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Ritiro Parrocchiale
11.03.2007
Centro di spiritualità
Padre Pio
San Giovanni Rotondo
Partecipanti: 135
Giona.pps
L'esperienza di
Giona
Seconda
onda 1.04.2007
Nel ritiro all’inizio della Quaresima abbiamo
cominciato a seguire Giona nella sua fuga davanti al volere di Dio. Ora
continuiamo a leggere il racconto e scopriamo tante cose in comune con la nostra
vita e soprattutto scorgiamo un riferimento chiaro a Colui che sta affrontando
la morte per salvare noi…
Auguro a tutti BUONA
RISURREZIONE
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GETTATEMI IN MARE E IL MARE SI
CALMERÀ (Giona 1,10 ‑ 2,1)
« Quegli uomini furono presi
da grande timore e gli domandarono: "Che cosa hai fatto?". Quegli uomini
infatti erano venuti a sapere che egli fuggiva il Signore, perché lo aveva
loro raccontato. Essi gli dissero: "Che cosa dobbiamo fare di te perché si
calmi il mare, che è contro di noi?". Infatti il mare infuriava sempre più.
Egli disse loro: "Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che
ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per
causa mia". Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la
spiaggia, ma non ci riuscivano perché il mare andava sempre più crescendo
contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: "Signore, fa' che
noi non periamo a causa della vita di questo uomo e non imputarci il sangue
innocente poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere". Presero Giona e
lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un
grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e fecero voti. Ma
il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel
ventre del pesce tre giorni e tre notti ».
Quando
i marinai vengono a sapere dallo stesso Giona che sta fuggendo lontano dal
Signore, con il loro naturale senso religioso comprendono la gravità della
situazione e, pieni di stupore e di paura, gli chiedono: « Come hai potuto
tu, che credi nel Dio che ha creato il cielo, la terra e il mare, pensare di
fuggire da lui? ».
Non stentano a riconoscere che quella
tempesta non è una delle solite, ma un flagello divino; sentono che il Dio
di Giona sta intervenendo con potenza e intuiscono molto bene che anch'essi
sono coinvolti nello stesso drammatico destino di quel profeta fuggiasco:
sono infatti tutti sulla stessa barca!
È interessante notare che non si lamentano
né protestano: a differenza di Giona, non giudicano Dio e il suo operare;
nello stesso tempo confidano di poter ottenere grazia, di poterselo rendere
ancora favorevole e domandano allo stesso Giona che cosa possono fare per
placare la furia del mare.
È come se dicessero: « Il tuo Dio, dal quale
volevi fuggire, ti sta inseguendo e noi siamo coinvolti con te, perché ti
abbiamo accettato sulla nostra nave, permettendoti così di realizzare la
fuga che avevi premeditato. Che cosa dobbiamo fare per evitare le
conseguenze del castigo che pesa su di te e su di noi? ». Quanto santo timor
di Dio in questi marinai pagani!
Abbiamo peccato inconsapevolmente, cantiamo
nella liturgia quaresimale per ottenere misericordia dal Signore. I marinai,
pur con non chiara coscienza, si ritengono corresponsabili del male compiuto
da Giona. Forse avrebbero potuto impedirlo? Essi davanti alla sua
confessione non si avventano contro di lui.
Anche in questo è nascosto ‑ dicono i Padri
‑ un grande mistero della misericordia divina. Fu certo Dio a disporre così
le cose per educare il suo Profeta alla misericordia, quasi gli dicesse: «
Imita i naviganti! Essi che, pagani, non si curano della salvezza
dell'anima, vogliono risparmiare il tuo corpo; tu, per quanto sta in te, non
esiteresti a mettere a repentaglio un'intera città. Tu, invitato a predicare
la conversione, hai disobbedito; essi, pur sapendoti colpevole, cercano in
ogni modo di salvarti » (San Girolamo).
Interrogato, Giona dà la risposta che lo
riscatta; ammettendo la propria responsabilità, confessa la propria colpa e
non nasconde l'unico rimedio da usare: « Prendetemi e gettatemi in mare ».
