simile atteggiamento, infatti, non si chiamerà mai Comunione, anche se ricevessimo mille volte il Corpo del Signore, ma bensì condanna, tormento e aumento dei castighi». Nella stessa prospettiva, il Catechismo della Chiesa Cattolica stabilisce, a giusto titolo: «Colui che è consapevole di aver commesso un peccato grave, deve ricevere il Sacramento della Riconciliazione prima di accedere alla Comunione». Desidero dunque ripetere che rimane e rimarrà sempre valida nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha applicato concretamente il severo monito dell'Apostolo Paolo, affermando che, per ricevere degnamente l'Eucaristia, «se uno è consapevole di essere in stato di peccato mortale, deve, prima, confessare i propri peccati»» (EE, n. 36).

Una perla brillante

Il 3 giugno 1863, la Congregazione di Padre Eymard viene definitivamente approvata dal beato Pio IX. «A partire da quegli anni, dirà il beato Giovanni XXIII, i religiosi del Santissimo Sacramento cominceranno ad essere, nella Chiesa, sostegni valorosi e propagatori del movimento delle anime verso la Santissima Eucaristia, una delle più brillanti perle della sostanziale devozione cristiana». Padre Eymard non smette di accogliere nuove vocazioni per la sua opera, grazie alle prediche, di cui si può difficilmente immaginare la fiamma. Lui stesso dice: il predicatore è un uomo «che prega ad alta voce... ma prima di pregare ad alta voce, deve aver pregato sottovoce». Dal pulpito, trasmette all'uditorio le sue convinzioni, il suo amore, il suo fuoco sacro. Tutto in lui è eloquente. La sua parola contribuisce straordinariamente a risvegliare nelle anime l'amore dell'Eucaristia ed a sviluppare la devozione per eccellenza dell'adorazione.

Prima di predicare, Padre Eymard ha l'abitudine di prepararsi davanti al Santissimo Sacramento esposto. L'Ostia, ecco il vero faro della sua predicazione. «È una buona cosa intrattenersi con Gesù, ricorda il Santo Padre, e, reclinati sul suo petto come il discepolo prediletto (ved. Giov. 13, 25), essere colpiti dall'amore infinito del suo cuore. Se, nella nostra epoca, il cristianesimo deve distinguersi soprattutto attraverso «l'arte della preghiera», come non provare la necessità rinnovata di rimanere a lungo in conversazione spirituale, in adorazione silenziosa, in atteggiamento d'amore, davanti a Cristo presente nel Santissimo Sacramento? Molte volte, carissimi fratelli e sorelle, ho fatto quest'esperienza e ne ho ricevuto forza, consolazione e sostegno!» (EE, n. 25).

Padre Eymard afferma: «Alla testimonianza della Parola di Gesù Cristo, la Chiesa aggiunge quella del suo esempio, della sua fede pratica. Le meravigliose basiliche sono l'espressione della sua fede nel Santissimo Sacramento. Essa non ha voluto erigere tombe, ma templi, ma un cielo in terra, dove al Salvatore, suo Dio, è riservato un trono degno di Lui. Con una cura gelosa, la Chiesa ha regolamentato fin nei minimi particolari il culto dell'Eucaristia; non affida a nessuno l'incombenza di onorare il suo divino Sposo; il fatto è che tutto è grande, tutto è importante, tutto è divino quando si tratta della presenza di Gesù Cristo. Essa vuole che tutto quel che vi è di più puro nella natura, di più prezioso al mondo, sia consacrato al regale servizio di Gesù». E consiglia: «Dopo esser entrati (in una chiesa), rimanete immobili per un istante; il silenzio è il massimo segno di rispetto; e la prima disposizione alla preghiera è appunto il rispetto. La maggior parte delle nostre aridità nella preghiera e delle insufficienti devozioni nascono dal fatto che abbiamo mancato di rispetto a Nostro Signore entrando, o che ci comportiamo irriverentemente». Anche il Santo Padre, nello stesso senso, lancia un vibrante appello «affinchè, nella celebrazione eucaristica, siano osservate le norme liturgiche con la massima fedeltà... Il sacerdote che celebra fedelmente la Messa secondo le norme liturgiche, e la comunità che vi si confà, manifestano, silenziosamente ma in modo eloquente, il loro amore per la Chiesa» (EE n. 52).

Il sacrificio decisivo

A partire dal 1864, insuccessi e prove associano ancor più Padre Eymard alla Croce redentrice, solo mezzo di salvezza per le anime. Attinge sempre più la forza nell'Eucaristia, che è stata istituita «per perpetuare il sacrificio della Croce nei secoli» (Vaticano II, Sacrosanctum concilium, n. 47). «Tale sacrificio è talmente decisivo per la salvezza del genere umano, scrive Papa Giovanni Paolo II, che Gesù Cristo l'ha compiuto ed è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo di parteciparvi, come se fossimo stati presenti. Qualsiasi fedele può così parteciparvi e apprezzarne i frutti in modo inesauribile... Desidero ripetere ancora una volta questa verità, mettendomi con voi, carissimi fratelli e sorelle, in adorazione davanti a questo Mistero: Mistero immenso, Mistero di misericordia. Cosa poteva fare Gesù di più per noi? Nell'Eucaristia, ci dimostra veramente un amore che va sino alla fine (ved. Giov. 13, 1), un amore che non conosce limiti. Tale aspetto della carità universale del Sacramento eucaristico è fondato sulle parole stesse del Salvatore. Istituendolo, Gesù non si accontenta di dire Questo è il mio corpo, Questo è il mio sangue, ma aggiunge dato per voi e versato per molti (Luca 22, 19-20). Non affermò soltanto che quello che dava loro da mangiare e da bere era il suo Corpo ed il suo Sangue, ma ne espresse anche il valore sacrificale» (EE, nn. 11-12).

In unione con il sacrificio di Cristo, Padre Eymard accetta l'elezione a vita in qualità di Superiore generale dei Sacerdoti del Santissimo Sacramento, mentre sperava di tornare semplice monaco. In pari tempo, assiste alla demolizione della casa di Parigi, che deve lasciar il posto al taglio di un nuovo viale. Inoltre, l'11 giugno 1867, Padre de Cuers, il suo più vecchio e più sicuro amico, chiede a Roma di esser sciolto dai voti, per fondare un'opera di eremiti eucaristici. Padre Eymard è costernato. Tuttavia, apprende, grazie ad una rivelazione, che Padre de Cuers tornerà nella Congregazione; ma non vedrà tale ritorno da vivo. Nelle sofferenze, la dolcezza rimane la sua virtù preferita. Eppure, non l'ha trovata tutta pronta alla nascita. Un monaco della Congregazione testimonierà in merito: «Era un uomo molto energico e di una dolcezza angelica con l'argento vivo addosso». Lui medesimo confessa di sapersi molto impaziente.

Sul cuore

Il 21 luglio 1868, la sera, Padre Eymard, malandato, dimagrito, incapace di inghiottire un solo boccone, giunge a La Mure, per ordine tassativo del medico, al fine di riposarsi. Celebra l'ultima Messa della sua vita a Grenoble, nella cappella consacrata all'adorazione perpetua. Senza proferire parola, si mette penosamente a letto: sua sorella corre subito a chiamare il medico, il quale diagnostica un'emorragia cerebrale, complicata da una spossatezza generale. Padre Eymard si confessa a gesti. Il sabato 1° agosto riceve l'Estrema Unzione all'una di notte. All'alba, un Padre della Congregazione celebra la Messa nella sua camera e gli dà la Santa Comunione. Gli viene presentata l'immagine di Nostra Signora di La Salette. Se la stringe al cuore. All'inizio del pomeriggio, si sente appena appena il suo ultimo respiro: la sua anima è salita in Cielo, nell'infinita Beatitudine di Dio, per sempre. È morto a 57 anni, nella casa in cui era nato.

La canonizzazione di Pietro Giuliano Eymard ha beneficiato di una solennità poco comune nella storia della Chiesa. Il giorno seguente la chiusura della 1^ sessione del concilio Vaticano II, il 9 dicembre 1962, Giovanni XXIII, presenti 1500 Sacerdoti conciliari, lo inseriva nel catalogo dei Santi. Nell'omelia, il Papa diceva: «Il bimbo di cinque anni che venne trovato sull'altare, con la fronte appoggiata alla porta del tabernacolo, è lo stesso che, a suo tempo, fonderà la Società dei Sacerdoti del Santissimo Sacramento, ed anche delle Serve del Santissimo Sacramento, e farà sfavillare in numerose falangi di Sacerdoti Adoratori il suo amore e la sua tenerezza per Cristo vivo nell'Eucaristia... San Pietro Giuliano Eymard propone la Santissima Vergine Maria come modello degli adoratori, invocandola con il nome di «Nostra Signora del Santissimo Sacramento»... Sì, figli carissimi, onorate e festeggiate con Noi colui che fu un tanto perfetto adoratore del Santissimo Sacramento; e, seguendo il suo esempio, mettete sempre al centro dei vostri pensieri, dei vostri affetti, delle opere del vostro zelo, quest'incomparabile fonte di tutte le grazie: il Mysterium fidei, che cela sotto i suoi veli l'Autore stesso della grazia, Gesù, il Verbo incarnato».

