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Tomo

 

LETTERA AI SACERDOTI  ITALIANI

 


Nella 56° Assemblea Generale conclusasi a Roma nel maggio del 2006 i vescovi italiani hanno riservato molta attenzione alla vita e al  ministero dei presbiteri e alle difficoltà che quotidianamente affrontano.

Il Cardinale Ruini nella sua prolusione ha messo in evidenza due punti fondamentali:

1) i vescovi devono avere un atteggiamento di solidarietà, ascolto e gratitudine verso i loro sacerdoti che con la loro fatica quotidiana hanno un ruolo decisivo nell’ambito della missione della Chiesa.

2) Attenzione sul fondamento cristologico del sacerdozio ministeriale che i vescovi ed i presbiteri  hanno anche se per diversità di grado: solo avendo la consapevolezza del legame che li unisce a Cristo insieme alla missione che hanno ricevuto nello Spirito Santo da Dio Padre, che si può assaporare la gioia di essere sacerdoti. Gesù inviato dal Padre non ha nulla di proprio se non ciò che ha ricevuto dal Padre, non può far nulla se non ciò che vede fare dal Padre (Gv 5, 19-30; 7, 16) e ai Dodici che Egli ha scelto che stessero con Lui e poi andassero nel suo nome Gesù affida la missione che ha ricevuto dal Padre “ Chi accoglie voi, accoglie me e chi accoglie me accoglie Colui che mi ha mandato (Mt 10, 40)”, dopo la Resurrezione con la discesa dello Spirito Santo dice loro “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi (Gv 20, 19 – 23)”.

Come Gesù, i preti ed i vescovi sono relazionati al Padre che li ha mandati ed ai fratelli ai quali sono mandati. Ora, avendo in Cristo la sua origine il sacerdozio è riferito al Corpo di Cristo che è inseparabilmente corpo eucaristico ed ecclesiale: perciò nell’Eucarestia che essi celebrano siamo introdotti  nell’amore di Cristo e nell’amore alla Chiesa. L’obbedienza di Cristo  al Padre (Mc 14, 26; Eb 5, 8 ) è l’obbedienza che unisce i vescovi ed i sacerdoti nei confronti di Cristo e della Chiesa, da qui la motivazione ed il significato concreto della disponibilità all’obbedienza che i vescovi devono chiedere ai sacerdoti.

S. E. Mons. Luciano Monari ha posto invece in maniera esaustiva i vari problemi che il presbitero è chiamato ad affrontare mettendo però in evidenza il suo amore totalitario ed unico verso il Signore. Solo amando in maniera unica il Cristo, egli può immergersi nella realtà dell’uomo. Monari ha chiarito che l’identità del prete è data dall’unione di 3 dimensioni complementari: uomo, discepolo e presbitero; solo dall’interazione di queste 3 dimensioni si arriva all’equilibrio della sua vita.

 

 

La vita e il ministero del Presbitero per  una comunità missionaria in un mondo che cambia: nodi problematici e prospettive.

S. E. Mons. LUCIANO MONARI (vesc. di Piacenza-Bobbio, vice presid. C E I )

 

Premessa:

Il cristianesimo è l’effetto del passaggio di Gesù nella storia, Egli ha parlato del Regno di Dio, guarito i malati, liberato gli indemoniati, rimesso i peccati e risuscitato i morti. Il passaggio di Gesù ha prodotto i suoi effetti anche dopo la morte, l’effetto Gesù attraverso lo Spirito continua a manifestarsi ancora grazie all’operato dei suoi discepoli. Per continuare questo rapporto con Cristo risorto c’è bisogno di persone concrete che per <<mandato>> di Gesù e con la forza dello Spirito trasmettono all’uomo di oggi le sue parole e con i sacramenti gli facciano sperimentare la sua azione salvifica. I sacerdoti sono lo strumento di Gesù; con l’imposizione delle mani e l’invocazione dello Spirito la missione dei Dodici continua e permette ad ogni generazione l’incontro con Gesù.