Perché non siano coinvolti gli altri, accetta di perire da solo. I marinai,
però, hanno timore di offendere in tal modo il Dio di Giona; percepiscono,
infatti, che egli, benché colpevole, è un uomo privilegiato, « eletto »,
depositario di una missione divina. Come toccarlo?
A questo riguardo viene alla mente la
figura di Davide che, ingiustamente perseguitato dal re Saul e avendo la
piena possibilità di vendicarsi, affermava: « Mi guardi il Signore dal fare
simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la
mano su di lui, perché è il consacrato del Signore » (1Sam
24,7).
I marinai, dunque, sono presi da grande
timore perché capiscono che si tratta di un uomo « eletto » e appartenente a
un popolo « eletto ». Tentano in ogni modo di toccare terra remando con
tutte le loro forze, ma invano. Essi si trovano in un grande dilemma: non
osano toccare Giona, ma sanno che per loro la sua presenza è causa di
sventura; non hanno il coraggio di abbandonarlo, ma non possono nemmeno
tenerlo nascosto, perché in ogni modo si attirerebbero un castigo dal suo
grande e temibile Dio.
È davvero un mistero la tentazione dell'uomo
di fuggire lontano da Dio, pur sapendo che non lo può fare... « Tu affermi
» , prosegue san Girolamo, « che i venti, le onde, le acque, i vortici sono
stati suscitati a causa tua. Hai svelato la causa della malattia, ora
indicaci la via della guarigione. Poiché il mare infuria contro di noi,
comprendiamo che questo proviene dal fatto che ti abbiamo preso con noi: se
abbiamo commesso una colpa prendendoti con noi, che cosa possiamo fare
perché il Signore deponga la sua ira contro di noi? Che dobbiamo fare di te?
Dobbiamo ucciderti? Ma tu veneri il Signore! Dobbiamo salvarti? Ma tu fuggi
il tuo Dio... »
Intanto il mare avanza, e i marinai
consumano le loro forze a remare, mentre ancora esitano prima di buttarlo
in mare, che va sempre più crescendo contro di loro. Invano Giona cerca di
convincerli: « La tempesta tuona contro di me, è me che cerca, e vi fa
rischiare il naufragio per prendersi me; e mi prenderà affinché la mia
morte vi salvi la vita. Io so che questa grande tempesta si scatena a causa
mia... Le stesse onde vi comandano di gettarmi in mare » (cfr. v. 12).
Un vero riscatto per Giona è questa sua franchezza, questa sua piena
disposizione a pagare la pena per la colpa commessa, purché gli altri si
salvino.
I marinai allora devono proprio decidersi a
gettare in mare il misterioso e scomodo passeggero. Ma con quanta
esitazione! Prima innalzano una preghiera al Dio di Giona: non si rivolgono
più « ciascuno al suo dio ». Ormai è chiaro che egli solo è il Signore, al
di sopra di tutti gli dei. E così Giona, pur mentre fugge lontano da JHWH,
non cessa di essere profeta del vero Dio in mezzo ai pagani.
E che cosa chiedono essi nella loro
preghiera? Si sentono « costretti » a far perire Giona e manifestano la loro
tristezza, quasi volessero dire: non c'è proprio altra via di uscita per
rimediare il male commesso e non aggiungere male ad altro male? « Non far
ricadere su di noi il sangue innocente », non sia imputata a nostra colpa la
morte di quest'uomo! Noi non vogliamo uccidere il tuo profeta, ma egli
stesso ha riconosciuto la tua collera e la tempesta che continua a infuriare
ci dice che tu, o Signore, vuoi che egli sia gettato in mare. È la tua, non
la nostra volontà che ora compiamo. Ed ecco allora il momento cruciale.
Sono ancora i Padri a rileggere questo passo
del libro di Giona, mettendo in risalto l'universalismo della chiamata di
Dio alla salvezza.