Oggi, i religiosi del Santissimo Sacramento sono circa un migliaio, ripartiti in 140 case attraverso 18 nazioni. Le Serve del Santissimo Sacramento (circa 300 suore) hanno case in Francia, in Belgio e negli Stati Uniti.

San Pietro Giuliano Eymard, insegnaci a far spesso visita a Nostro Signore presente nel Tabernacolo, ottieni per noi la grazia di attraversare in pace le bufere di questa vita, e di vedere faccia a faccia, in Paradiso, il nostro tanto amato Gesù.

Dom Antoine Marie osb


S. Louis-Marie 
Grignion de Montfort

I

naugurando il venticinquesimo anno di pontificato, il 16 ottobre 2002, Papa Giovanni Paolo II proclamava un «Anno del Rosario» e firmava la Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariæ (RV). «Il Rosario della Vergine Maria è una preghiera che numerosi santi hanno amato e che il Magistero incoraggia. Nella sua semplicità e profondità, rimane, anche nel terzo millennio or ora iniziato, una preghiera di grande significato, destinata a portare frutti di santità... Sarebbe impossibile citare il nugolo innumerevole di santi che hanno trovato nel Rosario un'autentica via di santificazione. Basterà ricordare san Luigi Maria Grignion de Montfort, autore di una preziosa opera sul Rosario...» (Giovanni Paolo II, RV, n. 1, 8).

Luigi Grignion nasce a Montfort-la-Cane, in Bretagna, il 31 gennaio 1673. L'indomani, riceve il battesimo. Nel giorno della cresima, aggiungerà al suo nome quello di Maria. Messo a balia presso una fattoressa dei dintorni, il bambino conserverà l'amore per la natura e la solitudine. Suo padre, avvocato, dimostra un carattere forte e talvolta violento. Luigi Maria è un ragazzo zelante, che studia con grande ardore e manifesta molta intelligenza. Fin dalla più tenera età, si proietta come naturalmente verso la Santissima Vergine. La chiama la sua «buona madre», le chiede con semplicità infantile tutto quello di cui ha bisogno e spinge i fratelli e le sorelle ad onorarla. Quando Luisa Guyonne, la sorellina che predilige, esita a lasciare i giochi per andar a recitare la corona con lui, le dice con un tono convincente: «Cara sorellina, sarai bellissima e tutti ti ameranno, se amerai molto il Buon Dio».

L'arte di configurarci a Cristo

Luigi Maria porta i suoi verso Maria, per condurli più facilmente a Gesù. «Non si tratta soltanto di imparare quel che Cristo ci ha insegnato, ma di imparare a conoscerLo, ricorda il Papa. E quale maestro, in questo campo, sarebbe più esperto di Maria?... San Luigi Maria Grignion de Montfort spiegava così la funzione di Maria nei riguardi di ciascuno di noi, per configurarci a Cristo: «Poichè tutta la nostra perfezione consiste nell'essere conformi, uniti e consacrati a Gesù Cristo, la più perfetta di tutte le devozioni è sicuramente quella che ci conforma, unisce e consacra più perfettamente a Gesù Cristo. Ora, essendo Maria la più conforme a Gesù Cristo di tutte le creature, ne consegue che, fra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma maggiormente un'anima a Nostro Signore, è la devozione alla Santissima Vergine, la sua santa Madre, e che, più un'anima sarà consacrata a Maria, più essa lo sarà a Gesù Cristo». Mai come nel Rosario, la strada di Cristo e quella di Maria appaiono unite tanto strettamente. Maria vive soltanto in Cristo ed in funzione di Cristo!... Se la ripetizione dell'Avemaria si rivolge direttamente a Maria, in fin dei conti, con essa e attraverso essa, è a Gesù che si rivolge l'atto d'amore» (RV, 14, 15, 26).

A dodici anni, Luigi Maria entra nel collegio dei Gesuiti a Rennes. Ben presto, il ragazzo diventa il primo della classe. Dimostra un gusto ed un talento speciale per la pittura. Guidato da un pio sacerdote, va, con altri alunni, a visitare gli ammalati, portando loro la parte migliore del suo cuore; legge e commenta loro un brano del Vangelo, poi li intrattiene sulla Santa Vergine. Nel collegio di Rennes, avrà due veri amici: Giambattista Blain, che scriverà più tardi la sua vita, e Claudio Poullard des Places, futuro fondatore della Congregazione dei Padri dello Spirito Santo.

Luigi Maria desidera farsi prete. Subisce talvolta scene violente da parte del padre che ha altri progetti per lui, ma la sua dolcezza finisce coll'averla vinta, e, a vent'anni, si incammina a piedi verso il seminario San Sulpicio a Parigi. Lungo la strada, dà a degli infelici tutto quel che ha, poi fa voto di non possedere mai nulla. A Parigi, viene accolto inizialmente in un seminario destinato ai seminaristi poveri. Ottiene risultati eccellenti. Durante le ricreazioni, partecipa alla gioia di tutti, e si applica a rallegrare i confratelli con una conversazione allegra e divertente. Con l'autorizzazione del Superiore, si dedica ad ogni specie di penitenza, ma la sua salute non resiste ed egli è stroncato da una grave malattia. Ristabilitosi, continua gli studi presso il seminario San Sulpicio e fonda una modesta associazione i cui membri si consacrano particolarmente a Nostra Signora. In occasione di un pellegrinaggio a Chartres, Luigi Maria passa un'intera giornata in preghiera davanti alla statua di Nostra Signora sotto Terra.

È alla scuola della Santa Vergine, e particolarmente recitando il Rosario, che il nostro Santo ha imparato a pregare ed a contemplare. «Il Rosario si situa nella migliore e più pura tradizione della contemplazione cristiana, scrive Papa Giovanni Paolo II... È a partire dall'esperienza di Maria che il Rosario è una preghiera nettamente contemplativa. Privo di tale dimensione, ne sarebbe snaturato, come sottolineava Paolo VI: «Senza la contemplazione, il Rosario è un corpo senz'anima, e la sua recita corre il rischio di diventare una ripetizione meccanica di formule... Per natura, la recita del Rosario esige che il ritmo sia calmo e che le si conceda tutto il tempo necessario, affinchè la persona che vi si dedica possa meditare meglio i misteri della vita del Signore, visti attraverso il cuore di Colei che fu più vicina al Signore»» (RV, 5, 12).

Una luce per il mondo

Attraverso la contemplazione dei misteri del Rosario, Luigi Maria acquisisce una familiarità molto semplice con Gesù e Maria. «Come due amici che si ritrovano spesso insieme finiscono con l'assomigliarsi fin nel loro modo di vita, così, anche noi, parlando familiarmente con Gesù e la Vergine, attraverso la meditazione dei Misteri del Rosario, e formando insieme una stessa vita attraverso la Comunione, possiamo diventare, per quanto lo permette la nostra bassezza, simili ad essi ed imparare dai loro esempi sublimi a vivere in modo umile, povero, nascosto, paziente e perfetto» (Beato Bartolo Longo. Ved. RV, 15). Perchè il Rosario favorisca una conoscenza più completa della vita di Cristo, il Santo Padre suggerisce di inserirvi, in più dei quindici misteri abituali, una serie di misteri relativi alla vita pubblica di Gesù, misteri chiamati «luminosi», perchè Cristo è la luce del mondo (Giov. 9, 5). Essi sono: il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, l'annuncio del Regno di Dio con l'appello alla conversione, la Trasfigurazione, l'istituzione della Santa Eucaristia.

Ordinato sacerdote all'età di 27 anni, il 5 giugno 1700, Luigi Maria celebra la prima Messa nella Chiesa di San Sulpicio, sull'altare della Santa Vergine. Poi, parte con un sacerdote di Nantes che ha riunito alcuni confratelli in vista della predicazione delle Missioni di paese in paese. Dopo aver operato con essi per un certo tempo, si mette a disposizione del vescovo di Poitiers. Accolto inizialmente nell'ospedale della città, al servizio dei poveri, stupisce gli infelici con la sua profonda devozione. Vedendo la sua carità nei loro riguardi, essi chiedono al vescovo di nominare cappellano dell'ospedale il loro nuovo benefattore.

Luigi Maria scrive: «L'ospedale al quale mi si destina è una casa di scompiglio, in cui la pace non regna affatto, ed una casa di povertà in cui mancano il bene spirituale e temporale.» Nel giro di pochi mesi di dedizione a tutta prova e malgrado la vivace opposizione di persone influenti e di alcuni poveri dell'ospedale che rifiutano le riforme, Luigi Maria rimette in ordine la casa. La sua attività va dai bisogni materiali dei suoi protetti, per i quali organizza questue in città, al loro bene spirituale: «Da quando sono qui, scrive, sono stato in una Missione continua; confessando quasi sempre dalla mattina alla sera e dando consigli ad un'infinità di persone... Il gran Dio, mio Padre, che servo anche se con infedeltà, mi ha infuso nello spirito luci che non avevo, una grande facilità per formulare e parlare su due piedi, senza preparazione, una salute perfetta ed una grande apertura di cuore verso tutti».