I.                    Sull’identità del prete: per capire l’identità del prete bisogna unire tre dimensioni: a) uomo b) discepolo c) presbitero.

a)      uomo: attraverso la conoscenza ( esperienza, comprensione dell’esperienza), l’azione 

(deliberazione, decisione ed azione) e infine attraverso l’amore (presa di posizione gioiosa a

favore dell’esistenza dell’altro) ogni uomo è chiamato ad andare al di là dei propri interessi ed idee. Ma degno di essere amato con tutto il cuore, l’anima e le forze è solo Dio e quando l’uomo giunge a questa forma di amore ha realizzato il massimo di trascendenza ed è diventato “perfetto”.

   b) discepolo: l’uomo che è stato incantato da Gesù e che ha creduto in Lui dà una nuova direzione

        alla sua vita seguendo le Sue orme. Insomma l’uomo rinnovato dà alla sua vita un nuovo

        ordine che pone al centro della sua vita non se stesso o il mondo con tutte le sue proposte e   

        promesse ma … Gesù!       

  c)      Presbitero: è un discepolo chiamato da Gesù a vivere proclamando il Vangelo, la fede

amministrando i sacramenti e stabilendo la comunione ecclesiale. Presbiteri si diventa con

l’ordine sacro e attraverso l’imposizione delle mani del Vescovo o con l’invocazione dello

Spirito.

       Queste tre dimensioni (uomo, discepolo, prete) non sono separate ma ognuna si radica in quella 

        precedente  e la porta a perfezione. Il prete vive la sequela di Gesù come ogni discepolo ma

        “segue” Gesù servendo i discepoli di Gesù, annunciando loro la parola, impartendo i 

         Sacramenti, raccogliendo i fedeli in comunità, nell’unica Chiesa.

Dobbiamo porci 3 interrogativi 1) com’è possibile essere uomini autentici? 2) com’è possibile essere discepoli autentici? 3) com’è possibile essere preti autentici?.

 

II.                 L’umanità del prete. Per rispondere al primo interrogativo dobbiamo pensare che gli ostacoli che il prete incontra nella vita sono gli stessi che incontra ogni uomo. Il prete deve essere “ autentico” cioè deve avere un atteggiamento consapevole di vita (attenzione, intelligenza), agire secondo il bene ed amare in maniera corretta solo Dio sopra ogni cosa ed il prossimo come se stesso. Il traguardo dell’autenticità è un  traguardo difficile e per raggiungerlo bisogna mettersi in gioco:

a)      aprirsi alla realtà, essere disposti a conoscerla  e ad accettarla per quella che è, attenti a

giudicare non secondo convinzioni abitudinarie e non tenendo conto di pregiudizi; solo così

è possibile confrontarsi con quello che pensano gli altri. In caso contrario il dialogo si trasforma in scontro tra posizioni ed alla fine prevale il più forte “ Il parroco, il vescovo sono io e quindi ho ragione”.

        b)  Imparare a gestire sentimenti ed emozioni:  imparare a non << censurare>> i sentimenti e

              se sono <<indegni>> conoscerli per controllarli. Quando il prete accetta se stesso diventa

              più facile <<l’empatia>> cioè la capacità di calarsi nei panni degli altri, il prete deve

              imparare ad ascoltare, capire, solidarizzare e collaborare con le persone.

  c)  Il prete deve imparare ad accettare tutte le persone,  ad ascoltare, dialogare e confrontarsi 

con tutti dai bambini, agli adulti, dai professionisti ai malati.

        Rapporto con i bambini: è fonte di stupore e costringe a rivedere con freschezza quello che

                                                 facciamo come se fosse la prima volta.

        Rapporto con i giovani:    genera speranza e spinge a rinnovare con coraggio la scelta di

                                                   dedizione della propria vita.

        Rapporto con gli adulti:   fonte di maturità…. Bisogna assumersi le responsabilità delle nostre

                                                   scelte ed azioni.

        Rapporto con gli anziani:  libera dalla fretta e dall’attivismo e ci permette di gustare con 

                                                    serenità la vita e di valutare con distacco le situazioni.

        Rapporto con i malati:       ci rende più umili, più capaci di ascoltare.