Immediato è il richiamo alla Passione di
Gesù. Quando Giuda, pentito, riporta ai sommi sacerdoti i trenta denari
d'argento e dichiara di aver tradito il sangue innocente, i capi religiosi e
gli anziani lo abbandonano nella sua solitudine e nella sua disperazione: «
Che ci riguarda? Veditela tu! » (Mt 27,4). Lo stesso indifferentismo c'è in
Pilato: davanti alla folla che reclamava Gesù per crocifiggerlo, pur non
trovando in lui nulla meritevole di morte, non ha il coraggio di difendere
la verità, ma, fattosi portare dell'acqua, si lava le mani dicendo: « Non
sono responsabile di questo sangue; vedetevela voi! ». Ecco quanto fanno i
sommi sacerdoti e Pilato: scaricano la responsabilità sugli altri. Da parte
sua, la folla, senza neppur rendersi conto della gravità della cosa, grida
con forza: « Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli » (Mt
27,25).
Quale differenza rispetto ai marinai! Pur in
mezzo alla burrasca, simbolo dei tanti disordini causati dal peccato, essi
non perdono il giusto orientamento: il senso della solidarietà e della
corresponsabilità, il riconoscimento del valore inestimabile della vita
umana e, tanto più, della vita di chi porta il sigillo della sacralità. Essi
sono figura di tutti i pagani che si aprono a Cristo, riuscendo a
riconoscerlo proprio in situazioni che per i più sono di « scandalo » e
causano allontanamento.
Questo cambiamento interiore, questa «
conversione » risulta evidente dal testo biblico che annota: « Quegli uomini
ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e fecero
voti » (v. 16). Arrivano alla fede nel vero Dio non per una esplicita opera
missionaria compiuta dal profeta. Tutt'altro! Il peccato di Giona causa una
violenta tempesta: nella tempesta il senso religioso dei marinai sa scorgere
la potenza di Dio. Ma non meno importante è stata la testimonianza diretta
resa da Giona: la sua sincerità, la chiara coscienza del peccato commesso,
la serietà nell'assumerne la piena responsabilità, non esitando a perdere la
propria vita per salvare quella degli altri, che egli prontamente scagiona
da ogni colpa. Sì, Giona si è pienamente riscattato! Ed è proprio per
questo che la sua figura, nonostante i tanti aspetti sconcertanti, risulta
sempre tanto « simpatica », nel vero senso del termine. Lo sentiamo vicino
nel vortice dei suoi dubbi, nelle sue impulsive ribellioni, nella sua «
schiettezza » e testardaggine!
Giona sa che la sua colpa è stata grave e
nel suo cuore pentito accetta per sé la morte, come la accettano infine
anche i marinai. Il primo capitolo si chiude con una parola di pace: il mare
placa la sua furia. È vera pace?
« Ma
il Signore dispose che un grosso pesce
inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti
».
E così Giona, il profeta ribelle, diventa la
più luminosa figura di Cristo nel suo mistero pasquale di passione, morte e
risurrezione.
Secondo la lettura in chiave mistica, il
testo dice che Giona sperimenta la notte dello spirito, la morte di sé,
passa attraverso il crogiuolo della purificazione per risorgere a vita nuova
e nuovamente ricevere dal Signore la sua missione.
Commenta ancora san Girolamo: « Il Signore
ordina alla morte e all'inferno di prendere il profeta. La morte si
rallegra al pensiero di una preda per le sue avide fauci, ma quanto grande
fu la sua gioia nel divorarla, tanto grande sarà la tristezza nel doverla
rigettare »
Entrando nel mare, sembrava a Giona di
essere perduto; paradossalmente proprio facendo l'esperienza della
perdizione, della morte, della desolazione, della lontananza da Dio, egli
viene da Dio recuperato, ripescato. La sua, infatti, non è più una
lontananza spavalda come quando fuggiva per seguire la sua propria volontà,
non è neppure una morte accettata quasi per sfida; è lontananza sofferta,
dove più struggente e sincero si fa il desiderio di Dio. È la morte che
porta alla risurrezione.
Alla luce di questa Parola possiamo anche
noi rivedere la nostra vita. Attraversando il mare burrascoso della nostra
storia, non abbiamo forse sperimentato che, proprio mentre volevamo fuggire
lontano dal Signore, ci siamo incontrati ancora di più con lui, e senza via
di scampo? E non ci è forse accaduto che proprio mentre noi ci sentivamo
sbattuti dai flutti, la nostra stessa affannosa ricerca e il nostro
interiore tormento sono diventati per altre persone momenti favorevoli per
incontrare il Signore e conoscerlo più in profondità?