Raggruppa parecchie donne di buona volontà, malate, dà loro una regola di vita improntata all'umiltà e alla penitenza, e le affida al Figlio di Dio, la Sapienza eterna. Poco tempo dopo, una ragazza di famiglia borghese, Maria Luisa Trichet, va a confessarsi da lui. Desidera farsi suora e Luigi Maria la associa alle povere donne che ha raggruppato. Il 2 febbraio 1703, le dà un abito religioso che la renderà lo zimbello di tutti. Ma essa lo porterà coraggiosamente per dieci anni, prima di diventare la prima Superiora delle Figlie della Sapienza, Congregazione che si consacra all'assistenza degli ammalati, dei poveri e dei fanciulli e che conta oggi quasi 2400 suore ripartite in più di 300 case.

Una lettera di quattrocento poveri

Poco prima della Pasqua del 1703, Luigi Maria parte per Parigi. Per parecchi mesi, si occupa dei malati dell'ospedale della Salpêtrière. Poi, destituito dall'amministrazione dell'ospedale, rimane nella capitale, approfittando della solitudine per intensificare la sua unione con Dio; lascia traboccare il cuore in pagine ardenti che saranno intitolate: L'amore dell'eterna Sapienza. Nel 1704, arriva da Poitiers, al Superiore del seminario San Sulpicio di Parigi, una lettera stupefacente che comincia così: «I sottoscritti quattrocento poveri supplicano umilissimamente S.E., per il massimo amore e la massima gloria di Dio, di restituire loro quel venerabile pastore, colui che ama tanto i poveri, don Grignion...». Due lettere del vescovo di Poitiers, dirette a Luigi Maria, lo chiamano anch'esse e lo decidono a tornare in quella città, dove riprenderà le funzioni di cappellano dell'ospedale.

Tuttavia, il suo zelo e l'ordine che ripristina non piacciono a tutti: un anno dopo esser tornato, lascia nuovamente l'ospedale e si propone al vescovo per evangelizzare Poitiers e i dintorni. Dandosi tutto a tutti, percorre le stradette della perifieria di Montbernage, entra nelle case, si interessa alla salute della gente, benedice i bambini. La dolcezza, la povertà e l'umiltà gli aprono ben presto i cuori, permettendogli di iniziare una Missione. Trasforma in cappella un fienile, in mezzo al quale viene sistemato un grande crocifisso. I muri sono ornati con quindici stendardi che rappresentano i misteri del Rosario. Processioni, cantici composti da lui stesso, corone recitate in comune, a poco a poco trasformano i cuori. Terminata la Missione, Luigi Maria completa l'opera piantando una croce. Poi, nel fienile diventato cappella «Nostra Signora dei Cuori», sistema una statua della Santissima Vergine, chiedendo che qualcuno s'impegni ad andare a recitare la corona davanti ad essa tutte le domeniche e i giorni festivi. Subito, un operaio del quartiere si offre di farlo; terrà la sua promessa per quarant'anni.

Una tale fedeltà suppone un grande amore per la Santissima Vergine, che si manifesta con la ripetizione delle Avemarie del Rosario: «Se ci si attenesse a questa ripetizione in modo superficiale, si potrebbe esser tentati di vedere nel Rosario soltanto una pratica arida e noiosa. Al contrario, si può considerare la corona in tutt'altro modo, stimandola l'espressione di un amore che non si stanca di rivolgersi alla persona amata con effusioni che, anche se sono sempre simili nella loro manifestazione, sono sempre nuove per via del sentimento che le anima» (RV, 26).

Un campo assai vasto

Un giorno in cui confessa in una chiesa, Luigi Maria scorge un giovane che prega a lungo. Mosso da un'ispirazione, lo invita ad aiutarlo nella sua opera apostolica. Con il nome di Fra Mathurin, il giovane consacrerà la propria vita ad insegnare ai bambini il catechismo e alle folle i cantici del Padre, nel corso delle Missioni. Calunniato da coloro che non sopportano il suo apostolato, Luigi Maria perde la fiducia del vescovo, che finisce col togliergli la missione di predicatore. Il colpo è duro, ma Padre de Montfort lo accetta umilmente e vede in esso un disegno della Provvidenza. Decide allora di recarsi a Roma, per chieder consiglio al Papa stesso. Ricevuto in udienza da Clemente XI, nella primavera del 1706, Luigi Maria espone le sue difficoltà ed il desiderio di Missioni lontane. «Avete in Francia un campo di apostolato assai vasto per esercitare il vostro zelo, risponde il Papa. Nelle vostre Missioni, insegnate con vigore la dottrina al popolo ed ai fanciulli; fate rinnovare le promesse del Battesimo». Poi, il Santo Padre gli conferisce il titolo di «Missionario apostolico». Luigi Maria fissa in cima al bastone di pellegrino un crocifisso benedetto dal Papa e parte alla volta dell'Abbazia San Martino di Ligugé, nella diocesi di Poitiers, dove ritiene di potersi riposare un po'. Ma i suoi vecchi nemici vegliano, e non vi può rimanere.

Verso la fine del 1706, si associa con don Leuduger, sacerdote che organizza Missioni parrocchiali in Bretagna. Luigi Maria eccelle nell'insegnamento del catechismo. Secondo lui, questo lavoro è «il più grande della Missione», e «trovare un catechista molto esperto è più difficile che trovare un predicatore perfetto». Il catechista «prova a farsi amare e temere insieme, in modo, tuttavia, che l'olio dell'amore superi l'aceto del timore»; allieta il catechismo «che in sè e per sè è arido, con brevi storielle piacevoli, per esser così gradito ai bambini e rinfocolare la loro attenzione». Per far imparare meglio la dottrina cristiana, Luigi Maria la valorizza mettendola in versi e facendola cantare su arie note. Ma il Rosario rimane la sua preghiera preferita. «È bello e fecondo anche affidare a tale preghiera la via della crescita dei fanciulli, scrive Papa Giovanni Paolo II... Recitare il Rosario per i figli, ed ancor meglio con i figli... costituisce un aiuto spirituale da non sottovalutare» (RV, 42).

Troppo facile

Nella predicazione, Luigi Maria insegna le grandi verità della fede (la morte, il giudizio universale, il cielo, l'inferno), denuncia vizi e peccati, poi esorta alla contrizione ed alla fiducia nella misericordia divina. Fa rinnovare le promesse del Battesimo e conferisce i sacramenti della Penitenza e dell'Eucaristia. La Provvidenza divina sostiene il suo servo con il dono dei miracoli (guarigioni, moltiplicazione del cibo, ecc.). Ma, a seguito di divergenze di opinioni con don Leuduger, Padre de Montfort s'insedia in un piccolo eremo non lontano dalla sua città natale. Due anni più tardi, va a Nantes, dove lo chiama un amico sacerdote, don Barrin, Vicario generale. In quella diocesi, predica numerose Missioni, si avvicina ai poveri che conforta ed incoraggia a vivere santamente e laboriosamente. Convinto del valore della sofferenza che ingenera anime, dice ad uno dei suoi collaboratori, in occasione di una Missione senza problemi: «qui, tutto è troppo facile; non va affatto, la nostra Missione non porterà frutti, perchè non è fondata nè appoggiata sulla Croce; qui, siamo troppo amati, ecco quel che mi fa soffrire; niente croci, quale accoramento per me!»

La fede di Padre de Montfort nel mistero della Croce gli ispira l'idea di costruire un calvario monumentale presso Pont-Château. Si tratta di erigere una vera collina, circondata da un fossato, su cui saranno piantate tre croci, come sul Golgota. Il lavoro inizia immediatamente, con numerosi operai volontari. Luigi Maria chiede in elemosina nelle fattorie di che cibare il suo piccolo popolo. Ma, una volta terminata l'opera, la benedizione del Calvario è vietata dal vescovo di Nantes. Infatti, con il pretesto che la nuova collina potrebbe diventare una pericolosa fortezza in mano a invasori nemici, il Re Luigi XIV, mal informato, ha dato l'ordine di raderla al suolo. Luigi Maria sospira: «Il Signore ha permesso che abbia fatto costruire questo Calvario, permette oggi che esso sia demolito: che il suo santo nome sia benedetto!» Ritrovando la pace dell'anima, continua l'opera apostolica. Dopo la sua morte, il Calvario sarà ricostruito.

Nel 1711, Padre de Montfort viene chiamato dal vescovo di La Rochelle. In tale diocesi, fa numerose Missioni. La Rochelle è un feudo calvinista. Non volendo lasciare ai protestanti l'idea che essi sono i soli a rispettare la Bibbia, organizza una processione in cui, sotto il baldacchino, un sacerdote porta rispettosamenta il Libro Sacro. Luigi Maria fa anche recitare il Rosario nella parrocchia e in famiglia. Infatti, dopo la canonizzazione, nel 1710, di san Pio V, grande promotore di questa devozione, è aumentato il fervore per il Rosario. Ai giorni nostri, Giovanni Paolo II ricorda che la preghiera del Rosario rimane molto potente, specialmente per la pace e per la famiglia: «Il Rosario è una preghiera orientata per natura verso la pace, per il fatto stesso che è contemplazione di Cristo, Principe della pace e nostra pace (Ef. 2, 14). Colui che assimila il mistero di Cristo – ed il Rosario tende appunto a ciò – apprende il segreto della pace e ne fa un progetto di vita. Inoltre, in virtù del suo carattere meditativo, nella tranquilla successione delle «Avemarie», il Rosario esercita su chi prega un'azione pacificatrice...