Insomma in tutte le situazioni di vita (nascita, matrimoni, malattie e morte) molto dipende dalla ricchezza di umanità con cui il prete si accosta alle persone; questa ricchezza di sentimenti si ottiene solo vivendo con cuore sincero le relazioni quotidiane. Importante per il prete è anche stabilire relazioni autentiche con le donne, cosa che deve nascere da stima sincera, rispettando l’identità femminile e riconoscendo la <<genialità>>. In realtà è molto difficile per un sacerdote avere un rapporto  di stima ed amicizia  con le donne perché la cultura di oggi lo vede come un rapporto tra uomo e donna inserito nel registro della <<seduzione>>.

 

d)      Stare solo con se stesso: il prete deve non solo relazionarsi con gli altri ma anche riuscire a stare solo con se stesso; importante è l’equilibrio che deve creare tra lo

stare in mezzo agli altri ma anche vivere momenti di silenzio mantenendo sempre la serenità e la gioia: <<Io sono con te sempre: tu  mi hai preso per la destra… il mio bene è stare vicino a Dio>> (Sal 73, 23.28). Il silenzio fa apprezzare le esperienze vissute e garantisce la vera libertà, riflettendo in solitudine, prendendo a volte le distanze da emozioni, esperienze ed abitudini, il prete riuscirà ad essere libero. C’è una grande saggezza nell’esame di coscienza: è una pausa di calma che ci fa interrogare su noi stessi e diventare padroni della nostra attività anziché schiavi di abitudini.

e)      Confronto con la dominante concezione consumistica ed individualistica della vita: le    esperienze, le emozioni e relazioni possono essere vissute in una logica consumistica ma a questa vita si contrappone un’altra vissuta come <<creazione>>. L’uomo produce forme, esperienze, relazioni riempiendole della sua personalità, il mondo invece offre la materia ed il soggetto plasma questa materia imprimendo la sua firma. La concezione consumistica è incompatibile con la vocazione del prete per i vari limiti che gli vengono imposti (celibato, stipendio sobrio e la continua obbedienza che a volte può diventare pesante!) . Ma dal punto di vista creativo la vita del prete è ricchissima perché fatta di predicazioni, celebrazioni, confessioni ed incontri…… che portano l’impronta della sua identità e producono un’esistenza feconda.

f)        Visione individualistica della vita che mitizza i  desideri egocentrici e non comprende i valori: i desideri egocentrici bloccano l’uomo nella soddisfazione privata ma non migliorano il mondo e sfruttano la ricchezza a proprio vantaggio. La vita del prete è esistenza di servizio e sacrificio di sé quindi dal punto di vista di soddisfazione dei desideri non è ricca, ma dal punto di vista dei valori è straordinariamente ricca.

g)      Arte di amare: si raggiunge la vera maturità affettiva comprendendo che l’amore si riceve e si dona generosamente e senza barriere.

h)      E’ aumentata l’età media della scelta vocazionale cioè si entra in seminario sempre più adulti con personalità già formate e per i quali è più difficile proporre cammini educativi di base. E’ importante perciò verificare l’equilibrio e la serenità della vita sessuale.

i)        Ognuno deve assumersi la responsabilità della sua vita  e deve imparare a dirigerla verso un’autenticità sempre più grande. Fra Manicardi dice “La prima responsabilità del presbitero è diventare uomo. E questa responsabilità è sua”. Il seminarista deve assumersi la sua responsabilità ma ha bisogno di verificare il proprio cammino con una guida spirituale che deve fargli notare le sue incoerenze, riconoscerle e superarle.

l)         Maturità: le persone perfettamente mature non esistono, ma le sufficientemente mature sì. Solo con la maturità si riconoscono i propri limiti, gli errori e l’impegno sereno di superarli con la grazia di Dio.