Il Signore può sempre trasformare in
occasione di salvezza e di bene anche i nostri sbagli, le nostre paure, le
nostre fughe, le nostre stesse disobbedienze. La nostra ostinazione alla
fine si infrange perché il Signore non si arrende, non ci abbandona; anzi,
ci insegue ed entra ancor più prepotentemente nella nostra vita per farci
diventare comunque strumenti atti a realizzare il suo disegno di amore per
molti.
Ma, da parte nostra, in situazioni difficili
e compromettenti abbiamo, come Giona, il coraggio di accettare la pena dei
nostri errori in vista della nostra necessaria purificazione? Abbiamo la
lealtà e il retto discernimento per prendere la nostra parte di
responsabilità senza coinvolgere gli altri nelle conseguenze negative?
Sappiamo pagare di persona il debito per i nostri peccati usando attenzione
di bontà verso gli altri?
Tante volte, dobbiamo ammetterlo, accade
proprio il contrario: ci si scagiona con leggerezza delle colpe commesse,
cercando attenuanti e giustificazioni di ogni genere; così facendo, si mette
il proprio fardello sulle spalle degli altri, lasciando che siano essi a
portarne il peso.
L'intera società e ogni forma di vita comune
‑ dalle famiglie agli ambienti di lavoro, alle varie comunità o
associazioni ‑presentano situazioni di questo genere. È quasi la norma.
Bisogna stare attenti a non far pesare sugli altri le proprie colpe, ma
piuttosto assumere con vera maturità quelle altrui, perché nessuno soccomba:
vera carità è « portare i pesi gli uni degli altri » (Gal 6,2), caricando
piuttosto se stessi per alleggerire i fratelli. Ciascuno, insomma, deve
stare attento a non « gettare in mare » gli altri: dai marinai del libro
di Giova possiamo imparare proprio la delicatezza, il rispetto.
Ogni persona che ci sta davanti è portatrice
di un mistero noto solo a Dio, poiché a Dio essa appartiene. Per quanto
deplorevole possa essere il suo comportamento e per quanto possa anche
essere per noi causa di pericolo, rimane creatura abitata da Dio, e quindi
sacra, degna di venerazione. Anzi, dobbiamo essere consapevoli che di
ciascuno dei nostri fratelli siamo chiamati a rendere conto a Dio nel
giorno del giudizio: che cosa abbiamo fatto per aiutarlo?
Del resto è Dio stesso che, dopo aver
castigato Caino, dice: « “Però chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta
sette volte!”. Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse
chiunque l’avesse incontrato » (Gen 4,16). Mai la vendetta è gradita a Dio,
mai! Lui solo fa giustizia, lui solo è il padrone della vita, lui solo
interviene, e il suo intervento, per quanto doloroso possa essere, è sempre
in vista della salvezza di tutti. Non spetta all’uomo dare a Dio lezioni di
giustizia!
Che cosa dunque possiamo apprendere da
questa Parola per noi personalmente e per la nostra vita comunitaria,
familiare, sociale? La consapevolezza che siamo gli uni membra degli altri,
pellegrini non fuggiaschi verso un’unica meta. Da come ci comportiamo
diventiamo per i fratelli peso o sostegno. Giona, a causa del suo peccato,
era un peso che faceva andare a fondo la nave. Abbiamo perciò il dovere di
riconoscere le nostre colpe, di pentircene e chiederne perdono, affinché
possano diventare per tutti un « peso » di grazia, un’esperienza di
misericordia e di rinnovata pace, dono supremo di Dio e insieme frutto della
quotidiana morte a noi stessi. |
Preghiera
Guidaci, o Dio, per le tue vie, illumina la nostra mente
e il
nostro cuore con la luce del tuo Santo Spirito
affinché sappiamo discernere la tua volontà
e
compierla in amorosa obbedienza.
Non
permettere che con stolta leggerezza
sciupiamo i tuoi inestimabili doni:
la
vita, dal suo sbocciare al suo declino,
sempre sia sacra agli occhi nostri.
Fa’
che, mossi dal tuo amore,
onoriamo e stimiamo tutti gli uomini
anteponendoli a noi stessi
e in
loro servendo e adorando te
che
ci hai donato il tuo unico Figlio
quale vittima innocente per i nostri peccati.