«Preghiera per la pace, il Rosario è anche, da sempre, la preghiera della famiglia e per la famiglia. Un tempo, questa preghiera era particolarmente cara alla famiglie cristiane, e favoriva certamente la loro unione spirituale... Numerosi problemi delle famiglie attuali, in particolare nelle società economicamente evolute, dipendono dal fatto che la comunicazione diventa sempre più difficile. Non si riesce a rimanere insieme, ed i rari istanti passati in famiglia vengono assorbiti dalle immagini della televisione. Ricominciare a recitare il Rosario in famiglia significa introdurre nella vita quotidiana immagini ben diverse, quelle del mistero che salva: l'immagine del Redentore, l'immagine della di lui santissima Madre» (RV, 40, 41).

Nel 1712, Luigi Maria redige il Trattato della vera devozione alla Santa Vergine. «Ho preso la penna per mettere nero su bianco quel che ho insegnato fruttuosamente in pubblico e particolarmente durante le mie Missioni per anni ed anni», scrive. In tali pagine, il Santo mostra che la grazia del Battesimo richiede una consacrazione totale a Gesù Cristo, che non potrebbe essere perfetta senza una consacrazione totale a Maria. L'opposizione giansenistica impedisce che Padre de Montfort pubblichi il trattato, che uscirà soltanto nel 1843, vale a dire più di un secolo dopo la sua morte.

«Andiamo in paradiso!»

Luigi Maria si preoccupa dell'istruzione dei fanciulli e fonda nei villaggi piccole scuole gratuite. Nel 1715, mette a punto le Regole delle Figlie della Sapienza. Per quanto concerne le Missioni, è coadiuvato da quattro Frati, ma nessun sacerdote si è associato con lui in modo stabile. Un giorno, incontrando un giovane sacerdote mezzo paralizzato, Renato Mulat, lo guarda fisso negli occhi e gli dice: «Seguimi!» Stupito, ma conquistato, don Mulot lo segue. Dopo la morte di Padre de Montfort, diventerà il primo Superiore generale delle di lui famiglie religiose. All'inizio dell'aprile 1716, Luigi Maria si reca a Saint-Laurent-sur-Sèvre per predicarvi una Missione. Come sempre si prodiga, ma le sue forze declinano ed è ben presto spossato. Dopo un'ultima predica in cui parla della dolcezza di Gesù, con accenti tali che turbano l'uditorio, deve mettersi a letto. Gli viene amministrata l'estrema unzione. Riunendo le ultime forze che gli rimangono, canta: «Andiamo, amici cari, andiamo in paradiso! Qualunque cosa si conquisti quaggiù, il paradiso vale di più!» Tiene fra le mani un crocifisso ed una statuetta della Santa Vergine. Il 28 aprile, a quarantatré anni, esala l'ultimo respiro.

Assieme a san Luigi Maria, rivolgiamoci con fiducia a Maria, recitando il Rosario. «Una preghiera così facile, e nello stesso tempo così ricca, merita veramente di essere riscoperta dalla comunità cristiana, afferma il Papa... Mi rivolgo a voi, fratelli e sorelle di qualsiasi condizione, a voi, famiglie cristiane, a voi, ammalati ed anziani, a voi, giovani: riprendete fiduciosamente in mano la corona, riscoprendola alla luce della Sacra Scrittura, in armonia con la liturgia, nell'ambito della vostra vita quotidiana» (RV, 43).

Preghiamo per Lei, e secondo tutte le Sue intenzioni, la Regina del Santissimo Rosario ed il di lei sposo, san Giuseppe.

Dom Antoine Marie osb


S. Daniele Comboni

 

 

L

'11 novembre 1997, Lubna Abdel Aziz, una donna musulmana di 38 anni, è ammessa all'Ospedale Santa Maria di Khartum (Sudan), diretto dalle Suore Comboniane, in vista di subirvi un taglio cesareo per la nascita del suo quinto bambino. Qualche ora dopo la nascita, la madre è moribonda. Per arrestare una grave emorragia, viene sottoposta a due interventi chirurgici, senza alcun risultato. I medici considerano allora l'ammalata spacciata. La Suora responsabile del Servizio Maternità ha l'idea di invocare Monsignor Daniele Comboni, la cui fama è grande anche fra i Musulmani, a causa della sua vita interamente consacrata al servizio delle popolazioni africane. Dopo aver chiesto alla donna ed a suo marito il permesso di pregare Monsignor Comboni per la guarigione, tutte le religiose pregano secondo quell'intenzione. Non avendo una nuova operazione prodotto nessun miglioramento, si pensa che la paziente stia per morire, quando, ad un tratto, essa riprende i sensi: alcuni giorni dopo, i medici la dichiarano guarita. In seguito, altri due medici musulmani esamineranno la donna, e la loro conclusione sarà allegata agli atti del processo di canonizzazione. «Guarigione improvvisa, totale e duratura, senza postumi, scientificamente inspiegabile», ha riconosciuto all'unanimità la commissione medica riunitasi l'11 aprile 2002. Tale guarigione ha permesso la canonizzazione del beato Daniele Comboni, il 5 ottobre 2003.

Daniele Comboni è nato il 15 marzo 1831 a Limone sul Garda. Nel febbraio del 1843, viene iscritto al Convitto di Padre Mazza, a Verona; gli viene chiesto: «Cosa farai da grande? – Il sacerdote». Padre Mazza ha fondato due istituti scolastici per i bambini poveri. Ha intenzioni missionarie per l'Africa centrale, e pensa di ricevere a Verona bambini africani per dar loro una solida formazione umana e cristiana.

A quindici anni, Daniele legge con interesse appassionato la storia dei martiri del Giappone. Assiste anche alla partenza di due Padri dell'Istituto Mazza per le missioni africane. «Nel gennaio del 1849, a diciassette anni, quando ero studente di filosofia, scriverà, feci voto davanti a Padre Mazza, mio venerato Superiore, di consacrare tutta la mia esistenza all'apostolato nell'Africa centrale; con la grazia di Dio, non sono mai venuto meno alla mia promessa». Ordinato sacerdote nell'Istituto Mazza, il 31 dicembre 1854, impara l'arabo e nozioni di medicina.

Nello spazio di una notte

All'inizio del settembre 1857, Padre Comboni s'imbarca per l'Egitto, insieme ad altri quattro missionari dell'Istituto ed un laico. Arrivano alla Missione di Santa Croce, nel Sudan, il 14 febbraio 1858, dopo una sosta a Khartum. Il 5 marzo, il giovane missionario scrive a suo padre: «Il primo sforzo che Dio ci chiede, è quello di imparare la lingua dei Dinka (popolazione del paese)... La lingua dei Dinka non è mai stata nota fuori del loro territorio, in modo che non esistono nè grammatica, nè vocabolario, nè insegnanti per studiarla». La Missione nel Sudan è molto ardua. Padre Comboni scrive: «Dei 22 missionari della Missione di Khartum, che esiste da 10 anni, 16 sono morti e quasi tutti nel corso dei primi mesi. Siamo minacciati dalla morte ad ogni istante: perchè, oltre al clima, molti muoiono per mancanza di medici e di medicine. Ma sia resa gloria al Signore!... Qui, si può morire nello spazio di una notte... Pertanto, bisogna esser sempre pronti».

«La Chiesa ci incoraggia a prepararci all'ora della nostra morte, a chiedere alla Madre di Dio di intercedere per noi nell'ora della nostra morte, e ad affidarci a san Giuseppe, patrono della buona morte: «In ogni azione, in ogni pensiero, dovresti comportarti come se tu dovessi morire oggi stesso. Se avrai la coscienza retta, non avrai molta paura di morire. Sarebbe meglio star lontano dal peccato che fuggire la morte. Se oggi non sei preparato a morire, come lo sarai domani?» (Imitazione di Cristo, 1, 23, 1). «Laudato sii, mi Signore, per sora nostra Morte corporale, / da la quale nullo omo vivente po' scampare. / Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali!; / beati quelli che trovarà / ne le tue sanctissime voluntati, / ca la morte seconda no li farrà male.» (San Francesco d'Assisi)» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1014).

Fin dal 1859, spossati, i missionari devono ripiegare su Khartum e Padre Comboni, minato dalla febbre, torna a Verona. Dal punto di vista umano, l'insuccesso è totale. Attorno a lui, si moltiplicano i commenti beffardi. Approfitta della convalescenza per istruire giovani africani raccolti dall'Istituto Mazza. Il 15 settembre 1864, sta pregando nella basilica di San Pietro a Roma, quando gli viene un'idea: mettere per iscritto le sue considerazioni sull'Africa e farle conoscere alla Congregazione per la Propagazione della Fede. Si mette subito all'opera e lavora senza interrompersi per più di due giorni. «Un cattolico abituato a giudicare le cose alla luce che gli viene dall'alto, scrive, non considera l'Africa attraverso il solo punto di vista degli interessi umani, ma alla pura luce della Fede; e vede in Africa una moltitudine di fratelli, figli del loro comune Padre Celeste». Preconizza una rigenerazione degli Africani da parte degli Africani. I missionari istituiranno centri di formazione per i vari mestieri. Da tali centri usciranno i dirigenti della società negra rigenerata e dell'evangelizzazione. In pari tempo, si costituiranno in Europa importanti associazioni per assicurare il finanziamento dell'opera.