III  Il discepolato del prete. Rispondiamo adesso al secondo interrogativo “com’è possibile essere discepoli autentici?” Il prete è discepolo di Gesù, lo riconosce come l’assoluto della sua vita perché attraverso Lui e in Lui incontra Dio degno di essere amato con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Don Giovanni Moili a proposito del discepolato dice: “il discepolo è colui per il quale l’assoluto dell’uomo è il Regno, cioè l’irruzione di Dio nella sua vita”, Dio esige sottomissione assoluta dell’uomo e solo l’assoluta sottomissione è sorgente di libertà. Il regno è dove c’è Gesù ed il discepolo aderisce concretamente a Gesù con una scelta definitiva e totale, tu la salvezza, tu l’alleanza. Al discepolo si collegano 2 scelte radicali: povertà e celibato, che giustificano il valore della vita dedita al Signore; solo Gesù  è ricchezza piena da non sentire il bisogno di altro e tutto il resto è distrazione che renderebbe meno bello e pieno il rapporto con Lui. Per la scelta del celibato non si deve pensare al disprezzo per la sessualità ma il rapporto con Gesù è totalitario, prende la persona in tutte la sue dimensioni (conoscitive, affettive e relazionale). Insomma essere discepolo significa mettere in gioco la proprio ed anche unica vita, consegnandosi interamente a Gesù che gli offre una via di croce e rinunce; significa camminare in mezzo al mondo come se si vedesse Gesù, l’invisibile, come se Lui fosse vivo in tutte le cose che ci circondano, significa rinunciare ad avere un controllo preciso di ciò su cui fondiamo la nostra vita. Vari sono i modi per sviluppare un rapporto personale con Gesù: 1) Ascolto della sua Parola 2) Eucaristia e penitenza 3) Perdono di Gesù 4) Amore fraterno.

1)      Ascolto perseverante della sua parola: la parola ci mette in relazione con gli altri quindi anche con Gesù. Nel Risorto sono risorte anche tutte le parole dette da Lui durante la sua vita terrena, quindi quando si ascolta la parola del Vangelo ascoltiamo la parola risorta. Inoltre Gesù è la Parola di Dio fatta carne, in Lui si portano a compimento tutte le parole di Dio. Tutta la Bibbia ci introduce nel mistero di Cristo, ci aiuta a capirlo e ad assaporarlo, ecco perché è fondamentale per il prete conoscere le Scritture perché attraverso esse si ha la conoscenza progressiva di Lui. Importante è inoltre la lectio divina come forma preziosissima di preghiera, di dialogo ed amicizia con il Signore.

2)      Eucarestia e penitenza: l’Eucarestia contiene tutto per il discepolo: a) la sua memoria b) la sua speranza c) il suo impegno d) la relazione con il corpo ecclesiale

a)      la sua memoria: tutte le parole di Gesù, le sue sofferenze, la sua morte, l’obbedienza al Padre rd il suo grande amore per gli uomini.

b)      la sua speranza: pane e vino che diventano corpo e sangue di Cristo.

c)      il suo impegno: il dono di se stesso nell’amore del prossimo secondo la volontà del Padre.

la relazione con il corpo ecclesiale: siamo un solo corpo.

 

3)      Esperienza del perdono: esperienza sempre rinnovata che ci evita di cadere

Nell’indifferenza che non vede nessun male nei nostri piccoli egoismi o

l’avvilimento che non sa uscire dalla tristezza dei nostri errori.

4)      Amore fraterno: presenza del Signore nell’amore fraterno. Nell’ultima cena

Gesù ci dà un  comandamento nuovo “Amatevi gli uni gli altri…. da questo

Conosceranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”

(Gv 13, 34-35)

IV :Il Ministero del prete:terza dimensione della vita del prete. Varie sono le sfide che il prete deve affrontare, prima di tutte:

a)      Il senso del presbitero: con l’ordinazione il prete viene inserito in un presbiterio concreto attorno al vescovo. Vescovo e preti del suo presbiterio sono un’unica cosa: lo comprende il vescovo che può compiere la sua missione solo attraverso i suoi presbiteri, lo capiscono i presbiteri che operano in modo ecclesiale solo se sono in comunione con il loro vescovo. Vescovi e preti sono INSIEME segno e strumento di Gesù pastore. Vivere in comunione però  per il presbitero non deve essere inteso come subordinazione al vescovo. Una delle sofferenze dei preti è proprio non sentirsi capiti nelle esigenze di realizzazione personale, così come un dramma del vescovo è quello di provvedere a tutti i servizi necessari alla diocesi cercando però di essere attenti alle necessità delle singole persone. Il vescovo deve avere un amore senza riserve per i suoi preti, li ascolterà e rispetterà, il tutto per far sì che essi possano svolgere il loro ministero in maniera positiva. D’altra parte i  sacerdoti devono avere fiducia nel vescovo, capire che egli sceglie ed agisce  non per potere, non per sentimenti, né per simpatia. Preti e vescovi inoltre devono essere consapevoli  anche che tutti abbiamo i nostri limiti e non si può pretendere dagli altri la perfezione. Altra cosa da tener presente: in una logica di comunione i rapporti funzionano bene se tutti si assumono lo loro parte di lavoro e di responsabilità: se un  prete si sottrae ad  un  servizio fastidioso questo servizio dovrà  essere fatto da un altro presbitero più disponibile e che non saprà dire di no; invece ognuno deve “portare i pesi gli uni degli altri (Gal. 6,2) e “considerare gli altri superiori a se stessi, senza cercare il proprio interesse ma piuttosto quello degli altri” (Fil. 2, 3-4)