E
quando non comprendiamo il tuo agire,
non
lasciarci subito fuggire lontano dal tuo volto,
ma
fa sgorgare più insistente dal nostro cuore
il
grido della preghiera umile e fiduciosa
che
tutto spera da te. Amen.

Prima onda
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« Fu rivolta a Giona
figlio di Amittai questa parola del Signore » (v 1). La Parola di Dio cade
su Giona: è un evento che sconvolge la sua vita, disturba la sua
tranquillità. È una Parola non soltanto inaspettata, ma anche
indesiderata. Probabilmente egli se ne stava quieto a casa sua, pensando
ai propri affari, quando percepì che il Signore gli comandava di alzarsi e
di andare proprio a Ninive, ossia là dove mai spontaneamente si sarebbe
recato, essendo quella la «grande città », simbolo della corruzione e
dell'idolatria e inoltre, in quanto capitale dell'impero assiro, sede
del nemico più spietato degli ebrei.
Pensiamo
alle ripetute resistenze di Mosè, ai lamenti di Geremia, allo
stesso profeta Elia che, fuggito nel deserto e arrivato al Monte...,
Oreb, sente la voce di Dio che gli dice: « "Che fai qui, Elia?". Egli
rispose: "Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli
Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari,
hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di
togliermi la vita". Il Signore gli disse: "Su, ritorna sui tuoi passi..."»
(1Re 19,14‑15).
Giona, dunque, si
trova, suo malgrado, investito di una terribile missione: andare a Ninive
per invitare gli abitanti di quella città alla conversione poiché l'ira del
Signore incombe su di loro... Chi poteva avere il coraggio di denunciare i
peccati di quella gente malvagia? Giona si sente gravato da un incarico
impossibile e, secondo il suo modo di vedere, anche ingiusto: se sono nemici
di Israele, perché il Signore si cura di loro?... Piuttosto bisognerebbe
distruggerli... Giona non è d'accordo con il Signore, non condivide il suo
progetto. Perciò, seguendo il suo impulso, decide di non andare affatto a
predicare la conversione ai detestabili niniviti. Può forse scandalizzarci
questa reazione, sembrarci indegna di un « uomo di Dio » quale è ogni vero
profeta. Che cosa si agita, in realtà, nel cuore di Giona?
La
letteratura rabbinica ebraica e anche i Padri della Chiesa, in particolare
san Girolamo, offrono spunti di riflessione molto suggestivi che aiutano a
penetrare nell'animo ‑ nella solitudine ‑ in cui può trovarsi un profeta.
Scrive il grande commentatore Rashi: « Che cosa pensò Giona così da non
voler andare a Ninive? Disse: "I pagani sono vicini al pentimento; se porto
loro l'annunzio ed essi faranno penitenza, io finirò per condannare
Israele, che non presta ascolto alle parole dei profeti" » (Il viaggio di
Giona, Città Nuova, Roma 1999, p. 84).
È dunque,
paradossalmente, l'amore per il suo popolo che spinge Giona a non voler
predicare la conversione ai niniviti. Tanto più che il loro ravvedimento lo
renderebbe agli occhi della gente ‑ ma non certo a quelli di Dio... ‑ un
falso profeta che predice sventura là dove Dio usa misericordia.
È ancora
il midrash a commentare: « Ma perché fuggì Giona? Giona valutava la
cosa fra sé e sé e diceva: "Persino le nazioni del mondo mi chiameranno
profeta di menzogna..." » (ibidem).
Quella missione che
Giona infine compirà, ma solo suo malgrado, fa di lui un profeta che rimanda
a un Altro, a Colui che di sua spontanea volontà verrà a chiamare « fratelli
» gli uomini peccatori, incurante che il prezzo di tale salvezza sia
l'ignominia.