Un'opera cattolica

Il Cardinale Barnabo, prefetto della Congregazione per la Propagazione della Fede, cui viene consegnato il piano, ottiene per Padre Comboni un'udienza da Papa Pio IX, che gli dà la sua benedizione. Padre Comboni inizia un giro d'Europa ed entra in contatto con le società missionarie, gli Ordini religiosi, le personalità influenti ed i governi che si interessano all'Africa. «Quest'opera deve essere cattolica, afferma, e non specificamente spagnola o francese, tedesca o italiana». Ottiene approvazioni, ma incontra anche aspre opposizioni. Il 2 agosto 1865, Padre Mazza muore. Privato del suo Padre spirituale, Daniele Comboni si sente molto solo, ma, per lui, prove, insuccessi e delusioni hanno un senso; sono una garanzia di successo, perchè Gesù ha fondato la sua Chiesa sulla Croce.

Dopo un breve viaggio in Africa, il missionario fonda a Verona, sotto l'autorità del vescovo, l'opera del Buon Pastore che comporta un seminario per la formazione degli europei destinati alle Missioni Africane. Poi, torna al Cairo per insediarvi la sua opera, e lo ritroviamo nuovamente in Europa nel luglio del 1868. Mentre suscita dovunque interesse per le sue opere, lettere diffamatorie contro di lui vengono inviate dall'Egitto a Roma ed a Verona da uno dei suoi collaboratori che è malcontento. Più tardi, quel Padre ritratterà la denuncia ed implorerà il suo perdono, ma, lì per lì, le lettere ed altri malintesi producono la riprovazione di Padre Comboni da parte della Congregazione per la Propagazione della Fede; l'opera del Buon Pastore viene danneggiata in modo imprevisto da una decisione della Santa Sede. La giustificazione che Padre Comboni dà al Cardinale Barnabo e la testimonianza in suo favore del Vicario apostolico in Egitto, lo fanno rientrare nelle grazie di Roma.

A fine febbraio del 1869, di ritorno al Cairo, ha la grande gioia di constatare i primi frutti del suo piano. Gli allievi delle due prime scuole studiano sotto la direzione di insegnanti europei. La terza scuola, destinata alle ragazze, è diretta da insegnanti negre. Viene così dimostrato che gli Africani sono capaci non solo di imparare, ma anche di insegnare. A quell'epoca, tale dimostrazione cambia le mentalità. Padre Comboni dirà: «Ho voluto mostrare ai popoli, con un esempio lampante, che, secondo il sublime spirito del Vangelo, tutti gli uomini, bianchi e neri, sono uguali davanti a Dio; e che tutti hanno diritto all'acquisizione ed ai benefici della fede e della civiltà cristiana».

Sentendole cantare...

La scuola in cui insegnano le maestre africane è aperta alle allieve di tutte le razze. Vi si insegnano il catechismo, l'aritmetica, l'arabo, il francese, l'italiano, il tedesco, l'armeno ed i lavori muliebri, dal lavoro a maglia ai ricami più fini d'oro e di seta. «Solo vedendo le nostre care piccole Africane, scrive Padre Comboni, solo parlando con loro o sentendole cantare, molte altre che non hanno ancora la fede desiderano ora farsi cattoliche... Bisogna tuttavia agire con precauzione, perchè si corre il rischio di urtare la sensibilità mussulmana, e bisogna tener conto anche della sorveglianza della massoneria guidata da tre logge». Ma è altresì necessario opporsi alla mentalità di certi cattolici che poco si preoccupano della dignità dei negri.

In occasione di un lungo soggiorno a Vienna, in Austria, Daniele Comboni scrive, in quattro mesi, più di mille lettere per convincere gli amici del fatto che la Missione dell'Africa centrale prosegue, malgrado le innumerevoli difficoltà che incontra. «La presentazione del messaggio evangelico non è per la Chiesa un contributo facoltativo, ricordava Papa Paolo VI: è il dovere che le incombe, per delega del Signore Gesù, affinchè gli uomini possano credere ed essere salvati. Sì, questo messaggio è necessario ed unico. Non può esser sostituito. Non ammette nè indifferenza, nè sincretismo, nè adattamento. Ne va della salvezza degli uomini... Questo messaggio merita che l'apostolo vi consacri tutto il suo tempo, tutte le sue energie, che vi sacrifichi, se necessario, la vita» (Evangelii nuntiandi, 8 dicembre 1975). Nello stesso senso, Papa Giovanni Paolo II afferma: «L'annuncio del Vangelo costituisce il primo servizio che la Chiesa possa rendere ad ogni uomo ed all'intera umanità. L'evangelizzazione, al di là degli interventi di valorizzazione umana, talvolta anche rischiosi, comporta sempre un annuncio esplicito di Cristo... La Missione «ad gentes» (presso i non cristiani) deve prevalere su qualsiasi altro impegno, anche se necessario, di carattere sociale ed umanitario» (5 ottobre 2003).

A Verona, Padre Comboni fonda l'Opera delle Pie Madri dell'Africa Nera, religiose destinate alle Missioni. Infatti, egli è convinto che, per un'azione missionaria efficace e duratura, è necessaria la partecipazione delle donne. Il 7 giugno 1872, viene nominato ufficialmente Provicario apostolico del Vicariato dell'Africa centrale. In settembre, lascia Verona per Il Cairo, dove è testimone di un fatto che lo riempie di gioia: un sacerdote africano, ex schiavo riscattato, battezza una donna africana adulta; è la rigenerazione dell'Africa da parte dell'Africa. Rimane tre mesi al Cairo, poi si reca a Khartum, nella sua sede di Provicario, dove tutti, cattolici e mussulmani, lo accolgono solennemente. Un mese dopo, si addentra nel continente africano e, il 19 giugno, giunge a El Obeid, capitale del Kordofan (oggi nel Sudan).

Nulla da temere

A Khartum come a El Obeid, la presenza delle suore trasforma e facilita il compito della Missione. Gli indigeni, cui gli stranieri hanno causato troppi mali con la loro violenza ed i loro raggiri, scoprono con gioia che non hanno nulla da temere da quelle donne. La massima autorità islamica del Sudan è conquistata: il Gran Muftì ringrazia ufficialmente Padre Comboni per aver portato lì le Suore. Ma Padre Comboni si trova confrontato al traffico di schiavi, organizzato da certe tribù. Ogni anno, passano per El Obeid o per Khartum più di cinquecentomila schiavi razziati nelle regioni meridionali. «Ho incontrato, riferisce Padre Comboni, fra Khartum e El Obeid, migliaia di schiavi; la maggior parte erano donne mescolate agli uomini senza il minimo indumento. I piccoli di meno di tre anni erano portati da donne che avanzavano a piedi. Altri, uomini e donne, erano in gruppi di otto o dieci, uniti l'un l'altro per il collo e attaccati ad un giogo che pesava sulle loro spalle... Tutti erano spinti selvaggiamente con lance e bastoni». Daniele Comboni ha parole durissime contro coloro che condividono la responsabilità di tali ignominie. Il governo del Sultano d'Egitto ha vietato severamente il traffico di schiavi, ma, in pratica, persone altolocate traggono un beneficio da quel mercato infame. Per lottare contro questo stato di fatto, il Provicario apostolico deve esser molto prudente. Deve preservare la vita dei suoi collaboratori, sacerdoti, coadiutori, suore ed insegnanti. Un errore da parte sua, può esser loro fatale. In una lettera pastorale ai fedeli, in data 10 agosto 1873, ricorda l'insegnamento di Cristo sulla fratellanza universale degli uomini e minaccia coloro che collaborano allo schiavismo.

Daniele Comboni pensa alle tappe seguenti della Missione, di cui la prima riguarda la regione del Gebel Nuba, nel centro dell'Africa. Uno dei capi Nuba si reca in visita presso i missionari di El Obeid. Vede negri che sanno leggere e scrivere, parlare lingue europee, che conoscono le tecniche moderne per vari mestieri. Sbalordito, conclude un accordo con Padre Comboni per l'istituzione di una Missione nel suo paese, a Delen, vale a dire a cinque giorni di marcia da El Obeid. Padre Comboni vi si reca nel settembre del 1875. Vi è accolto con molta gentilezza e rimane conquistato dall'organizzazione che regna fra i Nuba, dove la saggia amministrazione della giustizia rende inutile il ricorso alla forza. Tutto sembra andare per il meglio. Ma un'amara delusione rovescia la situazione. Si dichiarano epidemie di febbre che colpiscono in pochi giorni tredici dei quattordici membri della Missione. È impossibile curarsi sul posto, per mancanza di medicine: bisogna chiudere la Missione. Le Suore che accompagnano la difficile ritirata stupiscono Padre Comboni con la loro forza d'animo.

