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di Lidia e Battista Galvagno
bbiamo paura della sobrietà. Tutti. Ci siamo adagiati nell’abbondanza e l’idea di essere meno ricchi ci spaventa. Nella nostra fantasia si affacciano immagini di privazioni e di sofferenze: quelle che hanno dovuto sopportare i nostri antenati. Spaventati, facciamo dietrofront e ci rifugiamo nell’isola “del di più”, che pur essendo popolata da mostri come le guerre, l’ingiustizia, il degrado ambientale, ci dà un senso di grande sicurezza.
Le famiglie contadine da cui proveniamo ci hanno
trasmesso un po' di questa paura: i nostri genitori avevano conosciuto, da
bambini, condizioni di vita povere e precarie. Avevano conosciuto anche la
fatica del lavoro, fin da bambini, e avevano ben presente la quantità di lavoro
necessario per produrre i beni essenziali per la vita. L’educazione alla
sobrietà era dunque parte integrante della condizione di vita di allora ed era
un valore condiviso dalla maggior parte della società: quasi nessuno poteva
permettersi lo spreco che oggi vediamo attorno a noi. Fare comunità, fare tendenza Da soli, certo è molto difficile. Può addirittura diventare frustrante per i ragazzi e le stesse famiglie. Più volte ci siamo trovati davanti alla domanda imbarazzante dei figli, che, avendo confrontato il nostro stile di vita con quello di coetanei, ci hanno interpellati: «Papà, mamma, noi siamo poveri?» È stato impegnativo, ma anche appassionante spiegare loro che non siamo poveri, perché abbiamo tutto ciò che è essenziale alla vita e anche un po' di superfluo, ma cerchiamo di sprecare il meno possibile, per rispetto verso i doni di Dio e i fratelli che stanno peggio di noi. Appare però sempre più chiaro che discorsi di questo genere e scelte di vita che hanno una rilevanza pubblica e sociale necessitano di un supporto comunitario: solo insieme, come gruppi di famiglie che condividono un certo stile di vita, si può cambiare.
Pensiamo all’esempio di alcune maestre, che hanno sostituito il
regalo ai loro alunni in occasione della Prima Comunione con un’adozione
internazionale a distanza di un bambino; pensiamo ad alcuni genitori che,
d’accordo, hanno deciso di porre un limite, un tetto all’entità dei regali:
poche migliaia di lire, all’interno delle quali, spazio alla fantasia! Quattro “R” per un consumo critico
Più volte abbiamo letto e utilizzato i suggerimenti del Centro Nuovo
Modello di Sviluppo, un centro di ricerca sorto nel 1985 a Vecchiano, presso
Pisa, coordinato da Francesco Gesualdi (ex alunno di don Milani alla scuola di
Barbiana). Esso affronta i temi del disagio e dell’ingiustizia, con particolare
riferimento al crescente divario tra Nord e Sud del mondo, per cercare di capire
quali sono le nostre responsabilità e quali iniziative possiamo intraprendere
per opporci a quello che è lo scandalo più grave della nostra epoca. Ci è sempre
piaciuta molto la tesi secondo cui la sobrietà poggia su quattro imperativi, che
iniziano tutti per “R”.
Ridurre i consumi significa ad esempio chiedersi se l’acquisto che
stiamo per fare corrisponde ad un bisogno vero o a un bisogno indotto dalla
pubblicità. Abituare i nostri figli ad essere critici nei confronti della
pubblicità non è facile. Spesso la cosa che serve di più è l’ironia.
Particolarmente impegnativo è l’andare contro corrente nel settore del vestiario
e delle abitudini alimentari: aiutare a capire che un bel panino vale ampiamente
la merendina reclamizzata o che la miglior firma sui capi di abbigliamento è la
nostra fantasia, la nostra simpatia. Ma alla base di tutto c’è un quarto imperativo: “Rispettare”. Solo sviluppando un profondo rispetto per il lavoro altrui, impareremo a trattare bene le cose che ci rendono possibile la vita. Conta soprattutto l’esempio
La famiglia è l’ambito in cui le “prediche” non servono a nulla e
anche gli “ordini” hanno esiti incerti. Conta però molto l’esempio. Ad esempio,
come può essere credibile, quando parla di solidarietà, una mamma che sfoggi un
vestito nuovo a stagione o una pelliccia all’anno? Anche a tavola l’esempio di
due genitori che si adattano a mangiare di tutto è la migliore educazione
alimentare dei figli. Sempre in questo ambito, cerchiamo di scegliere la
genuinità dei cibi, privilegiando le verdure di stagione del nostro orto
piuttosto che prodotti esotici o le marmellate di nostra produzione, piuttosto
che merendine tanto reclamizzate dalla Tv. Lo stesso discorso vale per il
lavoro: se i figli non vedono mai i genitori lavorare e stringere i denti, come
potranno educarsi alla fatica? Sobrietà non è solo rinuncia
La sobrietà è parte integrante del progetto di Dio, secondo
l’insegnamento di Gesù. é il messaggio altissimo dell’abbandono alla
Provvidenza: «Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete,
né per il vostro corpo, di come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il
corpo più del vestito... Cercato piuttosto il Regno di Dio e tutte queste cose
vi saranno date in aggiunta» (Lc 12, 22-34). Gesù insegna cioè che la vita non
dipende dai beni che possediamo, ma che la vera ricchezza è quella di chi
arricchisce davanti a Dio. La sobrietà mette al primo posto le persone superando
la dispersione delle cose. Per questo, essa è la condizione per essere
sensibili, aperti agli appelli delle persone e di Dio. La sobrietà infine non va
vissuta soltanto nel segno della rinuncia, ma della ricerca della qualità della
vita e della qualità dell’amore. È un modo concreto di mettere al primo posto le
persone. |
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