Ecco come
arditamente ne parla san Girolamo: « Il Signore, nostro Giona, perché lo
Spirito Santo è disceso su di lui in forma di colomba e in lui ha dimorato,
viene inviato alla bella città di Ninive, ovvero nel mondo, che è quanto di
più bello noi possiamo scorgere con gli occhi della carne. E questo poiché
la sua malvagità si è levata di fronte a Dio. Infatti, dopo che Dio ebbe
edificato una sorta di bellissima dimora per l'uomo, che avrebbe dovuto
servire il suo Creatore, l'uomo si corruppe per propria libera scelta e il
suo cuore si attaccò tenacemente al male; ma, nonostante abbia costruito una
torre di superbia, ottiene comunque che il Figlio di Dio scenda fino a lui,
affinché, nell'abbassamento della penitenza, possa salire fino al cielo, lui
che non poté innalzarvisi nella sua superbia » (Commento al libro di
Giona, 1,1‑2, Città Nuova, Roma 1992, pp. 39‑40).
Riprendendo il filo del
racconto, vediamo che Giona se ne va, di fatto, lontano dallo sguardo del
Signore,
proprio come uno che espatria per sfuggire a
un mandato di cattura... Ma come sottrarsi alla divina potestà?
«
Dove fuggi, o uomo? Hai ascoltato le parole: "Dove me ne andrò lontano dal
tuo spirito e dove fuggirò dal tuo cospetto?" (Sal 139,7). In quale
terra fuggi? Sta scritto: "Del Signore è la terra e quanto contiene" (Sal
24,1). Forse negli inferi? Sta pure scritto: "Se scendo negli inferi,
eccoti" (Sal 139,8). Nel cielo? "Se salgo in cielo, là tu sei"
(ibidem). Allora nel mare? Dice la Scrittura: "Anche là mi afferra la
tua destra" (ibidem).
E di fatto
così avvenne... » (San Giovanni Crisostomo, La vera conversione, V,3,
Città Nuova, Roma 1980, p. 146).
« Fuggirò
», gli fa dire pure un midrash, « in un luogo nel quale non è
menzionata la sua gloria. Del cielo è detto: "Più alta dei cieli è la sua
gloria" (Sal 113,4), e della terra è detto: "Tutta la terra è piena
della sua gloria" (Is 6,3). Ecco, allora fuggo in mare sul quale non
è menzionata la sua gloria » (Il viaggio di Giona, p. 83).
Giona non vuole più
avere nulla a che fare con quel Dio così paziente e misericordioso che
pretende di inviarlo in terra nemica... In definitiva, egli si dichiara «
ateo », rifiuta di essere sotto la giurisdizione di JHWH. Scende a Giaffa e,
« pagato il prezzo del trasporto », si imbarca per Tarsis, « lontano dal
Signore », come sottolinea insistentemente il testo. Gratuitamente attirato
« più vicino » dal Signore, chiamato al suo servizio, Giona paga un
prezzo per andare lontano, senza neppure spiegare le sue ragioni.
Semplicemente si dirige nella direzione opposta...
Perché
Giona si comporta così? Non è forse accaduto anche a noi qualche volta, o
forse molte volte, di avere un comportamento così reattivo e contestatore?
Quali sono i comportamenti più consueti che rivelano nella nostra vita
quotidiana il rifiuto della volontà di Dio e il nostro allontanamento da
lui?
Tante
volte anche noi non ci troviamo d'accordo con il Signore per il suo modo di
agire, per la sua magnanimità verso chi, a nostro giudizio, meriterebbe
castighi. Perché espone al pericolo la vita di tanti innocenti e permette
agli empi di prosperare? Perché non mette fine alla malvagità del mondo,
eliminando quelli che sono causa di tante sofferenze per tutti? Noi ci
allontaniamo dal Signore quando, invece di trasformare in preghiera questi «
perché » che sgorgano dal nostro cuore turbato, giudichiamo Dio e ci
chiudiamo alla fede, orgogliosamente certi, come Giona, di essere dalla
parte della ragione.
Sicuro di poter
cominciare una vita nuova, indisturbata, una vita in cui non si ode neppure
da lontano la voce incalzante del Signore, il profeta si imbarca. Non esita
ad attraversare il mare su una fragile nave, accetta con tranquillità di
correre alti rischi, ma non vuole rischiare sulla parola del Signore, come
fece invece Abramo, come farà Pietro: « Sulla tua parola getterò le reti » (Lc
5,5).
Quanti
rischi anche noi siamo disposti ad affrontare piuttosto che rischiare di
acconsentire al Signore, quando sembra che ci chieda troppo!