Ancora sotto il peso dell'insuccesso, Padre Comboni è nuovamente oggetto di calunnie. Lo si accusa di essere un amministratore incapace. In seno alla Missione, tali accuse provocano dissensi dolorosi. Screditato in Europa, il missionario si reca quindi a Roma, nella primavera del 1876, per presentare la propria difesa. Più tardi, scriverà: «Soltanto su questa «Via Crucis», cosparsa di spine che matureranno, potranno perfezionarsi e raggiungere un successo finale le opere volute da Dio... Gli ostacoli e le ostilità contro cui l'opera sublime di rigenerazione dell'Africa nera ha dovuto lottare fin dal primo giorno, possono esser considerati come una garanzia infallibile di ottimo successo e di futuro felice». Padre Comboni attinge la propria forza dalla preghiera. Poco prima di morire, confesserà: «È peccato non meditare mai; ma io ho trascurato raramente le meditazioni nella vita passata, e mai, assolutamente mai da molto tempo, neppure nel deserto, ed anzi non una sola volta... Lo stesso valga per l'Ufficio (il Breviario)...».

L'effetto di una catastrofe

Il 27 novembre 1876, dopo aver riconosciuto la falsità delle accuse mosse contro di lui, la Congregazione per la Propagazione della Fede decide di elevare Daniele Comboni all'episcopato. Alla fine del 1877, egli intraprende la settima partenza per l'Africa. La nuova dignità fa sì che a Monsignor Comboni venga riservata un'accoglienza ufficiale e solenne. Nel mese d'aprile del 1878, egli si trova a Khartum, da dove intende stimolare le Missioni. Ma tutti i suoi piani saranno ben presto travolti; infatti, scrive: «Quasi tutta la mia attività, per ora, è dedicata a sostenere, come un vero apostolo di Gesù Cristo, l'effetto di una spaventosa catastrofe». Un'eccezionale siccità fa perire circa un terzo della popolazione. Il denaro raccolto in Europa serve ad acquistare viveri, a peso d'oro. La carestia porta con sè epidemie terribili. In luglio, la siccità cessa, ma lascia il posto a piogge torrenziali, seguite da una nuova ondata di caldo, che apre la via ad altre malattie. In settembre, Monsignor Comboni è il solo sacerdote che rimanga presente a Khartum. Le relazioni fra l'Egitto ed il Sudan sono sempre più limitate, in modo tale che a Khartum ci si sente abbandonati da tutti. Colpito dalle febbri, il prelato torna in Italia all'inizio del 1879.

In Europa, egli è vittima di una nuova campagna di denigrazione da parte di due Missionari che operano in Africa. Gli si rimprovera ora di intrattenere un rapporto sospetto con una suora siriana, Virginia Mansur, di cui ha preso la difesa, a buon diritto. Essendo le accuse giunte a Roma, deve discolparsi. Nel novembre del 1880, Monsignor Comboni s'imbarca nuovamente per l'Africa. Incontra uno dei suoi accusatori, che riconosce il proprio errore. Monsignor Comboni lo riprende quale confessore, come prima delle accuse. Scriverà di lui: «È un pio e santo sacerdote... Benchè mi ostacoli da cinque anni, giudico che Gesù ha disposto così per amore, per il mio bene spirituale; poichè il fatto di operare con lui e di sopportarlo è una buona occasione per me di esercitare la pazienza, di essere attento alla mia condotta, di correggere i miei gravi difetti, le mie chiacchiere ed i miei peccati...». Dopo una sosta al Cairo, dove constata che i suoi conti sono in regola senza debiti, parte, alla fine del gennaio 1881, per il Sudan.

Uno dei confratelli del prelato scriverà di lui: «Attraverso l'esempio e le buone parole, incoraggiava tutti a sopportare le privazioni che si dovevano patire molto spesso; per quanto potesse esser stanco e affranto, ci raccontava cose divertenti per riconfortarci... Dimentico di sè, si informava premurosamente sul nostro stato fisico e morale, mattina e sera, e trovava sempre nuove parole di sostegno e di incoraggiamento». Monsignor Comboni ha creato in Africa una specie di ufficio-stampa della Missione: «Devo scrivere, in qualità di corrispondente di quindici giornali tedeschi, francesi, inglesi, americani». Ma tale faticoso lavoro gli fa ottenere sussidi importanti per le Missioni.

Nel maggio del 1881, Monsignor Comboni procede alla volta dei Monti Nuba, dove, appoggiato dall'esercito governativo, intensifica la lotta contro gli schiavisti. Di ritorno dal viaggio, potrà scrivere a Roma: «Fra un anno, o anche meno, l'abolizione totale della schiavitù presso i Nuba sarà un fatto compiuto. Non si possono descrivere la gioia e l'entusiasmo delle popolazioni che, dopo la mia visita, non si sono visti strappare nè un figlio, nè una figlia, nè una mucca, nè una capra; riconoscono unanimemente che li ha liberati la Chiesa cattolica». La sua spedizione ha anche risultati di utilità generale per la conoscenza della geografia del paese e della lingua.

È troppo!

Poco dopo, il vescovo è schiantato da «un dolore profondo e terribile, che supera tutte le umiliazioni e le afflizioni subite finora»; non lo può nascondere sotto l'abituale sorriso. Le calunnie ricominciano; la schiettezza, l'impulsività e la vivacità che gli sono proprie, gli hanno creato nemici. Lo si accusa nuovamente di essersi innamorato di Virginia Mansur, e tale calunnia viene riferita al suo vecchio padre settantottenne. Monsignor Comboni ne è esacerbato: «Turbare ed affliggere un santo vegliardo, che non solo mi ha dato la vita terrena, ma più ancora la vita spirituale, è troppo!» Confida ad un amico: «Non ho più nè la forza nè il coraggio di scrivere; sono stupefatto di vedermi trattato in questo modo». Sprofonda nell'angoscia; poi, a poco a poco, la fiducia in Dio, tanto radicata nella sua anima, ha il sopravvento. Tuttavia, Monsignor Comboni è spossato. Il 10 ottobre 1881, perfettamente cosciente, riceve l'Estrema Unzione e si spegne dolcemente, a cinquant'anni, come un fanciullo che si addormenta in braccio alla madre. Tutti i consoli d'Europa ed anche il Governatore del Sudan sono presenti alle esequie. Fra l'assistenza, si mescolano cattolici, copti, mussulmani, pagani, maggiorenti ed ex schiavi.

I missionari, comboniani e comboniane, sono oggigiorno più di quattromila, ed operano in Africa e in altre regioni del mondo. «Come non volgere lo sguardo con affetto ed inquietudine, anche oggi, alle care popolazioni africane? diceva Papa Giovanni Paolo II in occasione della canonizzazione di Monsignor Comboni. Terra ricca di risorse umane e spirituali, l'Africa continua ad essere afflitta da innumerevoli difficoltà e problemi. Possa la Comunità internazionale aiutarla attivamente a costruirsi un avvenire di speranza. Affido il mio appello all'intercessione di san Daniele Comboni, eminente evangelizzatore e protettore del Continente nero». Preghiamo particolarmente per i cristiani del Sudan che si trovano in condizioni di vita difficili e sono vittime di persecuzioni.

Dom Antoine Marie osb


B. Jan Beyzym

Un giorno del 1890, in un convento di Gesuiti in Ucraina, viene letto nel refettorio un articolo sui lebbrosi. Un novizio respinge il piatto, dicendo: «Mi stupisco che si possano leggere cose tanto ripugnanti durante il pasto». Il suo vicino, che ascolta diversamente, è sconvolto dalla descrizione delle sofferenze... Qualche anno dopo, ne parlerà al suo confessore, Padre Beyzym. Questi, turbato a sua volta, coglie l'occasione per chiedere di partire al servizio dei lebbrosi. «So benissimo, scrive al Superiore generale dei Gesuiti, in che consiste la lebbra e a cosa devo esser preparato; tuttavia, tutto ciò non mi spaventa, al contrario, mi attira».

Jan Beyzym è nato il 15 maggio 1850 a Beyzymy Wielkie, oggi nella Repubblica ucraina. Schietto e zelante nel lavoro, gli nuoce una gran timidezza giovanile. Fin dalla più tenera infanzia, condivide la devozione affatto particolare della sua famiglia per Maria. Jan pensa di diventare sacerdote in una modesta parrocchia di campagna, ma suo padre lo orienta invece verso i Gesuiti. Dopo una lunga lotta interiore, entra al noviziato della Compagnia di Gesù, il 10 dicembre 1872. Nel corso dei due anni di noviziato, Jan apprende la vita

religiosa, alternando esercizi spirituali, occupazioni materiali ed opere di carità. Abituato ad una vita difficile, non soffre troppo della disciplina cui si deve piegare, ma rimane un po' rude nei suoi rapporti con il prossimo. Finito il noviziato, continua gli studi di filosofia e di teologia, fino all'ordinazione sacerdotale a Cracovia, in Polonia, il 26 luglio 1881. La sua anima ardente si rivela nelle seguenti parole: «Lavoriamo per Dio, per il cielo, e non dovremmo lasciarci superare nella nostra opera e nei sacrifici da coloro che lavorano per beni materiali o che vivono solo per la terra».