Amore fraterno: tra i preti questo amore si esprime in amicizia, dialogo, ascolto, aiuto, collaborazione e sostegno, superando gelosie, critiche, confronti e mormorazioni tra presbiteri.

Vita comune tra i presbiteri:  il Concilio ha tanto raccomandato una vita in comune per ottenere una serenità affettiva maggiore, una collaborazione regolare nel ministero. Le forme sperimentate sono diverse, dalla condivisione di servizi necessari (mensa, lavanderia) ad una comunione profonda sul modello monastico.

Governo della diocesi: spetta la vescovo insieme al suo presbiterio. Il Concilio ha voluto il Consiglio presbiterale come organo collegiale che ha il compito di aiutare il vescovo nei processi decisionali ma a questo si aggiungono: consiglio episcopale, consiglio pastorale, affari economici, consultori. Nel consiglio presbiterale e in quello parrocchiale, la decisione ultima spetta al vescovo ed al parroco non per monopolio di intelligenza e virtù ma per garantire l’unità della comunità cristiana. La loro autorità e grande (chi ascolta voi, ascolta me) ma diventa accettabile solo se viene vissuta con profonda umiltà.

Diminuzione del numero dei preti: è inevitabile per i prossimi anni, c’è infatti un innalzamento dell’età media (60 anni) del clero che diventa sempre più anziano quindi meno <<creativo>> mentre i preti giovani hanno un’energia maggiore per affrontare il futuro quelli anziani sono sempre meno capaci di staccarsi delle abitudini ed hanno meno energie per affrontare situazioni nuove. Oltre a ciò si aggiunge la maggiore mobilità dei preti: fino a poco  tempo fa c’era la tradizione di un prete legato indissolubilmente alla sua parrocchia, curava le anime per tutta la vita  e la gente lo considerava uno di loro, uno di famiglia. La mobilità invece fa venire meno questo legame prete-parrocchia meno diretto ed esclusivo, non è il singolo prete il riferimento totale ma il presbiterio accanto al vescovo. E’ importante che la mobilità dei preti non faccia perdere l’unità e la continuità della parrocchia e per far sì che ciò avvenga c’è bisogno di una rete di laici responsabili che offra un  aiuto concreto al prete. Altra conseguenza della diminuzione dei preti è il sovraccarico di lavoro dei singoli preti. Si pensi ai tanti edifici che il sacerdote deve gestire, restaurare, custodire ed abbellire, anche qui è importante l’aiuto dei laici competenti e motivati che amministrino i beni ecclesiastici e curino le strutture materiali. In ogni parrocchia infatti c’è il Consiglio per gli Affari economici anche se spetta sempre al parroco la responsabilità ultima di ogni scelta o decisione presa. I laici quindi diventano corresponsabili del sacerdote, essi aprono le chiese, le custodiscono, le rendono vive attraverso momenti di preghiera (lettura del Vangelo, Rosario, Via Crucis) ed assolvono vari servizi come ad esempio la comunione e visita degli ammalati, la carità, la preparazione delle celebrazioni eucaristiche. Una conseguenza della diminuzione dei preti è la minore presenza della chiesa sul territorio: la presenza capillare è sempre stato il punto di forza della Chiesa perché proprio vicino alla gente ed anche se i preti diminuiscono nei centri non bisogna disperdere questo patrimonio così entrano in scena i diaconi ed i laici, la loro presenza sul territorio deve essere tale in modo che ogni quartiere o frazione possa avere una persona di riferimento. La diminuzione del numero dei preti può portare alla perdita di fiducia della figura stessa del prete: in realtà questa figura  è molto apprezzata e cercata e la si evince quando rimanendo vuota una parrocchia, le persone anche se non frequentano protestano perché per loro viene meno il valore sociale di questa presenza.