La sicurezza e
l'esuberanza di Giona al momento della partenza è tale che, come fanno
notare gli antichi commentari ebraici, contrariamente alla consuetudine di
dare il compenso del trasporto al momento dello sbarco, egli paga subito il
prezzo del viaggio, quasi pregustando la gioia dell'arrivo in quella terra «
lontana dal Signore », dove potrà sentirsi affrancato dall'obbligo di
obbedire a JHWH. A tal punto è reso cieco, da non accorgersi di quanto sia
assurdo il suo comportamento... Il Signore, colui che prenderà il nome di
Emmanuele, il Dio‑con‑noi, è sempre vicino; anche se noi andiamo lontano,
egli rimane con noi, e trova sempre la via per farsi incontrare, per
richiamare, per riportare vicino. Egli riuscirà a rendere docile anche
Giona, facendogli sentire il «peso» della sua «gloria» proprio nel mare,
dove il profeta pensa di potersi sottrarre al suo sguardo.
All'improvviso scoppia
una violenta tempesta e la nave rischia di sfasciarsi. Una grande agitazione
si impadronisce di tutti i marinai; senza esitazione gettano in mare ogni
carico di merce, mentre dal loro cuore sgorga, sincera quanto interessata,
la preghiera. Nell'ora della prova resta, infatti, solo ciò che è
essenziale: Dio e la vita, o meglio la vita nel suo rapporto con Dio, fonte
da cui scaturisce, oceano in cui si immerge. Eppure, il loro grido sembra
rimanere inascoltato e ogni umana precauzione risulta insufficiente a
evitare il naufragio. I marinai non sanno che il peso più grosso che fa
affondare la nave è Giona, il quale, « sceso nel luogo più riposto, dorme
tranquillamente », profondamente (v. 5), finché il capo dell'equipaggio,
stupito e sconcertato, non va a scuoterlo per svegliarlo... Certo, quel
passeggero è un po' misterioso... Come fa a dormire in mezzo a tanto
sconquasso? È tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua
madre, oppure è appesantito da un tedio mortale? « Alzati», gli ingiunge con
fermezza, « e invoca il tuo Dio! ». Dai pagani Giona viene esortato a
pregare il suo Dio. Essi non mancano di religiosità.
Un giorno
Gesù dirà del centurione romano: « In verità vi dico, presso nessuno in
Israele ho trovato una fede così grande » (Mt 8,10).
Di che genere è,
dunque, il sonno di Giona? Dorme profondamente, come per tranquillizzarsi,
per non pensare, per dimenticarsi di quello che è avvenuto, della
situazione in cui si trova...
Abbiamo
mai conosciuto noi questo tipo di sonno profondo? Non siamo mai stati
tentati di non curarci di nulla e di fuggire in una specie di oblio della
realtà? E non siamo mai stati sorpresi e scossi da qualche evento che, in
apparenza doloroso, si è poi rivelato provvidenziale per toglierci da un
cattivo isolamento, da una egoistica assenza di responsabilità davanti alla
realtà della vita?
Giona non gode certo di
quella pace che nasce dall'abbandono fiducioso nelle mani del Padre, Dio di
provvidenza... Egli, anzi, è ben consapevole della colpa che ha commesso
trasgredendo la volontà del Signore e, nella sua tristezza, si addormenta...
Egli è figura dell'uomo che, vivendo contro i divini comandamenti, si
allontana sempre più dalla via della vita e si trova poi in mezzo a una
tempesta di sciagure che, provvidenzialmente, lo costringono a riflettere.
È proprio
vero che spesso quanto gli uomini ritengono fonte della propria salvezza può
diventare causa di perdizione e invece ciò che appare disgrazia si rivela
poi veramente salutare.
Mentre dunque il
profeta ancora dorme e stenta a svegliarsi, i marinai, mossi da un innato
senso religioso, si interrogano. Certo, ‑ essi pensano ‑ una tale sciagura è
un castigo divino. E vogliono cercare il colpevole. La colpa, ovviamente,
risulta essere di Giona, che viene sottoposto a interrogatorio. Le domande
sono semplici, chiare, fondamentali: impossibile sfuggire. Giona è costretto
a prendere coscienza della propria identità e della propria missione. E non
mentisce: è profeta, viene dalla terra di Israele, appartiene al popolo di
Dio, ha disubbidito a Dio, si è ribellato... Per causa sua la nave e tutto
l'equipaggio corre il rischio di perire: il peccato di uno solo travolge
sempre una moltitudine.