«Leviamo l'ancora e partiamo!»

Padre Beyzym è designato come prefetto degli alunni nel collegio dei Gesuiti a Ternopol, poi a Chyrów. Dopo aver insegnato il francese ed il russo, viene nominato prefetto di infermeria, funzione che comporta una pesante responsabilità ed una vigilanza quasi materna sulle dieci camerate che ospitano gli alunni ammalati. Circola fra i letti, si sforza di distrarre ammalati e convalescenti con storie e giochi, sollevando il morale dei fanciulli e degli infermieri. La sua vita austera è temperata da un umorismo ingegnoso. Un giorno, un bambino che ha una forte febbre, comincia a delirare: vuol vestirsi, dicendo che deve raggiungere la nave che è in partenza per l'America. L'infermiere di turno cerca invano di calmarlo. Arriva Padre Beyzym: «Dove te ne vai così? – Sulla nave. – Benissimo, sono io il capitano della nave, partiremo insieme». E, prendendo in braccio l'ammalato, va a metterlo a letto in un'altra stanza: «Eccoci felicemente arrivati a bordo, ora leviamo l'ancora e partiamo!» Tutto frastornato, il ragazzo si calma immediatamente.

L'energia e la dolcezza coesistono nell'anima di Padre Beyzym. Ama la natura, i fiori che coltiva per adornare l'altare e le stanze degli ammalati. Ha un acquario, una gabbia con canarini, un'altra, che ha fabbricato lui medesimo, per i trastulli di uno scoiattolo. La vista di queste creature lo aiuta ad elevare la mente, e quella degli alunni, verso Dio. Si sforza di comunicare ai ragazzi la sua devozione per Maria: una delle conferenze che fa loro, comincia così: "L'aiuto più sicuro e più necessario per la nostra conversione, per la nostra santificazione e per la nostra salvezza è la devozione alla Santissima Vergine".

Padre Beyzym conosce perfettamente bene la gioventù, con le sue debolezze e le sue qualità. Il suo sguardo triste davanti ad una stupidaggine basta a riempire di pentimento il colpevole. Completamente dedito al servizio dei fanciulli, Padre Beyzym sente crescere in sè il bisogno di amare e di sacrificarsi di più per gli infelici.Chiede allora di consacrarsi al servizio dei lebbrosi. Il suo desiderio viene esaudito, lo si destina alla missione di Madagascar; lascia il suo paese il 17 ottobre 1898 e raggiunge Antananarivo il 30 dicembre seguente. Gli viene affidato il lazzaretto di Ambahivoraka, a 10 km. a nord della città. I 150 lebbrosi che ci vivono conducono un'esistenza più che miserabile. Davanti a tali sofferenze, Padre Beyzym prega Dio di concedere un sollievo a quegli infelici, e quando nessuno lo vede, piange a calde lacrime, perchè non può guardare senza compassione tante sofferenze umane. In un primo tempo, risiede ad Antananarivo e si reca al lazzaretto

per i funerali (tre o quattro per settimana) e per la Messa della domenica. Ma, ben presto, gli viene accordato il permesso di risiedere in permanenza fra i lebbrosi.

«Non teme di toccare le piaghe!»

Per ottenere un aiuto d'urgenza, Padre Beyzym scrive numerose lettere ai confratelli d'Europa ed agli amici. Vi si può leggere: «Non c'è nessuno accanto ai lebbrosi, nè medico, nè sacerdote, nè infermiera, assolutamente nessuno. Qui, svolgo tutte le funzioni: cappellano, portalettere, sagrestano, giardiniere, medico. Quanto ai vestiti, ciascuno si copre come può, indossando un vecchio sacco trovato in un angolo, o qualcosa di simile. L'alimentazione si compone soprattutto di riso, in ragione di un chilo alla settimana, vale a dire proprio il limite per non morire di fame. Ecco tutto quello che hanno, nessuna medicina, nè fasce per coprire le ferite e le piaghe. Nulla... È difficile qui curare gli ammalati, perchè, oltre alla lebbra, hanno anche la sifilide e la scabbia, e sono pieni di pidocchi. Ma non mi stupisce, tuttavia. Come potrebbero lavarsi e pettinarsi quegli infelici, se non hanno più le dita, che sono cadute a causa della lebbra?... Se uno si lamenta di aver mal di stomaco, non bisogna chiedergli: «Cosa hai mangiato?» ma: «Hai mangiato? e quando?...» Mi sento a disagio quando penso al gran numero di persone che spendono tanto denaro per capriccio o per piaceri incomprensibili, mentre qui manca tutto».

Un'altra preoccupazione fa sanguinare il cuore di Padre Beyzym: «Eppure, quel che mi tormenta ancora di più, è la loro miseria morale, conseguenza del loro stato materiale. Sono esposti a mille occasioni di peccato... Guardo quei bambini che non soltanto non imparano ad amare Dio, ma non sanno neppure se ci sia un Dio, mentre gli adulti insegnano già loro ad offenderlo!... Domando senza tregua alla Vergine Maria di aver pietà e di concorrere al più presto alla salvezza di quegli infelici... Non appena l'amore e la fiducia nella Santissima Vergine saranno radicati in quei poveri cuori, tutto sarà a posto e potrò essere tranquillo per loro».

La prima cura di Padre Beyzym è quella di impedire che i lebbrosi muoiano di fame. La sua lunga esperienza d'infermiere lo aiuta molto. Si avvicina agli ammalati, ne fascia le piaghe, suscitando l'ammirazione dei testimoni: «Quando ricevetti per la prima volta un pezzo di tela e mi accinsi a fasciare la piaga di uno di loro, scrive, tutti mi circondarono come se si trattasse di uno spettacolo straordinario, dicendosi l'un l'altro: «Guarda! Ma guarda! Non teme di toccare le piaghe»». Tuttavia, questo servizio richiede un'abnegazione eroica: «Bisogna rimanere uniti a Dio senza posa ed esser capaci di pregare sempre... Bisogna abituarsi un po' al cattivo odore, perchè qui non si sente il profumo dei fiori, ma il puzzo della lebbra... Neanche la visione delle piaghe è molto attraente. Quando, in capo a tre o quattro ore di cure, che effettuo all'aria aperta, davanti alle baracche, torno in casa, e dopo essermi lavato e disinfettato con fenolo, sento che tutto quel che indosso emana ancora cattivo odore... All'inizio, non potevo vedere le ferite, e, dopo aver visto una piaga particolarmente ripugnante, mi è talvolta capitato di svenire. Adesso, guardo le piaghe dei miei infelici ammalati, le tocco curandole o amministrando l'Estrema Unzione con l'olio santo, senza essere impressionato. A dire il vero, sento

qualcosa nel cuore quando mi occupo delle piaghe, ma soltanto perchè preferirei averle tutte su di me, piuttosto che vederle su quei poveri infelici».

Una manifestazione di libertà

Imitando Cristo che lava i piedi dei discepoli, Padre Beyzym si fa servo. «Se nella cultura attuale, scrive Papa Giovanni Paolo II, colui che serve è considerato come inferiore, nella Storia Sacra, il servo è colui che è chiamato da Dio per realizzare un'opera singolare di salvezza e di redenzione, colui che sa di aver ricevuto tutto quello che ha e tutto quello che è, e che si sente dunque chiamato a mettere al servizio degli altri quello che ha ricevuto... Servire è una vocazione assolutamente naturale, perchè l'essere umano è servo naturalmente: non è padrone della propria vita ed ha bisogno, a sua volta, di numerosi servizi da parte degli altri; servire è una manifestazione di libertà relativamente all'invasione del proprio io, e di responsabilità nei riguardi degli altri; e servire è possibile a tutti attraverso gesti, piccoli in apparenza, ma, in realtà, grandi, se sono animati da un amore sincero. Il vero servo è umile, sa di essere inutile (ved. Luca 17, 10), non cerca interessi egoistici, ma si dà da fare per gli altri, sperimentando la gioia della gratuità nel dono di sè» (Messaggio per la giornata delle vocazioni dell'11 maggio 2003)….

….durante i quattordici anni di apostolato di Padre Beyzym, non uno dei lebbrosi morì senza aver ricevuto il Sacramento degli ammalati. Le sofferenze del missionario hanno una grande importanza nella sua fecondità apostolica. Oltre alle difficoltà quotidiane della sua vita, ha «nostalgia del paese natale»: «Soffro, scrive agli ex confratelli polacchi, per la lontananza dalla patria; specialmente dalla nostra casa e dall'infermeria con i nostri marmocchi». Molti missionari conoscono tali sofferenze intime, spesso note solo a Dio. «Nella Sacra Scrittura, scrive Papa Giovanni Paolo II, vi è un legame forte ed evidente fra il servizio e la redenzione, come fra il servizio e la sofferenza, fra il Servo e l'Agnello di Dio. Il Messia è il Servo sofferente che assume sulle sue spalle il peso del peccato umano, è l'Agnello condotto al macello (Is. 53, 7) per pagare il prezzo delle colpe commesse dall'umanità e renderle così il servizio di cui essa ha più bisogno. Il Servo è l'Agnello che, maltrattato, si lascia umiliare e non apre bocca (Is. 53, 7), mostrando in tal modo una forza straordinaria: quella di non reagire contro il male con il male, ma di rispondere al male con il bene. È la dolce energia del servo che trova la forza in Dio, e, per tale ragione, è fatto, da Lui, luce delle nazioni ed artefice della salvezza (ved. Is. 49, 5-6). Misteriosamente, la vocazione al servizio è sempre vocazione a partecipare al ministero della salvezza in modo molto personale, ma anche oneroso e difficile» (Ibid.)