Altro problema:  il valore del ministero. Per secoli il prete ha reso un servizio indispensabile per la salvezza delle persone, si amministrava subito il battesimo appena nasceva un bimbo, la confessione e l’estrema unzione permettevano di ritornare in grazia di Dio, si annunciava il Vangelo ai pagani visto come unica salvezza possibile per l’uomo. Oggi invece qualcosa è cambiato: Gesù rimane l’unico salvatore del mondo  ma la gente è convinta che Dio ha strade sue per condurre gli uomini alla grazia di cristo. Di fronte a persone di altre religioni si pensa che anche loro pur non essendo battezzate troveranno la strada della salvezza e così si pensa che il ministero del prete sia un servizio opzionale: cioè sia bello, interessante ma non tale da decidere della salvezza eterna delle persone. Ma la chiesa è il Corpo di Cristo, in essa c’è la presenza viva del Cristo, il suo <<corpo>> e se Cristo dà senso al mondo ed alla storia allora l’importanza del ministero presbiteriale è percepita con chiarezza e con gioia.

Sul servizio pastorale: Nel corso dei secoli si è passati da una pastorale di conservazione ad una missionaria, da una pensata per l’amministrazione dei sacramenti ad una pastorale proiettata sull’annuncio. Per creare una pastorale che risponde a necessità che cambiano con il tempo dobbiamo far sì che si crei una pastorale comune e si arriverà a ciò solo quando nei nostri presbiteri si riuscirà a condividere un modo di vedere il mondo contemporaneo e di pensare alla comunità cristiana. Importante a tal proposito sono gli incontri tra vescovi e preti per confrontare le immagini diverse che si hanno della realtà, correggendo i nostri giudizi attraverso l’ascolto ed il confronto e tenendo presente anche la collaborazione dei preti, preti e laici e laici di diverse associazioni ed altri movimenti. Altra sfida deriva dalle unità pastorali e dalla pastorale integrata.  Con unità pastorale s’intende l’unione operativa di più parrocchie che pur mantenendo la loro identità di comunità cristiane, attuano una completa e reciproca integrazione pastorale. Con l’espressione “pastorale integrata” invece s’intende una pastorale che coinvolge in un unico progetto organico i diversi soggetti responsabili dell’azione pastorale (preti, diaconi, catechisti), i diversi compiti di attività (catechismo, sacramenti), le diverse attenzioni della pastorale (al territorio, alle diverse categorie professionali). Bisogna prendere coscienza che una parrocchia non è in grado di gestire tutti i servizi di cui ha bisogno e di accompagnare le grandi mobilità delle persone ecco perché deve unirsi ad altre parrocchie, appoggiarsi ai servizi diocesani, accettare la collaborazione di molti laici.

Questione affettiva e del celibato: Il valore degli affetti è sempre più proclamato nella nostra cultura e pone una sfida anche al prete nella sua vita. Tre sono i problemi che il sacerdote deve affrontare: 1) Stile di vita  “ingessato” 2) Sentimenti “rimossi” 3) Sessualità del prete.

1)      Stile di vita “ingessato”: il sacerdote è stato educato al pudore ed alla riservatezza dei propri affetti. E’ importante a tal proposito acquisire una semplicità per poter esprimere quello che si sente nell’animo, egli deve esprimere la sua fede ma anche confessare le sue fragilità e le sue fatiche.

2)      Sentimenti “rimossi”: sono sentimenti che i preti non vogliono avere e che cercano di rimuovere con l’illusione di eliminarli. I sentimenti rimossi in realtà si presentano sotto forme diverse e rendono la vita del  prete nevrotica ecco perché c’è bisogno di sincerità con se stessi e fiducia nel Signore per farne un uso corretto.