Ecco,
mentre lasciamo Giona a riflettere su queste domande, a nostra volta
poniamole a noi stessi. Chi sono? Qual è la mia missione, la mia vocazione?
A che cosa sono stato chiamato? Da dove vengo, a quale popolo appartengo? E
cerchiamo di rispondere ad esse, mettendoci davanti alla Parola di Dio che
tante volte forse abbiamo respinto, ma che ci è sempre offerta. Prepariamoci
a dare risposte sincere, risposte che siano una confessione di fede e una
ferma decisione di convertirci, di ritornare al Signore.
PREGHIAMO
Dio del
cielo e della terra, Signore di tutti i viventi, che ci affidi la tua Parola
da portare a ogni uomo, perdona le nostre paure, le nostre resistenze, i
nostri presuntuosi dissensi e le nostre assurde fughe lontano dal tuo volto.
Non lasciarci rifugiare tranquilli nel sonno profondo del nostro rifiuto ad
assumere responsabilmente la missione che ci affidi. Tu non vuoi la morte
del peccatore ma che si converta e viva: vieni sempre a risvegliarci, a
tirarci fuori dai nostri nascondigli per farci prendere coscienza della
gravità delle nostre colpe che pesano su tutta l'umanità. In ogni situazione
fa' che sappiamo riconoscere che la tua Parola è un evento di salvezza per
tutti e che, accogliendola, siamo salvati e diveniamo salvatori degli altri.
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La Parola:
- sconvolge
- disturba
- è indesiderata
- ci manda dove non si
vuole
- mille pretesti
Sempre così: Mosè,
Geremia, Elia … noi!
Compito arduo:
- dare esempio
- richiamare i
peccatori
- ingiusto (nemici di
Israele)
- progetto non
condiviso
Solitudine del Profeta
Spinto anche
dall’Amore per il suo popolo
Perde la faccia
Rimanda a Gesù che
incurante dell’ignominia si offre per la salvezza.
Fugge ma come sottrarsi
al divino volere?
Paga un prezzo per
fuggire lontano dall’amore gratuito di Dio.
Anche noi reagiamo e
contestiamo:
quando?
Come?
Con che prezzo?
Non condividiamo la Sua
bontà verso chi non lo merita.
Aiuta i cattivi!
Perché non distrugge i
cattivi?
Fuggiamo quando non
trasformiamo in preghiera questi perché…
Fuggire è più facile
che obbedire…
Si rischia su tutto
tranne che sulla parola di Dio. (Abramo…Pietro…)
Giona paga subito…
Dio vicino- l’uomo
lontano
La tempesta… ci si
libera di tutto… sgorga la preghiera…
Dai pagani viene
esortato alla preghiera
Sonno profondo...
Di chi vuole
dimenticare per non affrontare
Non è la pace
dell’abbandono…
È quella ubriacatura di
chi si allontana da Dio e si ritrova in una tempesta.
Ciò che sembra bene si
rivela un male…
Giona prende coscienza
di trovarsi fuori posto…
Il male di uno
travolge tutti! |

Ritiro parrocchiale 11.03.2007
Per la riflessione
Ti sconvolge la Parola di
Dio nelle sue proposte di vita eroica?
Cosa ti ha sconvolto in
maniera particolare? Quale argomento? Riferiscine uno!
Come reagisci?
Cerchi di dimenticare ( fuggendo)?
Pensi sia per gli altri e non per te?
La metti a tacere pagando un prezzo a te conveniente?
Dici perché proprio io? Prima gli altri!
Ti sei mai trovato in una
tempesta maggiore quando hai rifiutato il bene?
Hai pregato su quella
Parola difficile?
Ti sorprende un Dio
benevolo con i peccatori?
Pensi che Dio debba essere
vicino ai buoni?
Sei cosciente che il tuo
rifiuto coinvolge anche gli altri?

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