Mi si aprivano finalmente gli occhi

Malgrado gli sforzi di Padre Beyzym, le cure somministrate ai lebbrosi rimangono insufficienti. Egli progetta allora la costruzione di un ospedale. I Superiori lo approvano, a condizione che trovi i fondi necessari. Il missionario invia lettere in tutte le direzioni; certe vengono pubblicate dal bollettino polacco «Missioni cattoliche». Per parecchi anni, le offerte giungono. Dopo immense difficoltà, sormontate grazie ad una fiducia senza limiti

nella divina Provvidenza, Padre Beyzym trova un terreno adeguato, a Marana, vicino a Fianarantsoa, in un luogo isolato e salubre, ma a circa 400 km. dal lazzaretto in cui risiede. Una grande prova lo colpisce allora, poichè dovrà abbandonare i suoi lebbrosi di Ambahivoraka. Riesce ad ottener loro un posto presso l'ospizio governativo, ma non è senza timore per essi: «Lì, scrive, mi apparve in tutta la sua crudezza il pericolo morale cui tutti, ed in particolare i bambini, sarebbero stati esposti nell'ospizio ufficiale (700 lebbrosi, presi fra la feccia della società, sono rinchiusi a viva forza e sorvegliati giorno e notte dalla polizia)... Raccomandai tutti e ciascuno di loro alla nostra Madre Celeste, piangendo come un bambino. E dire che non potevo farci nulla!»La partenza ha luogo nella sofferenza. Arrivato a destinazione, nell'ottobre del 1902, il missionario si mette all'opera, occupandosi in pari tempo di un nuovo gruppo di lebbrosi. Un giorno, si produce un evento inatteso: una donna e due uomini, lebbrosi, spossati da una lunga marcia, chiedono di incontrarlo. «Da dove venite? Se volete esser ricevuti qui, bisogna che vi facciate visitare dal medico di Fianarantsoa e che torniate con un certificato.

«Parli come se non ci conoscessi, dice la donna. – Ma certo, non vi conosco. – Ricordati di Ambahivoraka, e ci riconoscerai». Sentendo questo, mi sembrò che mi si aprissero finalmente gli occhi. Non avevo riconosciuto i miei protetti, prima di tutto perchè non li avevo visti da due anni, poi a causa del loro aspetto talmente miserabile, ed infine perchè non li supponevo in grado di compiere un viaggio tanto lungo. Potete immaginarvi quanto mi battesse il cuore e quanto fossi felice del loro arrivo!... Quando, in capo ad alcuni giorni, i miei viaggiatori si furono un po' riposati, la coraggiosa donna si confessò e fece la Comunione; dopo di che, le diedi tutto quello che potei per il viaggio, la benedissi e la mandai a prendere il rimanente dei miei cari relitti». Alcune settimane dopo, gli ex ammalati di Ambahivoraka arrivano, l'uno dopo l'altro: «Li accolgo come se fossero i miei parenti più prossimi».

Ma come riceve queste gioie, Padre Beyzym riceve pure prove, che chiama schegge della Croce di Gesù. Certi trovano i suoi progetti troppo audaci e le loro obiezioni impressionano il vescovo locale che esita a concedere le necessarie autorizzazioni. Inoltre, nelle sfere governative, si parla di laicizzare tutti gli ospizi. Ma la fiducia di Padre Beyzym nella protezione di Maria, Consolatrice degli afflitti, gli permette di resistere. Anche la preghiera di sant'Ignazio, che recita parecchie volte al giorno, lo aiuta molto: «Prendi, Signore, e accetta tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza, la mia volontà, tutto quello che ho, tutto quello che possiedo. Me l'hai dato tu, te lo restituisco. Tutto è tuo, disponi di tutto come ti pare. Dammi il tuo amore e la tua grazia, questo solo mi basta.»

Un rubinetto che fa paura

Infine, nel 1911, l'ospedale apre le porte. «Non è un'opera umana, scrive Padre Beyzym: l'Immacolata stessa ha fondato quest'ospedale e se ne occupa». L'immissione nel possesso avviene non senza un certo sgomento: «All'inizio, scrive, tutti i lebbrosi circolavano smarriti e disorientati... ecco che hanno, ad un tratto, un alloggio con un soffitto e un pavimento, letti con lenzuola, tavoli con cassetti, un'immagine della Vergine, ed un

numero che segna il posto di ciascuno; e scodelle, bicchieri, lampade. Si guardano l'un l'altro, stentando a crederci... Il primo giorno, facevano ridere, per via di mille ingenuità che mostravano quanto fossero ancora poco civilizzati. Quando suonò la campana della cena, si recarono sì nel refettorio, ma senza sapere cosa farci... Uno di essi apre un rubinetto, e siccome l'acqua arriva con una pressione forte, il mio nuovo civilizzato si spaventa: invece di chiudere il rubinetto, lo lascia aperto e scappa gridando aiuto!...»

Fortunatamente, «in capo a qualche giorno, il regolamento viene applicato, e la nostra casa assomiglia più ad un convento che ad un ospedale. Viene osservata la separazione degli uomini dalle donne, ed altresì il silenzio, a certe ore; non vi sono litigi, o, se viene pronunciata qualche parola mordace, si fa la pace immediatamente... Ciascuno lavora, per quanto glielo permette la salute; i canti e le risate sono all'ordine del giorno... Adesso, quasi tutti fanno quotidianamente la Comunione. Insomma, Dio voglia che questo duri, perchè l'ospedale è un isolotto di fede in mezzo al flusso di peccato che è il mondo. E non dovete credere che abbellisco la realtà: è la pura verità».

Verso i più abbandonati

Il nuovo ospedale, munito di tutti gli impianti sanitari necessari, conta 150 letti. Dedicato a Nostra Signora di Czestochowa, esiste ancora oggi e diffonde l'amore e la speranza che l'hanno fatto nascere. Esteriormente, sembra che Padre Beyzym sia legato per sempre al campo d'apostolato fra i lebbrosi di Madagascar. Ma, in fondo al cuore, gli rimane un'angoscia di salvezza delle anime che lo porta a rivolgersi a poveri ancor più abbandonati. Pensa ai condannati ai lavori forzati riuniti sull'isola di Sakhalin (nell'Estremo Oriente russo) e trascurati spiritualmente. Scrive al suo Superiore: «Da qualche tempo, il pensiero di Sakhalin mi ossessiona, e non posso togliermelo dalla mente. Da quel che ha visto e sentito, Reverendo, lei sa che numerosi infelici vi soffrono in modo atroce... Si potrebbe molto probabilmente soccorrere quegli sventurati».

In attesa della decisione che sarà presa in vista del nuovo apostolato, Padre Beyzym moltiplica catechismi e ritiri spirituali. Molto sensibile all'onore reso a Gesù nell'Eucaristia, indora l'altare ed il tabernacolo della cappella. Ma la sua salute si indebolisce. Soffre d'arteriosclerosi ed ha il corpo coperto di piaghe. Un giorno, vinto da violente sofferenze, deve mettersi a letto. Un sacerdote, che è stato contagiato dalla lebbra al servizio dei lebbrosi, e che morirà lui medesimo nove giorni dopo, gli amministra gli ultimi Sacramenti. Infine, il 2 ottobre 1912, Padre Beyzym esala l'ultimo respiro. Probabilmente, è morto per la spossatezza e non a causa della lebbra.

«Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo (Ef. 2, 4-5)... La Chiesa desidera annunciare instancabilmente questo messaggio... Il desiderio di portare la misericordia ai più indigenti ha condotto il Beato Jan Beyzym, Gesuita e grande missionario, sulla lontana isola di Madagascar, dove, per amore di Cristo, ha consacrato la vita ai lebbrosi... L'opera pia del beato era iscritta nella sua missione fondamentale: portare il Vangelo a coloro che non lo conoscono. Ecco il massimo dono della misericordia: condurre gli uomini a Cristo» (Giovanni Paolo II, omelia della beatificazione di Jan Benyzym, 18 agosto 2002).

Se poche persone sono chiamate a servire i lebbrosi, dobbiamo tutti testimoniare concretamente della misericordia di Dio. Per questo, «una «immaginazione della carità» è necessaria, continua il Papa; che l'immaginazione non venga meno lì dove una persona nella necessità supplica: Dacci oggi il nostro pane quotidiano! Grazie all'amore fraterno, che il pane non manchi mai! Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia (Matt. 5, 7)».

Chiediamo alla Santissima Vergine Maria di fare di noi, seguendo le orme del Beato Jan Beyzym, dei missionari della misericordia di Dio nel mondo contemporaneo.

Dom Antoine Marie osb