Sessualità del prete: impresa difficile è l’umanizzazione della sessualità. Con questo termine s’intende l’inserimento dei sentimenti, decisioni, azioni che coinvolgono il sesso dentro il cammino libero di autocoscienza delle persona, cioè vivere la sessualità all’interno di una crescita di libertà ed amore. Importante è allora il celibato, si è celibi perché il Regno cioè Dio, ha fatto irruzione nella vita dei preti attraverso Gesù in modo tale che non si lascia nessuno spazio all’uomo di creare un rapporto affettivo e totale con una  persona, nessun progetto particolare di famiglia. Così è stato per Gesù e per molti discepoli che hanno seguito Gesù e così è per i sacerdoti. Necessaria è anche l’educazione a vivere il rapporto con le donne in modo sereno e positivo (non seduttivo): insomma se si vuol vivere serenamente nel celibato  è necessario saper rinunciare a molte cose, solo così si potrà essere disponibili a guidare altre persone nel cammino della loro vacazione alla santità.

Regole di vita”: dopo il Concilio di Trento e l’istituzione dei seminari si è affermata a poco a poco una regola di vita del prete ben precisa. Dal mattino alla sera il sacerdote sapeva cosa fare, dalla preghiera all’attività pastorale. Questo ordine oggi è saltato, comunque è sempre indispensabile avere una regola di vita, avere insomma un ritmo equilibrato tra riposo e lavoro, preghiera e servizio, rapporti con i preti, parrocchiani, etc….

a)      Riposo e lavoro: bisogna lavorare seriamente se si vuole riuscire a riposare, ma bisogna essere sufficientemente riposati per avere forza e lucidità mentale per svolgere il lavoro. Grande deve essere l’equilibrio tra le due cose ecco perché è importante a) non fare troppo tardi la sera b) concedersi durante la settimana mezza giornata per se stessi. Se si fa tardi la sera, il giorno dopo si è assonnati e le ore del mattino sono le più preziose per lo studio e la preghiera. Anche la mezza giornata è importante per una preghiera più distesa ( ad es: la lectio sulla lettura della domenica successiva), per una revisione del proprio cammino e per la celebrazione del sacramento della penitenza.

b)      Preghiera e ministero: Solo se si ha una preghiera calma e prolungata si riuscirà a trovare parole di fede autentiche davanti ad una persona che soffre, a dare consigli, a confessare. Solo dalla preghiera scaturiscono i momenti più belli di gioia e serenità.

c)      Diverse attività: mettere in ordine le varie attività del ministero, se non si è organizzati non   si riuscirà a svolgere alcune attività pastorali come la visita agli ammalati, il confessionale, etc. Praticamente la scelta di tutte le attività devono nascere da una scelta consapevole e da una vera  e propria riflessione.

Accompagnamento per i preti dei primi anni di ordinazione: in molte diocesi c’è questa attività che aiuta i preti ad incontrarsi regolarmente, a dialogare, ad esprimere i propri dubbi e problemi. Questo periodo è inteso come compimento della formazione seminaristica. Quattro sono gli obiettivi di questi incontri:

1)      trovare il tempo per una preghiera calma e prolungata per il conforto fraterno

2)      aiutare ad individuare forza e limiti delle esperienze pastorali

3)      tenere viva l’amicizia tra i preti e quindi il senso di appartenenza al presbiterio

offrire un tempo tranquillo per la confessione e la direzione pastorale.

Formazione permanente del clero: quasi tutte le diocesi hanno un programma ben preciso:

I obiettivo: Aggiornamento: per stare al passo con i tempi, certo rimanendo però nella costanza della fede della chiesa ma camminando nella società odierna

II obiettivo: perché il presbiterio sia tale è necessario che  tutti i membri s’impegnano in maniera solidale nello stesso progetto pastorale; solo da un impegno comune vengono i vincoli di fedeltà e le realtà  di gruppo. Ma perché questo accade c’è bisogno che i preti condividano un’ampia serie di giudizi sulla realtà in caso contrario nasceranno divisioni. Solo attraverso un cammino lungo e paziente di studio, confronto, attenzione si potrà raggiungere un’armonia tale da trasformare il presbiterio in una vera comunità d’intenti.

III obiettivo: tocca ad ogni diocesi offrire ai propri preti un cammino di formazione che tenga conto di tutto ciò che è stato detto.

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